DIFENDERE LA VERA FEDE

Il Sacramento del Battesimo

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    Caterina63
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    00 12/14/2008 9:44 PM


    SEZIONE SECONDA “I SETTE SACRAMENTI DELLA CHIESA”
    Domenica 8 gennaio 2006 -
    Festa del Battesimo del Signore,
    Benedetto XVI spiega i simboli del Battesimo....e così potremo cominciare a capire cosa significa il nostro rapporto con Gesù...
    Cari genitori, padrini e madrine,
    Cari fratelli e sorelle!

    Che cosa succede nel Battesimo? Che cosa ci si aspetta dal Battesimo?
    Voi avete dato una risposta sulla soglia di questa Cappella: aspettiamo per i nostri bambini la vita eterna. Questo è lo scopo del Battesimo.
    Ma, come può essere realizzato? Come il Battesimo può dare la vita eterna? Che cosa è la vita eterna?

    Si potrebbe dire con parole più semplici: aspettiamo per questi nostri bambini una vita buona; la vera vita; la felicità anche in un futuro ancora sconosciuto.
    Noi non siamo in grado di assicurare questo dono per tutto l'arco del futuro sconosciuto e, perciò, ci rivolgiamo al Signore per ottenere da Lui questo dono.

    Alla domanda: «Come accadrà questo?» possiamo dare due risposte.
    La prima: nel Battesimo ciascun bambino viene inserito in una compagnia di amici che non lo abbandonerà mai nella vita e nella morte, perché questa compagnia di amici è la famiglia di Dio, che porta in sé la promessa dell'eternità. Questa compagnia di amici, questa famiglia di Dio, nella quale adesso il bambino viene inserito, lo accompagnerà sempre anche nei giorni della sofferenza, nelle notti oscure della vita; gli darà consolazione, conforto, luce. Questa compagnia, questa famiglia gli darà parole di vita eterna. Parole di luce che rispondono alle grandi sfide della vita e danno l'indicazione giusta circa la strada da prendere. Questa compagnia offre al bambino consolazione e conforto, l'amore di Dio anche sulla soglia della morte, nella valle oscura della morte. Gli darà amicizia, gli darà vita. E questa compagnia, assolutamente affidabile, non scomparirà mai. Nessuno di noi sa che cosa succederà nel nostro pianeta, nella nostra Europa, nei prossimi cinquanta, sessanta, settanta anni. Ma, su un punto siamo sicuri: la famiglia di Dio sarà sempre presente e chi appartiene a questa famiglia non sarà mai solo, avrà sempre l'amicizia sicura di Colui che è la vita.

    E così siamo arrivati alla seconda risposta. Questa famiglia di Dio, questa compagnia di amici è eterna, perché è comunione con Colui che ha vinto la morte, che ha in mano le chiavi della vita. Essere nella compagnia, nella famiglia di Dio, significa essere in comunione con Cristo, che è vita e dà amore eterno oltre la morte. E se possiamo dire che amore e verità sono fonte di vita, sono la vita - e una vita senza amore non è vita - possiamo dire che questa compagnia con Colui che è vita realmente, con Colui che è il Sacramento della vita, risponderà alla vostra aspettativa, alla vostra speranza.

    Sì, il Battesimo inserisce nella comunione con Cristo e così dà vita, la vita. Abbiamo così interpretato il primo dialogo che abbiamo avuto qui, sulla soglia della Cappella Sistina. Adesso, dopo la benedizione dell'acqua, seguirà un secondo dialogo di grande importanza.
    Il contenuto è questo: il Battesimo — come abbiamo visto — è un dono; il dono della vita. Ma un dono deve essere accolto, deve essere vissuto. Un dono di amicizia implica un «sì» all'amico e implica un «no» a quanto non è compatibile con questa amicizia, a quanto è incompatibile con la vita della famiglia di Dio, con la vita vera in Cristo. E così, in questo secondo dialogo, vengono pronunciati tre «no» e tre «sì». Si dice «no» e si rinuncia alle tentazioni, al peccato, al diavolo.
    Queste cose le conosciamo bene, ma forse proprio perché le abbiamo sentite troppe volte, queste parole non ci dicono tanto. Allora dobbiamo un po' approfondire i contenuti di questi «no». A che cosa diciamo «no»?. Solo così possiamo capire a che cosa vogliamo dire «sì».

    Nella Chiesa antica questi «no» erano riassunti in una parola che per gli uomini di quel tempo era ben comprensibile: si rinuncia — così si diceva — alla «pompa diabuli», cioè alla promessa di vita in abbondanza, di quell'apparenza di vita che sembrava venire dal mondo pagano, dalle sue libertà, dal suo modo di vivere solo secondo ciò che piaceva. Era quindi un «no» ad una cultura apparentemente di abbondanza di vita, ma che in realtà era una «anticultura» della morte. Era il «no» a quegli spettacoli dove la morte, la crudeltà, la violenza erano diventati divertimento. Pensiamo a quanto si realizzava nel Colosseo o qui, nei giardini di Nerone, dove gli uomini erano accesi come torce viventi. La crudeltà e la violenza erano divenuti un motivo di divertimento, una vera perversione della gioia, del vero senso della vita. Questa «pompa diabuli», questa «anticultura» della morte era una perversione della gioia, era amore della menzogna, della truffa, era abuso del corpo come merce e come commercio.

    E se adesso riflettiamo, possiamo dire che anche nel nostro tempo è necessario dire un «no» alla cultura ampiamente dominante della morte. Un’«anticultura» che si manifesta, per esempio, nella droga, nella fuga dal reale verso l’illusorio, verso una felicità falsa che si esprime nella menzogna, nella truffa, nell’ingiustizia, nel disprezzo dell’altro, della solidarietà, della responsabilità per i poveri e per i sofferenti; che si esprime in una sessualità che diventa puro divertimento senza responsabilità, che diventa una «cosificazione» - per così dire - dell’uomo, che non è più considerato persona, degno di un amore personale che esige fedeltà, ma diventa merce, un mero oggetto.
    A questa promessa di apparente felicità, a questa «pompa» di una vita apparente che in realtà è solo strumento di morte, a questa «anticultura» diciamo «no», per coltivare la cultura della vita. Per questo il «sì» cristiano, dai tempi antichi fino ad oggi, è un grande «sì» alla vita. Questo è il nostro «sì» a Cristo, il «sì» al vincitore della morte e il «sì» alla vita nel tempo e nell’eternità.

    Come in questo dialogo battesimale il «no» è articolato in tre rinunce, così anche il «sì» è articolato in tre adesioni: «sì» al Dio vivente, cioè a un Dio creatore, ad una ragione creatrice che dà senso al cosmo e alla nostra vita; «sì» a Cristo, cioè a un Dio che non è rimasto nascosto ma che ha un nome, che ha parole, che ha corpo e sangue; a un Dio concreto che ci dà la vita e ci mostra la strada della vita; «sì» alla comunione della Chiesa, nella quale Cristo è il Dio vivente, che entra nel nostro tempo, entra nella nostra professione, entra nella vita di ogni giorno.

    Potremmo anche dire che il volto di Dio, il contenuto di questa cultura della vita, il contenuto del nostro grande «sì», si esprime nei dieci Comandamenti, che non sono un pacco di proibizioni, di «no», ma presentano in realtà una grande visione di vita. Sono un «sì» a un Dio che dà senso al vivere (i tre primi comandamenti); «sì» alla famiglia (quarto comandamento); «sì» alla vita (quinto comandamento); «sì» all'amore responsabile (sesto comandamento); «sì» alla solidarietà, alla responsabilità sociale, alla giustizia (settimo comandamento); «sì» alla verità (ottavo comandamento), «sì» al rispetto dell’altro e di ciò che gli è proprio (nono e decimo comandamento).
    Questa è la filosofia della vita, è la cultura della vita, che diviene concreta e praticabile e bella nella comunione con Cristo, il Dio vivente, che cammina con noi nella compagnia dei suoi amici, nella grande famiglia della Chiesa. Il Battesimo è dono di vita. È un «sì» alla sfida di vivere veramente la vita, dicendo il «no» all'attacco della morte che si presenta con la maschera della vita; ed è «sì» al grande dono della vera vita, che si è fatta presente nel volto di Cristo, il quale si dona a noi nel Battesimo e poi nell'Eucaristia.

    Questo ho detto come breve commento alle parole che nel dialogo battesimale interpretano quanto si realizza in questo Sacramento.
    Oltre alle parole, abbiamo i gesti ed i simboli, ma sarò molto breve nell'indicarli.
    Il primo gesto lo abbiamo già compiuto: è il segno della croce, che ci viene dato come scudo che deve proteggere questo bambino nella sua vita; è come un «indicatore» per la strada della vita, perché la croce è il riassunto della vita di Gesù.
    Poi vi sono gli elementi:
    -l'acqua,
    -l'unzione con l'olio,
    -il vestito bianco e
    -la fiamma della candela.
    L'acqua è simbolo della vita: il Battesimo è vita nuova in Cristo. L'olio è simbolo della forza, della salute, della bellezza, perché realmente è bello vivere in comunione con Cristo.
    l'acqua....
    La fiamma della candela....
    Poi il vestito bianco, come espressione della cultura della bellezza, della cultura della vita.
    Ed infine la fiamma della candela, come espressione della verità che risplende nelle oscurità della storia e ci indica chi siamo, da dove veniamo e dove dobbiamo andare.

    Cari padrini e madrine, cari genitori, cari fratelli, ringraziamo in questo giorno il Signore, perché Dio non si nasconde dietro le nuvole del mistero impenetrabile, ma, come ha detto il Vangelo di oggi, ha aperto i cieli, si è mostrato, parla con noi ed è con noi; vive con noi e ci guida nella nostra vita. Ringraziamo il Signore per questo dono e preghiamo per i nostri bambini, perché abbiano realmente la vita, quella vera, la vita eterna.
     Amen.
    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
    Maestro dell’Ordine)
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    Caterina63
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    00 1/13/2009 9:04 AM
    Nella Cappella Sistina Benedetto XVI amministra il sacramento a tredici neonati

    Il battesimo ai bambini non è violenza
    ma dono della vera libertà



    Quando si battezzano i bambini non si fa loro violenza, ma si dona la ricchezza della vita divina in cui si radica la vera libertà. Lo ha ribadito Benedetto XVI celebrando domenica mattina, 11 gennaio, nella Cappella Sistina, la messa nella festa del Battesimo del Signore, durante la quale ha amministrato il sacramento a tredici neonati. Cristian Bartozzi, Cristian Chiei Gamacchio, Marcello Cocchieri, Riccardo Gauzzi Broccoletti, Francesco Giovannetti, Matteo Grigioni, Christian Josef Andreas Keusch, Tiziano Landolfi, Matteo Gennaro Longobardi, Valeria Mariani, Giulia Roggi, Martina Teodori e Nicole Tomei, sono i nove maschietti e le quattro femminucce battezzati dal Papa. A far festa con loro mamme e papà - questi ultimi tutti dipendenti vaticani -, madrine e padrini, che hanno partecipato al rito proclamando le letture e le preghiere dei fedeli, mentre fratellini e sorelline maggiori di alcuni battezzati hanno animato la processione offertoriale. Con Benedetto XVI hanno concelebrato gli arcivescovi Félix del Blanco Prieto, Elemosiniere di Sua Santità, Paolo Sardi, Nunzio Apostolico con Incarichi Speciali, Vice Camerlengo di Santa Romana Chiesa. In posti riservati erano l'arcivescovo James Michael Harvey, prefetto della Casa Pontificia, il vescovo Paolo De Nicolò, reggente della Prefettura, e monsignor Georg Gänswein, segretario particolare del Papa. Nel suggestivo scenario dipinto da Michelangelo i canti sono stati eseguiti dalla Cappella Sistina, diretta dal maestro Giuseppe Liberto.

    Cari fratelli e sorelle!

    Le parole che l'evangelista Marco riporta all'inizio del suo Vangelo:  "Tu sei il Figlio mio, l'amato:  in te ho posto il mio compiacimento" (1, 11) ci introducono nel cuore dell'odierna festa del Battesimo del Signore, con cui si conclude il tempo di Natale. Il ciclo delle solennità natalizie ci fa meditare sulla nascita di Gesù annunciata dagli angeli circonfusi dallo splendore luminoso di Dio; il tempo natalizio ci parla della stella che guida i Magi dall'Oriente fino alla casa di Betlemme, e ci invita a guardare il cielo che si apre sul Giordano mentre risuona la voce di Dio. Sono tutti segni tramite i quali il Signore non si stanca di ripeterci:  "Sì, sono qui. Vi conosco. Vi amo. C'è una strada che da me viene a voi. E c'è una strada che da voi sale a me".


                                                      

    Il Creatore ha assunto in Gesù le dimensioni di un bambino, di un essere umano come noi, per potersi far vedere e toccare. Al tempo stesso, con questo suo farsi piccolo, Iddio ha fatto risplendere la luce della sua grandezza. Perché, proprio abbassandosi fino all'impotenza inerme dell'amore, Egli dimostra che cosa sia la vera grandezza, anzi, che cosa voglia dire essere Dio.

     Il significato del Natale, e più in generale il senso dell'anno liturgico, è proprio quello di avvicinarci a questi segni divini, per riconoscerli impressi negli eventi d'ogni giorno, affinché il nostro cuore si apra all'amore di Dio. E se il Natale e l'Epifania servono soprattutto a renderci capaci di vedere, ad aprirci gli occhi e il cuore al mistero di un Dio che viene a stare con noi, la festa del battesimo di Gesù ci introduce, potremmo dire, alla quotidianità di un rapporto personale con Lui. Infatti, mediante l'immersione nelle acque del Giordano, Gesù si è unito a noi. Il Battesimo è per così dire il ponte che Egli ha costruito tra sé e noi, la strada per la quale si rende a noi accessibile; è l'arcobaleno divino sulla nostra vita, la promessa del grande sì di Dio, la porta della speranza e, nello stesso tempo, il segno che ci indica il cammino da percorrere in modo attivo e gioioso per incontrarlo e sentirci da Lui amati.

    Cari amici, sono veramente contento che anche quest'anno, in questo giorno di festa, mi sia data l'opportunità di battezzare dei bambini. Su di essi si posa oggi il "compiacimento" di Dio. Da quando il Figlio unigenito del Padre si è fatto battezzare, il cielo è realmente aperto e continua ad aprirsi, e possiamo affidare ogni nuova vita che sboccia alle mani di Colui che è più potente dei poteri oscuri del male. Questo in effetti comporta il Battesimo:  restituiamo a Dio quello che da Lui è venuto. Il bambino non è proprietà dei genitori, ma è affidato dal Creatore alla loro responsabilità, liberamente e in modo sempre nuovo, affinché essi lo aiutino ad essere un libero figlio di Dio. Solo se i genitori maturano tale consapevolezza riescono a trovare il giusto equilibrio tra la pretesa di poter disporre dei propri figli come se fossero un privato possesso plasmandoli in base alle proprie idee e desideri, e l'atteggiamento libertario che si esprime nel lasciarli crescere in piena autonomia soddisfacendo ogni loro desiderio e aspirazione, ritenendo ciò un modo giusto di coltivare la loro personalità. Se, con questo sacramento, il neo-battezzato diventa figlio adottivo di Dio, oggetto del suo amore infinito che lo tutela e difende dalle forze oscure del maligno, occorre insegnargli a riconoscere Dio come suo Padre ed a sapersi rapportare a Lui con atteggiamento di figlio. E pertanto, quando, secondo la tradizione cristiana come oggi facciamo, si battezzano i bambini introducendoli nella luce di Dio e dei suoi insegnamenti, non si fa loro violenza, ma si dona loro la ricchezza della vita divina in cui si radica la vera libertà che è propria dei figli di Dio; una libertà che dovrà essere educata e formata con il maturare degli anni, perché diventi capace di responsabili scelte personali.

    Cari genitori, cari padrini e madrine, vi saluto tutti con affetto e mi unisco alla vostra gioia per questi piccoli che oggi rinascono alla vita eterna. Siate consapevoli del dono ricevuto e non cessate di ringraziare il Signore che, con l'odierno sacramento, introduce i vostri bambini in una nuova famiglia, più grande e stabile, più aperta e numerosa di quanto non sia quella vostra:  mi riferisco alla famiglia dei credenti, alla Chiesa, una famiglia che ha Dio per Padre e nella quale tutti si riconoscono fratelli in Gesù Cristo. Voi dunque oggi affidate i vostri figli alla bontà di Dio, che è potenza di luce e di amore; ed essi, pur tra le difficoltà della vita, non si sentiranno mai abbandonati, se a Lui resteranno uniti. Preoccupatevi pertanto di educarli nella fede, di insegnar loro a pregare e a crescere come faceva Gesù e con il suo aiuto, "in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini" (cfr. Lc 2, 52).

    Tornando ora al brano evangelico, cerchiamo di comprendere ancor più quel che oggi qui avviene. Narra san Marco che, mentre Giovanni Battista predica sulle rive del fiume Giordano, proclamando l'urgenza della conversione in vista della venuta ormai prossima del Messia, ecco che Gesù, confuso tra la gente, si presenta per essere battezzato. Quello di Giovanni è certo un battesimo di penitenza, ben diverso dal sacramento che istituirà Gesù. In quel momento, tuttavia, si intravede già la missione del Redentore poiché, quando esce dall'acqua, risuona una voce dal cielo e su di lui scende lo Spirito Santo (cfr. Mc 1, 10):  il Padre celeste lo proclama suo figlio prediletto e ne attesta pubblicamente l'universale missione salvifica, che si compirà pienamente con la sua morte in croce e la sua risurrezione. Solo allora, con il sacrifico pasquale, si renderà universale e totale la remissione dei peccati. Con il Battesimo non ci immergiamo allora semplicemente nelle acque del Giordano per proclamare il nostro impegno di conversione, ma si effonde su di noi il sangue redentore del Cristo che ci purifica e ci salva. È l'amato Figlio del Padre, nel quale Egli ha posto il suo compiacimento, che ci riacquista la dignità e la gioia di chiamarci ed essere realmente "figli" di Dio.

    Tra poco rivivremo questo mistero evocato dall'odierna solennità; i segni e simboli del sacramento del Battesimo ci aiuteranno a comprendere quel che il Signore opera nel cuore di questi nostri piccoli, rendendoli "suoi" per sempre, dimora scelta del suo Spirito e "pietre vive" per la costruzione dell'edificio spirituale che è la Chiesa. La Vergine Maria, Madre di Gesù, il Figlio amato di Dio, vegli su di loro e sulle loro famiglie, li accompagni sempre, perché possano realizzare fino in fondo il progetto di salvezza che con il Battesimo si compie nelle loro vite. E noi, cari fratelli e sorelle, accompagniamoli con la nostra preghiera; preghiamo per i genitori, i padrini e le madrine e per i loro parenti, perché li aiutino a crescere nella fede; preghiamo per tutti noi qui presenti affinché, partecipando devotamente a questa celebrazione, rinnoviamo le promesse del nostro Battesimo e rendiamo grazie al Signore per la sua costante assistenza. Amen!



