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Le cinque piaghe della Chiesa, del beato Antonio Rosmini
Dal libro “Quello che i preti non dicono (più)“, diventa fondamentale per noi riportare, dalla pag. 67, il passo provocatorio “il più grande degli anticlericali cattolici: il beato Antonio Rosmini Serbati” il quale aveva già a suo tempo  reso visibile il peso di certe “incrostazioni” nella struttura ecclesiastica.

“Parlando del clero dei secoli precedenti a lui, lo definì – reso servo e vile adulatore dei principi – , e ancora – fuorviato, accecato dai beni temporali e assuefatto a mercanteggiare dignità e coscienza – Tanto che – il mondo rigurgita (…) di un numero eccedente d’inutili sacerdoti….- Analisi spietata nella sua opera Delle cinque piaghe della Santa Chiesa, attraverso le quali Rosmini analizza le dinamiche storiche umane della Chiesa, degli uomini operanti in Essa, suggerendone la cura.

Quali sono dunque queste cinque piaghe che affliggono la Chiesa?

1. La divisione del popolo dal Clero;

2. l’insufficiente educazione-formazione del Clero;

3. la divisione tra i Vescovi;

4. la nomina dei Vescovi abbandonata al potere laicale;

5. la servitù dei beni ecclesiastici (i compromessi).

Di queste cinque piaghe che affliggevano la Sposa di Cristo, la Santa Sede è riuscita a porvi rimedio ad una sola, l’ultima, quella legata alle finanze attraverso una serie di accordi con lo Stato (legittimi quanto si voglia), purtroppo però attraverso alcuni compromessi, si chiama “Concordato”. Poi fu risanata in parte anche la penultima piaga, quella legata alle nomine dei Vescovi  (trattandosi di un argomento molto più complesso, lo lasceremo per un eventuale ulteriore approfondimento a parte), ma su tutte le altre assistiamo a continui peggioramenti.

Nemo militans implicat se saeculi negotiis, ut ei placeat, qui eum elegit; si autem certat quis agone, non coronatur nisi legitime certaverit. *  ossia: Nessuno però, quando presta servizio militare, s’intralcia nelle faccende della vita comune, se vuol piacere a colui che l’ha arruolato. Anche nelle gare atletiche, non riceve la corona se non chi ha lottato secondo le regole. ” (2Tim. 2,4).

La provocazione di Rosmini era un richiamo allarmante all’evidente decadenza del Clero, e soprattutto dei Vescovi, i quali non avevano o non manifestavano più passione per le anime, preoccupazione per la loro salvezza, clissando sul vero ruolo della loro missione che è “ministero a servizio delle anime da salvare”. In tal contesto Rosmini arriva così a criticare come empi i “concordati”, così ancora attivi anche ai tempi nostri.
Per il neo Beato (beatificato da Benedetto XVI nel 2007) i concordati sono delle vere e proprie umiliazioni “con i quali la Madre dei fedeli è costretta da figli malcontenti a scendere a patti con essi (…) fra le tante sciagure ch’ebbe, la Chiesa cadde in tanto avvilimento da essere costretta a venire a siffatti patti con i fedeli! Tanta umiliazione fu dovuta ai peccati del clero:  “Vos estis sal terrae; quod si sal evanuerit, in quo salietur? Ad nihilum valet ultra, nisi ut mittatur foras et conculcetur ab hominibus”. * Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini. (Mt.5,13).

Scrive il beato Rosmini: “Vero è che non essendo il governo istituito da Gesù Cristo nella sua Chiesa una dominazione terrena, ma un servigio in favore degli uomini, un ministero di salute per le anime; egli non è retto dall’arbitrio di una dura autorità, non si picca di un crudo diritto; ma egli si piega, e, fondato nell’umiltà e nella ragione, riceve la legge, per così dire, da quei soggetti medesimi in vantaggio de’ quali è stato istituito, e la sua mirabile costituzione è appunto quella di potere ogni cosa pel bene e niente pel male: tale è la sola sua superiorità, il solo diritto che egli vanta, il diritto di giovare. Indi quel dolce principio dell’ecclesiastico reggimento, che in tutto manifestavasi ne’ primi secoli della Chiesa..“.

E allora, perchè tanta critica sui concordati?
Nel libro citato riporta una valevole spiegazione che condividiamo: ” Probabilmente perchè il Beato vedeva nei concordati uno strumento con cui i preti mettevano sul piatto della bilancia di una trattativa ciò che non si può trasformare in oggetto di transizione”, dice infatti il beato: ” Vero è che con i concordati, o con qualsiasi altra convenzione umana, non si può derogare ai diritti divini e immutabili della Chiesa; perchè non si può restringere il suo potere legislativo ricevuto da Gesù Cristo, nè diminuire in alcun modo quella pienezza di autorità per la quale Ella può tutto per il bene, e quindi può comandare, può ingiungere ai fedeli senza limite di sorta quanto trova necessario e  utile alla loro eterna salute, e all’incremento sopra la terra del Regno di Cristo“.

