Ci sono tantissime cose hanno sconfitto lo scorrere del tempo, vieni a parlarne su Award & Oscar.

DIFENDERE LA VERA FEDE

ILLUSTRISSIMI Lettere del Patriarca Albino Luciani Giovanni Paolo I

  • Posts
  • OFFLINE
    Caterina63
    Post: 39,991
    Gender: Female
    00 11/7/2017 9:19 AM
    Risultati immagini per albino luciani




    ILLUSTRISSIMI
    lettere del Patriarca di Venezia, Albino Luciani 
     

    L’iniziativa di inserire nel sito del Centro Papa Luciani il libro “Illustrissimi” è stata decisa per dare l’opportunità al maggior numero possibile di persone di attingere alla ricchezza inestimabile contenuta in testi scritti negli anni ’70 dal Cardinale Albino Luciani, Patriarca di Venezia.

    Sono testi ricchissimi di spunti, attuali nelle riflessioni, illuminanti nelle scelte concrete che ogni cristiano è chiamato quotidianamente a fare.

    Queste Lettere immaginarie di Luciani mettono anche in bella evidenza la sua straordinaria cultura e la sua spiritualità limpida e genuina; una spiritualità “montanara” per la sua essenzialità e semplicità,ma ben radicata nelle virtù della fede vissuta come sereno abbandono in Dio, della speranza fondata sulla misericordia e provvidenza di Dio, della carità che è l’anima vera della vita di ogni discepolo di Cristo.

    Con questa iniziativa noi speriamo di contribuire a rendere presente nel tempo il messaggio pastorale di Albino Luciani, osando sentirci, in questo, un po’ collaboratori della Provvidenza di Dio che ci ha dato il sorriso di Giovanni Paolo I per trentatrè giorni, affinché – ripensando a Lui – anche il mondo possa ricominciare a sorridere.

    Mons. Giorgio Lise
    Vice Postulatore della causa di Canonizzazione

    Lettere a... 

    Alvise Cornaro 
    Barbiere di Siviglia
    Casella
    Chesterton
    Cicikov
    Circolo Pickwic
    Dickens
    Dupanloup
    Gesù Cristo
    Gioacchino Belli
    Goethe
    Goldoni
    Gonzalo
    Hofer
    Ippocrate
    Lemuel
    Manuzio
    Manzoni
    Marconi
    Marlowe
    Paolo Diacono
    Peguy
    Penelope
    Petrarca
    Pinocchio
    Pittore del castello
    Quintiliano
    Re David
    San Bernardino
    San Bernardo
    San Bonaventura 
    San Francesco di Sales
    San Luca
    San Romedio
    Santa Teresa d'Avila
    Santa Teresa di Lisieux
    Scott
    Teresa d'Austria
    Trilussa
    Twain




    Risultati immagini per Gesù cristoGesù Cristo +

    Scrivo trepidando 

        
    Caro Gesù, Mi sono preso delle critiche. "E’ vescovo, è cardinale; è stato detto, si è sbracciato a scrivere lettere in tutte le direzioni: a M. Twain, a Péguy, a Casella, a Penelope, a Dickens, a Marlowe, a Goldoni e non si sa a quanti altri. E neppure una riga a Gesù Cristo!". Tu lo sai. Con Te io mi sforzo di tenere un colloquio continuo. Tradurlo in epistolario, però, è difficile: sono cose personali. E poi, così piccole! E poi, cosa scrivere a Te, di Te, dopo tutti i libri che su Te sono stati scritti? E poi, c’è già il Vangelo. Come la folgore supera tutti i fuochi e il radio tutti i metalli; come il missile batte in velocità la freccia del povero selvaggio, così il Vangelo supera tutti i libri. Tuttavia, ecco qui la lettera. La scrivo trepidando, nella condizione di un povero sordomuto, che si sforza di farsi capire, nello stato d’animo di Geremia che, inviato a predicare, Ti diceva, pieno di riluttanza: "Non sono che un bambino, Signore, non so parlare!".

    ***

    Pilato, presentandoti al popolo. ha detto: Ecco l’uomo! Credeva di conoscerti, ma non conosceva neppure un briciolo del tuo cuore, che hai mostrato tenero e misericordioso cento volte in cento modi. Tua madre. In croce, non hai voluto partire da questo mondo senza trovarle un secondo figlio che avesse cura di lei e hai detto a Giovanni: ecco tua madre. Gli Apostoli. Hai vissuto notte e giorno con essi, trattandoli da veri amici, sopportandoli nei loro difetti. Li hai istruiti con pazienza inesauribile. La madre di due di loro chiede un posto privilegiato per i figli e Tu: "Con me non si tratta di onori, ma di patimenti". Anelano ai primi posti anche gli altri e Tu: "Bisogna invece farsi piccoli, mettersi all’ultimo posto, servire!". Nel Cenacolo li hai messi in guardia: "Avrete paura, scapperete!". Protestano, prima e più di tutti Pietro, che poi, viceversa, Ti rinnega tre volte. Tu perdoni a Pietro e tre volte gli dici: Pasci le mie pecore. 

    Quanto agli altri Apostoli il tuo perdono rifulge soprattutto al capo 21 di Giovanni. Essi sono in barca, da tutta la notte Tu, il Risorto, sei là sulla riva del lago prima dell’albeggiare, fai loro da cuoco, da servitore, accendendo il fuoco, cucinando e preparando loro, col pane, del pesce arrostito. I peccatori. Il pastore che corre in cerca della pecora smarrita, e gode nel ritrovarla, e fa festa quando la riporta all’ovile, sei Tu. Sei Tu quel padre buono, che, al ritorno del figlio prodigo, si getta al suo collo, abbracciandolo a lungo. Scena di ogni pagina nel Vangelo: Tu infatti avvicini peccatori e peccatrici, mangi alla loro tavola, ti inviti Tu stesso, se essi non osano invitarti. Hai tutta l’aria, questa è impressione mia,di preoccuparti più delle sofferenze che il peccato produce ai peccatori, che non dell’offesa che reca a Dio. Infondendo la speranza del perdono, sembra che Tu dica: Voi non immaginate neppure il piacere che mi procurate con la conversione! Insieme al cuore, brilla in Te l’intelligenza pratica. Hai puntato all’interno, intanto.

    C’erano le facce dei Farisei smunte per i prolungati digiuni religiosi e Tu: "Non mi piacciono quelle facce; il cuore di quegli uomini è lontano da Dio; è l’interno che preme, il cuore è metro per giudicare; dal di dentro, dal cuore degli uomini escono i cattivi pensieri: dissolutezze, latrocini, assassinii, adulteri, cupidigie, orgoglio, stoltezza". 
    Avevi orrore delle parole inutili: Sia il vostro parlare: sì, sì; no, no; quello che c’è di più deriva dal male. Quando pregate, non moltiplicate le parole". Volevi la concretezza e il riserbo: "Se digiuni, profumati la testa e lavati il volto. Se fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra quello che fa la destra". Al lebbroso guarito hai raccomandato: "Non dirlo a nessuno".

    Ai genitori della ragazza risuscitata hai comandato con forza che non andassero a suonare la tromba sul miracolo avvenuto. Solevi dire: "Non cerco la mia gloria. Cibo, per me, è fare la volontà del Padre mio". 
    Dalla Croce, concludendo la tua vita, hai detto: "Tutto è compiuto", ma sempre avevi tenuto a che le cose non fossero fatte a mezzo. Gli apostoli Ti avevano suggerito: "La gente ci segue da tempo, rimandiamola a mangiare a casa sua", ma Tu: "No, diamole noi da mangiare". Finito il pasto dei pani e dei pesci moltiplicati, hai aggiunto: "Raccogliete gli avanzi, non è giusto che vadano a male". Il bene lo volevi fatto fino al dettaglio. Risuscitata la figlia di Giairo, hai raccomandato: "Adesso date da mangiare a questa figliuola". La gente proclamava di te: "Ha fatto bene tutte le cose!".

    ***

    Quanta luce di intelligenza spirava dal Tuo predicare! Gli avversari mandano dal Tempio le guardie per arrestarti e se le vedono ritornare a mani vuote. "Perché non l’avete condotto?". Risposta delle guardie: "Nessun uomo ha mai parlato come lui!".Incantavi dunque la gente, la quale sin dai primi giorni osservò di Te: "Questi si che parla con autorità! Altro che gli scribi! ".





    Semo veci, semo in tochi? Dedicata ad Alvise Cornaro

        Caro veneziano ultranovantenne, 
    Perché vi scrivo? Perché siete stato un simpatico veneziano di quattrocento anni fa. Perché, attraverso un libretto - lettissimo per la sua deliziosa ingenuità - avete fatto propaganda alla vita sobria. E, soprattutto, perché siete stato un modello di sereno vecchietto. Fino a quarant’anni avevate sofferto di stomaco "freddissimo e umidissimo", di "dolore di fianco", di "principio di gotta" e di cent’altri mali. Un bel giorno buttaste via tutte le medicine. Avevate scoperto che "chi vuol mangiare assai, bisogna che mangi poco" e vi deste alla sobrietà. Riacquistata la salute, poteste così dedicarvi allo studio, alla "santa agricoltura", all’idraulica, alla bonifica, al mecenatismo, all’architettura, sempre pieno di buon umore e con buona cera, scrivendo, tra gli ottanta e i novant’anni, i vostri "Discorsi intorno alla vita sobria", adatti a infondere coraggio e a persuadere che anche per noi anziani la vita può essere serena e utilmente impiegata.
    Ai vostri tempi non molti potevano arrivare alla vecchiaia. Si conoscevano poche norme igieniche; non c’erano gli agi e le comodità odierne; non erano pressoché debellate, come sono oggi, certe malattie; non esisteva la chirurgia dai mezzi potenti e dai risultati prodigiosi, che abbiamo noi;la gente non arrivava alla media di settant’anni di vita, come invece arriva oggi in alcuni Stati. Oggi noi vecchi stiamo avanzando in numero su tutta la linea. In Italia, noi dai sessanta anni in su, siamo quasi la quinta parte dell’intera popolazione. Ci chiamano quelli della "terza età". Col solo contarci dovremmo farci coraggio. Invece? Invece ci lasciamo talvolta prendere da sgomento. Ci pare di essere lasciati in disparte come rotelle ormai usate, come ciclisti ormai abbandonati dal gruppo. Se andiamo in pensione, se i figli, sposandosi, sono andati ad abitare altrove, sentiamo il vuoto affettivo sotto i piedi e non sappiamo dove aggrapparci. Quando vengono avanti gli acciacchi e i segni del decadimento fisico, facciamo loro il viso dell’arme.

    Invece di pensare soprattutto alle cose liete, che Dio ancora ci concede, cediamo alla malinconia del detto veneziano, che voi mai avete voluto fatto vostro: "Semo veci, semo in tochi... questo xe de mal! ". Il fenomeno si aggrava se, più in su dei sessanta, ci tocca abbandonare la casa, che era stata la nostra, con la quale ormai ci identificavamo, per diventare gli ospiti di una "Casa di riposo". Molti vi si adattano e vi si trovano bene; qualcuno invece si sente come un pesce fuor d’acqua. "Non mi lasciano mancar niente - mi diceva uno - potrebb’essere l’anticamera del Paradiso, ma per me è un Purgatorio anticipato! ".

    ***

    I problemi degli anziani sono oggi più complicati che ai vostri tempi e, forse, più profondamente umani, ma il rimedio principe, caro Cornaro, resta ancora il vostro: reagire ad ogni pessimismo o egoismo. "Mi restano forse intere decine d’anni di vita: le utilizzerò per guadagnare il tempo perduto, per aiutare gli altri; voglio fare della vita che mi resta una gran fiammata d’amore per Dio e per il prossimo. Le forze sono poche? Posso almeno pregare. Sono cristiano, credo all’efficacia delle orazioni che le monache claustrali innalzano a Dio nei loro conventi, credo anche con Donoso Cortés che il mondo ha più bisogno di preghiere che di battaglie. Ebbene, anche noi anziani, offrendo a Dio le nostre pene e sforzandoci di sopportarle serenamente, possiamo avere una grande incidenza sui problemi degli uomini che lottano nel mondo". Questo è un discorso.

    Se poi ci rimangono ancora energie e disponibilità di tempo, se ne può fare anche un altro. E cioè: perché non metterci a disposizione delle opere buone? In certe parrocchie delle maestre in pensione e degli impiegati anziani costituiscono un aiuto preziosissimo. Ma in Francia, per non lasciarsi tagliare fuori dalla vita, gli anziani si sono addirittura organizzati. "Dappertutto - si sono detti - sorgono gruppi spontanei di giovani. Facciamo i gruppi spontanei di noi anziani!". Ne venne un movimento davvero considerevole, che ha un vescovo per assistente, che promuove l’amicizia e la spiritualità degli iscritti, l’assistenza e l’apostolato a favore di altri anziani, che strappa molti di essi all’isolamento e alla sfiducia e fa talora esplodere energie sopite e insospettate. Voi non siete stato, infatti, l’unico a scrivere libri dopo gli ottanta, caro Alvise Cornaro. Goethe ha terminato il suo Faust a ottantun anni. Tiziano ha dipinto il suo autoritratto dopo i novanta. Del resto, noi siamo vecchi per quelli che vengono dopo di noi; per quelli, invece, che invecchiano insieme a noi, siamo sempre giovani! E poi, con un pizzico di malizia, si può dire che il computo degli anni si fa un po’ a fisarmonica. Quando Gounod - a quarant’anni -"compose il Faust, gli domandarono: "Con precisione che età dovrebbe avere il vostro Faust al primo atto?". "Dio mio, rispose Gounod, l’età normale della vecchiaia: i sessant’an­ni". Vent’anni dopo Gounod aveva lui i sessant’anni; gli fecero la stessa domanda ed egli candidamente, rispose: "Mio Dio, Faust deve avere l’età normale della vecchiaia: gli ottant’anni!".