    (©L'Osservatore Romano - 12-13 gennaio 2009)







    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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    00 4/13/2009 6:35 PM
    Epigrafia e iniziazione dei cristiani

    Quando i battezzati
    non si chiamavano così


    di Carlo Carletti

    Nel corso dell'età costantiniana l'epitaffio dei cristiani perde progressivamente l'aspetto arcaico che lo aveva caratterizzato per oltre un secolo e accresce rapidamente la sua estensione testuale, ritornando ai modelli della prassi funeraria romana, all'interno dei quali si inseriscono termini, espressioni, "segni", direttamente o indirettamente evocativi del credo religioso dei committenti.
     
                                       

    Tra questi elementi specificamente identitari speciale rilievo assume la menzione del rito dell'iniziazione, l'unico tra i sacramenti cristiani che tra il iv e il vi secolo viene espressamente ricordato nelle iscrizioni. Queste testimonianze, cronologicamente circoscritte tra circa il 330 e la metà del v secolo, raggiungono allo stato attuale circa trecento attestazioni:  un centinaio, per la gran parte latine e dunque afferenti alla parte occidentale dell'orbis christianus antiquus, si riferiscono espressamente all'azione battesimale; poco più di una decina ricordano il periodo del catecumenato, cioè lo status dell'istruzione prebattesimale, con i termini cathecumenus, audiens, candidatus, katechoùmenos, akroatès; le rimanenti, molto più numerose - circa duecento - ricordano i neobattezzati, con le forme neophytus o, secondo l'uso greco, neophòtistos (neo illuminato) già attestato nel ii secolo in Giustino, che spiegava (I Apologia, 61, 12):  "Questo lavacro si chiama illuminazione (photismòs) poiché sono illuminati quelli (photizòmenoi) che imparano queste cose".

    L'ambito di diffusione di queste ricorrenze si circoscrive pressoché esclusivamente all'epigrafia funeraria e ciò ne giustifica pienamente le motivazioni d'uso:  non solo o non soltanto la memoria dell'atto formale di ingresso nella comunità cristiana, ma per lo più l'incidenza di circostanze occasionali, peraltro molto frequenti:  l'irruzione della morte a poca distanza dal battesimo, ovvero - in deroga alla disciplina dell'antichità cristiana - la sua amministrazione in articulo mortis ai bambini o agli adolescenti, il cosidetto "pedobattesimo".

    Nel lessico epigrafico relativo all'iniziazione - salvo pochissime eccezioni - si registra la pressoché totale assenza delle forme specificamente tecniche bàptisma, baptìzein, dei relativi calchi baptisma, baptismus, baptizare, degli equivalenti e concorrenti latini tinctio, tingere, lavacrum, e ciò in controtendenza con una ininterrotta tradizione, documentata fin dalle origini cristiane sia nella letteratura neotestamentaria - Paolo in primo luogo - sia in quella patristica. Allo stato attuale, nell'arco dei secoli iv e v, la menzione dei termini "battesimo", "battezzare" ricorre soltanto in sette esemplari sulle circa trecento iscrizioni che ricordano i vari momenti dell'iniziazione.

    Un dato non irrilevante al quale non sembra sia stata riservata adeguata attenzione nelle ricerche sul lessico battesimale nei secoli dell'antichità cristiana:  apodittica, e dunque non documentata, appare così l'affermazione - forse affrettata - ed esclusivamente fondata sulla scorta della documentazione letteraria, liturgica e documentaria che "le più antiche comunità cristiane di lingua latina, per designare il battesimo adottarono... la denominazione greca" (Vincenzo Loi).

    Ma la comunità cristiana, nella sua dimensione più pienamente ecclesiale dei Christi fideles laici, manifesta la sua esistenza non soltanto attraverso la selezione e la mediazione delle testimonianze letterarie, ma anche e soprattutto per il tramite di quella documentazione che per sua natura si propone come specchio di rifrazione immediato e genuino del suo "vivere" e del suo "sentire". È infatti proprio nella prassi epigrafica funeraria che, non a caso, proprio la menzione del battesimo, almeno sul piano espressivo, viene formulata in maniera affatto diversa rispetto a quella del "prescritto religioso", così come veicolato dai testi letterari e documentari. Nei semplici epitaffi non si parla di "battesimo" e "battezzare" ma, con perifrasi, si dice gratiam dei accipere, gratiam dei percipere, gratiam sanctam consequi, fidem accipere, fidem percipere, fide constituere e in greco lambànein, paralambànein, pìstin, tèn chàrin toù theoù, cioè "accogliere la grazia", "ricevere la grazia", "consolidarsi nella fede", "conquistare la grazia di Dio". In alcuni casi la pregnanza di queste formule raggiunge il livello massimo di sintesi espressivo-concettuale, laddove a significare che il defunto ha ricevuto il battesimo si usa soltanto la forma verbale, si dice cioè, ellitticamente, "raggiunse", "conseguì", "volle", "conquistò", "accolse", "ricevette", sottintendendo naturalmente "la grazia", "la fede".

    Esemplificativa della diffusione di questo linguaggio battesimale è l'iscrizione di una certa Iulia sepolta a Roma nella stessa area cimiteriale della via Ardeatina dove Damaso aveva fatto deporre la sorella Irene:  "Nacqui a Roma. Giulia - se lo chiederai - è il mio nome. Vissi pura accanto al mio uomo Florenzio, al quale ho lasciato tre figli. Ricevetti poi la grazia di Dio e, neofita, fui accolta nella pace":  Giulia - è chiaro - morì pochissimo tempo dopo aver ricevuto il battesimo, probabilmente in seguito al parto. Se questo linguaggio era penetrato così in profondità nei testi delle iscrizioni se ne deve legittimamente dedurre che, negli stessi termini, esso fosse diffuso e recepito nella comunicazione orale e che, dunque, ciò che rimaneva fissato sulla pietra delle "scritture ultime" altro non era che la riproposizione di un parlare comune, di una lingua d'uso, che filtrava e volgarizzava (dal punto di vista della lingua) quanto recepito nella catechesi prebattesimale o nell'ascolto della predicazione.

    Ma la ricchezza della documentazione epigrafica sul battesimo non si limita allo stereotipo formulare sopra ricordato, ma si allarga all'intera prassi rituale dell'iniziazione e talvolta ricorda aspetti e circostanze particolari meritevoli per la loro eccezionalità di essere ricordati nell'iscrizione.

    È il caso di una certa Foedula (morta a Vienne in Gallia tra il 386 e il 389) che - recita il suo epitaffio - Martini quondam proceris sui dextera tinta (cioè tincta), crimina deposuit fonte renata:  qui il procer Martinus è certamente da individuare con il celebre Martino vescovo di Tours, che soggiornò a Vienne tra il 386 e il 389 in occasione della deposizione delle reliquie dei santi Gervasio e Protasio come si apprende da Sulpicio Severo (Vita Martini, 19, 3) e da Paolino di Nola (Epistulae, 18). Evidentemente in questa circostanza Martino amministrò a Foedula il battesimo, qui definito con una sequenza di espressioni che nell'ordine si riferiscono alla forma rituale, cioè alla materia, con la forma tipicamente latina tingere ("immergere"), alla rinascita spirituale ("rinata nella sorgente divina"), ai suoi conseguenti effetti ("si spogliò dei suoi peccati").

    A Spoleto ad amministrare il battesimo di Picentia Legitima, definita nell'epitaffio neophyta, è il vescovo di Roma Liberio (consignata a Liberio papa):  la sua azione rituale è qui sintetizzata nella consignatio, cioè il signum crucis che il vescovo o il presbitero imprimeva sulla fronte del neobattezzato successivamente all'abluzione.

    A Roma in una iscrizione del cimitero di Castulo si tramanda, quasi in forma di cronaca per la dovizia dei dettagli, la vicenda di un bambino di sei anni:  dal momento della nascita, al battesimo, alla morte:  "Pascasio, nato con nome di Severo, giovedi quattro aprile dell'anno 457, visse sei anni. Ricevette (percepit, sottinteso la grazia, la fede) il 21 aprile e depose le sue (vesti) bianche nel sepolcro l'ottava di Pasqua, il 28 aprile dell'anno 463". Il giovane defunto aveva assunto alla nascita il cognomen di Severus, ma al momento del battesimo al suo nome anagrafico fu aggiunto quello di Pascasius, un vero e proprio agnomen (soprannome) ex baptismate:  al sopraggiungere della morte indossava ancora la veste bianca (et albas suas octabas pascae ad sepulcrum deposuit), che, contra votum, dovette deporre non nell'assemblea della domenica in albis, ma nel sepolcro.

    Dalla documentazione epigrafica relativa ai diversi momenti della iniziazione cristiana emerge implicitamente una questione di ordine più generale, per lo più trascurata dalla critica, almeno in relazione alla documentazione epigrafica:  quella cioè della palpabile differenza di densità tra la dottrina e la disciplina predicata dalla Chiesa e il suo impatto sul cristiano medio. Nello specifico del nostro problema il dislivello tra "prescritto" e "vissuto" emerge soprattutto in quelle numerose testimonianze epigrafiche nelle quali l'età matura di defunti neobattezzati (dai 20 agli oltre 70 anni) fa legittimamente supporre un deliberato rinvio del battesimo fino all'approssimarsi della morte; sicché non pochi fedeli giungevano al battesimo nello status di audientes e non di electi, come, per esempio, il vir clarissimus Iunius Bassus o l'eunuco Aedesius iniziati rispettivamente a 42 e 25 anni.

    È la situazione, indotta dalle adesioni di massa, cui fanno esplicito riferimento quasi con rassegnazione alcuni vescovi tra la metà del iv e il v secolo, soprattutto - come sta a indicare la cronologia di molte iscrizioni - all'indomani di un evento capitale quale fu la promulgazione dell'editto de fide catholica di Teodosio (380), in cui si proclamava come religione di Stato quella "che l'apostolo Pietro anticamente insegnò ai romani e che ora è professata dal pontefice Damaso e da Pietro vescovo di Alessandria". Molti - frettolosamente avvicinatisi alla Chiesa - iniziavano il percorso catecumenale ma non altrettanti lo conducevano coerentemente a termine e, nella migliore delle ipotesi, lo rimandavano sine die fino all'approssimarsi della morte:  una atipica categoria di aspiranti al battesimo, i procrastinantes, energicamente condannata da Cirillo di Gerusalemme (Catechesi, 17, 35 - 36), Ambrogio (In Psalmos, 118, 20, 48 - 49), Agostino (De catechizandis rudibus, 5, 9), quando il percorso che conduceva al rito di iniziazione era lungo, impegnativo e contrassegnato da frequenti verifiche:  soprattutto induceva al rinvio il rigore (con relative penitenze e temporanee sospensioni) nel concedere la remissione dei peccati postbattesimali.


    (©L'Osservatore Romano - 12 aprile 2009)
    Fraternamente CaterinaLD

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    00 1/10/2010 11:36 PM
    Nella domenica in cui la CHiesa ricorda il Battesimo di Gesù al fiume Giordano, il Santo Padre ha celebrato la S. Messa nella Cappella Sistina ed ha amministrato il Battesimo a quattordici bambini. Ai loro genitori, padrini e madrine il Papa ha ricordato il loro impegno ad essere per i bambini i primi testimoni della fede e il loro compito di educatori. Con il Battesimo, ha detto il Papa, questi bambini iniziano l'avventura gioiosa ed esaltante del discepolo, che la liturgia presenta come un'esperienza di luce, simboleggiata dalla candela accesa al cero pasquale. Ed ha aggiunto: (INSERTO PAPA)"In questa luce i bambini che stanno per essere battezzati dovranno camminare per tutta la vita, aiutati dalle ...



    OMELIA DEL SANTO PADRE



    Cari fratelli e sorelle!

    Nella festa del Battesimo del Signore, anche quest’anno ho la gioia di amministrare il sacramento del Battesimo ad alcuni neonati, che i genitori presentano alla Chiesa. Siate i benvenuti, cari papà e mamme di questi piccoli, e voi padrini e madrine, amici e parenti, che fate loro corona. Rendiamo grazie a Dio, che oggi chiama queste sette bambine e questi sette bambini a diventare suoi figli in Cristo. Li circondiamo con la preghiera e con l’affetto e li accogliamo con gioia nella Comunità cristiana, che da oggi diventa anche la loro famiglia.

    Con la festa del Battesimo di Gesù continua il ciclo delle manifestazioni del Signore, che è iniziato a Natale con la nascita a Betlemme del Verbo incarnato, contemplato da Maria, Giuseppe e i pastori nell’umiltà del presepe, e che ha avuto una tappa importante nell’Epifania, quando il Messia, attraverso i Magi, si è manifestato a tutte le genti. Oggi Gesù si rivela, sulle rive del Giordano, a Giovanni e al popolo d'Israele. È la prima occasione in cui egli, da uomo maturo, entra nella scena pubblica, dopo aver lasciato Nazaret. Lo troviamo presso il Battista, da cui si reca un gran numero di gente, in una scena inconsueta. Nel brano evangelico, poc’anzi proclamato, san Luca osserva anzitutto che il popolo "era in attesa" (3,15). Egli sottolinea, così, l’attesa di Israele, coglie, in quelle persone che avevano lasciato le loro case e gli impegni abituali, il profondo desiderio di un mondo diverso e di parole nuove, che sembrano trovare risposta proprio nelle parole severe, impegnative, ma colme di speranza del Precursore. Il suo è un battesimo di penitenza, un segno che invita alla conversione, a cambiare vita, perché si avvicina Colui che "battezzerà in Spirito santo e fuoco" (3,16). Infatti, non si può aspirare ad un mondo nuovo rimanendo immersi nell’egoismo e nelle abitudini legate al peccato. Anche Gesù abbandona la casa e le consuete occupazioni per raggiungere il Giordano. Arriva in mezzo alla folla che sta ascoltando il Battista e si mette in fila come tutti, in attesa di essere battezzato. Giovanni, non appena lo vede avvicinarsi, intuisce che in quell’Uomo c’è qualcosa di unico, che è il misterioso Altro che attendeva e verso il quale era orientata tutta la sua vita. Comprende di trovarsi di fronte a Qualcuno di più grande di lui e di non essere degno neppure di sciogliergli i lacci dei sandali.

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    Presso il Giordano, Gesù si manifesta con una straordinaria umiltà, che richiama la povertà e la semplicità del Bambino deposto nella mangiatoia, e anticipa i sentimenti con i quali, al termine dei suoi giorni terreni, giungerà a lavare i piedi dei discepoli e subirà l’umiliazione terribile della croce. Il Figlio di Dio, Colui che è senza peccato, si pone tra i peccatori, mostra la vicinanza di Dio al cammino di conversione dell’uomo. Gesù prende sulle sue spalle il peso della colpa dell’intera umanità, inizia la sua missione mettendosi al nostro posto, al posto dei peccatori, nella prospettiva della croce.

    Mentre, raccolto in preghiera, dopo il battesimo, esce dall’acqua, si aprono i cieli. È il momento atteso da schiere di profeti. "Se tu squarciassi i cieli e scendessi!", aveva invocato Isaia (63,19). In questo momento, sembra suggerire san Luca, tale preghiera viene esaudita. Infatti, "Il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo" (3,21-22); si udirono parole mai ascoltate prima: "Tu sei il Figlio mio, l’amato, in te ho posto il mio compiacimento" (v. 22). Gesù salendo dalle acque, come afferma san Gregorio Nazianzeno, "vede scindersi e aprirsi i cieli, quei cieli che Adamo aveva chiuso per sé e per tutta la sua discendenza" (Discorso 39 per il Battesimo del Signore, PG 36). Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo scendono tra gli uomini e ci rivelano il loro amore che salva. Se sono gli angeli a recare ai pastori l'annuncio della nascita del Salvatore, e la stella ai Magi venuti dall’Oriente, ora è la voce stessa del Padre che indica agli uomini la presenza nel mondo del suo Figlio e che invita a guardare alla risurrezione, alla vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte.

    Il lieto annuncio del Vangelo è l'eco di questa voce che scende dall’alto. A ragione, perciò, Paolo, come abbiamo ascoltato nella seconda lettura, scrive a Tito: "Figlio mio, è apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini" (2,11). Il Vangelo, infatti, è per noi grazia che dà gioia e senso alla vita. Essa, prosegue l’Apostolo, "ci insegna a rinnegare l'empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà" (v. 12); ci conduce, cioè, ad una vita più felice, più bella, più solidale, ad una vita secondo Dio. Possiamo dire che anche per questi bambini oggi si aprono i cieli. Essi riceveranno in dono la grazia del Battesimo e lo Spirito Santo abiterà in loro come in un tempio, trasformando in profondità il loro cuore. Da questo momento, la voce del Padre chiamerà anche loro ad essere suoi figli in Cristo e, nella sua famiglia che è la Chiesa, donerà a ciascuno il dono sublime della fede. Tale dono, ora che non hanno la possibilità di intendere pienamente, sarà deposto nel loro cuore come un seme pieno di vita, che attende di svilupparsi e portare frutto. Oggi vengono battezzati nella fede della Chiesa, professata dai genitori, dai padrini e dalle madrine e dai cristiani presenti, che poi li condurranno per mano nella sequela di Cristo. Il rito del Battesimo richiama con insistenza il tema della fede già all’inizio, quando il Celebrante ricorda ai genitori che chiedendo il battesimo per i propri figli, essi assumono l’impegno ad "educarli nella fede". Questo compito è richiamato in modo ancora più forte a genitori e padrini nella terza parte della celebrazione, che inizia con le parole loro rivolte: "A voi il compito di educarli nella fede perché la vita divina che ricevono in dono sia preservata dal peccato e cresca di giorno in giorno. Se dunque, in forza della vostra fede, siete pronti ad assumervi questo impegno… fate la vostra professione in Cristo Gesù. E’ la fede della Chiesa nella quale i vostri figli vengono battezzati". Queste parole del rito suggeriscono che, in qualche modo, la professione di fede e la rinuncia al peccato di genitori, padrini e madrine rappresentano la premessa necessaria perché la Chiesa conferisca il Battesimo ai loro bambini.

    Immediatamente prima dell’infusione dell’acqua sul capo del neonato vi è, poi, un ulteriore richiamo alla fede. Il celebrante rivolge un’ultima domanda: "Volete che il vostro bambino riceva il Battesimo nella fede della Chiesa, che tutti insieme abbiamo professato?". E solo dopo la loro risposta affermativa viene amministrato il Sacramento. Anche nei riti esplicativi - unzione con il crisma, consegna della veste bianca e del cero accesso, gesto dell’"effeta" - la fede rappresenta il tema centrale. "Abbiate cura - dice la formula che accompagna la consegna del cero – che i vostri bambini… vivano sempre come figli della luce; e perseverando nella fede, vadano incontro al Signore che viene"; "Il Signore Gesù – afferma ancora il Celebrante nel rito dell’"effeta" – ti conceda di ascoltare presto la sua parola, e di professare la tua fede, a lode e gloria di Dio Padre". Tutto poi è coronato dalla benedizione finale che ricorda ancora ai genitori il loro impegno di essere per i figli "i primi testimoni della fede".