Questa affermazione sottolinea l’importante distinzione (ma non separazione nel senso che lo Stato può fare ciò che gli pare e piace) tra il potere civile-laico (lo Stato – Cesare, la cui autorità viene da Dio, come spiega Gesù a Pilato) e il potere della Chiesa, che è potere divino e immutabile che non riguarda solo i fedeli battezzati, ma che troviamo scritto nell’esistenza di ogni uomo e perciò parliamo oggi di “legge naturale” e dei “valori inviolabili”, parliamo di “bene comune” sui quali tutto il Magistero Pontificio del ‘900 (ma anche prima) e fino ad oggi, continua incessantemente a sottolinearne l’autorevolezza, l’importanza e l’imprescindibilità.

A questo proposito è bene unire alle notizie di oggi, il  Messaggio per la Pace 2013 firmato da Benedetto XVI del quale richiamiamo a questi passi:

  • “In effetti, i nostri tempi, contrassegnati dalla globalizzazione, con i suoi aspetti positivi e negativi, nonché da sanguinosi conflitti ancora in atto e da minacce di guerra, reclamano un rinnovato e corale impegno nella ricerca del bene comune, dello sviluppo di tutti gli uomini e di tutto l’uomo. (..)
     le beatitudini non sono solo raccomandazioni morali, la cui osservanza prevede a tempo debito – tempo situato di solito nell’altra vita – una ricompensa, ossia una situazione di futura felicità. La beatitudine consiste, piuttosto, nell’adempimento di una promessa rivolta a tutti coloro che si lasciano guidare dalle esigenze della verità, della giustizia e dell’amore. Coloro che si affidano a Dio e alle sue promesse appaiono spesso agli occhi del mondo ingenui o lontani dalla realtà.
    (..)
     La pace concerne l’integrità della persona umana ed implica il coinvolgimento di tutto l’uomo. È pace con Dio, nel vivere secondo la sua volontà. È pace interiore con se stessi, e pace esteriore con il prossimo e con tutto il creato. (..) la pace è ordine realizzato nella libertà, nel modo cioè che si addice alla dignità di persone, che per la loro stessa natura razionale, assumono la responsabilità del proprio operare. (..)
    Proprio per questo, la Chiesa è convinta che vi sia l’urgenza di un nuovo annuncio di Gesù Cristo, primo e principale fattore dello sviluppo integrale dei popoli e anche della pace. Gesù, infatti, è la nostra pace, la nostra giustizia, la nostra riconciliazione (cfr Ef 2,14; 2 Cor 5,18).
    (..)
    Via di realizzazione del bene comune e della pace è anzitutto il rispetto per la vita umana, considerata nella molteplicità dei suoi aspetti, a cominciare dal suo concepimento, nel suo svilupparsi, e sino alla sua fine naturale. Veri operatori di pace sono, allora, coloro che amano, difendono e promuovono la vita umana in tutte le sue dimensioni: personale, comunitaria e trascendente. La vita in pienezza è il vertice della pace. Chi vuole la pace non può tollerare attentati e delitti contro la vita.
    Coloro che non apprezzano a sufficienza il valore della vita umana e, per conseguenza, sostengono per esempio la liberalizzazione dell’aborto, forse non si rendono conto che in tal modo propongono l’inseguimento di una pace illusoria. La fuga dalle responsabilità, che svilisce la persona umana, e tanto più l’uccisione di un essere inerme e innocente, non potranno mai produrre felicità o pace. Come si può, infatti, pensare di realizzare la pace, lo sviluppo integrale dei popoli o la stessa salvaguardia dell’ambiente, senza che sia tutelato il diritto alla vita dei più deboli, a cominciare dai nascituri? Ogni lesione alla vita, specie nella sua origine, provoca inevitabilmente danni irreparabili allo sviluppo, alla pace, all’ambiente. Nemmeno è giusto codificare in maniera subdola falsi diritti o arbitrii, che, basati su una visione riduttiva e relativistica dell’essere umano e sull’abile utilizzo di espressioni ambigue, volte a favorire un preteso diritto all’aborto e all’eutanasia, minacciano il diritto fondamentale alla vita.
    Anche la struttura naturale del matrimonio va riconosciuta e promossa, quale unione fra un uomo e una donna, rispetto ai tentativi di renderla giuridicamente equivalente a forme radicalmente diverse di unione che, in realtà, la danneggiano e contribuiscono alla sua destabilizzazione, oscurando il suo carattere particolare e il suo insostituibile ruolo sociale.
    Questi principi non sono verità di fede, né sono solo una derivazione del diritto alla libertà religiosa. Essi sono inscritti nella natura umana stessa, riconoscibili con la ragione, e quindi sono comuni a tutta l’umanità. L’azione della Chiesa nel promuoverli non ha dunque carattere confessionale, ma è rivolta a tutte le persone, prescindendo dalla loro affiliazione religiosa. Tale azione è tanto più necessaria quanto più questi principi vengono negati o mal compresi, perché ciò costituisce un’offesa contro la verità della persona umana, una ferita grave inflitta alla giustizia e alla pace”.