    ***

    A questo punto mi è facile fare una profezia. E cioè: questa lettera scritta a Voi, ma per essere letta da altri, non interesserà i lettori giovani, che, seccati, diranno: "Roba per vecchi!". Ma non diventeranno anziani anch’essi? E se davvero esiste un’arte, una metodologia per essere "bravi anziani", non converrà loro impararla per tempo? Da giovane studente m’è capitato che l’insegnante di diritto canonico, arrivato ai canoni del Codice che spiegano i doveri dei cardinali, dei metropoliti e dei vescovi, dicesse: "Queste sono cose poco ordinarie, le saltiamo; se qualcuno di voi per caso arriverà a quest’ufficio, se le studierà per conto suo!". E fu così che, diventato vescovo e metropolita, io ho dovuto cominciare da zero. Ora, se pochi tra i giovani teologi diventano cardinali, quasi tutti, invece, i giovani di oggi arriveranno domani alla vecchiaia col dovere di imparar per strada l’arte e di metterla da parte. Uno, nella primaverile età di vent’anni, è brontolone al venti per cento? A sessant’anni è certo che brontolerà al sessanta per cento, se non si corregge! Meglio, dunque, che si raddolcisca per tempo.

    A parte questo, non è male che i giovani sappiano che, oltre i propri, ci sono i problemi delicati e sofferti degli altri, coi quali vivono fianco a fianco. A Timoteo, un giovane vescovo, San Paolo raccomandava: "Non riprendere con asprezza un vecchio, ma pregalo come si prega un padre". E’ tuttavia vero che, scrivendo, ho pensato soprattutto a noi anziani, che abbiamo bisogno di comprensione e di incoraggiamento. In linea, - caro nobiluomo Cornaro, - con quanto scriveste Voi. Ed in linea con quanto il direttore di un quotidiano soleva raccomandare ai suoi collaboratori. Diceva: "Scrivete spesso qualcosa per gli anziani! Se vi imbattete in qualche caso di longevità (per esempio, un uomo che si avvicini ai cento anni in piena lucidità di mente e con forze ancora vegete e fresche) non vi lasciate scappare la bella notizia; inseritela, datele spazio in cronaca bianca! C’è un pubblico di vecchi, cui essa farà piacere e che esclamerà: Ecco un giornale che èbene informato!". Come sarò contento anch’io, se si dirà: "Come è bene informato il Messaggero di S. Antonio!". 

      Ottobre 1973




    [Edited by Caterina63 11/7/2017 9:38 AM]
    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
    Maestro dell’Ordine)
  • OFFLINE
    Caterina63
    Post: 39,991
    Gender: Female
    00 11/7/2017 9:20 AM
    Risultati immagini per albino luciani



    Figaro Barbiere

    La rivoluzione per la rivoluzione 

        
    Caro Figaro, Siete ritornato! Sul piccolo schermo ho visto il vostro Matrimonio. Eravate il figlio del popolo, che coi privilegiati di una volta tratta ormai da pari a pari e col cappello in testa. Insieme alla vostra Susanna, rappresentavate la gioventù, che lotta perché le venga riconosciuto il diritto alla vita, all’amore, alla famiglia, alla giusta libertà. Di fronte alla vostra intraprendente "aria d’artista", al vostro brio aggressivamente e giovanilmente indiavolato, la nobiltà faceva la figura molto magra di classe frivola, decrepita e in via di disfacimento! Ho riudito il vostro celebre monologo. Dal palcoscenico dicevate pressapoco: "Ebbene, chi e che cosa sono io, per esempio, io Figaro, al cospetto di tutti questi nobili blasonati, di questi borghesi togati, che sono e fanno tutto, mentre in sostanza, non sono né migliori né peggiori di me? Barbiere, sensale di matrimoni, consigliere di pseudo-diplomatici, sissignori, tutto quel che volete! Ma io sono anche, e sento di essere, davanti a tutti costoro, qualcosa di nuovo, di forte. Essi pretendono ch’io solo sia onesto in un mondo di bari e di furfanti. Non accetto, mi ribello; sono un cittadino!"Quella sera, a Parigi, il teatro fu un subbuglio. La platea applaudì, ma la nobiltà, scandalizzata, si turò le orecchie. A sua volta, il Re turò a voi la bocca, mettendovi in prigione. Invano; dal palcoscenico e dalla prigione, voi siete saltato in piazza, gridando: "Signori! La commedia è finita, e la rivoluzione si mette in marcia!". E aprivate davvero Ia Rivoluzione francese.

    ***

    Ritornando adesso, scoprirete che milioni di giovani fanno, su per giù, quello che avete fatto voi due secoli fa; si confrontano colla società e, trovandola decrepita, si ribellano e saltano in piazza. Lassù, a Liverpool in uno scantinato, è scritto: "Qui sono nati i Beatles! Qui tutto è cominciato!". Se non lo sapete, si tratta di quattro scapigliati e canori giovanotti, che avevano la vostra stessa "aria di artista" ed ai quali la Regina d'Inghilterra non solo non ha turato la bocca, ma ha conferito un’alta onorificenza. Essi hanno venduto milioni di dischi e fatto un sacco di soldi. Si sono fatti applaudire da platee ben più vaste della vostra: hanno determinato in tutto il mondo il sorgere di "complessi" nei quali, accompagnati da batterie e chitarre elettriche, giovani cantanti si agitano sotto la luce violentissima di lampade potenti, eccitano gli spettatori, surriscaldandoli psicologicamente e portandoli a gesti collettivi di parossistica partecipazione.

    ***

    Guardatevi attorno! Parecchi di questi ragazzi portano il codino come voi e curano la chioma con impegno quasi femminile: con "shampoo" di tutti i tipi, con "onde", riccioli e perfino "messa in piega" presso parrucchiere per signora. E quante barbe! E basette e basettoni! E varietà di vestiti! Una vera miscela di vecchio e di nuovo, di femminile e di maschile, di oriente e di occidente! A volte, solo un paio di blue-ieans con una maglietta o maglione o giaccone di pelle. A volte calzettoni rinascimentali, giacché arieggianti a quelle degli ufficiali napoleonici con merletti settecenteschi e scarpe con fibbie ecclesiastiche. A volte calzoni e camicie a colori sgargianti, a fantasie floreali, ed in più "palandrane" zingaresche. A volte vesti volutamente lacere, che fanno pensare ad una mitica città di Barbonia. Per le ragazze, minigonna, short con maxi e midi cappotto ed altri aggeggi. Come li giudicate questi fenomeni? Per me, essi mi trovano incompetente e profano e, tuttavia, un tantino divertito e incuriosito, ma anche critico. La chiamano "musica dei giovani"; osservo, però, che il mercato discografico procura palate di milioni a furbi anziani! Si invocano spontaneità, anticonformismo e originalità in realtà scaltri "industriali dell’abbigliamento" manovrano il settore indisturbati e sovrani! Ci si dichiara rivoluzionari, ma le cure troppo minute dedicate alla chioma e all’abito rischiano di fare soltanto degli effeminati. Le ragazze, vestendo molto succinte, pensano all’eleganza e alla moda; io non voglio essere né manicheo né giansenista, ma penso mestamente ch’esse non aiutano affatto la virtù dei giovani. Naturalmente, questi giovani simpatizzano per la "rivoluzione", intesa come mezzo per far cessare lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Alcuni ritengono inadeguate e controproducenti le riforme e giustificano la rivoluzione come unico mezzo per la giustizia sociale. Altri vogliono invece riforme sociali coraggiose e rapide; solo come mezzo estremo, ed in soli casi gravissimi ed eccezionali, accettano la violenza. Altri buttano via ogni scrupolo. "La violenza - dicono - si giustifica da sola e si deve fare Ia rivoluzione per Ia rivoluzione!". Mao-Tse-Tung ha detto ai cinesi: "Piantiamo la rivoluzione culturale, facendo piazza pulita dell’ideologia borghese rimasta nel marxismo!". Il francese Regis Debray ha detto ai sudamericani: "La vostra rivoluzione non può essere quella praticata altrove, con in testa un partito; la guerrilla di tutto il popolo, questa è la rivoluzione vera!". Da Mao e da Debray si è passati a Fidel Castro, a Giap e agli studenti del maggio francese: "Scopo della rivoluzione studentesca- diceva Cohn-Bendit - non è di trasformare la società, ma di rovesciarla". Evidentemente, caro Figaro, vanno più in là di voi e seguono i vostri epigoni: Castro, Che Guevara, Ho-Ci-Min, Giap e sognano di diventare dei guerrilleros ydesesperados. Con buone intenzioni, intendiamoci; ma, intanto, vengono strumentalizzati da altri; intanto, non avvertono che è utopia dividere radicalmente e senz’appello i buoni dai cattivi, la lealtà dal sopruso, il "progresso" dalla "conservazione"; non percepiscono che il disordine, in forza della "spirale della violenza", il più delle volte ritarda il progresso, seminando malcontento e odio.

    ***

    E tuttavia, sia da voi che da essi qualche insegnamento discende. Questo, per esempio, che genitori, educatori, datori di lavoro, autorità, sacerdoti, dobbiamo ammettere di non essere stati perfetti nel metodo e nell’impegno con i giovani. Che s’ha da ricominciare con spirito di umiltà e di vero servizio, preparandoci a un lavoro minuto, lungo, non appariscente. Un mezzo matto aveva spaccato a colpi di bastone la vetrina ed altri oggetti di un negozio. La strada fu subito tutta piena di curiosi, che guardavano e commentavano. Poco dopo al negozio arrivò un vecchietto con una scatola sotto il braccio: si levò la giacca, estrasse dalla scatola colla, spago, arnesi e con pazienza infinita si mise a raccozzare cocci e vetri rotti. Finì dopo ore e ore. Ma, stavolta, nessuno si fermò in strada, a nessun curioso interessò il lavoro. Qualcosa di simile avviene coi giovani. Fanno chiassate e dimostrazioni, tutti guardano e parlano. Piano, piano, con fatica e pazienza, genitori ed educatori mettono a posto, colmano lacune, rettificano idee; nessuno vede o applaude.

    ***

    Converrà che ci dimostriamo molto aperti e comprensivi verso i giovani e verso i loro sbagli. Gli sbagli, però, bisognerà chiamarli sbagli; e il Vangelo, presentarlo "sine glossa", senza cincischiarlo per amore di popolarità. Certe approvazioni non fanno piacere: "Guai a voi - dice il Signore - quando tutti gli uomini diranno bene di voi, perché così i vostri padri trattavano i falsi profeti" (Lc. 6, 26). I giovani, del resto, amano che si dica loro la verità e intuiscono l’amore dietro la parola amorosamente franca e ammonitrice. Dovremo anche accettare che i giovani siano diversi da noi anziani nel modo di giudicare, di comportarsi, di amare e di pregare. Anch’essi hanno - come l’avete avuta, Figaro, voi - una parola degna di ascolto e di rispetto da dire al mondo. Converrà accettare di dividere con essi il compito di fare avanzare la società. Con un’avvertenza: che essi premono di più sull’acceleratore e noi, invece, più sul freno; che in ogni caso, il problema dei giovani non va staccato dal problema della società; la loro crisi è, in parte, crisi della società.

    ***

    Figaro! Voi siete stato acutissimo nel colpire abusi e debolezze; non altrettanto acuto nel proporre rimedi. Accurata, se pur con esagerazioni, la vostra diagnosi sulla società; ma carente la terapia. Eppure, per i giovani d’oggi e di tutti i tempi, la terapia esiste: far ora intravvedere che la risposta giusta ai quesiti che li assillano, più che Marcuse o Debray o Mao, l’ha data Cristo. Vogliono la fraternità? Cristo ha detto: Voi siete tutti fratelli! Hanno sete di autenticità? Cristo ha bollato con forza ogni ipocrisia. Sono contro l’autoritarismo e il dispotismo? Cristo ha detto che l’autorità è servizio. Contestano il formalismo? Cristo ha contestato le preghiere recitate solo meccanicamente, l’elemosina fatta per farsi vedere, la carità interessata. Vogliono la libertà religiosa? Cristo, da una parte ha voluto che "tutti gli uomini... giungessero alla conoscenza della verità", dall’altra non ha imposto nulla con la forza, non ha impedito la propaganda contraria, ha permesso l’abbandono degli Apostoli, il rinnegamento di Pietro, il dubbiodi Tommaso. Ha chiesto e chiede di essere accettato e come uomo e come Dio, è vero, ma non prima che avessimo controllato e visto ch’Egli era da accettare, non senza una scelta libera!