    Cari amici, oggi per questi bambini è un grande giorno. Con il Battesimo, essi, divenuti partecipi della morte e risurrezione del Cristo, iniziano con lui l’avventura gioiosa ed esaltante del discepolo. La liturgia la presenta come un’esperienza di luce. Infatti, consegnando a ciascuno la candela accesa al cero pasquale, la Chiesa afferma: "Ricevete la luce di Cristo!". È del Battesimo illuminare con la luce di Cristo, aprire gli occhi al suo splendore e introdurre al mistero di Dio attraverso il lume divino della fede. In questa luce i bambini che stanno per essere battezzati dovranno camminare per tutta la vita, aiutati dalle parole e dall’esempio dei genitori, dei padrini e delle madrine. Questi dovranno impegnarsi ad alimentare con le parole e la testimonianza della loro vita le fiaccole della fede dei bambini, perché possa risplendere in questo nostro mondo, che brancola spesso nelle tenebre del dubbio, e recare la luce del Vangelo che è vita e speranza. Solo così, da adulti potranno pronunciare con piena consapevolezza la formula collocata al termine della professione di fede presente nel rito: "Questa è la nostra fede. Questa è la fede della Chiesa. E noi ci gloriamo di professarla in Cristo Gesù nostro Signore".

    Anche ai nostri giorni la fede è un dono da riscoprire, da coltivare e da testimoniare. Con questa celebrazione del Battesimo, il Signore conceda a ciascuno di noi di vivere la bellezza e la gioia dell’essere cristiani, perché possiamo introdurre i bambini battezzati alla pienezza dell’adesione a Cristo. Affidiamo questi piccoli alla materna intercessione della Vergine Maria. Chiediamo a Lei che, rivestiti della veste bianca, segno della loro nuova dignità di figli di Dio, siano per tutta la loro vita fedeli discepoli di Cristo e coraggiosi testimoni del Vangelo.

    Amen.



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    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
    Maestro dell’Ordine)
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    00 1/10/2011 9:17 PM
    Dal battesimo alla gloria

    Maria è l’icona antropologica della risposta del cristiano a Dio e colei che introduce sempre più nel mistero della SS. Trinità. Nel Battesimo nasce l’uomo trinitario, creato a immagine di Dio unitrino e santificato dalle tre persone divine.

    di STEFANO DE FIORES

    Il legame tra Maria e il Battesimo si esprime nell’analogia tra quanto avviene in Lei il giorno dell’Annunciazione e quanto avviene nel rito battesimale. Vi si scorgono due nessi significativi: quello, fondato sul vangelo di Giovanni ed illustrato dalla patristica, derivante dalla maternità spirituale di Maria e quello che proviene dall’esperienza spirituale e missionaria che considera la Vergine quale motivo ulteriore di fedeltà alle promesse battesimali.

    Come nel battesimo di ogni credente, si osservano nella personalità di Maria tre aspetti da lei vissuti al momento dell’annuncio dell’angelo: un’esperienza della Trinità, un’opzione fondamentale e nuovi vincoli con le persone divine.

    Polidoro da Caravaggio, Adorazione dei pastori, 1533-1534, Museo  Regionale, Messina.
    Polidoro da Caravaggio, Adorazione dei pastori,
    1533-1534, Museo Regionale, Messina.

    L’esperienza della Trinità

    È innegabile la lettura pasquale dell’annuncio angelico. In quell’evento, come nella Pasqua, l’iniziativa è del Padre: «L’angelo Gabriele fu mandato da Dio» (Lc 1,26). Si tratta dell’Altissimo (Lc 1,32.35), cioè di Dio, Signore trascendente, ma nello stesso tempo di un Dio che da sempre ama Maria di un amore singolare e quindi si rende a lei vicino come Salvatore: «Rallegrati, colmata di grazia, il Signore è con te». Nell’annuncio l’evento riguarda anche il Figlio, per il quale si compie l’opera divina: «Ecco concepirai un figlio. Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo, Figlio di Dio» (Lc 1,31-32.35). Anche lo Spirito è presente nell’annuncio. Apice del racconto lucano è il v. 35: «Lo Spirito santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo». Lo Spirito è la forza divina che opera ciò che è umanamente impossibile: la concezione verginale del Figlio di Dio. Il parallelismo con la nube che ricopre la tenda del convegno quale segno tangibile della presenza di Jhwh (Es 40,34-35) mostra che Maria è il nuovo tabernacolo della gloria del Signore, divenuto suo figlio.

    Anche se il mistero dell’incarnazione si compie nel silenzio della casa di Nazaret, non possiamo pensare che Maria rimanga passiva o inerte di fronte alla Trinità che opera in lei. Il turbamento riflessivo, la domanda all’angelo e la sua risposta fanno della Vergine una persona sensibile e attiva, capace di una vera esperienza di fede. Ella narra addirittura in forma di cantico dossologico tale sua esperienza, quando intona il Magnificat (Lc 1,46-55). Maria è piena di gioia perché si sente termine dell’amore salvifico di Dio che dopo averla guardata con benevolenza opera in lei un cambiamento di situazione: da uno status sociale e religioso irrilevante, passa ad essere proclamata beata da tutte le generazioni.

    Come vera figlia di Sion, Maria esalta il volto di Dio secondo gli attributi riconosciuti nell’AT: potenza, misericordia, santità, fedeltà. Maria perverrà ad una più chiara nozione del Padre sotto l’impulso delle parole di Gesù nel ritrovamento nel tempio e della Pentecoste. Ma una previa conoscenza del Padre e dello Spirito è presupposta in lei.
       

    La risposta della fede

    Al Dio che parla mediante il suo messaggero, Maria risponde con l’obbedienza della fede. Nelle sue parole si può scorgere un’eco della risposta del popolo d’Israele all’alleanza con Dio: «Serviremo il Signore... Faremo tutto quello che JHWH ci dirà» (Es 19,8; 24.3.7; Dt 5,27).

    Ma esse sono nello stesso tempo una solenne professione di fede monoteista, in sintonia con lo «Shemà Israel» che proclama: «Ascolta, Israele, il Signore Dio nostro è unico». In contrapposizione con il vecchio sacerdote Zaccaria e con l’ambiente semipagano della «Galilea delle genti», Maria si dichiara «serva del Signore» ponendosi in totale disponibilità alla sua parola (Lc 1,38). Proprio in questo senso è interpretato da Elisabetta il sì di Maria: una risposta di fede così perfetta da suscitare lode e congratulazioni (Lc 1, 42-45).

    La grandezza della fede di Maria si misura dall’oggetto del messaggio, che non conosce precedenti nella storia d’Israele: l’inaudita concezione verginale del Figlio dell’Altissimo. Questa comporta un cambio di programma in Maria che non volendo conoscere uomo è intenzionata ad escludere maternità e figli dalla sua esistenza. Ella si adegua alla volontà del Signore, anche se ignora i particolari e le modalità della sua missione. Ciò la pone tra i grandi mistici dell’umanità, in quanto rappresenta la risposta ideale dell’uomo uditore della parola dinanzi a Dio che si rivela.

    Lorenzo Lippi, Trinità, 1664, Abbazia di Vallombrosa
    Lorenzo Lippi, Trinità, 1664, Abbazia di Vallombrosa

    I vincoli di Maria con la Trinità

    Più che luogo o spazio, Maria è una persona, anzi la prima persona della storia in quanto contrae vincoli relazionali con il Dio unitrino. Questi le si rivela e insieme nasconde nel simbolismo delle istituzioni giudaiche (l’arca dell’alleanza e la tenda del convegno). Ella comunque «è insignita del sommo ufficio e dignità di Madre del Figlio, e perciò figlia prediletta del Padre e tempio dello Spirito santo» (LG 53) o anche sposa dello Spirito santo (MC 26).

    All’azione della Trinità in lei, nel suo grembo e nel suo cuore, Maria risponde con atteggiamenti spirituali nei riguardi di ognuna delle tre persone divine: lode gioiosa a Dio Padre che le mostra il suo volto potente e misericordioso; fede in Cristo come messia e Figlio di Dio, fatto uomo nel suo grembo; accoglienza dello Spirito santo come nube luminosa che la copre della sua ombra trasformandola in propria dimora.

    La nota mariana della spiritualità giovannea è legata all’episodio dell’affidamento del discepolo amato a Maria compiuto da Cristo crocifisso e all’accoglienza di lei da parte dello stesso discepolo (Gv 19,25-27). È l’affermazione di un legame di filiazione-maternità tra il discepolo e la Madre di Gesù, che va compresa nel contesto della rinascita dall’acqua e dallo Spirito (Gv 3,5). Maria concorre allo nascita e sviluppo dell’uomo biofilo che vuole crescere nella vita divina che gli è stata comunicata.

    Lo studio dei padri ha condotto H. Rahner a dedicare un capitolo a Maria e il battesimo. In esso è riportata la frase di Leone Magno che evidenzia l’analogia e la continuazione tra queste due realtà : «Dedit aquae quod dedit matri. Diede all’acqua ciò che conferì alla madre.». Nel sacramento del battesimo, quando nascono alla grazia i figli di Dio, non è assente la Madre. Infatti nella vita terrena la Vergine «ha cooperato nella carità alla nascita dei fedeli nella Chiesa» (s. Agostino) ed è stata dichiarata da Gesù Madre dei discepoli rappresentati da Giovanni (Gv 19,25-26). Maria è presente in modo attivo e materno al fonte battesimale, dove diventiamo figli di Dio e insieme figli di Maria e della Chiesa : «Si prende cura dei fratelli del Figlio suo ancora peregrinanti e posti in mezzo a pericoli e affanni, fino a che non siano condotti nella patria beata» (LG 62).

    È una madre educatrice: con il suo influsso salvifico e il suo esempio ci aiuta ad essere fedeli all’esercizio della missione sacerdotale, profetica e regale derivante dal battesimo.

    Il battezzato esercita l’ufficio sacerdotale partecipando attivamente alla liturgia e trasformando la propria vita in un culto spirituale reso a Dio. Maria ne è l’esempio più perfetto in quanto Vergine in ascolto, in preghiera, offerente e madre che continua a generare Cristo nel mondo. Ella ci insegna inoltre a trasformare la nostra vita in un culto gradito a Dio, perché ha vissuto facendo sempre la volontà divina in spirito di amore e di servizio.

    Il battezzato seguirà Cristo profeta, se annuncerà al mondo di oggi con la parola e con la vita il Regno di Dio. Come la Vergine del Magnificat egli leggerà la storia per scoprirvi il disegno salvifico di Dio e proclamare che il Signore è vindice degli umili e degli oppressi e rovescia i potenti dai loro troni.

    Il battezzato infine eserciterà l’ufficio regale sia dominando vittoriosamente le forze del male, sia costruendo il mondo nuovo nella giustizia, nella pace e nella fraternità. Gli sarà esempio e guida in questo compito arduo l’Immacolata, dimora dello Spirito Santo e primizia della creazione rinnovata dove regna la grazia e la riconciliazione.

    Fr.  Claudio Granzotto, Fonte Battesimale (part.), Padre e Figlio. 1941,  Chiesa S. Maria Ausiliatrice, Treviso.
    Fr. Claudio Granzotto, Fonte Battesimale (part.), Padre e Figlio. 
    1941,
    Chiesa S. Maria Ausiliatrice, Treviso.

    Ruolo di Maria nel rinnovamento delle promesse battesimali

    Su un piano vitale si pongono alcuni autori della cosiddetta Scuola francese di spiritualità che puntano sulla riscoperta del battesimo come fondamento dell’esistenza cristiana. Dopo il card. de Bérulle che riallaccia il voto di servitù a Gesù Cristo a quello fondamentale del battesimo, s. Giovanni Eudes (+ 1680) approfondisce e traduce in termini pastorali la teologia del battesimo nell’opera Contratto dell’uomo con Dio per mezzo del battesimo (1654), dove presenta il battesimo come un’alleanza nella quale Dio e l’uomo si impegnano a un reciproco dono. Il vero elaboratore della consacrazione a Gesù Cristo per le mani di Maria è s. Luigi Maria di Montfort (+1716), che convogliò tutta la sua attività apostolica nel risvegliare tra i cristiani l’importanza della fedeltà al battesimo. Egli presenta tale consacrazione come «perfetta rinnovazione dei voti o promesse del santo battesimo» (VD 120, 126).

    Tanti cristiani sono tali solo a parole o per procura, perché vivono dimentichi degli impegni derivanti dal sacramento del battesimo. Nel Trattato della vera devozione (VD 120-130), Montfort propone la consacrazione a Gesù Cristo per le mani di Maria, come mezzo efficace per vivere fedelmente gli impegni battesimali, non solo perché essi si rinnovano «volontariamente e con conoscenza di causa» (VD 126), ma anche perché «per consacrarci a Gesù Cristo si ricorre al più perfetto di tutti i mezzi: la Vergine Maria» (VD 130), essendo ella «fra tutte le creature la più conforme a Gesù Cristo» (VD 120).

    padre Stefano De Fiores

    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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    00 1/10/2011 9:39 PM

    RINATI DALL’ACQUA FIGLI DI DIO E DI MARIA

    Scrive il Papa nella "Tertio millennio adveniente" in riferimento al primo anno del triennio di preparazione del Giubileo: "L’impegno di attualizzazione sacramentale potrà far leva nel corso di questo anno alla riscoperta del Battesimo come fondamento dell’esistenza cristiana": la figura di Maria, Madre di Cristo e Madre del cristiano, illumina profondamente questo sacramento, attraverso il quale si muore all’uomo terreno e si rinasce come uomo celeste.

    di MARCELLO PIERACCINI

    La Lettera Apostolica del Santo Padre Tertio Millennio adveniente del 10 novembre 1994 annuncia, come dice il titolo, l’approssimarsi del terzo millennio cristiano ed indice il Giubileo dell’anno 200. Essa stabilisce un tempo di preparazione a questo evento per tutta la Chiesa della durata di tre anni a partire dal 1997 affinché le grazie di conversione, di perdono e di riconciliazione, che sono proprie del Giubileo possano giungere al maggior numero possibile di uomini.

    Mai la Madre senza il Figlio

    Questo primo anno è dedicato alla riflessione su Gesù Cristo, Verbo del Padre fattosi uomo per opera dello Spirito Santo nel seno della Vergine Maria. Dice l’enciclica: "L’impegno di attualizzazione sacramentale potrà far leva nel corso di questo sonno alla riscoperta del Battesimo come fondamento dell’esistenza cristiana secondo le parole dell’Apostolo: Quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo" (Gal 3,27).

    In questo primo anno la Vergine sarà contemplata soprattutto nel mistero della sua divina maternità. Questa contemplazione oggi è quanto mai necessaria perché proveniamo da un’epoca che ha dimenticato non solo i veri fondamenti teologici della pietà mariana, ridotta spesso ad una devozionismo sentimentale ed utilitaristico; ma anche l’idea stessa di una spiritualità sacramentale. Troppo spesso i sacramenti sono visti come atti quasi magici la cui azione viene data teoricamente per scontata indipendentemente dalle disposizioni del soggetto; anche se poi questa presunta efficacia non trova riscontro nella realtà delle cose. La contemplazione del mistero di Maria può essere un mezzo per una loro maggiore comprensione ed un aiuto a dilatare gli spazi del cuore per una loro più fruttuosa ricezione. Il mistero di Maria ha infatti due connotati essenziali per la sua corretta comprensione. La Tradizione, soprattutto patristica, ha elaborato nell’amorosa meditazione delle Scritture una teologia ed una spiritualità mariana di grande profondità.
    Questa spiritualità ha due caratteristiche fondamentali e costanti. La prima è che questa spiritualità è essenzialmente cristologica: è totalmente fondata sul mistero di Cristo, così che il mistero di Maria è sempre visto, compreso e pregato alla luce di quello del Signore.
    Questo aspetto è bene espresso dall’iconografia greca, che non rappresenta mai la Vergine senza il Bambino o senza riferimento al Figlio.

    A questo proposito è interessante notare che in tutte le apparizioni della Vergine, essa non fa altro che ripetere ed esplicitare le stesse parole dette alle nozze di Cana: "Fate quello che egli (Gesù) vi dirà" (Gv 2,5). Perché sempre Maria indica Cristo.

    La seconda caratteristica è che questa pietà, come la teologia da cui deriva, proprio perché cristologica, è anche ecclesiologica: è vista, cioè, in uno strettissimo rapporto con il ministero della Chiesa; di modo che questi due misteri si illuminano a vicenda.
    Isacco della Stella(così chiamato dal monastero della Stella, in Francia; + 1150 circa) così riassume la tradizione su questo punto: "L’una e l’altra (la Chiesa e Maria) sono madre; l’una e l’altra è vergine; l’una e l’altra concepisce dallo stesso Spirito senza attrattiva carnale; l’una e l’altra dà una paternità senza peccato sa Dio Padre. Maria senza peccato fornisce al corpo il Capo; la Chiesa, nella remissione di tutti i peccati, dà a questo Capo un corpo. L’una e l’altra sono Madre di Cristo; ma nessuna delle due lo partorisce intero senza l’altra. Così nelle Scritture ispirate da Dio ciò che è detto universalmente di quella madre che è la Chiesa, lo è detto anche singolarmente di Maria; e ciò che è detto in modo speciale di Maria Vergine e Madre, si intende a buon diritto, in un senso generale, della Chiesa vergine e madre; di modo che quando si vuol parlare dell’una o dell’altra, ciò che ne dice si applica all’una e all’altra, quasi indifferentemente" (Disc. 61 sull’Assunzione di Maria).

    Fa presente la tenerezza materna di Dio

    Parlare della Vergine Maria e del Battesimo significa fare riferimento a quella funzione materna di Maria per la quale il Figlio di Dio si è fatto nostro fratello e noi in lui abbiamo ricevuto l’adozione a figli Dio; siamo cioè diventati secondo l’espressione di S. Paolo, "figli nel Figlio".
    La maternità di Maria è non solo immagine della maternità della Chiesa, ma anche, in qualche modo, causa di essa. Questa maternità, che la fece cristiana predica di Maria e della Chiesa, è a sua volta icona, immagine dell’amore peterno-materno di Dio.

    L’amore di Dio per noi è nella Scrittura un fatto ed un’esperienza che supera ogni possibilità di descrizione in termini umani. Per questo, volta a volta è presentato come amore di un Padre, di una madre e quello di uno sposo per la sua sposa amatissima; tanto più amata quanto più lo ha fatto soffrire. Non deve perciò sorprenderci che la parola che nell’Antico Testamento designa maggiormente questo amore pieno di misericordia e di tenerezza sia "rahàm", che ha la stessa radice del termine che designa in ebraico le viscere materne.
    Esplicitamente questo amore nel profeta Isaia è proclamato da Dio al suo popolo, che durante l’esilio era tentato di dubitare del suo amore: "Sion ha detto: il Signore mi ha abbandonata, il Signore mi ha dimenticato. Si può dimenticare una donna del suo bambino, sì da non commuoversi per il frutto del suo seno? Anche se una donna dimenticasse il suo figlio, io non ti dimenticherò mai. Ecco ti ho tatuato sulle palme delle mie mani, le tue mura sono sempre davanti a me" (Is 49,14-16).

    "Tu sei mio figlio, oggi io ti ho generato"

    Per capire il significato del nostro Battesimo, dobbiamo fare riferimento al Battesimo di Cristo. Il suo Battesimo non è però come quello di Giovanni, un segno di conversione; ma è per lui il segno profetico della sua missione, cioè della sua morte e risurrezione, espressa nell’immersione-emersione dalle acque. I tre segni che accompagnano il suo Battesimo sono a loro volta segni profetici di ciò che il Battesimo fa per noi che in modo estremamente reale ci fa diventare "figli nel Figlio" di Dio.

