00 1/26/2018 1:20 PM


Ossequio alla memoria di Giovanni XXIII

Ecco dunque che Noi a voi, che ora abbiamo salutati, Ci presentiamo. Siamo infatti nuovi all’ufficio pontificale che stiamo esercitando, anzi, vorremmo dire, inaugurando. Sapete infatti che il sacro collegio cardinalizio, che qui presente vogliamo ancora una volta onorare della Nostra cordiale venerazione, non guardando ai Nostri demeriti e alla Nostra pochezza, il giorno 21 giugno scorso, giorno per cara coincidenza dedicato a festeggiare quest’anno il Cuore santissimo di Cristo, Ci ha voluto eleggere alla sede episcopale di Roma e perciò al sommo pontificato nella chiesa universale.

Non possiamo ricordare questo avvenimento senza ricordare il Nostro predecessore di felice immortale memoria, da Noi amatissimo, Giovanni XXIII. Il suo nome rievoca in Noi e certamente in quanti di voi ebbero la fortuna di vederlo, qui a questo Nostro stesso posto, la sua amabile e ieratica figura, quando apriva, il giorno 11 ottobre dello scorso anno, la prima sessione di questo secondo concilio ecumenico Vaticano, e pronunciava quel discorso, che parve alla chiesa e al mondo voce profetica per il nostro secolo, e che ancora echeggia nella nostra memoria e nella nostra coscienza per tracciare al concilio il sentiero da percorrere e per francare i nostri animi da ogni dubbio, da ogni stanchezza, che nel non facile intrapreso cammino, ci sorprendesse.

Oh, caro e venerato papa Giovanni; siano rese grazie, siano rese lodi a te, che per divina ispirazione, è da credere, hai voluto e hai convocato questo concilio, aprendo alla chiesa nuovi sentieri, e facendo scaturire sulla terra onde nuove di acque sepolte e freschissime della dottrina e della grazia di Cristo Signore. Tu, non sollecitato da alcun terreno stimolo, da alcuna particolare cogente circostanza, ma quasi divinando i consigli celesti e penetrando negli oscuri e tormentati bisogni dell’età moderna, hai raccolto il filo spezzato del concilio Vaticano I, e hai così disingannato spontaneamente la diffidenza a torto da alcuni derivata da quello, quasi bastassero oramai i supremi poteri riconosciuti come conferiti da Cristo al romano pontefice per governare la chiesa senza l’aiuto dei concili ecumenici.

Hai chiamato i fratelli, successori degli apostoli, non solo a continuare lo studio interrotto e la legislazione sospesa, ma a sentirsi col papa uniti in un corpo unitario per essere da lui diretti "affinché il sacro deposito della dottrina cristiana sia custodito e insegnato in forma più efficace" (AAS 1962, p. 790; EV 1/45*). Ma tu, indicando così il più alto scopo del concilio, gli hai anteposto un altro scopo più urgente e ora più salutare, lo scopo pastorale, affermando: "Lo scopo principale di questo concilio non è, quindi, la discussione di questo o quel tema della dottrina fondamentale della chiesa...", ma soprattutto che questa dottrina "sia approfondita e presentata in modo che risponda alle esigenze del nostro tempo" (AAS 1962, pp. 791-792; EV 1/54*-55*).
Hai ravvisato nella coscienza del magistero ecclesiastico la persuasione dover essere la dottrina cristiana non soltanto verità da investigare con la ragione illuminata dalla fede, ma parola generatrice di vita e di azione, e non soltanto doversi limitare l’autorità della chiesa a condannare gli errori che la offendono, ma doversi estendere a proclamare gli insegnamenti positivi e vitali, onde essa è feconda. Né solo teorico, né solo negativo, l’ufficio del magistero ecclesiastico deve in questo concilio vieppiù manifestare la virtù vivificante del messaggio di Cristo, che disse: "Le parole che io vi ho detto sono spirito e vita" (Gv 6,64).

Non saranno dimenticate perciò da noi le norme che tu, primo padre di questo concilio, hai per esso sapientemente tracciato e che qui giova ripetere: "Il nostro dovere non è soltanto di custodire questo tesoro prezioso - cioè la dottrina cattolica -, come se ci preoccupassimo unicamente dell’antichità, ma di dedicarci con alacre volontà e senza timore a quell’opera che la nostra età esige, proseguendo così il cammino, che la chiesa compie da quasi venti secoli". Perciò: "occorre tutto misurare nelle forme e proporzioni di un magistero a carattere prevalentemente pastorale" (AAS 1962, pp. 791-792; EV 1/55).

Né sarà da noi trascurata la grande questione dell’unificazione in un solo ovile di quanti credono in Cristo e ambiscono essere membri della sua chiesa, che tu, Giovanni, hai additato come la casa del padre aperta a tutti, in modo che lo svolgimento di questa sessione del concilio, da te promosso e inaugurato, proceda con fedele coerenza sui sentieri da te segnati, e possa con l’aiuto di Dio giungere alle mete da te tanto ardentemente desiderate e sperate.

 


Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)