    ***

    Che ne dite? La protesta di Figaro, più la proposta di Cristo, non potranno, unite, aiutare sia i giovani che la società? Lo credo con fiducia. 
    Aprile 1972




    Casella

    La musica della riconciliazione 

        
    Caro musico e amico di Dante, Quello che hai raccontato a Dante alle falde della montagna del Purgatorio sta per rinnovarsi. Vedendoti sbarcare alla spiaggia dell’Antipurgatorio, nella Pasqua del 1300, Dante si meraviglia forte: "Casella mio, è un pezzo che sei morto: come mai sei ancora qui, non ancora ammesso a quel Purgatorio, cui pure sei stato assegnato?".E tu: "E’ una storia lunga. Devi sapere che le anime purganti, appena staccate dal corpo, si radunano tutte in una specie di stazione ‘Prepurgatorio’ cioè ad Ostia, alla foce del Tevere. Là, un angelo nocchiero approda colla barca e carica chi gli piace e quando gli piace, conforme ai decreti di Dio. Io mi son presentato a lui più volte, ma invano. Per fortuna, da tre mesi,da quando cioè papa Bonifacio VIII ha proclamato il Giubileo, l’Angelo imbarca tutti quelli che vogliono salire; è una bazza, un tempo di larghezza e di gran misericordia; ne ho approfittato anch’io e son qui".

    ***

    Al posto di papa Bonifacio c’è oggi papa Paolo VI. Anch’egli, caro Casella, indice un Giubileo, sia pure in condizioni un po’ diverse da quelle del 1300. Il tuo papa Bonifacio aveva alle spalle una tradizione piuttosto incerta; aveva si sentito dire di altri passati Giubilei, ma le investigazioni da lui promosse in proposito non avevano approdato a gran che.Un vecchio savoiardo di 107 anni raccontò che, fanciullo settenne, era venuto a Roma nel 1200 con il proprio padre e che questi si era fatto promettere dal figlio di tornare nella città eterna, per beneficiare di indulgenze straordinarie, se fosse ancor vivo tra cent’anni (!); altri due vegliardi di Beauvais dissero che un secolo prima era stata largita un’indulgenza plenaria.Tradizione o non tradizione, papa Bonifacio, rispondendo al desiderio di molti, si decise, firmò Ia sua famosa Bolla e si ebbe un Giubileo clamoroso: l’Europa intera nell’anno 1300 sembrò darsi convegno a Roma.Vi si confluì in folla, a piedi, a cavallo, trascinando sui carri i vecchi e gli infermi. Le basiliche dei santi Pietro e Paolo rimasero aperte di notte e di giorno. Gli stessi Cardinali, di buon mattino facevano le trenta visite prescritte per i romani di Roma; le ragazze, che a quei tempi rimanevano sempre chiuse in casa, compivano le visite di notte, sotto scorta fidata.Tra i pellegrini illustri, caro Casella, ci furono i tuoi conterranei toscani Dante, Giotto e Giovanni Villani. Quest’ultimo trasse dal pellegrinaggio, ce lo confida lui stesso, l’ispirazione a scrivere la storia della sua Firenze e tornò a casa con la fantasia piena degli spettacoli contemplati a Roma. "Fu, scrive, la più mirabile cosa che mai si vedesse, che al continuo in tutto l’anno durante, aveva in Roma oltre al popolo romano, duecentomila pellegrini, senza quegli ch’erano per gli cammini andando e tornando, e tutti erano forniti e contenti di vettovaglia giustamente, così i cavalli come le persone, e con molta pazienza e senza rumori o zuffe; ed io l posso testimoniare che vi fui presente e vidi. E dell’offerta fatta per gli pellegrini motto tesoro ne crebbe alla Chiesa, e i Romani per le loro derrate furono fatti ricchi" (Cronaca VIII, 36).A differenza di Bonifacio VIII, Paolo VI ha alle spalle una "tradizione giubilare" ormai lunga. La scadenza stabilita da Bonifacio e fissata nel motto "Annus centenus - Romae semper est jubilenus" (a Roma l’anno centesimo è sempre giubilare), fu presto cambiata: Giubileo ogni cinquant’anni e poi ogni venticinque, affinché, chi volesse, almeno una volta in vita potesse approfittare di questa grande grazia.E man mano che si venne avanti nei secoli, si progredì sia per i mezzi di trasporto, sia per il numero dei romei: treni, automobili, aerei poterono portare a Roma ben altro che i due milioni di pellegrini del 1300.Tuttavia, lo crederesti?, anche nel Giubileo del 1950 furono ben diecimila i pellegrini isolati venuti a Roma, in bicicletta, a cavallo, in canoa, su carrozzelle per invalidi o trascinate da cani, su barelle da infermi muniti di ruote.Silvio Negro cita il giovane Kurt Herming Drake, studente finlandese, partito da Helsinki in luglio e arrivato a Roma in novembre. Il barone Tritz don Gumpenberg, di 29 anni, quasi cieco, venne da solo a piedi dal suo castello di Poltmes, presso Monaco, e fece a piedi anche il ritorno, passando questa volta per Padova per devozione a sant’Antonio.Al suddetto Giubileo Pio XII aveva fissato un tema: "Gran perdono - gran ritorno". Paolo VI, invece, lancia il Giubileo col motto: "Riconciliazione!". Riconciliazione tra noi e Dio, tra noi e i nostri fratelli, sul piano personale e sui piano sociale.Un tema, un motto, che è tutto una musica e che tu Casella, se fossi qui, canteresti dolcemente come cantasti a Dante, che serbava del tuo canto un ricordo nostalgico si che, diceva, "la dolcezza ancor dentro mi suona".

    ***

    Vera musica è il riconciliarsi con Dio e l’abbandonare la strada storta, larga e spaziosa, che conduce alla perdizione. Su questa strada passano a galoppo tutte le passioni umane cavalcate da quei cavalli d’Apocalisse, che hanno nome: brama e ingordigia esagerata, mai sazia di piaceri, di denaro e di onori. Chi cammina su di essa non può trovarsi bene.Il grande Tolstoi ha scritto di un cavallo, che, a mezzo della discesa, s’impunta e si ribella, dicendo: "Sono stufo di tirare la carrozza e di obbedire al cocchiere; mi fermo!". Padronissimo di farlo, ma pagherà salato. Da quel momento, infatti, tutti si mettono contro di lui: il cocchiere che lo frusta, la carrozza che va a sbattergli nelle gambe, i passeggeri che, nella carrozza, urlano ed imprecano.E’ così. Quando ci mettiamo nella strada storta e ci impuntiamo contro Dio, rovesciamo l’ordine, rompiamo il patto di alleanza col Signore, rinunciamo al suo amore, ci irritiamo contro noi stessi, scontenti di ciò che abbiamo combinato e rosicchiati dal rimorso.Caro Casella, è vero, qualcuno dice che le musiche si cantano e suonano benissimo anche sulla strada storta, respinge sdegnosamente la storiella di Tolstoi e afferma che nel peccato egli si sente più libero che mai. Io mi permetto di contraddirlo con due sole parole: “padrone” e “malattia”.Sì, il peccato diventa, volere o no, il padrone del peccatore. Può darsi che dapprima gli faccia complimenti e carezze, ma il peccatore resta suo schiavo e presto o tardi assaggerà il suo bastone.Quanto a “malattia”, ce n’è di due specie: ignote e palesi. Una piaga viva e lancinante fa male, ma almeno si sa che esiste e si cerca di curarla. Metti invece un tumore nascosto: ingrandisce, si propaga, tu non sai, tu ti illudi e assicuri gli amici di star benone: improvvisamente ecco la metastasi, l’irreparabile. E’ il caso di chi è carico di peccati e afferma di non averli e di non sentirli. Invece: avere un proprio bagaglio di peccati, ma sentirne il peso, decidere di cambiar strada sul serio, capovolgersi sul serio, gettarsi sul serio nelle braccia di Dio, quale musica, Casella mio!

    ***

    Musica è anche la riconciliazione di noi coi fratelli.Ai tuoi tempi c’erano le lotte tra Guelfi e Ghibellini, tra Bianchi e Neri, tra Montecchi e Cappelletti, Monaldi e Filippeschi e non so quante altre fazioni. Il tuo amico Dante, sconsolato e amaro, scriveva:"Vieni a veder Montecchi e Cappelletti, Monaldi e Filippeschi...vieni a veder la gente quanto s’ama!... Chè le città d’Italia tutte pieneson di tiranni, e un Marcel diventaogni villan che parteggiando viene".Oggi, caro Casella, succede lo stesso: tiranni esclusi, si vedono blocchi contro blocchi, nazioni contro nazioni, partiti contro partiti, correnti contro correnti, privati contro privati.Spesso si legge di attentati, di aerei dirottati, di banche assaltate, di bombe lanciate a bella posta per fare strage di inermi e di innocenti. Focolai di disordine sorgono un po’ dappertutto; si proclama la rivoluzione come unico rimedio ai mali della società e si educa la gioventù alla violenza.In mezzo a tutta questa confusione anarcoide e dissennata, davvero che la riconciliazione reinstaurata tra gli uomini sarebbe la musica la più desiderata e necessaria. Ad essa il Giubileo vuole portare un forte contributo con questa dinamica: "Riconciliatevi prima con Dio, rinnovando il vostro cuore, mettendo amore dove c’è odio, serenità dove c’è ira, desideri moderati ed onesti dove c’è cupidigia sfrenata.Una volta rinnovati e cambiati al di dentro guardate fuori con altro occhio e troverete un mondo diverso".E’ curioso infatti, caro Casella, come lo stesso mondo, con le stessissime cose, con gli stessi ambienti e con gli stessi abitanti possa diventare completamente diverso solo che, colla riconciliazione, vi si introduca l’amore e la pace, che dianzi mancavano.Lo dice il caso di quel generale coreano, che tu, esperto di armonie, capisci benissimo. Morto e giudicato, egli era stato assegnato al paradiso, ma, capitato davanti a san Pietro, gli venne un desiderio e lo espresse: metter prima, per pochi minuti, il naso dentro la porta dell’inferno, così, solo per farsi un’idea di quel triste luogo. “Accontentato!” rispose san Pietro.Si affacciò dunque alla porta dell’inferno e vide un’immensa sala con tante, lunghe tavole. Su di queste erano posate tante scodelle di riso cotto, ben condito, profumato, invitante. I convitati eran lì seduti, pieni di fame, due davanti ad ogni scodella, uno di fronte all’altro. Ma che? Per portare il riso alla bocca disponevano, alla maniera cinese, di due bastoncini, ma talmente lunghi che, per quanti sforzi facessero, neppure un grano di riso arrivava alla bocca. Qui era il supplizio, qui l’inferno. "Ho visto, mi basta!" disse il generale, ritornò alla porta del paradiso ed entrò.Stessa sala, stesse tavole, stesso riso, stessi bastoncini lunghi, ma i convitati erano allegri, si sorridevano e mangiavano. Perché? Perché ciascuno, colto il cibo coi bastoncini, lo porgeva alla bocca del compagno che gli stava di fronte e ci arrivava benissimo.Il pensare agli altri, invece che a sé, risolveva il problema, trasformava l’inferno in paradiso.Favola vera, caro Casella. Più che a star bene, diceva Manzoni, bisognerebbe pensare a far bene chè allora si starebbe tutti meglio!
    Settembre 1973







    [Edited by Caterina63 11/7/2017 9:22 AM]
    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
    Maestro dell’Ordine)
  • OFFLINE
    Caterina63
    Post: 39,991
    Gender: Female
    00 11/7/2017 9:28 AM




    Risultati immagini per chesterton

    Chesterton

    In che razza di mondo... 


        
    Caro Chesterton, Sul video della televisione italiana è apparso nei passati mesi Padre Brown, imprevedibile prete-poliziotto, creatura tipicamente tua. Peccato che non siano anche apparsi il professor Lucifero e il monaco Michele. Li avrei visti volentieri, come tu li hai descritti ne "La s/era e la croce", viaggianti in aeroplano, seduti l’uno accanto all’altro, Quaresima accanto a Carnevale. Quando l’aereo è sopra la cattedrale di Londra, il professore scaglia una bestemmia all’indirizzo della Croce. - Sto pensando se questa bestemmia ti giovi - gli dice il monaco. - Senti questa storia: io ho conosciuto un uomo come te; anche lui odiava il crocifisso; lo bandì da casa sua, dal collo della sua donna, perfino dai quadri; diceva che era brutto, simbolo di barbarie, contrario alla gioia e alla vita.

    Diventò più furioso ancora: un giorno s’arrampicò sul campanile di una chiesa, ne strappò la croce e la scagliò dall’alto. 
    Andò a finire che questo odio si trasformò in delirio prima e poi in furiosa pazzia. Una sera d’estate s’era fermato, fumando la pipa, davanti ad una lunghissima palizzata; non brillava una luce, non si muoveva una foglia, ma egli credette di vedere la lunga palizzata tramutata in un esercito di croci, legate l’una all’altra su per la collina, giù per la valle.

    Allora, roteando il bastone, mosse contro la palizzata, come contro una schiera di nemici; per quanto era lunga la strada, strappò, spezzò, sradicò tutti i pali che incontrava. Odiava la croce ed ogni palo era per lui una croce. Arrivato a casa, continuò a veder croci dappertutto, pestò i mobili, appiccò il fuoco e l’indomani lo trovarono cadavere nel fiume. 