    Il primo segno è quello dei "cieli aperti" (Mc 3,16 e par.). Per comprenderlo dobbiamo ricordare che tra gli Ebrei del tempo di Gesù si era fatta strada l’idea che i cieli fossero "chiusi", perché non c’era più alcun profeta e il popolo viveva dominato dai pagani. Essi vivevano nell’attesa di un intervento di Dio che aprisse di nuovo i cieli. Tutta la letteratura apocalittica, caratteristica di questo tempo,, rinfocolava questa speranza.
    Si capisce bene allora come Gesù, iniziando il suo ministero, annunciasse ai suoi discepoli: "In verità in verità vi dico: vedrete i cieli aperti e gli angeli di Dio scendere e salire sul Figlio dell’Uomo" (Gv 1,51).
    Il secondo segno è lo Spirito che scende su Gesù come un colomba. Commenta S. Proclo, Vescovo di Costanitinopoli (+ 446): "Guardate lo strano diluvio, più grande e più prezioso di quello di Noè. Allora l’acqua del diluvio fece perire il genere umano; ora invece l’acqua del Battesimo, per la potenza di colui che è stato battezzato, richiama alla vita i morti. Allora la colomba, recando nel becco un ramoscello d’ulivo, significò la fragranza del profumo di Cristo Signore; ora invece lo Spirito Santo, scendendo in forma di colomba, ci mostra il Signore stesso, pieno di misericordia verso di noi".
    Il terzo segno è quello della voce dal cielo: "Questi è il Figlio mio prediletto nel quale mi sono compiaciuto" (Mt 14.17 e par.). La voce del Padre ripete quasi letteralmente la proclamazione fatta nel primo dei canti del servo di Jahveh: "Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio" e ancora: "Ho posto il mio Spirito su di lui; egli poterà il diritto alle nazioni" (Is 42,1).

    I quattro canti del Servo di Jahveh sono, nel libro di Isaia, lo stupefacente annuncio del Messia sofferente, che darà la sua vita in espiazione per molti. Allora la parola del Padre nel Battesimo è come la proclamazione della missione di Gesù e della sua morte e risurrezione, già adombrata nel segno dell’acqua. Questa parola chiama Gesù a quella "obbedienza fino alla morte e alla morte di croce" (Fil 2,8) di cui parla S. Paolo. Su questa Parola Gesù sarà di lì a poco tentato dal diavolo (Mt 4,11); a questa parola Gesù darà risposta nell’orto degli Ulivi: "Abbà, Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice; però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu" (Mc 14,36).

    Queste riflessioni possono aiutarci a comprendere ciò che dice S. Paolo sul Battesimo: "Non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù siamo stati battezzati (cioè "immersi") nella sua morte? Per mezzo del Battesimo siamo stati dunque sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti, per mezzo della gloriosa potenza del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. Se infatti siamo stati completamente uniti a lui in una morte simile alla sua, lo saremo anche con la risurrezione" (Rom 6,1-6).
    Questa configurazione del Battesimo alla morte e risurrezione di Cristo era evidente anche come segno negli antichi battisteri, che erano delle vasche molto profonde (quella del Laterano è stata poi colmata) dove i battezzandi scendevano come in una tomba e risalivano come per una risurrezione.
    Il cristiano vive con i cieli aperti, cioè in una dimensione escatologica che si manifesta in quelle "opere di vita eterna"(amore al nemico, vendere i beni e darli ai poveri, ospitalità a chi non può ricambiare, accettazione delle persecuzioni, ecc.), che hanno la loro giustificazione nel fatto che la vita eterna c’è e che in qualche modo la rendono presente. Il cristiano vive la nuova dimensione della vita (morte dell’uomo "vecchio" schiavo del peccato e nascita dell’uomo "nuovo") non con le sue forze, ma per la forza e la spinta interiore dello Spirito. Infine, per opera dello Spirito, può combattere e vincere in Gesù Cristo le suggestioni del maligno e obbedire fiducioso al Padre anche davanti alla croce, perché egli ha sperimentato e sa che la croce è gloriosa e sempre comporta un’esperienza di risurrezione. Egli compie così il suo pellegrinaggio di Pasqua in Pasqua, fino alla Gerusalemme del Cielo.

    Il Battesimo e il dono dello Spirito fanno sì che lo stesso Cristo nasca "misticamente" nel cristiano.

    "Ecco tuo figlio", ossia "Ecco Cristo"

    Viene allora la risposta dell’angelo a Maria: "Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo" (Lc 1,35). In Maria la potenza dello Spirito fa sì che in lei nasca fisicamente il Figlio di Dio. Il Battesimo e il dono dello Spirito fanno sì che Cristo nasca "misticamente" nel cristiano, come i Padri ripetono spesso. Così Origene, commentando la parola di Gesù a Maria sotto la croce, afferma: "Gesù dice a sua Madre: "Ecco tuo figlio" e non già: "Anche questo è tuo figlio". Ciò equivale a dire: "Questo è Gesù che tu hai partorito". Infatti chiunque è perfetto (cioè davvero rassomigliante al Padre: cfr Mt 5,48) non vive più, ma vive in lui Cristo. E perché in lui vive Cristo, quando si parla di lui a Maria si dice: "Ecco tuo figlio, cioè Cristo"" (Commento al Vangelo di Giovanni, 1,4.23).
    Così Maria è associata alla salvezza operata da Cristo Gesù ed è giustamente detta Madre nostra, Madre della Chiesa. La mirabile sapienza di Dio ha voluto dare in Maria non solo una Madre per noi, ma un segno, un’immagine del perfetto compimento della Chiesa, madre dell’umanità redenta, Sposa escatologica di Dio che, nel compimento perfetto del Battesimo, ritrova la sua verginità perduta con il peccato e che come Maria, è allo stesso tempo vergine, sposa e madre.
    Per questo non stupisce che l’Apocalisse termini con la visione della nuova Gerusalemme, che scende dal cielo come una sposa adorna per il suo sposo (Ap 21,3.4).

    S. Agostino esprime un po’ queste idee in una famosa omelia sulla Traditio symboli (cioè la consegna del Credo) ai catecumeni: "Questa è la Chiesa cattolica, nostra madre vera. Onoriamola perché è la Sposa di così grande Signore. E che cosa potrò dire? O grande e singolare degnazione dello Sposo! La incontrò prostituta dietro idoli e demoni e la rese vergine. Se guardiamo secondo il metro umano, la Chiesa ha solo un piccolo numero di vergini consacrate; ma nella fede deve avere tutti vergini: donne e uomini. Volete sapere come essa è vergine? Ascoltate l’apostolo Paolo; ascoltate l’amico dello Sposo, che è geloso per lo Sposo, non per sé stesso: Io vi ho promesso, dice, ad un unico Sposo per presentarvi a Cristo come vergine pura (2 Cor 11,2). Ma tu dirai: se essa è vergine, come mai partorisce figli? E io ti rispondo: la Chiesa assomiglia a Maria, che partorì il Signore. E se consideri bene, anche la Chiesa partorisce Cristo, perché sono membra di Cristo quelli che vengono battezzati. Voi siete il Corpo di Cristo e sue membra, dice l’Apostolo (1 Cor 12,27). E se partorisce membra di Cristo, essa è somigliantissima a Maria" (Discorso 213,8).


    Ora questa maternità della Chiesa si esplica attraverso i sacramenti, a cominciare dal Battesimo, che di tutti è la fonte; e il mistero di questa maternità non è disgiunto dal mistero di Maria, sia come Madre dei credenti, sia come immagine della missione che ha la Chiesa. S. Ambrogio esclama: "Come sono ammirabili quelle realtà annunciate profeticamente in Maria, come figura della Chiesa" (De institutione virginum, 13,8).



    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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    00 1/10/2011 10:49 PM

    L'acqua e la sorgente

    di GIUSEPPE DAMINELLI

    S
    enz’acqua non può esistere la vita sulla terra, essa è materia primordiale, è la sostanza madre dalla quale attraverso la "parola-spirito" di Dio Padre venne creato il cosmo.

    Per la sua assenza di forma, l’acqua è immagine del caos, ma anche delle realtà dello Spirito. Presso le popolazioni antiche – in particolare i nomadi – nell’acqua la vita e la morte stanno fianco a fianco, poiché l’una e l’altra possono manifestarsi nelle forme più imprevedibili (diluvio, nubifragio, pioggia feconda, ruscello, mare impetuoso…)

    L’acqua è dono di Dio (YHWH) alla terra, ma c’è un’altra acqua più misteriosa: quella della Sapienza, quella dello Spirito che ha presieduto alla creazione e alla formazione delle acque (Gb 28,25; Pr 3,20; 8,22). Nel cuore del Sapiente c’è l’acqua e questa è simile ad una sorgente (Pr 20,5), le sue parole hanno la forza del torrente.

    Quanto poi all’uomo privato della Sapienza, il suo cuore è simile a un vaso frantumato che non può più contenere l’acqua dello Spirito.

    I Padri della Chiesa considerano lo Spirito Santo come autore del dono della Sapienza che egli versa nel cuore degli eletti, lo stesso diranno più tardi i teologi del Medioevo come nel caso di Ugo di S. Vittore, per il quale la Sapienza possiede le sue acque e l’anima è lavata da queste.

    E’ del tutto naturale poi che gli orientali considerino l’acqua come segno e simbolo della benedizione: non è forse lei che permette la vita? Quando Isaia profetizza un’era nuova dice: «L’acqua scaturirà nel deserto… il paese della sete si trasformerà in sogente» (Is 36,6-7). E non sono molto differenti anche le parole del vegliardo dell’Apocalisse: «L’agnello… li condurrà alle sorgenti dell’acqua della vita» (Ap 7,17).

    L’acqua diviene così anche simbolo della vita spirituale e dello Spirito donato da Dio e spesso rifiutato dagli uomini: «Hanno abbandonato me sorgente d’acqua viva, per scavarsi cisterne, cisterne screpolate che non contengono l’acqua» (Gr 2,13).

    Gesù riprenderà questo simbolismo nel famoso dialogo con la donna samaritana al pozzo di Giacobbe: «Chi berrà dell’acqua che io gli darò non avrà più sete… L’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua zampillante per la vita eterna» (Gv 4,14).

    L'acqua, simbolo di vita e di morte.
    L'acqua, simbolo di vita e di morte.

    L'acqua, prima di tutto simbolo della vita nell’Antico Testamento, dello Spirito Santo nel Nuovo Testamento (Ap 21).

    Secondo Tertulliano, lo Spirito divino ha scelto l’acqua tra tutti gli elementi, perché essa appare una materia perfetta, feconda e semplice, totalmente trasparente. Possiede le virtù purificatrici e per questa ragione è considerata sacra, in quanto ha la possibilità di rinnovarsi di rigenerarsi, in una parola è l’elemento della vita ad oltranza.

    Lo Spirito, che riceve chi crede in Gesù (Gv 7,38-39), è «un fiume d’acqua viva limpida come cristallo che scaturisce dal trono di Dio e dall’Agnello» (Ap 22,1). Evocando l’opera dello Spirito di Dio che «fin dalle origini del mondo si librava sulle acque, perché contenessero in germe la forza di santificare», nella preghiera di benedizione dell’acqua battesimale la Chiesa supplica il Padre di far discendere «in quest’acqua, per opera del tuo Figlio, la potenza dello Spirito Santo» affinché l’uomo «dall’acqua e dallo Spirito Santo rinasca come nuova creatura» (Messale Romano).

    Anche la benedizione di un nuovo battistero è esplicita: «Manda, o Padre, su queste acque lo Spirito Santo, che adombrò la Vergine Maria, perché desse alla luce il Primogenito; il tuo soffio creatore fecondi il grembo della Chiesa…».

    La corrispondenza tra la materia liquida primordiale, l’acqua di vita e lo Spirito divino, non si osserva soltanto all’inizio della creazione, ma anche in un importante passo dei Vangeli: «Se uno non nasce da acqua e da Spirito non può entrare nel regno di Dio» (Gv 3,5). Quando Gesù venne battezzato, «il cielo si aprì, e scese su di lui lo Spirito Santo in apparenza corporea, come di colomba» (Lc 3,21).

    Dall’unione dell’acqua fecondata, legata alla terra con la parola divina-celeste che genera, nasce il mistero del battesimo purificatore, rinnovatore della vita (Ef 5,26).

     Giuseppe Daminelli

    Fraternamente CaterinaLD

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    00 1/8/2012 2:32 PM

    Il Papa: Il vero educatore non lega le persone a sé, non è possessivo. Vuole che il figlio, o il discepolo, impari a conoscere la verità, e stabilisca con essa un rapporto personale. L’educatore compie il suo dovere fino in fondo, non fa mancare la sua presenza attenta e fedele; ma il suo obiettivo è che l’educando ascolti la voce della verità parlare al suo cuore e la segua in un cammino personale


    SANTA MESSA NELLA CAPPELLA SISTINA CON IL RITO DEL BATTESIMO DEI BAMBINI, 08.01.2012

    Alle ore 9.45 di oggi, Festa del Battesimo del Signore, il Santo Padre Benedetto XVI presiede nella Cappella Sistina la Santa Messa nel corso della quale amministra il Sacramento del Battesimo a 16 neonati.
    Dopo la lettura del Santo Vangelo, il Papa pronuncia le seguente omelia:

    OMELIA DEL SANTO PADRE

    Cari fratelli e sorelle!

    E’ sempre una gioia celebrare questa Santa Messa con i Battesimi dei bambini, nella Festa del Battesimo del Signore.
    Vi saluto tutti con affetto, cari genitori, padrini e madrine, e tutti voi familiari e amici! Siete venuti – l’avete detto ad alta voce – perché i vostri neonati ricevano il dono della grazia di Dio, il seme della vita eterna.
    Voi genitori avete voluto questo. Avete pensato al Battesimo prima ancora che il vostro bambino o la vostra bambina venisse alla luce.
    La vostra responsabilità di genitori cristiani vi ha fatto pensare subito al Sacramento che segna l’ingresso nella vita cristiana. Possiamo dire che questa è stata la vostra prima scelta educativa come testimoni della fede verso i vostri figli: la scelta fondamentale!
    Il compito dei genitori, aiutati dal padrino e dalla madrina, è quello di educare il figlio o la figlia.

    Educare è molto impegnativo, a volte è arduo per le nostre capacità umane, sempre limitate. Ma educare diventa una meravigliosa missione se la si compie in collaborazione con Dio, che è il primo e vero educatore di ogni uomo.

    Nella prima Lettura che abbiamo ascoltato, tratta dal Libro del profeta Isaia, Dio si rivolge al suo popolo proprio come un educatore. Mette in guardia gli Israeliti dal pericolo di cercare di dissetarsi e di sfamarsi alle fonti sbagliate: “Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro guadagno per ciò che non sazia?” (Is 55,2).

    Dio vuole darci cose buone da bere e da mangiare, cose che ci fanno bene; mentre a volte noi usiamo male le nostre risorse, le usiamo per cose che non servono, anzi, che sono addirittura nocive. Dio vuole darci soprattutto Se stesso e la sua Parola: sa che allontanandoci da Lui ci troveremmo ben presto in difficoltà, come il figlio prodigo della parabola, e soprattutto perderemmo la nostra dignità umana.

    E per questo ci assicura che Lui è misericordia infinita, che i suoi pensieri e le sue vie non sono come i nostri – per nostra fortuna! – e che possiamo sempre ritornare a Lui, alla casa del Padre. Ci assicura poi che se accoglieremo la sua Parola, essa porterà frutti buoni nella nostra vita, come la pioggia che irriga la terra (cfr Is 55,10-11).

    A questa parola che il Signore ci ha rivolto mediante il profeta Isaia, noi abbiamo risposto con il ritornello del Salmo: “Attingeremo con gioia alle sorgenti della salvezza”.

    Come persone adulte, ci siamo impegnati ad attingere alle fonti buone, per il bene nostro e di coloro che sono affidati alla nostra responsabilità, in particolare voi, cari genitori, padrini e madrine, per il bene di questi bambini.

    E quali sono “le sorgenti della salvezza”?

    Sono la Parola di Dio e i Sacramenti. Gli adulti sono i primi a doversi alimentare a queste fonti, per poter guidare i più giovani nella loro crescita .

    I genitori devono dare tanto, ma per poter dare hanno bisogno a loro volta di ricevere, altrimenti si svuotano, si prosciugano. I genitori non sono la fonte, come anche noi sacerdoti non siamo la fonte: siamo piuttosto come dei canali, attraverso cui deve passare la linfa vitale dell’amore di Dio. Se ci stacchiamo dalla sorgente, noi stessi per primi ne risentiamo negativamente e non siamo più in grado di educare altri. Per questo ci siamo impegnati dicendo:
    “Attingeremo con gioia alle sorgenti della salvezza”
    .

    E veniamo ora alla seconda Lettura e al Vangelo. Essi ci dicono che la prima e principale educazione avviene attraverso la testimonianza.

    Il Vangelo ci parla di Giovanni il Battista. Giovanni è stato un grande educatore dei suoi discepoli, perché li ha condotti all’incontro con Gesù, al quale ha reso testimonianza. Non ha esaltato se stesso, non ha voluto tenere i discepoli legati a sé. Eppure Giovanni era un grande profeta, la sua fama era molto grande.

    Quando è arrivato Gesù, si è tirato indietro e ha indicato Lui: “ Viene dopo di me colui che è più forte di me… Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo” (Mc 1,7-8).

    Il vero educatore non lega le persone a sé, non è possessivo. Vuole che il figlio, o il discepolo, impari a conoscere la verità, e stabilisca con essa un rapporto personale. L’educatore compie il suo dovere fino in fondo, non fa mancare la sua presenza attenta e fedele; ma il suo obiettivo è che l’educando ascolti la voce della verità parlare al suo cuore e la segua in un cammino personale.

    Ritorniamo ancora alla testimonianza. Nella seconda Lettura, l’apostolo Giovanni scrive: “E’ lo Spirito che dà testimonianza” (1 Gv 5,6). Si riferisce allo Spirito Santo, lo Spirito di Dio, che rende testimonianza a Gesù, attestando che è il Cristo, il Figlio di Dio. Lo si vede anche nella scena del battesimo nel fiume Giordano: lo Spirito Santo scende su Gesù come una colomba per rivelare che Lui è il Figlio Unigenito dell’eterno Padre (cfr Mc 1,10).

    Anche nel suo Vangelo Giovanni sottolinea questo aspetto, là dove Gesù dice ai discepoli: “Quando verrà il Paraclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio” (Gv 15,26-27).

    Questo ci è di grande conforto nell’impegno di educare alla fede, perché sappiamo che non siamo soli e che la nostra testimonianza è sostenuta dallo Spirito Santo.

    E’ molto importante per voi genitori, e anche per i padrini e le madrine, credere fortemente nella presenza e nell’azione dello Spirito Santo, invocarlo e accoglierlo in voi, mediante la preghiera e i Sacramenti.

    E’ Lui infatti che illumina la mente, riscalda il cuore dell’educatore perché sappia trasmettere la conoscenza e l’amore di Gesù. La preghiera è la prima condizione per educare, perché pregando ci mettiamo nella disposizione di lasciare a Dio l’iniziativa, di affidare i figli a Lui, che li conosce prima e meglio di noi, e sa perfettamente qual è il loro vero bene.

