00 1/2/2018 10:51 PM

CONCLUSIONE


Alla fine di questo breve trattato sulla mistagogia nella Chiesa Bizantina nella celebrazione dei suoi Misteri, abbiamo cercato di approfondire, nella prima parte, attraverso i tre approcci: semantico, storico e patristico, il significato dei nomi Catechesi e Mistagogia, la prassi dei riti dell’Iniziazione Cristiana nella Chiesa antica e quindi l’apporto catechetico e mistagogico dei Santi Padri. 
Nella seconda parte invece, abbiamo esaminato dal punto di vista mistagogico il significato dei riti e delle azioni che caratterizzano i Misteri sacramentali e abbiamo desunto che Cristo istituendoli ha voluto santificare i suoi fratelli e questi, accettandoli e arricchendoli di significati simbolici, li hanno tradotti nel loro vissuto come l’eredità più grande e preziosa (insieme alla sua Parola), che potevano ricevere dal loro Signore, un’eredità conservata gelosamente, amata, rispettata e fatta fruttificare a favore di tutti e per sempre.
Ne è venuta fuori un’immagine, forse inconsueta, ma certamente interessante per i tanti aspetti evidenziati. I Sacramenti, come vita della Chiesa e del fedele, sono apparsi nella loro splendida cornice di fede e di tradizione di cui la nostra Piana va fiera, benché senta il problema del passaggio dalla teoria alla prassi, perché il segreto della santificazione non è tanto quello di sapere ma di attuare nella vita il Signore morto e risorto, celebrandolo dei suoi Misteri.
Abbiamo analizzato così l’Iniziazione cristiana (battesimo-cresima-eucaristia), considerandola come un unico sacramento che inserisce per sempre il fedele in Cristo e nella Chiesa, lo abilita alla testimonianza e lo dichiara idoneo alla recezione della santa Eucaristia che lo divinizza e lo rende concorporeo e consanguineo del Signore Gesù.
Poi abbiamo volto l’attenzione al Mistero della confessione o della conversione, grazie al quale i fedeli che macchiano o deturpano l’abito bello della grazia, ritornano a far splendere la loro veste luminosa attraverso la confessione della loro incoerenza e della grande misericordia di Dio.
Quindi abbiamo esaminato la cura amorevole della madre Chiesa verso i suoi figli malati. Essa non è lontana da coloro che soffrono, ma, quale buon samaritano, si fa prossima con la preghiera universale, simbolizzata dal numero settenario, e la cura con l’olio, simbolo non solo della misericordia di Dio ma anche del soccorso materiale, istituendo in ogni tempo, luoghi per il sollievo della sofferenza stessa.
Poi abbiamo contemplato come l’unione tra l’uomo e la donna, immagine di Dio creatore, diviene sacramento dell’unione tra Cristo e la Chiesa, grazie al Mistero della Coronazione, cioè del perfezionamento sacramentale dei sessi e delle persone. Infine abbiamo considerato come il Signore continua a prendersi cura dei suoi fratelli attraverso il mistero del Sacerdozio.
"Abbiamo scoperto – in questo modo - che alla radice - tutti i sacramenti - sono altrettanti aspetti d’un unico mistero, quello di Cristo, che è pure il mistero del suo Corpo risorto, il mistero della sua Chiesa, il mistero della presenza di Dio in mezzo all'Assemblea dei credenti e per essa nel mondo… manifestazioni della Pentecoste, opere dello Spirito Santo, che confermano la Parola di Cristo, "facendoci partecipi" delle ricchezze insondabili nascoste in Lui e unendoci misteriosamente al Corpo del Risorto per associarci all’opera che egli compie per il mondo" (58).
Vogliamo, in conclusione, poter dire con S. Paolo che non abbiamo inteso far da padroni sulla fede della nostra Chiesa, abbiamo bensì inteso essere amministratori della multiforme grazia di Dio, ponendo a servizio degli altri il dono ricevuto (cf. 1Pt 4,10) per collaborare alla gioia dei nostri fedeli (cf. 2 Cor 1, 24) consci che solo uno è il Legislatore e il Giudice (Gc 4,12): "Colui che in tutto ha il potere di fare molto più di quanto possiamo domandare o pensare, secondo la potenza che già opera in noi, a Lui la gloria nella Chiesa e in Cristo Gesù per tutte le generazioni nei secoli dei secoli. Amìn" (Ef 3, 20-21).