    A questo punto, il professore Lucifero guarda il vecchio monaco mordendosi le labbra e dice: "Questa storia te la sei inventata!". "Sì, risponde Michele, l’ho inventata adesso; ma essa esprime bene quello che state facendo tu ed i tuoi amici increduli. Voi cominciate con lo spezzare la croce e finite col distruggere il mondo abitabile. La conclusione del monaco, che è poi la tua, caro Chesterton, è giusta. Togliete Dio, cosa resta, cosa diventano gli uomini? In che razza di mondo ci riduciamo a vivere? - Ma è il mondo del progresso, sento dire, il mondo del benessere! - Sì; ma questo famoso progresso non è tutto quel che si sperava: esso porta con sé anche i missili, le armi batteriologiche e atomiche, l’attuale processo di inquinamento, tutte cose che - se non si provvede in tempo - minacciano di portare l’umanità intera a una catastrofe. In altre parole il progresso con uomini che si amino, ritenendosi fratelli e figli dell’unico Padre Dio, può essere una cosa magnifica. Il progresso con uomini che non riconoscono in Dio un unico Padre, diventa un pericolo continuo: senza un parallelo processo morale, interiore e personale, esso - quel progresso - sviluppa, infatti, i più selvaggi fondacci dell’uomo, fa di lui una macchina posseduta da macchine, un numero maneggiatore di numeri, un barbaro in delirio - direbbe Papini - che invece della clava può servirsi delle immense forze della natura e della meccanica per soddisfare i suoi istinti predaci, distruttori ed orgiastici". 

    Lo so: molti pensano a rovescio di te e di me. Pensano che la Religione sia un sogno consolatore: l’avrebbero inventata gli oppressi, immaginando un altro mondo inesistente, dove trovare più tardi ciò che oggi rubano loro gli oppressori; l’avrebbero organizzata, tutta a loro favore, gli oppressori, per tenere ancora sotto i piedi gli oppressi e addormentare in essi quell’istinto di classe, che, senza la Religione, il spingerebbe alla lotta. Inutile ricordar che proprio la Religione cristiana ha favorito il risveglio della coscienza proletaria, esaltando i poveri e annunciando una giustizia futura. - Sì, rispondono, il Cristianesimo risveglia la coscienza dei poveri, ma poi la paralizza, predicando la pazienza e sostituendo alla lotta classista la fiducia in Dio e le riforme graduali della società! Molti pensano anche che Dio e la Religione, incanalando speranze e sforzi verso un paradiso futuro e lontano, alienino l’uomo, lo distolgano dall’impegnarsi per un paradiso vicino, da realizzare qui in terra. 

    Inutile ricordar loro che, secondo il recente Concilo, un cristiano, proprio perché cristiano, deve sentirsi più che mai impegnato nel favorire un progresso, che è bene per tutti e una promozione sociale, che sia di tutti. - Resta, dicono, che voi pensate al progresso per un mondo transitorio, in attesa di un paradiso definitivo, che non verrà. Noi, il paradiso lo vogliamo qui, sbocco di tutte le nostre lotte. Di esso già intravediamo il sorgere, mentre il vostro Dio dai teologi della secolarizzazione viene chiamato "morto". Noi siamo con Heine, che scrisse: "Senti la campanella? In ginocchio! Po­tano gli ultimi sacramenti a Dio che muore"! Caro Chesterton, tu ed io ci mettiamo bensì in ginocchio, ma davanti a un Dio più attuale che mai. Lui solo, infatti, può dare una risposta soddisfacente a questi tre problemi, che sono per tutti i più importanti: - Chi sono io? Donde vengo? Dove vado? Quanto al paradiso, che si godrà sulla terra e sulla terra soltanto, e in un futuro prossimo a conclusione delle famose "lotte", vorrei fosse sentito uno che è più bravo di me e - senza offuscare i tuoi meriti - anche di te: Dostoevskij. Tu ricordi il dostoevskijano Ivan Karamazov. E’ un ateo, pur amico del diavolo. Ebbene, egli protesta, con tutta la sua veemenza di ateo contro un paradiso ottenuto mercé gli sforzi, le fatiche, i patimenti, il martirio d’innumerevoli generazioni. I nostri posteri felici grazie all’infelicità dei loro antecessori!

    Questi antecessori che "lottano" senza ricevere il loro acconto di gioia, senza, spesso, neppure il conforto d’intravedere il Paradiso uscito dall’Inferno che attraversano! Sterminate moltitudini di piagati, di sacrificati che sono, semplicemente, il terriccio che serve a far crescere i futuri alberi della vita! E’ impossibile!, dice Ivan, sarebbe un’ingiustizia spietata e mostruosa. 
    Ed ha ragione. Il senso di giustizia che è in ogni uomo, di qualunque fede, esige che il bene fatto, il male sofferto siano premiati, che la fame di vita in tutti insita sia soddisfatta. Dove e come, se non in un’altra vita? E da chi se non da Dio? E da quale Dio, se non da quello, di cui Francesco di Sales scriveva: "Non temete punto Dio, che non vuole farvi del male, ma amatelo molto, perché vi vuol fare molto bene"? Quello che molti combattono non è il vero Dio, ma la falsa idea che di Dio si sonofatta: un Dio che protegga i ricchi, che solo chieda e pretenda, che sia invidioso del nostro avanzamento nel benessere, che dall’alto spii continuamente i nostri peccati per procurarsi il piacere di castigarli! 

    Caro Chesterton, tu lo sai, Dio non è così: ma giusto e buono insieme; padre anche dei figli prodighi, che vuole non meschini e miseri, ma grandi, liberi, creatori del proprio destino. Il nostro Dio è talmente poco rivale dell’uomo che l’ha voluto suo amico, chiamandolo a partecipare alla propria natura divina e alla propria eterna felicità. E non è vero che Egli pretenda da noi esageratamente: sicontenta invece di poco, perché sa bene che non abbiamo molto. Caro Chesterton, io sono convinto con te: questo Dio si farà conoscere e amare sempre più, da tutti, compresi coloro che oggi Lo respingono non perché siano cattivi (sono forse più buoni di noi due!), ma perché Lo guardano da un punto di vista sbagliato! Essi continuano a non credere in Lui? E Lui risponde: -Sono ben io che credo in voi! 
    Giugno 1971


    Cicikov

    Il tempo degli impostori 

        
    Signor Cìcikov,   Il biglietto da visita che, scendendo all’albergo, avete rilasciato al domestico, vi qualifica per "Consigliere di Collegio", grado pari a quello di colonnello dell’esercito zarista. Non bello, vi descrive il Gogol, ma neppure brutto; né troppo grasso né troppo magro; non vecchio, ma nemmeno molto giovane. Invece, questo sì, avete in testa un capolavoro di progetto da attuare. Vi siete detto: "Il governo concede terre da colonizzare laggiù nel Cherson a chi dimostri di avere un buon numero di servi della gleba, o “anime”. Poco fa c’è stata un’epidemia e servi ne son morti, grazie a Dio, parecchi e figurano ancor vivi sui registri.
    Approfitterò di quest’ultima circostanza: li compererò dai loro padroni come “anime vive”, anche se in realtà sono “anime morte”, presenterò al governo la loro lista; così ottengo i terreni e divento ricco sfondato". 
    Deposti all’albergo i bagagli, cominciate subito le visite in città. Al Governatore accennate, oh! di sfuggita!, che nel suo Governatorato ci sientra come in un paradiso, che le strade qui sono di velluto, che ai governi, che mandano funzionari così intelligenti, s’ha da fare un monumento. Al Capo della polizia dite qualcosa di molto lusinghiero sulle guardie di città. Parlando col Vice-Governatore e col Presidente del Tribunale vi lasciate sfuggire il titolo di Eccellenza: è un errore, ma ai due piace moltissimo. Conclusione: il Governatore vi invita entro oggi a una seratina in famiglia mentre gli altri funzionari vi aspettano nei prossimi giorni chi per il pranzo, chi per una partitina di carte, chi per una tazza di tè. Siete già sulla cresta dell’onda, Cìcikov, la vostra maiuscola bugia promette bene, state per fare affari d’oro a spese - naturalmente - degli altri. 

    Qui è il punto dolente. Voi siete certo un bel tipo, la vostra trovata è originale, ma... imbrogliate! E quel che è peggio, poiché siete un ladro in guanti gialli e con bugie spiritose, la società vi fa i complimenti e vi presenta le armi! Foste il solo! I casi sono invece infiniti! Da Talleyrand, che dichiara la parola regalo di Dio per "nascondere il proprio pensiero"; da Byron, che chiama la bugia "nient’altro che verità in maschera"; da Ibsen, che ne L’anitra selvatica difende la "menzogna vitale", asserendo che gli uomini comuni hanno bisogno della menzogna per vivere; da Andreev, che in Menzogna afferma dolorosamente non esserci più verità, arriviamo all’apprezzamento pratico di tanta gente, che considera la truffa e l’inganno come prova di intelligenza e di abilità negli affari.

    ***

    Ohimé! Arriviamo oggi a casi ancora più macroscopici, resi possibili da tecniche nuove di comunicazione, che voi, Cìcikov, neppure potevate immaginare e che sono oggi sfruttate da pochi a danno di molti. Gilbert Cesbron ha appena sfornato un nuovo romanzo psicologico. Può interessare a voi, grande impostore, il sapere che l’ha intitolato: Ecco il tempo degli impostori! Impostori sarebbero -secondo Cesbron - quei della grande stampa, che, divulgando indiscrezioni scandalistiche e insinuazioni calunniose, fanno leva sugli istinti deteriori della gente e ne sfaldano un po’ alla volta il senso morale. Alla "grande stampa", Cesbron potrebbe aggiungere il cinema, la radio, la televisione. Questi strumenti nuovi, di per sé utilissimi, se manovrati da gente astuta, a furia di bombardare i ricettori con colori sonorizzati e persuasione tanto più efficace quanto più occulta, sono capaci un po’ alla volta di fare odiare dai figli il più buono dei padri, di far vedere bianco dov’è nero e viceversa. 

    Le bugie vostre, con relativi sorrisi e complimenti seducenti, Cìcikov, possono oggi essere potenziate al mille per uno e diventare bugia corale, nazionale, internazionale e cosmica, facendo del nostro "il tempo per eccellenza degli impostori". Appunto come ha scritto Cesbron. C’è di più. Attraverso la stampa, la radio, la televisione, non si viene a contatto con i fatti in sé, ma con la versione dei fatti, interpretati da diversi in modo diverso. E allora si insinua nelle menti l’idea perniciosa che non si può arrivare mai alla verità, ma solo all’opinione. "Una volta c’erano certezze - si dice - adesso non siamo più nell’èra della credenza, ma dell’opinabile". I filosofi soffiano sul fuoco: "Il linguaggio - dicono - non è atto ad esprimere il pensiero. La verità è relativa, cioè cambia secondo i tempi e gli uomini". Di qui la sfiducia di molti nella verità, nella ragione umana, nella forza della logica; di qui l’accontentansi e l’abbandonarsi alle sole impressioni alogiche e acritiche. Ciò che è falso per l’uno è vero per l’altro, bugia e verità sono accettate con diritto eguale di cittadinanza. Un autentico schiaffo alla dignità dell’uomo e alla bontà di Dio, che ha creato l’uomo capace di certezze. E pazienza ci si fermasse al campo naturale. Si passa al campo religioso-divino. Si dice: "Siamo tutti storpi davanti alla verità.

    Una volta c’era nella Chiesa la docenza autoritativa; adesso siamo tutti alla ricerca; è l’èra del pluralismo nella fede". 
    Senonché la fede non è pluralista: si può ammettere un sano pluralismo nella teologia, nella liturgia, in altre cose, mai nella fede. Appena consta che Dio ha rivelato una verità, la risposta è sì per tutti, in tutti i tempi: sì con convinzione e coraggio, senza dubbi e tentennamenti. E va respinta con tutte le forze l’idea che le verità della fede siano solo espressione di un momento della coscienza e della vita della Chiesa. Esse valgono sempre anche se è possibile capirle sempre meglio ed esprimerle con formule nuove, più indovinate e più adatte ai tempi nuovi. Quanto alla docenza autoritativa c’era - entro debiti limiti - ieri e c’è oggi. Altrimenti, la Chiesa cesserebbe di essere “apostolica” e non sarebbe più vero che "Cristo è il medesimo ieri, oggi e per i secoli" (Ebrei 13, 8). Al contrario di questi dubitosi e scettici, voi, Cìcikov, vi mantenete sicuro nella conduzione del vostro affare; senza batter ciglio "sparate" cifre, date assicurazioni, togliete ostacoli.