    E, al tempo stesso, quando preghiamo ci mettiamo in ascolto delle ispirazioni di Dio per fare bene la nostra parte, che comunque ci spetta e dobbiamo realizzare. I Sacramenti, specialmente l’Eucaristia e la Penitenza, ci permettono di compiere l’azione educativa in unione con Cristo, in comunione con Lui e continuamente rinnovati dal suo perdono.

    La preghiera e i Sacramenti ci ottengono quella luce di verità grazie alla quale possiamo essere al tempo stesso teneri e forti, usare dolcezza e fermezza, tacere e parlare al momento giusto, rimproverare e correggere nella giusta maniera.

    Cari amici, invochiamo dunque tutti insieme lo Spirito Santo, perché scenda in abbondanza su questi bambini, li consacri ad immagine di Gesù, e li accompagni sempre nel cammino della loro vita. Li affidiamo alla guida materna di Maria Santissima, perché crescano in età, sapienza e grazia e diventino veri cristiani, testimoni fedeli e gioiosi dell’amore di Dio.
    Amen.

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    00 1/11/2012 11:35 AM
    Bisconti sull'iconografia del Battesimo di Gesù

    I sette cervi d'argento di Papa Silvestro

     

    di FABRIZIO BISCONTI

    In un rapido passaggio del Liber Pontificalis, relativo al tempo di Papa Silvestro, in riferimento alle importanti donazioni di Costantino al battistero lateranense, si elencano le preziose e pesanti statue che decoravano la vasca battesimale, ovvero un agnello d'oro che effondeva acqua, che pesava 30 libbre; il Salvatore in finissimo argento del peso di ben 70 libbre; il Battista, pure in argento, che spiegava un rotolo ove era scritto Ecce agnus Dei, ecce qui tollit peccata mundi, di ben 125 libbre; sette cervi argentei, che effondevano acqua, ognuno dei quali pesava 80 libbre (Liber Pontificalis, I, 174).

     È vero che il passo in questione e la successiva dettagliata lista dei redditi e donazioni finanziarie, in aggiunta a quelle già cospicue della basilica costantiniana, soffrono per molte difficoltà di giudizio, che insorgono non appena si tenti di calare temi e interventi decorativi nel clima culturale del tempo, ma è anche vero che le immagini selezionate per la preziosa suppellettile del battistero lateranense rievocano, come in una rassegna emblematica, tutti quegli elementi che compongono la materia iconografica a tema battesimale e rigenerativo.

    La scena del battesimo del Cristo rappresenta il fulcro di tutto il progetto decorativo. Tale rappresentazione, insieme al battesimo del neofita, appare molto precocemente nello scenario iconografico paleocristiano, inserendosi nei programmi figurativi dei più antichi monumenti pittorici e plastici romani, in un arco cronologico che si muove dal traguardo del II secolo sino alla metà del seguente. Dopo la scena originale e libera da ogni codice e da ogni schema delle cripte di Lucina, dove il Battista sembra aiutare il Cristo a uscire dalle acque del Giordano, il tema torna, di lì a pochi anni, nei cunicoli dei sacramenti in San Callisto e nel sarcofago di Santa Maria Antiqua, denunciando il precoce assestamento della rappresentazione, dove il Precursore, secondo una tendenza diffusa nella tarda antichità, assume proporzioni maggiorate rispetto al Cristo, per indicare la dinamica semantica dell'azione.

    È, poi, significativo osservare come il Battesimo del Cristo compaia, nel più antico vocabolario figurativo, solo ed esclusivamente in contesti propriamente funerari, accusando un'immediata interazione tra l'argomento della morte e quello contiguo della rinascita, una vicinanza sottolineata a più riprese e sin dalla prima ora quando le scene del battesimo e le immagini del pescatore partecipano del medesimo contesto, riunite da un filo rosso che prima le cala nel medesimo habitat acquatico e poi le allaccia alle altre scene battesimali: dal colloquio con la samaritana al prodigio mosaico della fonte nel deserto.
    Ma il tema battesimale, dopo questo precoce exploit dovuto presumibilmente anche all'accendersi delle prime animose dispute cristologiche e trinitarie, sembra eclissarsi per riapparire in epoca costantiniana proprio nel battistero lateranense, dove si ricopre interamente la vasca in argento, forse per emulare l'effetto dell'acqua corrente: ex omni parte coopertum intrinsecus et foris et desuper et quantum aquam continet ex argento purissimo (Liber Pontificalis, I, 174).

    Da quel momento il tema denuncia una scarsa fortuna e anzi, durante tutto il IV secolo, si riscontrano alcune rare, codificate e monotone rappresentazioni soltanto nelle carrellate dei fregi continui dei sarcofagi marmorei di produzione romana. Dobbiamo attendere gli esordi del V secolo e trasferirci a Ravenna per venire a contatto con due rappresentazioni musive poste nei tondi centrali del battistero degli ortodossi e di quello degli ariani.

    Qui l'argomento del Battesimo del Cristo si tematizza e recupera lo schema dei primi secoli per collocarsi al centro dei programmi decorativi. Nell'uno e nell'altro caso, si opta per lo schema ternario, costituito dal Giordano personificato, dal Cristo immerso nel fiume e dal Battista, disponendo le tre immagini lungo una linea orizzontale, che si interseca ortogonalmente con la verticale rappresentata dalla colomba dello Spirito, sistemata sul capo del Cristo. Nelle due solenni rappresentazioni, sottolineate dall'aulica e classica presenza del Giordano, che nel Battistero degli ortodossi tributa gli onori regali con le mani velate, secondo il cerimoniale di corte, e in quello degli ariani sottolinea il gesto battesimale; nelle due scene - dicevamo - si avverte una potente presenza trinitaria, quasi una traduzione figurata dell'agostiniano baptismus trinitatis e dell'ambrosiana praesentia trinitatis.

    Ma la manifestazione teofanica di tipo trinitario si associa qui al vecchio significato salvifico, che la scena non abbandona mai, neanche in queste redazioni mature e, anzi, suggerita e potenziata dall'adorazione apostolica, l'immagine ricostruisce anche la dinamica storica del battesimo del Cristo, attribuendo al Giordano i caratteri e i simboli del fiume reale e ai rapporti gestuali e figurativi quelle peculiarità, che rievocano il momento saliente del rito, così come veniva praticato all'epoca.

    Nel momento bizantino e altomedioevale il tema si arricchisce attraverso la raffigurazione dell'angelo che reca solennemente un panno per asciugare il Salvatore e, talora, dei ceri, che alludevano al concetto della illuminazione, tanto che gli apostoli che assistono all'evento epocale possono essere intesi come il firmamentum ecclesiae, secondo un'antica intuizione di Ireneo di Lione (Adversus Haereses, III, 17, 3). Qui gli apostoli assurgono a formidabili testimoni del trionfo sulla morte, a irrinunciabili mediatori della teofania zenitale del battesimo del Cristo.



    (©L'Osservatore Romano 11 gennaio 2012)


    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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    00 6/12/2012 4:21 PM

    Straordinario intervento del Santo Padre sul Battesimo: Conosciamo anche oggi un tipo di cultura in cui non conta la verità; anche se apparentemente si vuol fare apparire tutta la verità, conta solo la sensazione e lo spirito di calunnia e di distruzione. Una cultura che non cerca il bene, il cui moralismo è, in realtà, una maschera per confondere, creare confusione e distruzione. Contro questa cultura, in cui la menzogna si presenta nella veste della verità e dell’informazione, contro questa cultura che cerca solo il benessere materiale e nega Dio, diciamo «no»

     
    STRAORDINARIA LECTIO DEL SANTO PADRE: VIDEO INTEGRALE


    Il saluto del cardinale Vallini al Papa in apertura del Convegno diocesano




    APERTURA DEL CONVEGNO ECCLESIALE DELLA DIOCESI DI ROMA NELLA BASILICA DI SAN GIOVANNI IN LATERANO, 11.06.2012


    Alle ore 19.30 di questa sera, il Santo Padre Benedetto XVI si è recato nella Basilica di San Giovanni in Laterano dove ha inaugurato il Convegno ecclesiale che conclude l’anno pastorale della Diocesi di Roma e che ha per tema: "Andate e fate discepoli, battezzando e insegnando (Mt 28, 19-20). Riscopriamo la bellezza del Battesimo" (11-13 giugno 2012).
    Pubblichiamo di seguito il discorso che il Papa ha rivolto ai presenti:


    DISCORSO DEL SANTO PADRE 


    Eminenza,
    cari fratelli nel Sacerdozio e nell’Episcopato,
    cari fratelli e sorelle,


    per me è una grande gioia essere qui, nella Cattedrale di Roma con i rappresentanti della mia diocesi, e ringrazio di cuore il Cardinale Vicario per le sue buone parole.
    Abbiamo già sentito che le ultime parole del Signore su questa terra ai suoi discepoli, sono state: «Andate, fate discepoli tutti i popoli e battezzateli nel nome del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo» (cfr Mt 28,19). 


    Fate discepoli e battezzate. Perché non è sufficiente per il discepolato conoscere le dottrine di Gesù, conoscere i valori cristiani? Perché è necessario essere battezzati? Questo è il tema della nostra riflessione, per capire la realtà, la profondità del Sacramento del Battesimo.


    Una prima porta si apre se leggiamo attentamente queste parole del Signore. La scelta della parola «nel nome del Padre» nel testo greco è molto importante: il Signore dice «eis» e non «en», cioè non «in nome» della Trinità – come noi diciamo che un vice prefetto parla «in nome» del prefetto, un ambasciatore parla «in nome» del governo: no. Dice: «eis to onoma», cioè una immersione nel nome della Trinità, un essere inseriti nel nome della Trinità, una interpenetrazione dell’essere di Dio e del nostro essere, un essere immerso nel Dio Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, così come nel matrimonio, per esempio, due persone diventano una carne, diventano una nuova, unica realtà, con un nuovo, unico nome.
    Il Signore ci ha aiutato a capire ancora meglio questa realtà nel suo colloquio con i sadducei circa la risurrezione. I sadducei riconoscevano dal canone dell’Antico Testamento solo i cinque Libri di Mosè e in questi non appare la risurrezione; perciò la negavano. Il Signore, proprio da questi cinque Libri dimostra la realtà della risurrezione e dice: Voi non sapete che Dio si chiama Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe? (cfr Mt 22,31-32). Quindi, Dio prende questi tre e proprio nel suo nome essi diventano il nome di Dio. Per capire chi è questo Dio si devono vedere queste persone che sono diventate il nome di Dio, un nome di Dio, sono immersi in Dio. E così vediamo che chi sta nel nome di Dio, chi è immerso in Dio, è vivo, perché Dio – dice il Signore – è un Dio non dei morti, ma dei vivi, e se è Dio di questi, è Dio dei vivi; i vivi sono vivi perché stanno nella memoria, nella vita di Dio. E proprio questo succede nel nostro essere battezzati: diventiamo inseriti nel nome di Dio, così che apparteniamo a questo nome e il Suo nome diventa il nostro nome e anche noi potremo, con la nostra testimonianza – come i tre dell’Antico Testamento –, essere testimoni di Dio, segno di chi è questo Dio, nome di questo Dio.
    Quindi, essere battezzati vuol dire essere uniti a Dio; in un’unica, nuova esistenza apparteniamo a Dio, siamo immersi in Dio stesso. Pensando a questo, possiamo subito vedere alcune conseguenze.


    La prima è che Dio non è più molto lontano per noi, non è una realtà da discutere – se c’è o non c’è –, ma noi siamo in Dio e Dio è in noi. La priorità, la centralità di Dio nella nostra vita è una prima conseguenza del Battesimo. Alla questione: «C’è Dio?», la risposta è: «C’è ed è con noi; centra nella nostra vita questa vicinanza di Dio, questo essere in Dio stesso, che non è una stella lontana, ma è l’ambiente della mia vita». Questa sarebbe la prima conseguenza e quindi dovrebbe dirci che noi stessi dobbiamo tenere conto di questa presenza di Dio, vivere realmente nella sua presenza.


    Una seconda conseguenza di quanto ho detto è che noi non ci facciamo cristiani. 


    Divenire cristiani non è una cosa che segue da una mia decisione: «Io adesso mi faccio cristiano». Certo, anche la mia decisione è necessaria, ma soprattutto è un’azione di Dio con me: non sono io che mi faccio cristiano, io sono assunto da Dio, preso in mano da Dio e così, dicendo «sì» a questa azione di Dio, divento cristiano. Divenire cristiani, in un certo senso, è passivo: io non mi faccio cristiano, ma Dio mi fa un suo uomo, Dio mi prende in mano e realizza la mia vita in una nuova dimensione. Come io non mi faccio vivere, ma la vita mi è data; sono nato non perché io mi sono fatto uomo, ma sono nato perché l’essere umano mi è donato. Così anche l’essere cristiano mi è donato, è un passivo per me, che diventa un attivo nella nostra, nella mia vita. E questo fatto del passivo, di non farsi da se stessi cristiani, ma di essere fatti cristiani da Dio, implica già un po’ il mistero della Croce: solo morendo al mio egoismo, uscendo da me stesso, posso essere cristiano.


    Un terzo elemento che si apre subito in questa visione è che, naturalmente, essendo immerso in Dio, sono unito ai fratelli e alle sorelle, perché tutti gli altri sono in Dio e se io sono tirato fuori dal mio isolamento, se io sono immerso in Dio, sono immerso nella comunione con gli altri. 


    Essere battezzati non è mai un atto solitario di «me», ma è sempre necessariamente un essere unito con tutti gli altri, un essere in unità e solidarietà con tutto il Corpo di Cristo, con tutta la comunità dei suoi fratelli e sorelle. Questo fatto che il Battesimo mi inserisce in comunità, rompe il mio isolamento. Dobbiamo tenerlo presente nel nostro essere cristiani.
    E finalmente, ritorniamo alla Parola di Cristo ai sadducei: «Dio è il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe» (cfr Mt 22,32), e quindi questi non sono morti; se sono di Dio sono vivi. Vuol dire che con il Battesimo, con l’immersione nel nome di Dio, siamo anche noi già immersi nella vita immortale, siamo vivi per sempre. Con altre parole, il Battesimo è una prima tappa della Risurrezione: immersi in Dio, siamo già immersi nella vita indistruttibile, comincia la Risurrezione. Come Abramo, Isacco e Giacobbe essendo «nome di Dio» sono vivi, così noi, inseriti nel nome di Dio, siamo vivi nella vita immortale. Il Battesimo è il primo passo della Risurrezione, l’entrare nella vita indistruttibile di Dio.

    Così, in un primo momento, con la formula battesimale di san Matteo, con l’ultima parola di Cristo, abbiamo visto già un po’ l’essenziale del Battesimo. Adesso vediamo il rito sacramentale, per poter capire ancora più precisamente che cosa è il Battesimo.
    Questo rito, come il rito di quasi tutti i Sacramenti, si compone da due elementi: da materia – acqua – e dalla parola. Questo è molto importante. 
    Il cristianesimo non è una cosa puramente spirituale, una cosa solamente soggettiva, del sentimento, della volontà, di idee, ma è una realtà cosmica. Dio è il Creatore di tutta la materia, la materia entra nel cristianesimo, e solo in questo grande contesto di materia e spirito insieme siamo cristiani. 
    Molto importante è, quindi, che la materia faccia parte della nostra fede, il corpo faccia parte della nostra fede; la fede non è puramente spirituale, ma Dio ci inserisce così in tutta la realtà del cosmo e trasforma il cosmo, lo tira a sé. E con questo elemento materiale – l’acqua – entra non soltanto un elemento fondamentale del cosmo, una materia fondamentale creata da Dio, ma anche tutto il simbolismo delle religioni, perché in tutte le religioni l’acqua ha qualcosa da dire. 
    Il cammino delle religioni, questa ricerca di Dio in diversi modi – anche sbagliati, ma sempre ricerca di Dio – diventa assunta nel Sacramento. Le altre religioni, con il loro cammino verso Dio, sono presenti, sono assunte, e così si fa la sintesi del mondo; tutta la ricerca di Dio che si esprime nei simboli delle religioni, e soprattutto – naturalmente – il simbolismo dell’Antico Testamento, che così, con tutte le sue esperienze di salvezza e di bontà di Dio, diventa presente. Su questo punto ritorneremo.

    L’altro elemento è la parola, e questa parola si presenta in tre elementi: rinunce, promesse, invocazioni. Importante è che queste parole quindi non siano solo parole, ma siano cammino di vita. 
    In queste si realizza un decisione, in queste parole è presente tutto il nostro cammino battesimale – sia pre-battesimale, sia post-battesimale; quindi, con queste parole, e anche con i simboli, il Battesimo si estende a tutta la nostra vita. Questa realtà delle promesse, delle rinunce, delle invocazioni è una realtà che dura per tutta la nostra vita, perché siamo sempre in cammino battesimale, in cammino catecumenale, tramite queste parole e la realizzazione di queste parole. Il Sacramento del Battesimo non è un atto di un’ora, ma è una realtà di tutta la nostra vita, è un cammino di tutta la nostra vita. In realtà, dietro c’è anche la dottrina delle due vie, che era fondamentale nel primo cristianesimo: una via alla quale diciamo «no» e una via alla quale diciamo «sì».

    Cominciamo con la prima parte, le rinunce

    Sono tre e prendo anzitutto la seconda: «Rinunciate alle seduzioni del male per non lasciarvi dominare dal peccato?». Che cosa sono queste seduzioni del male? Nella Chiesa antica, e ancora per secoli, qui c’era l’espressione: «Rinunciate alla pompa del diavolo?», e oggi sappiamo che cosa era inteso con questa espressione «pompa del diavolo». 
    La pompa del diavolo erano soprattutto i grandi spettacoli cruenti, in cui la crudeltà diventa divertimento, in cui uccidere uomini diventa una cosa spettacolare: spettacolo, la vita e la morte di un uomo. Questi spettacoli cruenti, questo divertimento del male è la «pompa del diavolo», dove appare con apparente bellezza e, in realtà, appare con tutta la sua crudeltà. 
    Ma oltre a questo significato immediato della parola «pompa del diavolo», si voleva parlare di un tipo di cultura, di una way of life, di un modo di vivere, nel quale non conta la verità ma l’apparenza, non si cerca la verità ma l’effetto, la sensazione, e, sotto il pretesto della verità, in realtà, si distruggono uomini, si vuole distruggere e creare solo se stessi come vincitori. Quindi, questa rinuncia era molto reale: era la rinuncia ad un tipo di cultura che è un’anti-cultura, contro Cristo e contro Dio. Si decideva contro una cultura che, nel Vangelo di san Giovanni, è chiamata «kosmos houtos», «questo mondo». Con «questo mondo», naturalmente, Giovanni e Gesù non parlano della Creazione di Dio, dell’uomo come tale, ma parlano di una certa creatura che è dominante e si impone come se fosse questo il mondo, e come se fosse questo il modo di vivere che si impone. 

    Lascio adesso ad ognuno di voi di riflettere su questa «pompa del diavolo», su questa cultura alla quale diciamo «no». Essere battezzati significa proprio sostanzialmente un emanciparsi, un liberarsi da questa cultura. 
    Conosciamo anche oggi un tipo di cultura in cui non conta la verità; anche se apparentemente si vuol fare apparire tutta la verità, conta solo la sensazione e lo spirito di calunnia e di distruzione. Una cultura che non cerca il bene, il cui moralismo è, in realtà, una maschera per confondere, creare confusione e distruzione. Contro questa cultura, in cui la menzogna si presenta nella veste della verità e dell’informazione, contro questa cultura che cerca solo il benessere materiale e nega Dio, diciamo «no». 