***

Alla luce di ciò, dunque, cosa comporterà il “richiamo” della Santa Sede alla revisione del DDL-Zan? Ad una REVISIONE appunto e non ad una cancellazione totale; è un compromesso, l’ennesimo, che porterà al raggiungimento non della “Buona Battaglia” impartita dal Cristo, per il vero BENE DELL’UOMO E DI OGNI UOMO, ma ad accordi attraverso i quali non pestarsi i piedi rischiando, però, di favorire categorie di élite di persone che pretendono diritti che non hanno. In tal senso siamo d’accordo con l’allarme riportato dall’editoriale di Riccardo Cascioli: Il paradosso: strada spianata per la legge Zan“, vedi qui.

Concludiamo con le parole di sant’Agostino, quale appello ai Vescovi:

Dal «Discorso sui pastori» di sant’Agostino, vescovo (XXV settimana del Tempo Ordinario, Uff. delle Letture )
(Disc. 46, 14-15; CCL 41, 541-542)

Insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna
«E non avete riportato le disperse, non siete andati in cerca delle smarrite» (Ez 34, 4). Da questo momento ci troviamo come tra le mani di ladri e le zanne di lupi furiosi e per questi pericoli vi domandiamo preghiere. Per di più anche le pecore non sono docili. Se noi andiamo in cerca di loro quando si smarriscono, dicono, per loro errore e per loro rovina, che non ci appartengono. Perché ci desiderate, esse dicono, perché venite in cerca di noi? Come se il motivo per cui le desideriamo e le cerchiamo non sia proprio questo, proprio il fatto cioè che sono smarrite e si perdono. Se sono nell’errore, dicono, se sono vicino a morte, perché mi desideri? Perché mi cerchi?

Rispondo: Perché sei nell`errore, voglio richiamarti; perché ti sei smarrito, voglio ritrovarti. Replicano: Voglio smarrirmi così, voglio perdermi così.
Così vuoi smarrirti, così vuoi perderti? Ma io con tanta maggior forza non voglio questo. Te lo dico chiaramente: Voglio essere importuno. Poiché mi risuonano alla mente le parole dell’Apostolo che dice: «Annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna» (2 Tm 4, 2). Per chi a tempo opportuno e per chi a tempo non opportuno? Certamente a tempo opportuno, per chi vuole; a tempo inopportuno, per chi non vuole. Sono proprio importuno e oso dirtelo: Tu vuoi smarrirti, tu vuoi perderti, io invece non lo voglio.
Alla fin fine non lo vuole colui che mi incute timore. Qualora io lo volessi, ecco che cosa mi direbbe, ecco quale rimprovero mi rivolgerebbe: «Non avete riportato le disperse, non siete andati in cerca delle smarrite». Devo forse avere più timore di te che di lui? «Tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo» (2 Cor 5, 10).
Riporterò quindi la pecora dispersa, andrò in cerca di quella smarrita; che tu voglia o no, lo farò. Anche se nella mia ricerca sarò lacerato dai rovi della selva, mi caccerò nei luoghi più stretti, cercherò per tutte le siepi, percorrerò ogni luogo, finché mi sosteranno quelle forze che il timore di Dio mi infonde. Riporterò la pecora dispersa, andrò in cerca di quella smarrita. Se non vuoi il fastidio di dovermi sopportare, non sperderti, non smarrirti: E’ troppo poco se io mi contento di affliggermi nel vederti smarrita o sperduta. Temo che, trascurando te, abbia ad uccidere anche chi è forte. Senti infatti che cosa viene dopo: E le pecore grasse le avete ammazzate (cfr. Ez 34, 3).
Se trascurerò la pecora smarrita, la pecora che si perde, anche quella che è forte si sentirà trascinata ad andar vagando e a perdersi.




Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)