    C’è chi vi assomiglia nella imperterrita sicurezza: quelli che, credendosi investiti dal vento della profezia, puntano il dito e denunciano continuamente uomini e istituzioni. 
    La "denuncia profetica" è il genere letterario da certuni oggi propagandato nella Chiesa cattolica.Non si nega che chi l’usa abbia spesso retta intenzione e amore alla Chiesa; lo scandalo provocato dalla denuncia è spesso perfino voluto a bella posta: "E’ necessario il tuono, il colpo di cannone per svegliare certa gente!",si dice. San Paolo preferiva dire: "Se un cibo scandalizza un mio fratello, non mangerò carne in vita mia". I Santi, anche quelli generati nella vostra Russia come San Nicola, procedevano, in genere, per altra strada: contestavano se stessi più che gli altri, sempre timorosi di offendere la carità. Maddalena di Lamoignon, nobile, colta e suora di Carità del seicento, lette le satire del poeta Boileau, le trovò troppo velenose e lo disse francamente all’autore. - "Vedrò di tener conto dell’osservazione un’altra volta - rispose Boileau - ma permettetemi almeno di scrivere contro il Gran Turco, nemico acerrimo della Chiesa!". - "Oh, no - rispose la suora - si tratta di un sovrano e va rispettato per l’autorità che riveste".- "Mi lascerete almeno fare una satira contro il diavolo!, sorrise Boileau, non negherete che se la meriti! ". - E la pia suora: "Il diavolo è già punito abbastanza.

    Cerchiamo di non dir male di nessuno, per non correre il rischio di andarlo a trovare!". 
    Sarà forse per non correre il suddetto rischio che tutti vi hanno dato piena fiducia, Cìcikov? Altri non hanno la vostra fortuna: non sono creduti neanche quando dicono il vero! Toccò a quel soldato che, ferito ad una gamba, pregò il commilitone vicino di portarlo al posto di medicazione. Accadde, però, che, nel tragitto, una palla di cannone portò via netta la testa al ferito senza che se n’accorgesse il pietoso soccorritore, che, arrivato col carico dal chirurgo, si sentì dire: "E che vuoi che faccia a un uomo, cui manca la testa?". Solo allora egli guardò il corpo ed esclamò: "Brutto bugiardo! E pensare che m’aveva dato da intendere di essere ferito a una gamba!". La via di mezzo sarebbe da scegliere: non la fiducia cieca e illimitata ad ogni parola od azione della gente, né la diffidenza esagerata, che senza motivi sospetta menzogne in tutti. Evitò la fiducia cieca l’ispettore di polizia, che fece arrestare due individui, i quali, in tuta, caricavano su un camion dei tubi di piombo. "Da che cosa avete arguito che fossero ladri e non operai?" gli fu chiesto. Risposta: "Lavoravano con troppa fretta per essere operai".

    Non evitò, invece, la diffidenza esagerata il medico, che disse al collega: "Non ti faccio il prestito, perché io non mi fido di nessuno. Venisse dal Cielo San Pietro a chiedermi diecimila lire, fornendomi come cauzione la firma della Santissima Trinità, non gli darei un centesimo!". Diffidente pure Mark Twain, che, in seguito a noiose insistenze, scrisse sull’album di quella signorina: "Non dire mai bugie!" e aggiunse dopo riflessione: "eccetto che non sia per mantenerti in esercizio!".

    ***

    Consigliere Cìcikov! Scrive Gogol, che non vi siete accinto ad attuare la vostra macroscopica finzione senza prima farvi il segno di croce secondo l’uso russo. Prima di iniziare la bugia avete dunque invocato Colui che è "venuto a rendere testimonianza alla verità" (Giov. 18, 37), che è la Verità, che ha detto: "Il vostro linguaggio sia: sì, sì; no, no" (Mi. 5, 37). Avete messo insieme verità e bugia con una incongruenza inconcepibile. Qui sta l’aspetto più doloroso del vostro mentire. Ricercatore di un cristianesimo autentico, noi cercheremo di fare il rovescio di quanto Voi avete fatto. Noi siamo per una vita senza infingimenti e doppiezze. Sia detto senza alcun rancore! 

    Gennaio 1973


    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
    Maestro dell’Ordine)
  • OFFLINE
    Caterina63
    Post: 39,991
    Gender: Female
    00 11/7/2017 9:32 AM
    Risultati immagini per albino luciani



    Circolo Pickwick

    Le cantonate e la scala di Mohs 

        
    Mi siete sempre stati simpatici, cari signori! Voi, presidente Pickwick, cavalleresco come un Don Chisciotte, con sempre alle costole quell’allegro e fedele ragazzo di Sam Weller, pieno di trovate e saggio come un Sancio Panza. E voi, Snodgrass, Tupman e Winkle con le vostre spassose bizzarrie! Tutti mi siete stati simpatici! Mentre leggevo, le vostre figure balzavano su vive dalle pagine di Dickens a farmi sorridere e, fino a un certo punto, capivo come fosse potuto accadere che un lettore morente avesse chiesto a Dio, per grazia, dieci giorni ancora di vita, tanti quanti occorrevano per avere e leggere l’ultima puntata del libro che vi immortala. Ma eccovi, presidente Pickwick, in ginocchio davanti ad una pietra scheggiata, emergente da terra vicino all’uscio di una casa. - Santo cielo!, esclamate voi, e strofinate la pietra col fazzoletto; intravedete sulla superficie alcune lettere, avete immediata e precisa Ia sensazione che debba trattarsi di un pezzo archeologico antichissimo, comperate dal padrone di casa la pietra per dieci scellini e ve la portate come una reliquia alla locanda presso i vostri tre amici. Posta sulla tavola, la pietra viene "mangiata", da tutti con sguardi brillanti di gioia Portata religiosamente alla sede del Circolo, su di essa, davanti l’Assemblea generale appositamente convocata, aprono la bocca diversi oracoli, facendo sulla iscrizione le più ingegnose e sottili congetture. 

    Voi stesso, presidente, con la erudizione che vi distingue, scrivete un opuscolo con ventisette possibili interpretazioni dell’iscrizione! Fatica meritatamente premiata: sedici società scientifiche, nazionali e straniere, vi nominano membro onorario, a riconoscimento della scoperta. Ma che? Non salta fuori un antagonista invidioso nella persona del socio Blotton? Questi effettua un sopralluogo, interroga l’uomo che v’aveva venduta la pietra e riferisce al Circolo: "La pietra è sì antichissima, ma l’iscrizione è recente, eseguita dall’uomo stesso che ce l’ha venduta: egli asserisce che ha inteso scrivere questo e solo questo: BILL STUMP MIA FIRMA: tutti possono vedere!". La reazione del Circolo è immediata: espulsione di Blotton come denigratore e presuntuoso; occhiali d’oro votati e offerti al presidente Pickwick, in segno di approvazione e stima; mozione di biasimo delle sedici società nei confronti di Blotton. Adesso, però, fra di noi, possiamo dircelo: non si trattava di un "pezzo archeologico" ma di un banale, comune "sasso"; avevate preso una solenne "cantonata", presidente; e, in buona fede, l’avete fatta prendere ai tre amici, al Circolo intero e alle sedici società. Succede. E appunto perché succede, e affinché succeda il meno possibile, San Tommaso, un dottore della Chiesa, ha scritto un opuscolo apposito sulle "cantonate", intitolandolo "De fallacils". Mi permettete di delibarne con voi qualche punto? Sì? Grazie!

    ***  

    La vostra cantonata, presidente, San Tommaso la chiamerebbe "paralogismo", ossia argomentazione falsa, ma formulata in buona fede. Ce n’è anche oggi: capita, per esempio, a me di sentire spesso i paralogismi di coloro che combattono in buona fede la Chiesa. Da una parte, ci soffro per amore di verità: la Chiesa, infatti, è tutt’altra cosa da quella che essi pensano. D’altra parte, un po’ mi consolo: vedo che essi, spesso, più che alla Chiesa, sono contrari all’idea ch’essi si sono fatti della Chiesa. Di solito, queste cantonate in buona fede o "paralogismi" si prendono in forza di pregiudizi, che sono nell’aria e sono fatti circolare dalla propaganda con slogans incisivi.

    Esempio: "Chiesa dei poveri", "tesori del Vaticano", "Chiesa alleata col potere" sono concetti che rendono oggi ostile alla Chiesa parecchia gente, che fino a ieri l’amava e stimava senza riserve. Richiesta, questa gente, cosa intenda per "Chiesa dei poveri", magari non lo sa dire bene; sentito che i famosi "tesori" non hanno prezzo commerciale, che un reddito annuo anche cospicuo è fatto necessario per una S. Sede, che deve provvedere a mille problemi e bisogni anche e soprattutto dei poveri, la stessa gente si arrende in parte e conviene. Ma tant’è: la propaganda continua, i pregiudizi incidono, le "cantonate" non si evitano. Dio, per fortuna, giudicherà un giorno gli uomini dopo aver pesato le loro teste e li salverà - spero - nonostante le loro involontarie idee storte!

    ***  

    Non tutti però, argomentando falsamente, hanno la vostra buona fede, presidente; c’è chi si propone volutamente di ingannare colle sue parole: allora non abbiamo più il paralogismo, ma il "sofisma" ed entrano in gioco brutte passioni umane. Quali? Metto per primo lo spirito di contraddizione, caratteristico del cosiddetto "Bastian contrario". Tu affermi; egli sente il bisogno di negare. Tu neghi, bisogna ch’egli affermi. Dialoghi con lui; mentre parli, pensa solo a come contraddirti, confutarti e affermarsi. Sul ponte stretto, gettato tra le sponde di un torrentello, un mulo si era fermato e aveva saldamente puntato gli zoccoli. Provarono a tirarlo per la cavezza, a spianargli le costole con un bastone, non c’era verso che si muovesse. Di qua e di là del ponte la gente aspettava impaziente. - Ci penso io! - disse uno, che meritava di essere del Circolo Pickwick. S’avvicinò, prese la coda del mulo e diede uno strattone: sentendo che lo volevano indietro, la bestia partì come una freccia in avanti e lasciò libero il passaggio. Così siamo noi, a volte, caro presidente! Facciamo quel che gli altri non vorrebbero facessimo; non facciamo quel che gli altri desiderano da noi: così comportandoci, non siamo sereni e retti nel pensare e nel parlare.

    ***

    Avete mai sentito parlare di Mohs, presidente? Era uno scienziato, morto nel 1839, due anni giusti dopo la pubblicazione dei "verbali" del vostro Circolo. Egli è autore della "Scala di Mohs", che segna, su dieci scalini ascensionali, la durezza dei minerali; dal talco e dal gesso esso porta, di durezza in durezza, su su fino al diamante. Ebbene, presidente, dovreste dire a Mohs che certe teste sembrano più dure del diamante: non cedono mai, si incaponiscono in un’opinione sbagliata in barba ad ogni evidenza contraria. "Date un chiodo ad un ostinato - dice il proverbio - egli lo conficcherà con la sua testa!" In altre teste, è entrata l’ipercritica; uomini che trovano il pelo nell’uovo, rivedono le bucce a tutti, non si accontentano di niente e di nessuno.

    Altri sono dogmatisti: per aver letto qualche rivista o viaggiato o fatto qualche esperienza, pensano di poter insegnare a tutti e mettono la punta del proprio naso al centro dell’universo. Diceva uno di costoro: Il Municipio? Io lo principio. Il Parlamento? Io lo sostengo. Domeneddio? L'ho fatto io!  E’ chiaro: ostinati, ipercritici e dogmatisti sono più che esposti e inclinati al sofisma. Viceversa, il modesto sentire di sé, il desiderio di ascoltare anche gli altri inclina a dire la verità. Si trovava in queste buone disposizioni d’animo il Mochi, nostro etnologo fiorentino e vostro contemporaneo, presidente, il quale aveva viaggiato moltissimo e soleva dire: "Parigi? Sì, l’ho vista: è come una Firenze più grande. Appena finita Firenze, comincia un’altra Firenze, poi un’altra... Parecchie Firenze, insieme, fanno Parigi. Massaua? Sì, l’ho vista: è come una Firenze più piccola, senza monumenti, senza il Viale dei Colli e senza il ‘Nuovo Giornale’". Molto modesto, come vedete e bene, perché meno superbi si è, più s’è garantiti contro l’insincerità e l’errore.

    ***  

    Senonché, oltre la superbia personale, interviene anche la superbia di gruppo a causare sofismi. Prendete il partito, la classe, il paese: si va a rischio di abbracciare quella data idea non perché la si è riconosciuta vera, ma perché è l’idea del gruppo, del partito. Gli errori del razzismo, del nazionalismo, del campanilismo, dell’imperialismo, abbracciati da milioni di persone, vengono da qui. Da qui anche i sofismi prodotti dall’opportunismo. Per pigrizia, per interesse, si va senza reagire dove vanno gli altri, piume portate dal vento, travicelli in balia della corrente.

    Ci siete cascato anche voi, presidente, nei famosi comizi elettorali in cui si fronteggiavano candidati ed elettori "azzurri" e "gialli" della cittadina di "Mangia e bevi". Sbarcato dalla diligenza cogli amici, vi trovaste circondato da un gruppo eccitato di "azzurri", che chiesero subito che simpatizzaste per il loro candidato Slunkey. Trascrivo dai "Verbali del Circolo": - Urrà per Slunkey! - ruggirono gli "azzurri". - Urrà per Slunkey! - fece eco il Signor Pickwick, togliendosi il cappello. - Abbasso Fizkin! - ruggirono gli "azzurri". - Abbasso! - ripeté il signor Pickwick. - Urrà! - E qui si ebbe un boato simile a quello di tutto un serraglio, quando l’elefante fa suonare la campana del rancio. - Chi è Slunkey? - sussurrò a questo punto Tupman. - Non so, - rispose Pickwick, nello stesso tono. - Ma zitto, non interrompere. In certi casi è meglio fare quello che fa la folla. - Ma se ci fossero due folle? - suggerì il Signor Snodgrass. - Allora bisogna gridare con quella più numerosa, - replicò Pickwick. Ahimé! presidente, avete detto più con questa frase che con un intero volume. Ahimé! Quando si arriva al punto di gridare con chi grida più forte, tutti gli errori possono capitare. E non sempre facilmente riparabili. Voi lo sapete: basta un matto per scagliare nel pozzo un braccialetto prezioso: venti savi, forse, non bastano per estrarvelo. Voi sapete e volesse Iddio che tutti ne fossero persuasi e nessuno facesse il "matto"!
    Maggio 1972




    Dickens

    Siamo agli sgoccioli... 