    Conosciamo bene anche da tanti Salmi questo contrasto di una cultura nella quale uno sembra intoccabile da tutti i mali del mondo, si pone sopra tutti, sopra Dio, mentre, in realtà, è una cultura del male, un dominio del male. E così, la decisione del Battesimo, questa parte del cammino catecumenale che dura per tutta la nostra vita, è proprio questo «no», detto e realizzato di nuovo ogni giorno, anche con i sacrifici che costa opporsi alla cultura in molte parti dominante, anche se si imponesse come se fosse il mondo, questo mondo: non è vero. E ci sono anche tanti che desiderano realmente la verità.

    Così passiamo alla prima rinuncia: «Rinunciate al peccato per vivere nella libertà dei figli di Dio?». Oggi libertà e vita cristiana, osservanza dei comandamenti di Dio, vanno in direzioni opposte; essere cristiani sarebbe come una schiavitù; libertà è emanciparsi dalla fede cristiana, emanciparsi – in fin dei conti – da Dio. La parola peccato appare a molti quasi ridicola, perché dicono: «Come! Dio non possiamo offenderlo! Dio è così grande, che cosa interessa a Dio se io faccio un piccolo errore? Non possiamo offendere Dio, il suo interesse è troppo grande per essere offeso da noi». Sembra vero, ma non è vero. Dio si è fatto vulnerabile. Nel Cristo crocifisso vediamo che Dio si è fatto vulnerabile, si è fatto vulnerabile fino alla morte. Dio si interessa a noi perché ci ama e l’amore di Dio è vulnerabilità, l’amore di Dio è interessamento dell’uomo, l’amore di Dio vuol dire che la nostra prima preoccupazione deve essere non ferire, non distruggere il suo amore, non fare nulla contro il suo amore perché altrimenti viviamo anche contro noi stessi e contro la nostra libertà. E, in realtà, questa apparente libertà nell’emancipazione da Dio diventa subito schiavitù di tante dittature del tempo, che devono essere seguite per essere ritenuti all’altezza del tempo.

    E finalmente: «Rinunciate a Satana?».
    Questo ci dice che c’è un «sì» a Dio e un «no» al potere del Maligno che coordina tutte queste attività e si vuol fare dio di questo mondo, come dice ancora san Giovanni. Ma non è Dio, è solo l’avversario, e noi non ci sottomettiamo al suo potere; noi diciamo «no» perché diciamo «sì», un «sì» fondamentale, il «sì» dell’amore e della verità. Queste tre rinunce, nel rito del Battesimo, nell’antichità, erano accompagnate da tre immersioni: immersione nell’acqua come simbolo della morte, di un «no» che realmente è la morte di un tipo di vita e risurrezione ad un’altra vita. Su questo ritorneremo. 

    Poi, la confessione in tre domande: «Credete in Dio Padre onnipotente, Creatore; in Cristo e, infine, nello Spirito Santo e la Chiesa?». Questa formula, queste tre parti, sono state sviluppate a partire dalla Parola del Signore «battezzare in nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo»; queste parole sono concretizzate ed approfondite: che cosa vuol dire Padre, cosa vuol dire Figlio – tutta la fede in Cristo, tutta la realtà del Dio fattosi uomo – e che cosa vuol dire credere di essere battezzati nello Spirito Santo, cioè tutta l’azione di Dio nella storia, nella Chiesa, nella comunione dei Santi. 

    Così, la formula positiva del Battesimo è anche un dialogo: non è semplicemente una formula. Soprattutto la confessione della fede non è soltanto una cosa da capire, una cosa intellettuale, una cosa da memorizzare - certo, anche questo - tocca anche l’intelletto, tocca anche il nostro vivere, soprattutto. E questo mi sembra molto importante. Non è una cosa intellettuale, una pura formula. E’ un dialogo di Dio con noi, un’azione di Dio con noi, e una risposta nostra, è un cammino. La verità di Cristo si può capire soltanto se si è capita la sua via. Solo se accettiamo Cristo come via incominciamo realmente ad essere nella via di Cristo e possiamo anche capire la verità di Cristo. La verità non vissuta non si apre; solo la verità vissuta, la verità accettata come modo di vivere, come cammino, si apre anche come verità in tutta la sua ricchezza e profondità. Quindi, questa formula è una via, è espressione di una nostra conversione, di un’azione di Dio. E noi vogliamo realmente tenere presente questo anche in tutta la nostra vita: che siamo in comunione di cammino con Dio, con Cristo. E così siamo in comunione con la verità: vivendo la verità, la verità diventa vita e vivendo questa vita troviamo anche la verità.

    Adesso passiamo all’elemento materiale: l’acqua. E’ molto importante vedere due significati dell’acqua. Da una parte, l’acqua fa pensare al mare, soprattutto al Mar Rosso, alla morte nel Mar Rosso. Nel mare si rappresenta la forza della morte, la necessità di morire per arrivare ad una nuova vita. Questo mi sembra molto importante. 

    Il Battesimo non è solo una cerimonia, un rituale introdotto tempo fa, e non è nemmeno soltanto un lavaggio, un’operazione cosmetica. E’ molto più di un lavaggio: è morte e vita, è morte di una certa esistenza e rinascita, risurrezione a nuova vita. Questa è la profondità dell’essere cristiano: non solo è qualcosa che si aggiunge, ma è una nuova nascita. 
    Dopo aver attraversato il Mar Rosso, siamo nuovi. Così il mare, in tutte le esperienze dell’Antico Testamento, è divenuto per i cristiani simbolo della Croce. Perché solo attraverso la morte, una rinuncia radicale nella quale si muore ad un certo tipo di vita, può realizzarsi la rinascita e può realmente esserci vita nuova. Questa è una parte del simbolismo dell’acqua: simboleggia - soprattutto nelle immersioni dell’antichità - il Mar Rosso, la morte, la Croce. Solo dalla Croce si arriva alla nuova vita e questo si realizza ogni giorno. Senza questa morte sempre rinnovata, non possiamo rinnovare la vera vitalità della nuova vita di Cristo.

    Ma l’altro simbolo è quello della fonte. L’acqua è origine di tutta la vita; oltre al simbolismo della morte, ha anche il simbolismo della nuova vita. Ogni vita viene anche dall’acqua, dall’acqua che viene da Cristo come la vera vita nuova che ci accompagna all’eternità.


    Alla fine rimane la questione - solo una parolina – del Battesimo dei bambini. 


    E’ giusto farlo, o sarebbe più necessario fare prima il cammino catecumenale per arrivare ad un Battesimo veramente realizzato? E l’altra questione che si pone sempre è: «Ma possiamo noi imporre ad  un bambino quale religione vuole vivere o no? Non dobbiamo lasciare a quel bambino la scelta?». 
    Queste domande mostrano che non vediamo più nella fede cristiana la vita nuova, la vera vita, ma vediamo una scelta tra altre, anche un peso che non si dovrebbe imporre senza aver avuto l’assenso del soggetto. La realtà è diversa. 
    La vita stessa ci viene data senza che noi possiamo scegliere se vogliamo vivere o no; a nessuno può essere chiesto: «vuoi essere nato o no?». La vita stessa ci viene data necessariamente senza consenso previo, ci viene donata così e non possiamo decidere prima «sì o no, voglio vivere o no». 
    E, in realtà, la vera domanda è: «E’ giusto donare vita in questo  mondo senza avere avuto il consenso – vuoi vivere o no? Si può realmente anticipare la vita, dare la vita senza che il soggetto abbia avuto la possibilità di decidere?». Io direi: è possibile ed è giusto soltanto se, con la vita, possiamo dare anche la garanzia che la vita, con tutti i problemi del mondo, sia buona, che sia bene vivere, che ci sia una garanzia che questa vita sia buona, sia protetta da Dio e che sia un vero dono. Solo l’anticipazione del senso giustifica l’anticipazione della vita. 

    E perciò il Battesimo come garanzia del bene di Dio, come anticipazione del senso, del «sì» di Dio che protegge questa vita, giustifica anche l’anticipazione della vita. Quindi, il Battesimo dei bambini non è contro la libertà; è proprio necessario dare questo, per giustificare anche il dono – altrimenti discutibile – della vita. Solo la vita che è nelle mani di Dio, nelle mani di Cristo, immersa nel nome del Dio trinitario, è certamente un bene che si può dare senza scrupoli. E così siamo grati a Dio che ci ha donato questo dono, che ci ha donato se stesso. 

    E la nostra sfida è vivere questo dono, vivere realmente, in un cammino post-battesimale, sia le rinunce che il «sì» e vivere sempre nel grande «sì» di Dio, e così vivere bene.
    Grazie.





    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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    00 8/26/2012 10:33 AM

    La grazia viene prima dell’aiuto educativo degli uomini


    La riforma liturgica cambiò la struttura stessa del rito del battesimo dei bambini, operando un evidente spostamento dall’efficacia del gesto sacramentale di Cristo alla consapevolezza e all’impegno dei genitori e dei padrini


    di Lorenzo Bianchi 30giorni settembre 2002


    L’interno del battistero annesso alla basilica di San Giovanni in Laterano, la cui prima edificazione risale all’epoca di Costantino (IV secolo)

    L’interno del battistero annesso alla basilica di San Giovanni in Laterano, la cui prima edificazione risale all’epoca di Costantino (IV secolo)

    «La presenza della madre non farà ritardare il battesimo?»: questa osservazione autografa di Paolo VI si legge su una delle pagine dello schema del rito del battesimo dei bambini presentatogli sul finire del 1968 dal Consilium ad exsequendam Constitutionem de sacra liturgia per l’approvazione definitiva. Il Papa riteneva cosa importante una pronta amministrazione del sacramento, efficace ex opere operantis Christi.

    La preoccupazione di Paolo VI era per l’essenziale, per ciò che è necessario. Diversa sembra invece essere stata la preoccupazione del gruppo di studio che aveva preparato la riforma del rito. Nel formularne lo schema questo gruppo si era orientato, enfatizzando quanto stabilito nell’art. 67 della Costituzione conciliare sulla riforma liturgica de sacra liturgia («partes etiam parentum et patrinorum eorumque officia in ipso ritu magis pateant» [«nel rito stesso siano maggiormente posti in rilievo il posto e i doveri che hanno i genitori e i padrini»]), a sottolineare soprattutto la preparazione e la consapevolezza dei padrini e dei genitori e il loro impegno nei confronti del bambino che viene battezzato. Una sottolineatura tale da ingenerare l’equivoco che il valore del rito consistesse nel suo carattere catechetico ed educativo nei confronti degli astanti.

    Lo schema, nonostante questa e altre osservazioni e richieste di modifiche di Paolo VI, rimase sostanzialmente lo stesso, ed è il rito che tuttora viene utilizzato. Esaminiamo ora le tappe della sua formazione.


    LA STORIA DELLA RIFORMA

    La riforma del rito del sacramento del battesimo, così come codificato nel Rituale romano pubblicato da papa Paolo V nel 1614, fu compiuta tra il 1964 e il 1968, nell’ambito dei lavori del Consilium, in particolare da due gruppi di studio, il 22 e il 23, rispettivamente incaricati di occuparsi dei “sacramenti” e dei “sacramentali”, che, considerate la vicinanza degli argomenti da trattare e le strette relazioni fra di essi, lavorarono quasi sempre congiuntamente. Il gruppo 22 ebbe come relatore Balthasar Fischer, come segretario Xavier Seumois, come membri Emil Lengeling, Frederick McManus, Ignacio Oñatibia, Boniface Luykx, Alois Stenzel, Joseph Lécuyer, Jean-Baptiste Molin (nel 1967 fu integrato dal segretario aggiunto Louis Ligier e da un altro membro, Jacques Cellier). Il gruppo 23 ebbe invece come relatore Pierre-Marie Gy, come segretario Secondo Mazzarello, e come membri Jairo Mejia, Jean Rabau, Johannes Hofinger, François Vandenbroucke, Damien Sicard; ad essi si aggiunsero poi Antoine Chavasse, Bruno Löwenberg e Korbinian Ritzer.


    Per quel che riguarda però il sacramento del battesimo, e in particolare il rito del battesimo dei bambini, i lavori furono svolti soprattutto dal gruppo 22 ed ebbero come estremi cronologici la IV adunanza generale presso il Consilium (9 ottobre 1964) e la IX (15 ottobre 1968). In questa ultima occasione fu presentato lo schema finale del rito, il terzo, che venne approvato definitivamente dal Consilium; i due precedenti schemi, parziali, erano stati presentati e discussi rispettivamente nell’ottobre 1966 e nell’aprile 1967.
    La prima considerazione espressa dai riformatori nell’impostazione del lavoro, tratta anch’essa da quanto dettato dall’art. 67 della Costituzione conciliare de sacra liturgia, che prevedeva che il rito del battesimo dei bambini venisse riveduto e adattato alla loro reale condizione, fu che quello contenuto nel rituale di Paolo V in realtà non era altro che il rito del battesimo degli adulti abbreviato: una premessa fondamentale dalla quale dipende direttamente la decisa riforma della struttura del rito. Questa venne infatti ad essere caratterizzata da un lato, come già detto, da una forte sottolineatura del ruolo dei genitori e dei padrini, che divenne preponderante se non anche quasi determinante.

    Contemporaneamente, dall’altro lato, si operò una drastica riduzione degli esorcismi che precedevano l’amministrazione del sacramento, poiché essi «appartenevano agli antichi scrutini e non rispondevano certo alla condizione dei bambini» (A. Bugnini, La riforma liturgica (1948-1975), CLV-Edizioni liturgiche, Roma 1983, p. 582; da questo testo traiamo alcune delle note storiche sul processo di riforma del rito).

    Vedremo oltre nel dettaglio alcune delle variazioni compiute nello svolgimento e nelle formule del nuovo rito rispetto al precedente: si vuole qui notare, per ora, che un’altra delle maggiori preoccupazioni dei membri del gruppo, ripetutamente sottolineata, fu quella di adattare il rito alle condizioni odierne dell’uomo.

    È però interessante evidenziare come il lavoro dei riformatori presupponga un’immagine ideale di uomo e fedele (intellettuale, impegnato, potremmo dire borghese) e non tenga invece presente la condizione dell’uomo e del fedele concreto (fragile, peccatore, povero), contraddicendo nella pratica l’indicazione di papa Giovanni XXIII nel radiomessaggio al mondo dell’11 settembre 1962, un mese esatto prima dell’apertura del Concilio (la Chiesa «si presenta quale è, e vuole essere, come la Chiesa di tutti, e particolarmente la Chiesa dei poveri»). Péguy con il suo realismo direbbe: «Il povero domanda il necessario per vivere, il borghese parla», suggerendo un’ipotesi di lettura di tanta parte della riforma liturgica come un passaggio dalla domanda ai discorsi.

    Così, anche la riforma del rito del battesimo sembra essere stata compiuta «quanto meno senza percepire che cosa fosse realmente l’inimmaginabile scristianizzazione moderna, favorendo l’illusione, poi rivelatasi distruttiva, che bastasse cambiare parole e riti per attirare gli uomini di oggi al cristianesimo» (per ripetere qui ancora una volta il concetto che già abbiamo espresso a proposito di questi argomenti, ultimamente anche in L. Bianchi, Liturgia. Memoria o istruzioni per l’uso?, Piemme-30Giorni, Casale Monferrato 2002, p. 9).



    [SM=g1740771]  continua.........
    Fraternamente CaterinaLD

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    [SM=g1740758] IL CREDO DEL POPOLO DI DIO E IL NUOVO RITO

    Ma ritorniamo alla storia dei lavori di riforma. Dopo l’approvazione da parte del Consilium dello schema del rito, il 30 novembre 1968 questo, come già detto, fu mandato a papa Paolo VI. L’esame del Papa, inframmezzato dall’udienza del 19 gennaio 1969 con il segretario del Consilium monsignor Annibale Bugnini, ebbe come esito alcune richieste di chiarimenti. Oltre a quanto già segnalato a proposito del timore del Papa che venisse ritardato il momento del battesimo del bambino, un’altra osservazione autografa di Paolo VI, riferita dallo stesso Bugnini, riguarda l’assenza della menzione del peccato originale («nil dicitur de peccato originali» [«non si fa alcuna menzione del peccato originale»]) nella formula di esorcismo prebattesimale.


    Dietro queste notazioni di Paolo VI si può leggere la preoccupazione del Papa perché il nuovo rito, sottolineando i fattori reali del gesto del battesimo (peccato originale ed efficacia ex opere operantis Christi del sacramento) esprimesse fedelmente la dottrina della Chiesa, la regula fidei, che egli stesso aveva solennemente riproposto pochi mesi prima nel Credo del Popolo di Dio (30 giugno 1968) [cfr. box].
    La sua richiesta di modifica dello schema del rito, come in altre occasioni nell’ambito dei lavori della riforma liturgica, rimase di fatto disattesa. Per quel che riguarda la menzione del peccato originale, il volere del Papa fu accolto solo in parte: così l’espressione originariamente proposta dai riformatori per la prima formula di esorcismo prebattesimale («ut hunc parvulum, e regno erutum tenebrarum» [«perché questo bambino, fatto uscire dal regno delle tenebre»]; cfr. la relazione di B. Fischer, relatore del gruppo 22, in Notitiae 4, 1968, p. 241) fu mutata in quella che compare tuttora nel rito («ut hunc parvulum, ab originali culpa solutum» [«libera questo bambino dal peccato originale»]); ma non si volle inserire la citazione del peccato originale anche nella seconda formula, proposta come alternativa alla prima. Per vedere accolta la richiesta di Paolo VI anche per questa formula, si dovette attendere il momento in cui nella questione poté intervenire anche la sacra Congregazione per la dottrina della fede. Questo accadde quattro anni più tardi, in occasione della seconda edizione del nuovo rituale. Il rituale del battesimo dei bambini era infatti stato approvato con lettera della Segreteria di Stato del 17 gennaio 1969, quindi approvato definitivamente da Paolo VI il 10 maggio 1969, e infine pubblicato con decreto della sacra Congregazione per il culto divino del 15 maggio 1969, senza però essere stato prima esaminato (nononostante le proteste dei dicasteri interessati) dalle sacre Congregazioni per la dottrina della fede e per la Disciplina dei sacramenti.

    Solo nel 1973 tutto il testo fu finalmente sottoposto all’esame della sacra Congregazione per la dottrina della fede (prefetto: cardinale Franjo Seper; segretario: monsignor Jean Jerôme Hamer) che richiese proprio che si precisassero quattro punti, relativi all’esplicitazione della dottrina del peccato originale. Tre di questi punti riguardavano le parti introduttive, il quarto invece il testo della seconda formula dell’esorcismo, dove venne introdotta, nella nuova edizione, l’espressione «ab originalis culpae labe» (strappare «dalla rovina del peccato originale») in sostituzione del generico «a potestate tenebrarum» («dal potere delle tenebre»).



    ANALISI DEI TESTI

    Si propongono, a conclusione di queste note, alcuni dei più significativi cambiamenti avvenuti nei due testi latini del rito del battesimo dei bambini, così come appaiono nella forma per il battesimo di un singolo bambino: quello precedente alla riforma operata dal Consilium ad exsequendam Constitutionem de sacra liturgia, risalente sostanzialmente a Paolo V (1614), e quello susseguente alla riforma, obbligatorio dal 29 marzo 1970, utilizzato oggi nella seconda edizione, approvata con decreto della sacra Congregazione per il Culto Divino del 29 agosto 1973, che, come abbiamo visto più sopra, differisce nel formulario dalla prima unicamente nella seconda formula dell’esorcismo.