G L O S S A R I O

NB: I termini greci contenuti nel presente lavoro sono stati traslitterati in due modi diversi, il primo: secondo la pronuncia "bizantina" o "greco-moderna" per i termini più usati nell’uso liturgico quotidiano; l’altro, per i termini meno usati, secondo la pronuncia cosiddetta "classica". Così, ad esempio, abbiamo scritto Amín e non AmenVíma e non Béma.

Agiasmatárion: Libro liturgico contenente i riti e le preghiere per la celebrazione dei Sacramenti.

Akoluthía: Indica l’ordine da seguire per la celebrazione di una determinata ufficiatura, o la stessa ufficiatura. Es: "Akoluthia dell’Esperinos", cioè Ufficiatura del Vespro, o Modo di celebrare il vespro.

Amartía: E’ il termine che indica il peccato in sé, come dimenticanza, trasgressione e ribellione alla divina legge.

Amnós: Significa "Agnello" e indica il pane eucaristico di forma quadrata, corrispondente all’Ostia grande del rito romano.

Anámnêsis: E’ l’attualizzazione dell’azione salvifica del Signore, cioè della sua vita morte e risurrezione, ogni qualvolta se ne fa memoria, cioè si celebra la Divina Liturgia.

Apoftégma E’ il nome greco di un "detto" o un insegnamento di una persona autorevole per saggezza, ad esempio di un anziano dato ad un suo discepolo. Celebri sono gli apoftégmi o i detti dei Padri del deserto.

Ekfónisis: E’ la parte conclusiva di una preghiera che viene generalmente cantata a voce forte per distinguerla dalla parte recitata misticamente (non sottovoce, come purtroppo si è soliti fare).

Ekténia: E’ una serie di intercessioni o invocazioni per i vari bisogni dei fedeli, a cui si risponde col Kyrie eléison.

Epigonátion: E’ una parte delle vesti liturgiche del vescovo e di alcuni prelati a forma romboidale, su cui è dipinta una spada, portata all’altezza del ginocchio (da cui il nome: epí-sopra e gónaton-ginocchio. Anticamente conteneva i fogli dell’omelia.

Epíklêsis: E’ la preghiera rivolta al Padre, perché nel nome di Gesù invii la Spirito Santa per la consacrazione: dell’individuo, del pane e del vino, dell’acqua, dell’olio, ecc.

Epitrachílion: E’ il nome della "stola", cioè di quell’indumento liturgico composto da due bande di stoffa che scendono dalle spalle (da cui il nome: epí-sopra e tráchilos-collo). E’ l’insegna distintiva della dignità sacerdotale, comune ai presbiteri e ai vescovi.

Eukológion: E’ il libro che raccoglie tutte le preghiere e i riti per i sacramenti e sacramentali.

Felónion: E’ la veste liturgica indossata dai presbiteri e qualche volta anche dai vescovi, corrispondente alla casula del rito romano.

Kolimvíthra: Corrisponde alla vasca battesimale. Può essere fissa nel battistero o mobile, come nelle nostre chiesa.

Lex orandi – Lex credendi: La legge di colui che prega è la legge di colui che crede. Cioè un cristiano non può pregare diversamente da come crede. Il fedele comprende il mistero salvifico alla luce dello Spirito Santo nella Chiesa e di conseguenza, prega secondo la comprensione che ha del mistero stesso. In questo caso possiamo dire che la spiritualità è il dogma vissuto, mentre la celebrazione è il dogma manifestato.

Litania: Nel rito bizantino sono chiamate così le preghiere che caratterizzano abitualmente la serie di petizioni diaconali dette anche: synaptí, ektenía, étisis e iriniká. Anticamente venivano recitate durante le processioni, da cui il nome.

Magnália Dei: Sono le grandi opere che Dio ha compiuto e compie a favore del suo popolo: la creazione, la liberazione dalla schiavitù, l’Incarnazione del suo Figlio, la sua opera redentrice, i miracoli, ecc.

Megalinárion: Si tratta di ritornelli di tropári della nona ode del Mattutino, che si ripropongono nella liturgia eucaristia in onore della Madre di Dio, dopo la sua commemorazione o in onore dei santi celebrati prima dell’ekfónisis della prece eucaristica. Sono detti megalinárion/a perché iniziano con Megalíni : Magnifica il Signore, anima mia".