        
    Caro Dickens, Sono un vescovo, che ha preso lo strano impegno di scrivere ogni mese (1) per il Messaggero di S. Antonio una lettera a qualche illustre personaggio. A corto di tempo, sotto Natale, non sapevo proprio chi scegliere. Quand’ecco, trovo su un giornale la réclame dei vostri cinque famosi Libri natalizi. Mi son subito detto: li ho letti da ragazzo, mi sono immensamente piaciuti perché tutti pervasi da un senso di amore ai poveri e di rigenerazione sociale, tutti caldi di fantasia e umanità; scriverò a lui. E son qui a disturbarvi.

    ***

    Ho ricordato dianzi il vostro amore ai poveri. L’avete sentito ed espresso magnificamente, perché tra i poveri eravate vissuto bambino. A dieci anni, col papà in prigione per debiti, al fine di aiutare la mamma ed i fratellini, andaste a lavorare in una fabbrica di vernici. Dalla mattina alla sera le vostre piccole mani imballavano scatole di lucido da scarpe sotto gli occhi di un padrone impietoso; la notte dormivate in una soffitta; la domenica, per far compagnia al padre, la trascorrevate con tutta la famiglia in prigione, dove i vostri occhi di fanciullo s’aprivano sbalorditi, commossi e attentissimi, su decine e decine di casi pietosi. Per questo tutti i vostri romanzi sono popolati da povera gente, che vive in una miseria impressionante: donne e bambini arruolati in fabbrica o in bottega indiscriminatamente anche sotto i sei anni; nessun sindacato che il difenda; nessuna proiezione contro malattie e infortuni; salari da fame; lavoro prolungato fino a quindici ore giornaliere, che, con desolante monotonia, lega fragilissime creature alla macchina potente e fragorosa, all’ambiente fisicamente e moralmente malsano e spesso spinge a cercare oblìo nell’alcool o a tentare un’evasione mediante la prostituzione. Sono gli oppressi: su di essi si riversa tutta la vostra simpatia. Di fronte, stanno gli oppressori, che Voi stigmatizzate con penna maneggiata dal genio della collera e dell’ironia capace di scolpire quasi su bronzo figure da maschera.

    ***

    Una di queste figure è l’usuraio Scrooge, protagonista del vostro Canto di Natale in prosa.   Due signori, capitati nel suo studio, notes e penna alla mano, lo interpellano: "E’ Natale, migliaia di persone mancano del necessario, signore!". Risposta di Scrooge: "E non ci sono le prigioni? E gli ospizi di mendicità non funzionano ancora?". "Ci sono, funzionano, ma ben poco possono fare per rallegrare spiriti e corpi in occasione del Natale. Abbiamo pensato di raccogliere fondi per offrire ai poveri cibi, bevande e combustibili. Per che cifra posso iscrivervi?". "Per nessuna. Desidero essere lasciato in pace. Io non festeggio il Natale e non mi permetto il lusso di farlo festeggiare a dei fannulloni. Pagando la tassa sui poveri, do il mio aiuto alle carceri, agli istituti di mendicità; chi è nella miseria può rivolgersi là". "Molti non possono andarci, e molti preferirebbero piuttosto morire?". "Se preferiscono morire, meglio lo facciano in fretta per diminuire la sovrabbondanza della popolazione.
    E poi, scusatemi, queste cose non mi riguardano". 
    Così avete descritto l’usuraio Scrooge: preoccupato solo di soldi e di affari. Ma quando di affari parla allo spettro del suo "spirito gemello", il defunto socio usuraio Marley, questi lamenta dolorosamente: "Gli affari! Avere umanità avrebbe dovuto essere il mio affare. Il benessere generale avrebbe dovuto essere il mio affare: carità, clemenza e benevolenza, tutto questo avrebbe dovuto essere il mio affare. Perché ho camminato tra la folla dei miei simili cogli occhi rivolti a terra, senza mai alzarli su quella stella benedetta che condusse i magi ad una capanna? Non c’erano forse altre povere case verso cui la sua luce avrebbe potuto guidarmi?".    

    ***

    Da quando scriveste queste parole (1843) sono passati più di centotrent’anni. Sarete curioso di sapere se e come è stato portato un rimedio alle situazioni di miseria e di ingiustizia che voi denunciaste. Ve lo dico subito. Nella vostra Inghilterra e nell’Europa industrializzata, i lavoratori hanno migliorato di molto la loro posizione. Avevano a loro disposizione come unica forza il numero. L’hanno valorizzato. Dissero i vecchi oratori socialisti: "Il cammello passava attraverso il deserto; le sue zampe calpestavano i granellini di sabbia ed egli, superbo e trionfante, diceva: “Vi schiaccio, vi schiaccio!" I granellini si lasciavano schiacciare.
    Ma si alzò il vento, il terribile simoun. "Su, granellini, disse, unitevi, fate corpo insieme a me, flagelleremo insieme il bestione e lo seppelliremo sotto montagne di sabbia! ". 
    I lavoratori da granellini divisi e sparsi sono diventati nube unita nei sindacati e nei vari socialismi, che hanno il merito innegabile di essere stati quasi dappertutto la causa principale dell’avvenuta promozione dei lavoratori. Questi, dai vostri tempi in qua, hanno realizzato avanzamenti e conquiste sul piano dell’economia, della sicurezza sociale, della cultura. Oggi poi, attraverso i sindacati, riescono spesso a farsi sentire anche lassù, nelle alte sfere dello Stato, dove in realtà si decidono le loro sorti. Tutto ciò, a prezzo di gravissimi sacrifici, superando opposizioni e ostacoli. L’unione dei lavoratori per la difesa dei propri diritti, infatti, fu dapprima dichiarata illegale, poi tollerata, poi riconosciuta giuridicamente. Lo Stato dapprima fu "Stato carabiniere", dichiarò il contratto di lavoro affare del tutto privato, proibì i contratti collettivi; il padrone teneva il coltello per il manico; imperava senza freni la "libera concorrenza". "Due padroni corrono dietro a un operaio? Il salario dell’operaio crescerà.
    Due operai tirano per la giacca un padrone? Il salario calerà". Questa è la legge, si diceva, tale, che porta automaticamente all’equilibrio delle forze! Invece portava agli abusi di un capitalismo, che fu, ed in certi casi ancora è, "sistema nefasto". 
    E adesso? Ahimé! Ai vostri tempi le ingiustizie sociali erano a senso unico: di operai, che dovevano puntare il dito contro i padroni. Oggi, a puntare il dito è uno sterminio di gente: i lavoratori dei campi, che lamentano di trovarsi molto peggio dei lavoratori dell’industria; qui in Italia, il Sud contro il Nord; in Africa, in Asia, in America Latina le nazioni del "Terzo Mondo" contro le nazioni del benessere. Ma pure in queste ultime nazioni ci sono numerose sacche di miseria e di insicurezza.

    Molti lavoratori sono disoccupati o insicuri del posto, non dappertutto sono protetti a sufficienza contro gli incidenti, spesso si sentono trattati solo da strumenti di produzione e non da protagonisti. 
    Per di più la corsa frenetica al benessere, l’uso esagerato e pazzo di cose non necessarie ha compromesso i beni indispensabili: l’aria e l’acqua pura, il silenzio, la pace interiore, il riposo. Si credeva che i pozzi di petrolio fossero come il pozzo di san Patrizio, senza fondo; improvvisamente ci si accorge che siamo quasi agli sgoccioli. Si confidava che, esaurito in tempi lontani il petrolio, si potesse contare sull’energia nucleare, ma ci vengono a dire che nella produzione di questa esiste il pericolo di scorie radioattive dannose all’uomo e al suo ambiente. Il timore e la preoccupazione sono grandi. Per molti il bestione del deserto da aggredire e seppellire non è più soltanto il capitalismo, ma anche il "sistema" attuale, da abbattere con rivoluzione capovolgitrice. Per altri il capovolgimento sta già cominciando. 

    Il povero Terzo Mondo di oggi, dicono, sarà presto ricco, grazie ai pozzi di petrolio, che sfrutterà solo per se; il mondo del benessere consumistico, avendo il petrolio solo col contagocce, dovrà limitare le sue industrie, i suoi consumi e sottomettersi ad una recessione. Tra questo infittirsi di problemi, di preoccupazioni e di tensioni, valgono ancora, allargati e adattati, i principi da Voi, caro Dickens, caldeggiati sia pure un po’ sentimentalmente. Amore al povero, e non tanto al povero singolo, quanto ai poveri, che respinti, sia come individui sia come popoli, si sono sentiti classe e solidarizzano tra loro. Ad essi, senza titubanza, sull’esempio di Cristo, va data la preferenza sincera e aperta del cristiani. Solidarietà: siamo un’unica barca piena di popoli ormai ravvicinati nello spazio e nel costume, ma in un mare molto mosso. Se non vogliamo andare incontro a gravi dissesti, la regola è questa: tutti per uno e uno per tutti; insistere su quello che unisce, lasciar perdere quello che divide. Fiducia in Dio: per bocca del vostro Marley, Voi auspicavate che la stella dei Magi illuminasse le case povere. Oggi casa povera è il mondo intero, che ha tanto bisogno di Dio! 
      Febbraio 1974






    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
    Maestro dell’Ordine)
  • OFFLINE
    Caterina63
    Post: 39,991
    Gender: Female
    00 11/7/2017 9:35 AM




    Risultati immagini per dupanloup

    Dupanloup

    Il testo c'è, ma le teste? 

        
    Caro Vescovo e Accademico di Francia,   "Carbone acceso, sul quale soffia ora la natura, ora la grazia". Cosi vi hanno definito. Io trovo, invece, che in Voi “soffiò” molto più la grazia che la natura. Anche quando combatteste sui giornali o all’Assemblea nazionale francese o al Senato o al Concilio Vaticano I le vostre grandi battaglie, vi guidò e animò sempre un profondo senso religioso, un cuore entusiasta sì, ma retto e leale. Dirigeste un Seminario; e perfino Renan, vostro ex alunno, vi dichiarò "educatore ineguagliabile". Ci fu una campagna per la scuola libera; e Lacordaire, Montalembert e Falloux Vi ebbero al loro fianco nella lotta e nella vittoria. Uscì il Sillabo di Pio IX, suscitando reazioni penose e vaste; e Voi ne faceste un commento così moderato e giudizioso da placare in parte la tempesta, riscuotendo il plauso di ben seicento vescovi e l’approvazione dello stesso Pio IX. Talleyrand, quel grosso peccatore e apostata, era ritenuto irrecuperabile da tutti; Dio lo recuperò, ma si servì di Voi, del vostro tatto, della vostra comprensione e pazienza. Insomma, grande vescovo, grande letterato, mattatore in tutti i movimenti di idee e opinioni del vostro secolo. Per me però l’aspetto più interessante della vostra persona e della vostra opera è la passione per il catechismo. Avete cominciato a istruire i piccoli ancora chierico a san Sulpizio; avete continuato giovanissimo prete all’Assunta e alla Maddalena; tutta Parigi accorreva ad ascoltarvi. Anche da vescovo, il catechismo fu in cima ai vostri pensieri, invase la maggior parte dei vostri libri. Avete scritto nel vostro diario: "Appena assegnatami la classe dei piccoli, presi subito fuoco: da allora, ciò che non è catechismo, azione pura della grazia sulle anime, è niente ai miei occhi; il piccolo letterato, ch’era in me, cedette il posto e si pose a! completo servizio del catechista". Scriveste ancora: "Il più bello dei ministeri è il ministero pastorale. Ma il catechismo è più bello ancora. E’ il bell’ideale del cuore di Dio. Niente gli si può paragonare. E’ il ministero più puro, il più disinteressato, il più distaccato da pretese".