    Prima di passare però all’analisi puntuale, occorre fare delle considerazioni di carattere generale, valide e riscontrabili in tutta la struttura del nuovo rito. Innanzitutto, come si è già detto, l’attenzione dei riformatori fu rivolta in particolar modo a dare «psicologicamente» al rito una «valenza catechetica nei confronti di genitori e padrini». Questo, oltre ad essere variamente dichiarato qua e là nelle pubblicazioni che descrivono l’opera di riforma, è facilmente constatabile nella struttura stessa del formulario, dove, a preghiere e invocazioni dirette e concrete, spesso vengono sostituite orazioni a carattere esortativo e didascalico.
    Inoltre, è evidente la preoccupazione (più volte esplicitata durante i lavori dai riformatori) di rispettare la sensibilità dei genitori del battezzando: di qui la drastica diminuzione di ogni atto e terminologia esorcistica e «negativa», sostituiti da espressioni che possono sottolineare «maggiormente l’aspetto positivo della rigenerazione» (cfr. Bugnini, op. cit., p. 591).

    Conseguenza di tutto ciò è la perdita del realismo e della concretezza che risaltavano in ogni parte nel vecchio rito, dove era evidente che il sacramento è gesto di Cristo e quindi opera x opere operantis Christi; mentre, nel nuovo rito, il valore sembra sottilmente spostarsi sulla consapevolezza e l’impegno dei partecipanti, come se fosse questo ciò che conta, con una concezione che, come già altre volte abbiamo segnalato, rischia di sconfinare in un soffuso pelagianesimo.
    Dunque, venendo all’analisi puntuale dei testi, si possono fare degli esempi già dalle parti introduttive del rito.
    La prima parte del rito ha subìto notevoli variazioni. La prima formula recitata dal sacerdote, nel vecchio rito rivolta al battezzando (e per lui al padrino), netta e grammaticalmente espressa con imperativi presenti e futuri («Si igitur vis ad vitam ingredi, serva mandata. Diliges Dominum Deum tuum ex toto corde tuo, et ex tota anima tua, et ex tota mente tua, et proximum tuum sicut teipsum» [«Se dunque vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti. Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente, e il prossimo tuo come te stesso»]), diventa nel nuovo rito esortazione futura ai genitori («Baptismum pro infante vestro petentes, estisne conscii officii, quod suscipitis, illum in fide educandi, ut, Dei mandata servans, Dominum et proximum suum diligat sicut Christus nos edocuit?» [«Chiedendo il battesimo per il vostro figlio, voi vi impegnate a educarlo nella fede, perché, nell’osservanza dei comandamenti, impari ad amare Dio e il prossimo, come Cristo ci ha insegnato. Siete consapevoli di questa responsabilità?»]), e invece dell’esorcismo contro lo spirito immondo del demonio («Exi ab eo, immunde spiritus, et da locum Spiritui Sancto Paraclito» [«Esci da lui, spirito immondo, e lascia il posto allo Spirito Santo Paraclito»]) si trova ora un’esortazione all’impegno del padrino («Esne paratus ad parentes huius infantis in suo munere adiuvandos?» [«Sei disposto ad aiutare i genitori in questo compito così importante?»]).

    Così, sempre nella parte introduttiva, risultano eliminate le orazioni e gli esorcismi, compreso l’antico rito della benedizione del sale (nonostante i tentativi che qualcuno fece – in particolare padre Aimé-Georges Martimort – per farlo mantenere almeno come facoltativo).
    Prima della celebrazione del sacramento vero e proprio, invece, eliminata la recita del Credo e spostata più avanti quella del Padre nostro, fu introdotta la liturgia della parola e anche l’omelia del celebrante (ad accentuare ancor di più, se possibile, il carattere didattico del nuovo rito): parti che i riformatori ritennero di dover inserire come obbligatorie, nonostante la stessa Congregazione per la dottrina della fede avesse insistito per ben due volte (24 luglio 1969, 8 febbraio 1973) per eliminarle o quantomeno prevederle come facoltative.

    Prima dell’amministrazione del sacramento fu invece mantenuta l’unzione prebattesimale e la preghiera di esorcismo, però modificata. Il testo precedente alla riforma diceva: «Exorcizo te, omnis spiritus immunde, in nomine Dei Patris omnipotentis, et in nomine Iesu Christi Filii eius, Domini et Iudicis nostri, et in virtute Spiritus Sancti, ut discedas ab hoc plasmate Dei N., quod Dominus noster ad templum sanctum suum vocare dignatus est, ut fiat templum Dei vivi, et Spiritus Sanctus habitet in eo. Per eumdem Christum Dominum nostrum, qui venturus est iudicare vivos et mortuos, et saeculum per ignem» («Esorcizzo te, spirito tutto immondo, in nome di Dio Padre onnipotente, e in nome di Gesù Cristo suo Figlio, nostro Signore e Giudice, e in virtù dello Spirito Santo: esci da questa creatura di Dio N., che il Signore nostro si è degnato di chiamare al suo tempio santo, perché divenga tempio del Dio vivo, e lo Spirito Santo abiti in lui. Per lo stesso Cristo nostro Signore, che verrà a giudicare i vivi e i morti, e il mondo con il fuoco»); quello attuale invece è: «Omnipotens sempiterne Deus, qui Filium tuum in mundum misisti, ut satanae, spiritus nequitiae, a nobis expelleret potestatem, et hominem, ereptum e tenebris, in admirabile lucis tuae regnum trýnsferret: te supplices exoramus, ut hunc parvulum, ab originali culpa solutum, tuae templum perficias maiestatis, et Spiritum Sanctum in eo habitare indulgeas. Per Christum Dominum nostrum» («Dio onnipotente ed eterno, tu hai mandato nel mondo il tuo Figlio per distruggere il potere di satana, spirito del male, e trasferire l’uomo dalle tenebre nel tuo regno di luce infinita; umilmente ti preghiamo: libera questo bambino dal peccato originale, e consacralo tempio della tua gloria, dimora dello Spirito Santo. Per Cristo nostro Signore»).
    Scompare dunque il verbo “exorcizo”, che sembra forse troppo negativo, e, come spesso abbiamo visto nelle nuove orazioni, la domanda diretta imperativa viene sostituita da positive perifrasi. Venne invece privato del suo carattere esorcistico il rito dell’«Effeta», reso facoltativo e spostato più avanti, alla fine della celebrazione.


    Il rito del sacramento vero e proprio fu mantenuto intatto, ma questo avvenne non senza discussioni, in particolare per quel che riguarda la rinuncia a satana: citiamo ancora Bugnini (op. cit., p. 591, nota 21): «Qualche vescovo del Consilium si era chiesto se fosse necessario conservare questa rinuncia al diavolo. Si osservò che è una pratica antichissima; è necessaria per esprimere il passaggio e la rottura dal diavolo a Dio; è la comunità di adulti che si impegna. Ma si sentì anche la necessità di fare qualcosa di più adatto al nostro tempo: “Non si devono certo togliere le rinuncie. Ma mi domando se le formule di Tertulliano non siano più rispondenti a quel tempo. Per i nostri giorni non sarebbe meglio una formula positiva?” [cardinale Pellegrino]. Così nacque il secondo schema».

    Fu dunque mantenuta la formula antica («Celebrans: “Abrenuntiatis Satanae?”. Parentes et patrini: “Abrenuntio”. Celebrans: “Et omnibus operibus eius?”. Parentes et patrini: “Abrenuntio”. Celebrans: “Et omnibus pompis eius?”. Parentes et patrini: “Abrenuntio”» [«Celebrante: “Rinunciate a satana?”. Genitori e padrini: “Rinuncio”. Celebrante: “E a tutte le sue opere?”. Genitori e padrini: “Rinuncio”. Celebrante: “E a tutte le sue seduzioni?”. Genitori e padrini: “Rinuncio”.»]), e ne fu aggiunta, in alternativa, una seconda («Celebrans: “Abrenuntiatis peccato, ut in libertate filiorum Dei vivatis?”. Parentes et patrini: “Abrenuntio”. Celebrans: “Abrenuntiatis seductionibus iniquitatis, ne peccatum vobis dominetur?”. Parentes et patrini: “Abrenuntio”. Celebrans: “Abrenuntiatis Satanae, qui est auctor et princeps peccati?”. Parentes et patrini: “Abrenuntio”» [«Celebrante: “Rinunciate al peccato, per vivere nella libertà dei figli di Dio?”. Genitori e padrini: “Rinuncio”. Celebrante: “Rinunciate alle seduzioni del male, per non lasciarvi dominare dal peccato?”. Genitori e padrini: “Rinuncio”. Celebrante: “Rinunciate a satana, origine e causa di ogni peccato?”. Genitori e padrini: “Rinuncio”.»]). In effetti, si nota ancora una volta, nella seconda formula, l’intenzione didascalica, evidenziata anche da una certa ben percepibile verbosità. Mentre l’omaggio ai nostri tempi non manca nella spettacolarizzazione del rito, esplicitamente segnalata, nelle istruzioni del rituale, dal richiamo all’opportunità di un’acclamazione (normalmente un applauso) dell’assemblea dopo il battesimo («Post Baptismum infantis opportune profertur brevis acclamatio populi» [«È opportuno che dopo il battesimo del bambino, il popolo intervenga con una breve acclamazione»]).


    Anche le parti finali del rito furono modificate, soprattutto per quel che riguarda le espressioni usate dal celebrante. Tra queste, segnaliamo la formula dell’imposizione della veste candida (nel rito prima della riforma: «Accipe vestem candidam, quam perferas immaculatam ante tribunal Domini nostri Iesu Christi, ut habeas vitam aeternam» [«Ricevi la veste candida, e portala senza macchia davanti al tribunale del Signore nostro Gesù Cristo, per ottenere la vita eterna»]; nel rito riformato: «N., nova creatura factus es et Christum induisti. Vestis haec candida sit tibi signum dignitatis, quam, tuorum verbo et exemplo propinquorum adiutus, immaculatam perferas in vitam aeternam» [«N., sei diventato nuova creatura, e ti sei rivestito di Cristo. Questa veste bianca sia segno della tua nuova dignità: aiutato dalle parole e dall’esempio dei tuoi cari, portala senza macchia per la vita eterna»]), in cui l’espressione «ante tribunal Domini nostri Iesu Christi», viene modificata con le aggiunte di «signum dignitatis» e di «verbo et exemplo propinquorum adiutus». Proprio questa ultima frase potrebbe suggerire il giudizio sintetico sul nuovo rito: dall’aiuto della grazia di Cristo all’aiuto educativo degli uomini.

    Nota

    I testi italiani del rito del battesimo riformato sono tratti dalla traduzione «tipica» (che non sempre è assolutamente letterale) approvata dalla Conferenza episcopale italiana con Decreto n. 1765/70 del 29 aprile 1970 e di uso obbligatorio dal 29 giugno 1970 (edizione del 1985, ristampa del 1999); per quelli del rito precedente la riforma, la traduzione invece è nostra.




    Dal Credo del popolo di Dio di Paolo VI

    Noi crediamo in un solo battesimo
    per la remissione dei peccati


    [SM=g1740738]

    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
    Maestro dell’Ordine)
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    00 8/26/2012 11:47 AM

    Il bambino è reso fedele dalla cosa che riceve


    Un lettore ci sottopone il caso di un bambino a cui è stato rifiutato il battesimo perché nato da una relazione irregolare. Ecco cosa risponde a questo proposito sant’Agostino nella Lettera 98


    a cura di Lorenzo Cappelletti  da 30giorni marzo 2002


    Miniature raffiguranti il battesimo di un bambino, tratte  dal manoscritto Très belles heures de Notre Dame,  XV secolo, Biblioteca nazionale di Parigi

    Miniature raffiguranti il battesimo di un bambino, tratte dal manoscritto Très belles heures de Notre Dame, XV secolo, Biblioteca nazionale di Parigi

    Egregio direttore,
    alcuni giorni fa un sacerdote ha negato il battesimo al figlio del mio datore di lavoro. Il bimbo è frutto di una relazione irregolare. I due non sono sposati e, non potendo assicurare (a detta del prete) una adeguata educazione cristiana al proprio figlio, non possono nemmeno ottenere per lui il sacramento fondamentale.
    Non conosco le implicazioni dottrinali e la disciplina canonica che regola la materia ma francamente mi sfugge qualcosa. Qui siamo di fronte a due genitori che desiderano il battesimo per il proprio figlio secondo le intenzioni della Chiesa, ma considerazioni tutte umane non lo hanno permesso. Ma perché i figli devono scontare le colpe dei padri? Forse uno sguardo semplice e intelligente e un minimo di tatto pastorale avrebbero potuto suggerire al ministro di Dio un comportamento diverso. Ora abbiamo due genitori delusi e sempre più disimpegnati da un coinvolgimento religioso, un bambino non accolto nella Chiesa e a cui sono preclusi gli altri sacramenti.
    Forse tutto ciò possiamo permettercelo nell’Europa cristiana. Mi domando se nel Terzo mondo, dove i figli naturali non sono una eccezione, si neghino i battesimi con la stessa disinvoltura.
    Grazie per l’attenzione che vorrà prestare a questa mia lettera.
    Un giudizio da parte sua e della rivista da lei diretta sarà molto gradito.

    Con stima,
    Gianni Bellocchi

    Ecco cosa risponde a questo proposito sant’Agostino nella "Lettera 98"

    Con la Lettera 98†sant’Agostino risponde ai quesiti che gli aveva posto intorno al battesimo dei bambini Bonifacio, il vescovo di Cataquas in Numidia.

    Dopo aver chiarito, ricorrendo alla testimonianza di Cipriano, che ai bambini che hanno già ricevuto il battesimo non può nuocere la successiva volontà dei genitori di offrirli al demonio o di renderli partecipi di riti diabolici, Agostino spiega d’altra parte che per il battesimo dei bambini non è neppure necessaria la fede dei genitori: "Non deve farti impressione che alcuni portino a far battezzare i bambini non già mossi dalla fede che siano rigenerati alla vita dalla grazia dello Spirito ma perché credono che con tale rimedio conservino o riacquistino la salute temporale.
    Anche se i bambini non sono presentati da costoro al battesimo con retta intenzione, non per questo non sono rigenerati. In effetti è per mezzo di persone del genere, che svolgono la loro necessaria funzione di ministri, e la formula sacramentale, che il bambino è battezzato.

    Lo Spirito Santo che abita nei santi, dai quali col fuoco della carità è formata l’unica colomba coperta d’argento, compie la sua opera anche mediante il servizio, a volte, di persone non solo ingenuamente ignoranti ma anche colpevolmente indegne. I bambini infatti vengono presentati al battesimo per ricevere la grazia dello Spirito non tanto da coloro che li portano in braccio (benché lo siano pure da loro se sono buoni fedeli) quanto dall’intera società dei santi e dei fedeli. Voglio dire che vengono presentati da tutti coloro cui piace che vengano presentati e dalla cui santa e indivisa carità i bambini sono aiutati a ricevere la comunicazione dello Spirito Santo. Quest’azione è propria di tutta la madre Chiesa, che è nei santi, poiché è tutta la Chiesa che dà alla luce tutti e singoli i fedeli. [...] Non voglio perciò che tu cada in errore credendo che il vincolo della colpa contratta per la discendenza da Adamo non possa spezzarsi se non a patto che i bambini vengano presentati dai genitori a ricevere la grazia di Cristo".

    La lettera si chiude con la risposta a un’ultima difficoltà che aveva sollevato Bonifacio: siano i genitori o altri a farlo, come è possibile comunque affermare con sicurezza che il bambino crede? La risposta di Agostino è lapidaria: "Cristo non s’è forse immolato da sé una sola volta? Eppure nel sacramento s’immola per i fedeli non solo ogni ricorrenza pasquale, ma ogni giorno. E non mentisce di certo chi, interrogato se Cristo s’immola, risponde di sì. Poiché se i sacramenti non avessero alcuna somiglianza con le cose di cui sono sacramenti, non sarebbero sacramenti. In forza di tale somiglianza d’altronde prendono per lo più il nome delle cose stesse. Come il sacramento del Corpo di Cristo è in certo qual modo il Corpo di Cristo e il sacramento del Sangue di Cristo è il Sangue di Cristo, così il sacramento della fede [il battesimo] è la fede. D’altra parte credere non è altro che avere la fede. Perciò quando si risponde che il bambino, che ancora non ha l’adesione della fede, crede, si risponde che in forza del sacramento della fede ha la fede e che in forza del sacramento della conversione si converte a Dio, perché anche la risposta fa parte della celebrazione del sacramento. Così del battesimo l’Apostolo dice: "Siamo stati sepolti con Cristo nella morte mediante il battesimo". Non dice: "Abbiamo rappresentato la sepoltura", ma proprio: "Siamo stati sepolti con". Dunque ha chiamato il sacramento di una cosa così grande col nome della cosa medesima. Il bambino pertanto non è reso fedele da quella fede che consiste nella volontà di credere ma è reso fedele dal sacramento della fede. Come si risponde che crede, così si chiama fedele il bambino non perché con la mente acconsente alla cosa, ma perché riceve il sacramento di quella cosa".

    Ed è questa la fede della Chiesa tramandata nella dottrina.


    [SM=g1740758]
    Fraternamente CaterinaLD

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    00 1/13/2013 2:00 PM

    Il Papa: Cari genitori, nel domandare il Battesimo per i vostri bambini, voi manifestate e testimoniate la vostra fede, la gioia di essere cristiani e di appartenere alla Chiesa. È la gioia che scaturisce dalla consapevolezza di avere ricevuto un grande dono da Dio, la fede appunto, un dono che nessuno di noi ha potuto meritare, ma che ci è stato dato gratuitamente e al quale abbiamo risposto con il nostro "sì". È la gioia di riconoscerci figli di Dio, di scoprirci affidati alle sue mani, di sentirci accolti in un abbraccio d’amore, allo stesso modo in cui una mamma sostiene ed abbraccia il suo bambino

     






    ********************

    Alle ore 9.45 di oggi, Festa del Battesimo del Signore, il Santo Padre Benedetto XVI ha presieduto nella Cappella Sistina la Santa Messa nel corso della quale ha amministrato il Sacramento del Battesimo a 20 neonati.
    Dopo la lettura del Santo Vangelo, il Papa ha pronunciato la seguente omelia:

    OMELIA DEL SANTO PADRE

    Cari fratelli e sorelle!

    La letizia scaturita dalla celebrazione del Santo Natale trova oggi compimento nella festa del Battesimo del Signore. A questa gioia viene ad aggiungersi un ulteriore motivo per noi che siamo qui riuniti: nel sacramento del Battesimo che tra poco amministrerò a questi neonati si manifesta infatti la presenza viva e operante dello Spirito Santo che, arricchendo la Chiesa di nuovi figli, la vivifica e la fa crescere, e di questo non possiamo non gioire. Desidero rivolgere uno speciale saluto a voi, cari genitori, padrini e madrine, che oggi testimoniate la vostra fede chiedendo il Battesimo per questi bambini, perché siano generati alla vita nuova in Cristo ed entrino a far parte della comunità dei credenti.