Metánoia: Con questo termine indichiamo il cambiamento di mentalità dal peccato alla grazia e l’inchino profondo o la prostrazione che si compie davanti all’altare o a un’icona, accompagnati dal segno della croce.

Myron: E’ l’unguento ricavato dall’olio e dalle essenze profumate che il vescovo consacra durante la divina liturgia del giovedì santo, detto anche Crisma. Con esso vengono unti i battezzati, l’altare, le chiese e le reliquie dei martiri.

Nartéce: E’ la parte che precede l’ingresso nella navata della chiesa. Era destinato ai catecumeni e ai penitenti. In alcune chiese è situato il fonte battesimale: la kolimvíthra. E’ detto anche prónao.

Omofórion: Paramento liturgico proprio del vescovo. E’ costituito da una lunga banda di stoffa, ornata di croci, che viene indossato sopra il sákkos e le cui estremità cadono una davanti al petto e l’altra dietro le spalle. Fuori dalla liturgia pontificale il vescovo usa un piccolo omofórion che, poggiato sulle spalle, scende sul davanti come una stola. Corrisponde al pallio dei metropoliti latini e raffigura la pecorella che il buon Pastore porta sulle spalle.

Orárion: Lunga e stretta banda di stoffa, indossata dal diacono sulla spalla sinistra. Corrisponde alla stola diaconale dei latini, benché questa molto più corta.

Prefazio: E’ la preghiera di introduzione della prece eucaristica, recitata dal celebrante prima del canto del "Santo, Santo, Santo…". Ma è anche la parte introduttoria delle preghiere delle nozze, della benedizione delle acque, ecc.

Ripídion: Significa ventaglio o flabello. E’ uno strumento liturgico, attualmente usato dal diacono dopo lo svelamento dei doni eucaristici. E’ di forma circolare e ha dipinto da entrambe le parti un serafino dalle sei ali, da cui il nome di exaptérigon. Anticamente serviva per scacciare le mosche dai santi doni.

Sákkos: Abito liturgico proprio del vescovo. Viene indossato al posto del felónion. Assomiglia alla tunicella dei latini.

Sêmeion: In questo lavoro è usato col valore di "significato".

Sinassi: Riunione comunitaria per una celebrazione (Divina Liturgia, Messa), o per un’ufficiatura (celebrazione del Mattutino o del Vespro).

Soléa: E’ un gradino a semicerchio che lega il santuario, o Vima, dove si trova l’altare, col presbiterio. Nel presente lavoro, come nel linguaggio liturgico corrente, indica tutta l’area del presbiterio.

Stichárion: E’ una lunga tunica di stoffa bianca o a colori, corrispondente al camice latino. Oggigiorno è di foggia uguale per i vescovi e i presbiteri, varia per i diaconi e gli altri membri del clero.

Théosis: Corrisponde alla parola italiana DivinizzazioneDiventare Dio, grazie all’opera redentrice del Signore Gesù, gratuitamente data nella Spirito Santo e liberamente accettata dall’uomo.

Theotokíon: Composizione poetica (tropárion, vedi sotto) dedicata alla Madre di Dio.

Theotókos: Letteralmente: Madre di Dio - Genitrice di Dio, ossia madre dell’umanità della Persona divina del Verbo incarnato e dunque veramente partorito da una donna. Il titolo, attribuito alla S. Vergine dal Concilio di Efeso (anno 431), è il più antico e venerando dei titoli della Santissima Vergine.

Trisájion: Si tratta dell’invocazione "Santo Dio, Santo forte, Santo immortale, abbi pietà di noi", che si richiama alla visione di Isaia (6,3), e che apre fuori dal tempo pasquale, salvo qualche eccezione, tutte le ufficiature della chiesa bizantina.

Tropárion: Breve composizione poetica della innodia liturgica, con precise leggi ritmiche e melodiche. Il suo nome deriva dal greco trópos, cioè prototipo, perché costituiva il modello per la composizione di altri inni della stesso metro. Nell’ufficiatura si aggiungono altri nomi per specificarne il compito: anastásimon cioè: tropário della risurrezione, apolytíkion cioè tropário di congedo, martitikón cioè tropário dei martiri, ecc.

Typikón: Libro liturgico contenente le regole secondo cui si svolgono le cerimonie religiose, fornendo e completando le indicazioni contenute nelle rubriche.

Vima: Luogo dove è posto l’altare, separato dal resto della chiesa dall’iconostasi, cioè da

quella parete in muratura o legno su cui sono poste le sante icone.




Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)