    ***

    M’è venuto di pensare a Voi e a queste vostre appassionate convinzioni, perché ho sottocchio il testo del "Catechismo dei fanciulli" che sarà sperimentato in Italia dal prossimo ottobre in poi. Buon testo, mi pare. Ma che vale il testo, se poi non ci sono le teste ei cuori dei catechisti? A me, pretino, dicevano: "Il testo è appena un sussidio, uno stimolo, non una comoda poltrona, in cui il catechista si adagia per riposarsi". "Il testo, per quanto ben fatto, resta cosa morta: tocca al catechista renderla viva". "Tanto vale la lezione quanto la preparazione! ". "Ai piccoli non si insegna tanto quello che si sa, quanto quello che si è: poco giovano le belle parole uscite dalla bocca del catechista, se altre parole escono dalla sua condotta a smentirle". Mi si raccontava di Pietro Ribadeneira, un ragazzo tempesta, un "Giamburrasca" ante litteram, che sant’Ignazio aveva condotto con sé a Roma dalla Spagna. "Fatti con più garbo il segno della croce!", gli dice un giorno sant’Ignazio. "Padre Ignazio, ma io lo faccio tale e quale i vostri gesuiti!". "Cosa dici! I miei gesuiti fanno il segno di croce come si deve!". Ilragazzo non replica, ma ne pensa una. Igesuiti al mattino si alzavano per tempissimo, e andavano in cappella attraverso i corridoi bui in veste nera e cotta bianca. Pietro riempie la pila dell’acqua santa con inchiostro nero. I gesuiti, passando, intingono le dita, si segnano, vanno ai banchi per la meditazione, finita la quale, depongono le cotte in sacrestia. Pierino, svelto, fa un bottino di tutte quelle cotte, le porta a Sant’Ignazio: "Venga, Padre, e verifichi i segni di croce dei suoi cari gesuiti!" Ahimè! Le macchie d’inchiostro dicono chiaro che anche i gesuiti talvolta fanno il segno di croce “come Dio vuole”, o meglio come Dio non vorrebbe! E qui, davanti alla mia fantasia, passa la schiera dei catechisti laici. Igenitori anzitutto. Essi sono "i primi predicatori della parola", ha detto il Concilio. Per le immagini sacre, che sono in casa, per la preghiera che vi si fa, per i discorsi che vi si tengono, per il rispetto mostrato verso i sacerdoti e le cose sacre, i figli possono trovarsi immersi in un caldo e naturale ambiente di religiosità. Ma si deve far qualcosa di più. Windhorst, uomo di stato tedesco, richiesto da una signora di come dovesse posare davanti a! fotografo, rispose: "Col catechismo in mano, signora, in atto d’insegnarlo ai vostri figli!". In realtà, il primo libro di religione, che i figli leggono, sono i genitori stessi. Buona cosa, se il papà dice al ragazzo: "C’è in chiesa un frate confessore: non credi che potresti approfittarne?". Cosa migliore se dice: "Vado in chiesa a confessarmi; vuoi venire anche tu?".  

    ***

    Qui però trovo oggi degli obiettori: genitori che si dicono cristiani, e che rimandano perfino il Battesimo dei loro bambini. "Nessuna pressione su mio figlio! A vent’anni sceglierà!". Voi, collega Dupanloup, avete già risposto a questa obiezione come segue: A vent’anni! L’età di tutte le passioni! L’età nella quale soprattutto suo figlio avrebbe bisogno di una fede penetrata fin nell’intimo del suo essere per averne aiuto! E come farà questo ragazzo ventenne a scegliere fra le tante religioni esistenti, se prima non le ha studiate tutte? E come studiarle tutte, preso com’è dalla scuola, dallo sport, dai divertimenti, dalle amicizie? Uno, per diventare l’erede di un ricchissimo patrimonio, basta che sia nato. Ereditare ricchezze, infatti, è una fortuna e si pensa, si interpreta che, anche se per ora è inconscio, il bambino sarà, a suo tempo, arcicontento e ultraconsenziente per la fortuna toccatagli. Se un papà è cristiano sul serio, deve pensare che divenire col Battesimo figlio di Dio e fratello di Cristo, è una fortuna immensa; perché dovrebbe privarne suo figlio? "Sì - riprese l’obiettore - ma a questa fortuna sono legati impegni morali pesanti! Questi non devono essere accollati a mio figlio senza il suo permesso!"Voi, Dupanloup, avete risposto anche a questo: Quante cose si impongono ai figli senza il loro permesso! Senza chiedere permesso, intanto, li avete messi al mondo! Il nome, la famiglia, l’ambiente e la situazione sociale, i vestiti, la scuola dei primi anni, tutto avviene senza chiedere permesso agli interessati. Ma è poi una disgrazia che il figlio abbia le buone leggi cristiane da osservare? Dio ha forse dato agli uomini le sue leggi per un capriccio trionfalistico o in vista di un proprio vantaggio? Non diventa moralmente grande e felice l’uomo, se accetta di avere dei doveri e dei limiti? La libertà? Sì, d’accordo, ma essa non consiste nel fare tutto quello che pare e piace, bensì nel poter fare ciò che si deve fare!  

    ***

    Dopo i genitori, sono catechisti i maestri delle elementari. Voi avete scritto cose finissime sui vostri primi maestri. A mia volta, io penso con tenerezza ai miei e condivido le parole di Otto Ernst: "Per me non c’è niente di più grande di un maestro elementare". Mi rivedo fanciullo sui banchi della mia scuola di Canale coi sentimenti degli scolari, di cui parla Goldsmith in “Villaggio abbandonato”: stupiti, a bocca aperta, davanti al maestro e tutti a chiedersi come mai da una testa cosi piccola potessero venir fuori cose così grandi e meravigliose! Intendiamoci: non sono così ingenuo da mitizzare fanciulli e maestri. C’è anche il rovescio della medaglia, lo so. Innocenti come angeli, i fanciulli; ma spesso orgogliosi come prìncipi, arditi come eroi, sfrenati come puledri, testardi come asinelli, volubili come i fiori del girasole, con una gola lunga come il collo delle gru; sempre però di una età preziosa, confidente e plasmabile. Quanto ai maestri, ce n’è che sanno prendere gli alunni dal loro verso e cioè dal bisogno di avere un capo, che si imponga con la bravura e la simpatia; ce n’è che sono domati e dominati, invece che domatori e dominatori. E "domata" sembra la maestra di prima, ricordata dal nostro Mosca. Passando nei corridoi, egli scrive, si sentiva la sua voce: - I cavalli hanno quindici gambe? - No, si sentivano rispondere in coro gli scolaretti. - Ne hanno forse dodici? - Nemmeno. E, calando sempre il numero delle gambe, arrivava, finalmente al numero vero. -Ne hanno quattro? - No, rispondevano con entusiasmo gli scolari! Povera maestra! Il citato Mosca, invece, era di un’altra pasta. Come arrivò a "conquistare" la terribile “Quinta C”? Semplice: acquistandosi la simpatia dei suoi quaranta ragazzi. Ma come si conquistò la simpatia? Ce lo dice: "Un moscone fu la mia salvezza". Un moscone, che, entrato in classe, col suo ronzio attirò l’attenzione di tutta la scolaresca.

    Un altro maestro avrebbe forse detto: "Attenzione a me e non al moscone! ". Mosca invece dice a uno: "Ti sentiresti capace, con un colpo di fionda, di abbattere quel moscone?". "E’ il mio mestiere", fa il ragazzo, che esce subito dal banco colla fonda in mano, prende di mira il moscone e tira, ma sbaglia il bersaglio. "A me la fonda!", dice Mosca e, a sua volta, prende di mira il moscone, tira e lo fa cadere morto ai suoi piedi. Colpo superlativo di bravura, che gli assicura l’immediata ammirazione dei ragazzi prima in atteggiamento di minaccia e sfida. "Se lei avesse almeno i baffi!", gli aveva detto il direttore, diffidente per l’età troppo giovanile del maestro. Più dei baffi però contano, si vede, altre doti! E’ incalcolabile il bene che, insegnando religione, possono fare ai fanciulli, con il loro ascendente, i maestri. Ad un patto: che essi espongano con fedeltà l’autentica parola di Dio e non le proprie personali opinioni. A volte succede: si scambia la verità col progressismo; si disprezza ciò che il Magistero della Chiesa insegna, perché si vogliono sostituire cose nuove alle cose vecchie. Ma la sostituzione, legittima, opportuna e fin necessaria, se si tratta di aspetti secondari e sorpassati dalla Chiesa, è pericolosissima in altri casi. I maestri raccontano ai loro alunni la fiaba di Aladino e della sua lampada meravigliosa sottratta al mago. Questi, a un certo punto, vuole la rivincita.
    Passa per le strade gridando: "Baratto lampade nuove con lampade vecchie!". Pare un ottimo affare, ed invece è una truffa. La moglie credulona di Aladino ci casca. Assente il marito, va in soffitta, prende la lampada, di cui non conosce la virtù portentosa, la consegna al mago. Il briffaldo se la porta via, lasciandole in cambio tutte le sue lucerne di latta luccicante, ma di nessun valore. Il trucco si ripete: ogni tanto passa un mago, mistico, filosofo o politico che sia, e’ offre di barattare mercanzia. Attenzione! Le idee offerte da certi "maghi", anche se luccicano, sono latta, cosa umana, di un giorno! Quelle che essi chiamano idee vecchie e sorpassate, sono spesso idee di Dio, delle quali è scritto che non passerà neppure una virgola! Ahimè, caro Dupanloup, io Vi ho quasi dimenticato, scrivendo di catechisti e maestri. Ma proprio a questi catechisti e maestri, Voi avete qualcosa da dire. E cioè: unire, come avete fatto Voi, la fedeltà a Dio con la fiducia nei veri valori della civiltà moderna e nella perpetua giovinezza della Chiesa. 
    Agosto 1974





    Gioacchino Belli

    Parole, parole, parole... 

        
    Caro poeta, Avete trattato piuttosto male nei vostri versi il mio concittadino Papa Gregorio XVI, bellunese. Questo non m’impedisce di riconoscere che negli oltre duemila sonetti in romanesco, che ci avete lasciato, avete talvolta ritratto con vivacissima verità il popolo romano, la sua lingua, l’indole, il costume, gli usi, le credenze, i pregiudizi, le virtù ed anche i difetti. Qualche volta, a dire il vero, siete scivolato nello scrivere; la vostra vita è stata quella di un galantuomo e ci teneste a dirlo: "Scatagnàmo ar parlà, ma aràmo dritto" (pecchiamo nel parlare, ma righiamo diritto). Quante battute felici, però! Questa per esempio: "Non faccio per vantarmi, ma oggi è una bellissima giornata". Alcuni dei vostri sonetti sono poi dei veri quadretti di genere, da cui balzano fuori vivi e parlanti artigiani, donne del popolo, cospiratori, commercianti, prelati e semplici preti. Fra questi ultimi, l’abate Francesco Cancellieri. Lo descriveste in versi famosi, che poi voi stesso commentaste in prosa cosi: Cancellieri "cominciava a parlare di ravanelli, e poi, di ravanelli in carota e di carota in melanzana, finiva con l’incendio di Troia"!

    ***

    Dispiace che, con la sua logorrea sconclusionata ed affliggente, il buon abate abbia fatto cattiva propaganda alla conversazione, la quale, se si svolge nei modi dovuti, è invece una gran bella cosa per la nostra vita di poveri uomini. La conversazione, infatti, ci mette vicino agli altri e ci dà un profondo senso di noi stessi; ci riposa dalle nostre fatiche, ci distrae dalle preoccupazioni, sviluppa la nostra personalità, rinfresca i nostri pensieri. Sono triste? La simpatia di chi conversa con me mi conforta. Mi sento solo? La conversazione fa cessare la solitudine: se si tratta di conversazione familiare, sono felice di essere ammesso nella intimità altrui; se si tratta di conversazione importante, mi sento onorato di venire trattato come una "intelligenza". E’ la prima volta che converso con la tal persona? Mi pare di viaggiare piacevolmente attraverso un paese sconosciuto. E’ la seconda, la terza, la quarta volta? Mi pare di tornare a vedere luoghi già visti, di cui, però, non avevo ancora approfondito tutte le bellezze paesaggistiche. Trovo anche che, conversando, mi arricchisco. Possedere infatti salde convinzioni, è bello; possederle in modo tale da poterle comunicare e vederle condivise e apprezzate, è più bello ancora. La chiarezza della cosa da me detta aumenta la chiarezza della cosa pensata. Se percepisco che il mio sentimento fa vibrare l’animo altrui, me lo sento ritornare ripercosso e accresciuto in me. Nella conversazione ha trovato sollievo anche Gesù; per toccarlo con mano, basta leggere in San Giovanni le confidenze fatte ai suoi apostoli durante l’ultima Cena. Della conversazione Gesù ha fatto spessissimo il veicolo del suo apostolato: parlava, camminando lungo le strade, passeggiando sotto i portici di Salomone; parlava nelle case, con le persone attorno come Maria seduta ai suoi piedi, come Giovanni che reclinava la testa sul suo petto. Più volte mi sono chiesto: perché il Signore ha esposto spesso a tavola le più alte verità? Forse perché nel tempo del pasto la gente depone ogni sussiego e assume un atteggiamento calmo, modesto, disteso. A tavola sono minori o nulle le sollecitudini e le irrequietezze; le persone vi si siedono senza animo polemico, disposte all’accoglienza ed alla simpatia.

    ***

    E fu appunto conversando a tavola che l’altrieri mi venne quasi fatto di persuadere un ospite. Questi si dichiarava - tra un boccone e l’altro, tra un sorriso e l’altro - gran fautore del pluralismo nella fede. "Per me è chiaro, - diceva - nessuno ha in tasca tutta la verità cristiana. Ognuno di noi ne ha solo un pezzetto e bisogna lasciarglielo godere in pace. L’unità la fa solo Dio dall’Alto, mettendo insieme i vari pezzetti e facendone la sintesi". "Ohimé! - risposi - scusa, ma la tua idea di Dio e di verità sembra a me quella degli orbi dell’India". "Quali orbi?", dice lui. "Aspetta!". Mi alzo, esco e torno con in mano "I quattro libri di lettura" di Lev Tolstoi. "Lascia che te ne legga una sola pagina". E leggo. Gli elefanti del re(favola). Un re indiano ordinò di radunare tutti i ciechi e, quando ciò fu fatto, disse di mostrar loro i suoi elefanti. Uno tastò la gamba, un altro la coda; un terzo la radice della coda, un quarto il ventre, un quinto il dorso, un sesto le orecchie, un settimo i denti e un ottavo la proboscide. Poi il re fece venire i ciechi al suo cospetto e domandò: "A che somigliano i miei elefanti?". Il primo cieco rispose: "I tuoi elefanti somigliano alle colonne". Era quello che aveva tastato le gambe. Il secondo disse: "Somigliano ad una scopa". Era quello che aveva tastato la coda. Il terzo disse: "Somigliano ad un ramo". Era quello che aveva tastato la radice della coda. Quello che aveva tastato il ventre, disse: "I tuoi elefanti somi­gliano ad un mucchio di terra". Quello che aveva tastato i fianchi, disse: "Somigliano ad un muro". Quello che aveva tastato il dorso, disse: "Somigliano ad una montagna". Quello che aveva tastato le orecchie, disse: "Somigliano ad un ariete". Quello che aveva tastato i denti, disse: "Somigliano alle corna". Quello che aveva tastato la proboscide, disse: "Somigliano ad una grossa corda". E tutti i ciechi cominciarono a disputare tra loro e a litigare. Deponendo il libro, dico: "Senti, a me ripugna pensare che Dio abbia mandato suo Figlio a dirci 'Io sono la via, la verità e la vita' con il bel risultato di farci poi trovare tutti nella situazione di quei ciechi, con in mano ciascuno una misera particella di vera, diversa dalla particella degli altri. Che noi si conosca le verità della fede solo per analogia, sì; ma orbi fino a questo punto, no; mi pare indegno sia di Dio sia della nostra ragione!". L’inaspettata teologia fatta a base di code e schiere di elefante, non convinse del tutto l’ospite, ma lo scosse, facendogli dire: "Toh! questo nessuno me lo aveva detto! ". "Non lo sai? - risposi - a volte sono i paperi, che menano le oche a bere. Dove Rahner non riesce coi suoi volumoni di teologia, può sottentrare Tolstoi colla favoletta! ".

    ***

    Da Rahner e da Tolstoi, illustre Belli, torno a Voi, riconoscendo che - nella conversazione - c’è anche il rovescio della medaglia: lo sproloquiare del vostro abate Cancellieri è appena uno dei tanti difetti. Ce n’è altri, e lo sappiamo noi a Venezia, dove il Goldoni ha descritto i guai combinati dal con­ersare ne "I pettegolezzi delle donne"; ne "La bottega da caffè" con quel don Marzio così maldicente e piantagrane; ne "Il bugiardo" con quel Lelio, che aggiunge bugie a bugie, spacciandole come "spiritose invenzioni"; ne "Le baruffe chiozzotte" e ne "Il campiello" con quelle donne, che sembrano chiedere all’amica di custodire un segreto solo per diffondere una notizia. Ma anche Voi ne sapete qualcosa: lo dimostra il delizioso quadretto, che trascrivo con qualche modifica nella grafia.Eccote qua sì ccome l’ho saputa. Nanna s’è con fidata con Vincenza; questa l’ha detto a Nina, a la Sapienza; Nina l’ha detto in confidenza a Tuta. Cussì è andato a l’orecchia de Clemenza, ch’è corsa a racontallo a la baffuta: e lei, ch’è amica mia, oggi è venuta a dimmelo a quattr’occhi in confidenza. E s’io l’ho detto a te, so de raggione che tu sei donna ch’el segreto mio l’hai sentito in sigill de confessione. Comare, abbada per l’amor de Dio, se te pijasse mai la tentazione de dillo, non lo dì che l’ho detto io! Conversare, dunque, sì, ma non a scapito della carità, della verità, del lavoro, dello studio: della misura, insomma. Che non ci capiti di avere anche noi sulla nostra tomba scolpita la seguente epigrafe: E’ qui sepolto il gran ciarlon Soemo: Ora un poco anche noi parlar potremo!

    ***

    Altro è conversare, altro è chiacchierare inconsideratamente infilzando una dopo l’altra notizie inutili, nascondendo la propria anima invece di rivelarla, tagliando la strada ad altri interlocutori, stordendo la gente e lasciandola prostrata di forze! Ho letto che a Tommaso Moro, in un suo viaggio in Olanda, capitò di far strada con un uomo dal parlare molto piacevole per lo spazio che lasciava all’interlocutore, per le cose che diceva e per il brio con cui le diceva. Ad un certo punto, ammirato per una nuova risposta quanto mai spiritosa ed azzeccata del compagno, Tommaso esclamò: "Ma voi, o siete il diavolo o siete Erasmo di Rotterdam! ". "Diavolo non sono - rispose l’altro - ma Erasmo sì". L’episodio dice che la conversazione ci rivela tali quali siamo e che in essa dobbiamo cercare di dire qualcosa di utile, di interessante e di piacevole, senza predicozzi, senza pose, senza parole scelte o altisonanti. Queste ultime, caro Belli, non piacevano neanche a Voi e lo diceste chiaro, prendendo di mira una innocente congiunzione, che usata oggi, farebbe ridere, ma che ai vostri tempi, era di gran moda. Conciossiacosaché l’è una parola, che i nostri padri udivano la prima, al primo ingresso nella prima scuola. E tale e tanta ne facevan stima che sempre ne tenean piena la gola da sputarla dovunque e in prosa e in rima. Se veniste oggi, il conciossiacosaché non l’udireste più. Dovreste, invece, far l’orecchio ad altre frasi: "confrontarsi con la parola di Dio", "discorsi e gesti profetici", "istanze sociali", "mediazione fra fede e storia", "strutturalismo", "comunione", "liberazione", "inchiestare", "verificare", "leggere in chiave di questo, essere a livello di quest’altro". Sono tutte parole che esprimono concetti elevati, intendiamoci, ma è un po’ buffo vedere persone dichiaratamente anticonformiste "conformarsi" allegramente a queste parole solo perché sono quelle usate da alcuni alti papaveri. Io me ne meraviglio pressappoco come vi meravigliaste Voi di fronte ad altre frasi: Io non posso capi da che ne naschi che sentendo la gente gli starnuti abbiano da infilzà tanti saluti e gnente per la tosse e pe’ li raschi. "Prosit, buon pro, evviva, Iddio v’aiuti, bezzi, felicità, pieni gli fiaschi et iterum salute, e figli maschi"...  Voi non potevate capire allora il perché. Io non son capace di capire adesso. Che la colpa sia della moda? Essa è stata definita "orrore del Passato Prossimo", "non madre, ma suocera e tiranna del buon senso". Quanto meglio se, almeno in conversazione, al posto delle difficili parole di moda, usassimo parole semplici e facili, magari prese a prestito dalle favole di Tolstoi o dai vostri sonetti, ovviamente selezionati e purgati! 
    Luglio 1974





    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
    Maestro dell’Ordine)
  • OFFLINE
    Caterina63
    Post: 39,991
    Gender: Female
    00 11/7/2017 9:41 AM
    Risultati immagini per albino luciani


    Goethe

    Nobiltà fa' obbligo 

        
    Illustre poeta, L’ultima Mostra del Cinema (1971), chiacchierata cento volte e in cento modi, mi ha fatto pensare, non so perché, a Voi. Si tratta forse di impressioni, che emergono dal mio subcosciente su provocazione di parole lette sui giornali di quei giorni e vi evocano come esteta, artista, critico d’arte. Voi foste grande esteta, perché capace di percepire subito, intensamente e ad enormi bracciate il "bello naturale" ch’è sparso nel mondo, dai fenomeni della natura alle passioni intense dell’animo umano. Foste grande artista, perché capace di esprimere potentemente per gli altri sia il bello percepito, sia gli stati d’animo, con cui l’avevate percepito. Foste insigne critico d’arte, perché vi chinaste con intendimento e passione sulle creazioni artistiche altrui. La Germania non vi ammirò direttore per venticinque anni del teatro di Weimar? Non chiamaste vostro "secondo giorno di nascita" quello in cui metteste piede nella Roma dei monumenti antichi? Non sveniste quasi di felicità nel contemplare l’Apollo del Belvedere? Peccato che non abbiate potuto invece "contemplare" i films della Mostra, né io osservare le vostre reazioni; cerco, dunque, di intuirle.

    ***

    Come esteta avreste trovato alla Mostra un sacco di cose belle, per voi nuove. Il cinema stesso, fatto com’è di luce, di movimento, colori, musica e azione, è una cosa bella. Vi sedete davanti allo schermo. Se il montaggio del film è stato accorto, un ritmo rapido vi trascinerà insieme agli avvenimenti e le ore vi sembreranno minuti. I "primissimi piani", riempiendo gli schermi con un solo volto, avvicineranno a voi straordinariamente le figure, mostrando anime sconvolte da profonde emozioni e creando tra voi e gli attori una grande intimità. Gli scorci potenti, che avete ammirato nel Mantegna e nel Caravaggio, li potrete vedere ingigantiti, grazie all’ "angolazione" che riprendendo, mettiamo, un farabutto dal basso, lo deforma con ombre sinistre e ve lo fa apparire minacciosissimo e terrificante. Questo, tanto per accennare a qualche dato. Troverete al cinema anche il "bello artistico"? Credo di sì. Il "critico d’arte", ch’è in voi, si prepari però a delle sorprese. Eravate abituato alle trascendenti contemplazioni, ai fervori classici, ad ascoltare un linguaggio che saliva a voi da architetture, da marmi ed affreschi, da miniature di codici. Giudicavate, in singolo, l’architetto, il pittore, l’attore-interprete. Nel cinema gli artisti possono invece essere parecchi: produttore, sceneggiatore, regista, attore, ciascuno agendo d’intesa e in armonia con gli altri per produrre un unico film. Difficile, però, individuare qual è stato il vero "momento creativo" dell’opera: ciò varia da un film all’altro. L’arte ci può essere, ripeto, e altissima, ma, se c’è, non si lascia includere in questo o quello scomparto, ama invece vagare e scorribandare attraverso tutti gli scomparti. Arte sui generis: la chiamano "Decima Musa". In chiave di influenza, poi, diventa "Quinto potere" dopo il Parlamento, il Consiglio dei Ministri, la Magistratura e la Stampa.

    Quanto ad estensione, però, essa può talora chiamarsi "Primo potere": è stato infatti calcolato che qualche film, nel giro di anni, abbia influenzato miliardi di spettatori. Tanto esso può condizionare! 
    Ma, a sua volta, viene condizionato, perché legato all’industria, al commercio e quindi al denaro. Il regista, gli attori desiderano spesso di produrre opere ad alto livello artistico, che permettano loro di rivelarsi. Ma il produttore, che deve mettere fuori i soldi, ragiona in modo diverso e vuole films di successo o di "cassetta". Se esistesse uno stregone, mettiamo il Vostro dottor Faust o addirittura Mefistofele in persona, che, a colpi di bacchetta magica o con filtri ed incantesimi, garantisse a priori il successo del film artistico, il produttore farebbe il film artistico. Non essendoci lo stregone, il produttore cerca di ingegnarsi per altre vie. Quali? Terenzio ebbe, ai suoi tempi, l’amara sorpresa di vedere gli spettatori lasciare le sue commedie artistiche per andare a ridere a crepapelle dai saltimbanchi e dai mimi, che erano venuti a prodursi nei pressi del teatro. Il fenomeno si ripete: i produttori tendono a sfornare films che assecondino le tendenze meno nobili degli spettatori, che alle sale cinematografiche vanno di solito non per elevarsi, ma per sollazzarsi. 

    Ecco, allora, una cosa che forse avrebbe rattristato alla Mostra Goethe critico d’arte: constatare che c’erano i mezzi e le persone per realizzare dei capolavori e trovare talvolta nelle opere realizzate soltanto delle cose mediocri per colpa delle prevalenti preoccupazioni economiche. Un altro fenomeno vi sarebbe potuto succedere: di trovare in qualche film dell’arte autentica, mescolata però ad immoralità altrettanto autentica. Qui, forse, Vi stupisce ch’io ammetta l'esistenza di opere immorali e, insieme, artisticamente belle. Gli è che l’aggettivo "artistico" si riferisce all’opera; l’aggettivo "immorale", invece, si riferisce all’agire dell’artista-uomo e cristiano. Certe novelle immorali del Boccaccio sono artisticamente belle; il Boccaccio, però, ha commesso, scrivendole, una azione moralmente brutta, che si ripercuote con danno in alcune categorie di lettori. Ne sapete qualche cosa anche Voi, che, dopo aver scritto I dolori del giovane Werther, vi sentiste inquieto e turbato, constatando l’azione corrosiva che il libro aveva avuto sui più fiacchi e sui più esaltati tra i giovani tedeschi.

    ***

    Ma io sto osando critiche nei confronti di quel Goethe, che scrisse, a proposito di uno tra i suoi critici: Come ogni rosa così ogni artista ha il suo insetto: io ho Tieck!". Ebbene, adesso avete anche me, che ammiro il Vostro genio, ma non accetto qualcuna delle vostre idee. Questa, per esempio: che, avendo l’arte per suo campo tutta la realtà, l’artista possa legittimamente e liberi