    Il racconto evangelico del battesimo di Gesù, che oggi abbiamo ascoltato secondo la redazione di san Luca, mostra la via di abbassamento e di umiltà, che il Figlio di Dio ha scelto liberamente per aderire al disegno del Padre, per essere obbediente alla sua volontà di amore verso l’uomo in tutto, fino al sacrificio sulla croce. Diventato ormai adulto, Gesù dà inizio al suo ministero pubblico recandosi al fiume Giordano per ricevere da Giovanni un battesimo di penitenza e di conversione. Avviene quello che ai nostri occhi potrebbe apparire paradossale. Gesù ha bisogno di penitenza e di conversione? Certamente no. Eppure proprio Colui che è senza peccato si pone tra i peccatori per farsi battezzare, per compiere questo gesto di penitenza; il Santo di Dio si unisce a quanti si riconoscono bisognosi di perdono e chiedono a Dio il dono della conversione, cioè la grazia di tornare a Lui con tutto il cuore, per essere totalmente suoi. Gesù vuole mettersi dalla parte dei peccatori, facendosi solidale con essi, esprimendo la vicinanza di Dio. Gesù si mostra solidale con noi, con la nostra fatica di convertirci, di lasciare i nostri egoismi, di staccarci dai nostri peccati, per dirci che se lo accettiamo nella nostra vita Egli è capace di risollevarci e condurci all’altezza di Dio Padre. E questa solidarietà di Gesù non è, per così dire, un semplice esercizio della mente e della volontà.

    Gesù si è immerso realmente nella nostra condizione umana, l’ha vissuta fino in fondo, fuorché nel peccato, ed è in grado di comprenderne la debolezza e la fragilità. Per questo Egli si muove a compassione, sceglie di "patire con" gli uomini, di farsi penitente assieme a noi. Questa è l’opera di Dio che Gesù vuole compiere: la missione divina di curare chi è ferito e medicare chi è ammalato, di prendere su di sé il peccato del mondo.

    Che cosa avviene al momento in cui Gesù si fa battezzare da Giovanni? Di fronte a questo atto di amore umile da parte del Figlio di Dio, si aprono i cieli e si manifesta visibilmente lo Spirito Santo sotto forma di colomba, mentre una voce dall’alto esprime il compiacimento del Padre, che riconosce il Figlio unigenito, l’Amato.
    Si tratta di una vera manifestazione della Santissima Trinità, che dà testimonianza della divinità di Gesù, del suo essere il Messia promesso, Colui che Dio ha mandato a liberare il suo popolo, perché sia salvato (cfr Is 40,2). Si realizza così la profezia di Isaia che abbiamo ascoltato nella prima Lettura: il Signore Dio viene con potenza per distruggere le opere del peccato e il suo braccio esercita il dominio per disarmare il Maligno; ma teniamo presente che questo braccio è il braccio esteso sulla croce e che la potenza di Cristo è la potenza di Colui che soffre per noi: questo è il potere di Dio, diverso dal potere del mondo; così viene Dio con potenza per distruggere il peccato.

    Davvero Gesù agisce come il Pastore buono che pasce il gregge e lo raduna, perché non sia disperso (cfr Is 40,10-11), ed offre la sua stessa vita perché abbia vita. E’ per la sua morte redentrice che l’uomo è liberato dal dominio del peccato ed è riconciliato col Padre; è per la sua risurrezione che l’uomo è salvato dalla morte eterna ed è reso vittorioso sul Maligno.


    Cari fratelli e sorelle, che cosa avviene nel Battesimo che tra poco amministrerò ai vostri bambini? Avviene proprio questo: verranno uniti in modo profondo e per sempre con Gesù, immersi nel mistero di questa sua potenza, di questo suo potere, cioè nel mistero della sua morte, che è fonte di vita, per partecipare alla sua risurrezione, per rinascere ad una vita nuova. Ecco il prodigio che oggi si ripete anche per i vostri bambini: ricevendo il Battesimo essi rinascono come figli di Dio, partecipi della relazione filiale che Gesù ha con il Padre, capaci di rivolgersi a Dio chiamandolo con piena confidenza e fiducia: "Abbà, Padre".

    Anche sui vostri bambini il cielo è aperto, e Dio dice: questi sono i miei figli, figli del mio compiacimento. Inseriti in questa relazione e liberati dal peccato originale, essi diventano membra vive dell’unico corpo che è la Chiesa e sono messi in grado di vivere in pienezza la loro vocazione alla santità, così da poter ereditare la vita eterna, ottenutaci dalla risurrezione di Gesù.


    Cari genitori, nel domandare il Battesimo per i vostri bambini, voi manifestate e testimoniate la vostra fede, la gioia di essere cristiani e di appartenere alla Chiesa.
    È la gioia che scaturisce dalla consapevolezza di avere ricevuto un grande dono da Dio, la fede appunto, un dono che nessuno di noi ha potuto meritare, ma che ci è stato dato gratuitamente e al quale abbiamo risposto con il nostro "sì". È la gioia di riconoscerci figli di Dio, di scoprirci affidati alle sue mani, di sentirci accolti in un abbraccio d’amore, allo stesso modo in cui una mamma sostiene ed abbraccia il suo bambino.

    Questa gioia, che orienta il cammino di ogni cristiano, si fonda su un rapporto personale con Gesù, un rapporto che orienta l’intera esistenza umana.
    È Lui infatti il senso della nostra vita, Colui sul quale vale la pena di tenere fisso lo sguardo, per essere illuminati dalla sua Verità e poter vivere in pienezza.


    Il cammino della fede che oggi comincia per questi bambini si fonda perciò su una certezza, sull’esperienza che non vi è niente di più grande che conoscere Cristo e comunicare agli altri l’amicizia con Lui; solo in questa amicizia si dischiudono realmente le grandi potenzialità della condizione umana e possiamo sperimentare ciò che è bello e ciò che libera (cfr Omelia nella S. Messa per l’inizio del pontificato, 24 aprile 2005).

    Chi ha fatto questa esperienza non è disposto a rinunciare alla propria fede per nulla al mondo.

    A voi, cari padrini e madrine, l’importante compito di sostenere e aiutare l’opera educativa dei genitori, affiancandoli nella trasmissione delle verità della fede e nella testimonianza dei valori del Vangelo, nel far crescere questi bambini in un’amicizia sempre più profonda con il Signore. Sappiate sempre offrire loro il vostro buon esempio, attraverso l’esercizio delle virtù cristiane.

    Non è facile manifestare apertamente e senza compromessi ciò in cui si crede, specie nel contesto in cui viviamo, di fronte ad una società che considera spesso fuori moda e fuori tempo coloro che vivono della fede in Gesù. Sull’onda di questa mentalità, vi può essere anche tra i cristiani il rischio di intendere il rapporto con Gesù come limitante, come qualcosa che mortifica la propria realizzazione personale; «Dio viene visto come il limite della nostra libertà, un limite da eliminare affinché l'uomo possa essere totalmente se stesso» (L’infanzia di Gesù, 101). Ma non è così! Questa visione mostra di non avere capito nulla del rapporto con Dio, perché proprio a mano a mano che si procede nel cammino della fede, si comprende come Gesù eserciti su di noi l’azione liberante dell’amore di Dio, che ci fa uscire dal nostro egoismo, dall’essere ripiegati su noi stessi, per condurci ad una vita piena, in comunione con Dio e aperta agli altri.

    «"Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui" (1 Gv 4,16). Queste parole della Prima Lettera di Giovanni esprimono con singolare chiarezza il centro della fede cristiana: l’immagine cristiana di Dio e anche la conseguente immagine dell’uomo e del suo cammino» (Enc. Deus caritas est, 1).

    L’acqua con la quale questi bambini saranno segnati nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, li immergerà in quella "fonte" di vita che è Dio stesso e che li renderà suoi veri figli.
    E il seme delle virtù teologali, infuse da Dio, la fede, la speranza e la carità, seme che oggi è posto nel loro cuore per la potenza dello Spirito Santo, dovrà essere alimentato sempre dalla Parola di Dio e dai Sacramenti, così che queste virtù del cristiano possano crescere e giungere a piena maturazione, sino a fare di ciascuno di loro un vero testimone del Signore.

    Mentre invochiamo su questi piccoli l’effusione dello Spirito Santo, li affidiamo alla protezione della Vergine Santa; lei li custodisca sempre con la sua materna presenza e li accompagni in ogni momento della loro vita.

    Amen.

    [Edited by Caterina63 1/15/2013 1:12 PM]
    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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    00 4/10/2013 1:46 PM

    UDIENZA GENERALE

    Piazza San Pietro
    Mercoledì, 10 aprile 2013

    [Video]


     

    Cari fratelli e sorelle, buon giorno!

    Nella scorsa Catechesi ci siamo soffermati sull’evento della Risurrezione di Gesù, in cui le donne hanno avuto un ruolo particolare. Oggi vorrei riflettere sulla sua portata salvifica. Che cosa significa per la nostra vita la Risurrezione? E perché senza di essa è vana la nostra fede? La nostra fede si fonda sulla Morte e Risurrezione di Cristo, proprio come una casa poggia sulle fondamenta: se cedono queste, crolla tutta la casa. Sulla croce, Gesù ha offerto se stesso prendendo su di sé i nostri peccati e scendendo nell’abisso della morte, e nella Risurrezione li vince, li toglie e ci apre la strada per rinascere a una vita nuova. San Pietro lo esprime sinteticamente all’inizio della sua Prima Lettera, come abbiamo ascoltato: «Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per un’eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce» (1,3-4).

    L’Apostolo ci dice che con la Risurrezione di Gesù qualcosa di assolutamente nuovo avviene: siamo liberati dalla schiavitù del peccato e diventiamo figli di Dio, siamo generati cioè ad una vita nuova. Quando si realizza questo per noi? Nel Sacramento del Battesimo. In antico, esso si riceveva normalmente per immersione. Colui che doveva essere battezzato scendeva nella grande vasca del Battistero, lasciando i suoi vestiti, e il Vescovo o il Presbitero gli versava per tre volte l’acqua sul capo, battezzandolo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
    Poi il battezzato usciva dalla vasca e indossava la nuova veste, quella bianca: era nato cioè ad una vita nuova, immergendosi nella Morte e Risurrezione di Cristo. Era diventato figlio di Dio. San Paolo nella Lettera ai Romani scrive: voi «avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: “Abbà! Padre!”» (Rm 8,15).
    È proprio lo Spirito che abbiamo ricevuto nel battesimo che ci insegna, ci spinge, a dire a Dio: “Padre”, o meglio, “Abbà!” che significa “papà”. Così è il nostro Dio: è un papà per noi. Lo Spirito Santo realizza in noi questa nuova condizione di figli di Dio. E questo è il più grande dono che riceviamo dal Mistero pasquale di Gesù. E Dio ci tratta da figli, ci comprende, ci perdona, ci abbraccia, ci ama anche quando sbagliamo. Già nell’Antico Testamento, il profeta Isaia affermava che se anche una madre si dimenticasse del figlio, Dio non si dimentica mai di noi, in nessun momento (cfr 49,15). E questo è bello!

    Tuttavia, questa relazione filiale con Dio non è come un tesoro che conserviamo in un angolo della nostra vita, ma deve crescere, dev’essere alimentata ogni giorno con l’ascolto della Parola di Dio, la preghiera, la partecipazione ai Sacramenti, specialmente della Penitenza e dell’Eucaristia, e la carità. Noi possiamo vivere da figli! E questa è la nostra dignità - noi abbiamo la dignità di figli -. Comportarci come veri figli!
    Questo vuol dire che ogni giorno dobbiamo lasciare che Cristo ci trasformi e ci renda come Lui; vuol dire cercare di vivere da cristiani, cercare di seguirlo, anche se vediamo i nostri limiti e le nostre debolezze. La tentazione di lasciare Dio da parte per mettere al centro noi stessi è sempre alle porte e l’esperienza del peccato ferisce la nostra vita cristiana, il nostro essere figli di Dio. Per questo dobbiamo avere il coraggio della fede e non lasciarci condurre dalla mentalità che ci dice: “Dio non serve, non è importante per te”, e così via. E’ proprio il contrario: solo comportandoci da figli di Dio, senza scoraggiarci per le nostre cadute, per i nostri peccati, sentendoci amati da Lui, la nostra vita sarà nuova, animata dalla serenità e dalla gioia. Dio è la nostra forza! Dio è la nostra speranza!

    Cari fratelli e sorelle, dobbiamo avere noi per primi ben ferma questa speranza e dobbiamo esserne un segno visibile, chiaro, luminoso per tutti. Il Signore Risorto è la speranza che non viene mai meno, che non delude (cfr Rm 5,5). La speranza non delude. Quella del Signore! Quante volte nella nostra vita le speranze svaniscono, quante volte le attese che portiamo nel cuore non si realizzano! La speranza di noi cristiani è forte, sicura, solida in questa terra, dove Dio ci ha chiamati a camminare, ed è aperta all’eternità, perché fondata su Dio, che è sempre fedele.
    Non dobbiamo dimenticare: Dio sempre è fedele; Dio sempre è fedele con noi. Essere risorti con Cristo mediante il Battesimo, con il dono della fede, per un’eredità che non si corrompe, ci porti a cercare maggiormente le cose di Dio, a pensare di più a Lui, a pregarlo di più. Essere cristiani non si riduce a seguire dei comandi, ma vuol dire essere in Cristo, pensare come Lui, agire come Lui, amare come Lui; è lasciare che Lui prenda possesso della nostra vita e la cambi, la trasformi, la liberi dalle tenebre del male e del peccato.

    Cari fratelli e sorelle, a chi ci chiede ragione della speranza che è in noi (cfr 1Pt 3,15), indichiamo il Cristo Risorto. Indichiamolo con l’annuncio della Parola, ma soprattutto con la nostra vita di risorti. Mostriamo la gioia di essere figli di Dio, la libertà che ci dona il vivere in Cristo, che è la vera libertà, quella che ci salvadalla schiavitù del male, del peccato, della morte! Guardiamo alla Patria celeste, avremo una nuova luce e forza anche nel nostro impegno e nelle nostre fatiche quotidiane. E’ un servizio prezioso che dobbiamo dare a questo nostro mondo, che spesso non riesce più a sollevare lo sguardo verso l’alto, non riesce più a sollevare lo sguardo verso Dio.

    [SM=g1740771]

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    00 12/9/2013 12:22 PM

    Benedetto e la Chiesa di Dio: l'ultimo regalo


     






    di *** per chiesa.espresso.repubblica.it
    La domenica dopo l'Epifania è la domenica del battesimo di Gesù. E in ognuna di queste domeniche, anno dopo anno, Benedetto XVI ha amministrato il primo sacramento dell’iniziazione cristiana a un certo numero di bambini, nella Cappella Sistina. Ogni volta ha dunque avuto modo di pronunciare le formule previste dal rito del battesimo in vigore dal 1969. Ma due parole di questo rito non l’hanno mai convinto del tutto.E così, prima di rinunciare alla cattedra di Pietro, ha ordinato che venissero cambiate nell'originale latino e di conseguenza, a cascata, anche nelle cosiddette lingue volgari. 

    Il provvedimento, messo in opera dalla congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, è stato pubblicato dal bollettino ufficiale del dicastero, "Notitiae". A segnalarne l'esistenza, nel silenzio dei media vaticani, è stato il quotidiano della conferenza episcopale italiana "Avvenire". Il decreto che introduce l’innovazione, pubblicato in latino, inizia così:
    "Porta della vita e del regno, il battesimo è sacramento della fede, con il quale gli uomini vengono incorporati nell'unica Chiesa di Cristo, che sussiste nella Chiesa cattolica, governata dal successore di Pietro e dai vescovi in comunione con lui".
    È proprio partendo da questa considerazione che la congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti ha motivato la variazione nella seconda "editio typica" latina del rito del battesimo dei bambini del 1973 (che nella formula in questione è identico alla prima "editio typica" del 1969):
    "Affinché nel medesimo rito sia meglio messo in luce l’insegnamento della dottrina sul compito e dovere della Madre Chiesa nei sacramenti da celebrare". 
    La variazione introdotta è la seguente.
    D’ora in poi al termine del rito dell’accoglienza, prima di segnare con la croce la fronte del bambino o dei bambini, il sacerdote non dirà più: "Magno gaudio communitas christiana te (vos) excipit", ma invece: "Magno gaudio Ecclesia Dei te (vos) excipit".  

    In pratica papa Joseph Ratzinger, da fine teologo, ha voluto che nel rito battesimale si dicesse in modo chiaro che è la Chiesa di Dio – la quale sussiste compiutamente nella Chiesa cattolica – ad accogliere i battezzandi, e non genericamente la "comunità cristiana", termine che sta a significare anche le singole comunità locali o le confessioni non cattoliche come le protestanti.
    Nel decreto pubblicato su "Notitiae" si precisa che Benedetto XVI "ha benevolmente stabilito" la suddetta variazione del rito nel corso di un'udienza concessa al prefetto della congregazione, il cardinale Antonio Cañizares Llovera, il 28 gennaio 2013, appena due settimane prima dell’annuncio delle dimissioni da papa.

    Il decreto porta la data del 22 febbraio 2013, festa della Cattedra di san Pietro, ed è firmato dal cardinale prefetto e dall’arcivescovo segretario Arthur Roche. E vi si dice che è entrato in vigore dal giorno 31 marzo 2013, regnante già papa Francesco, che evidentemente non ha avuto nulla da obiettare riguardo alla decisione del suo predecessore. L'introduzione della variante nelle lingue volgari sarà curata dalle rispettive conferenze episcopali.

    Attualmente in inglese la frase nella quale le due parole “comunità cristiana” dovranno cambiare in “Chiesa di Dio” è:  "The Christian community welcomes you with great joy".
    In francese: "La communauté chrétienne t’accueille avec une grande joie".
    In spagnolo: "La comunidad cristiana te recibe con gran allegria".
    In portoghese: "È com muita allegria que la comunidade cristã te recebe".
    Leggermente discostate dall’originale latino sono la versione tedesca: "Mit großer Freude empfängt dich die Gemeinschaft der Glaubenden [La comunità dei credenti ti accoglie con grande gioia]" e quella in vigore in Italia: "Con grande gioia la nostra comunità cristiana ti accoglie", dove c'è l’aggiunta di un "nostra" non presente nell'originale latino. 

    La versione italiana è quella che Benedetto XVI ha utilizzato ogni volta che ha amministrato il sacramento nella domenica del Battesimo di Gesù. E forse è proprio quel troppo autoreferenziale "nostra" che ha indotto il papa teologo a decidere il cambiamento.  Fino al 2012, infatti, Benedetto XVI ometteva il "nostra" e pur celebrando in italiano diceva ai piccoli battezzandi: "Con grande gioia la comunità cristiana vi accoglie".
    Ma alla fine deve aver considerato ambiguo anche l’originale latino. Così lo scorso 13 gennaio, nel celebrare per l’ultima volta da sommo pontefice il battesimo, ha detto: "Cari bambini, con grande gioia la Chiesa di Dio vi accoglie".
    E poco dopo, tra le ultime disposizioni del suo pontificato, ha prescritto tale formula per tutta la Chiesa.






    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
    Maestro dell’Ordine)
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    00 1/12/2014 2:49 PM



    OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

    Cappella Sistina
    Domenica
    , 12 gennaio 2014


    Video

     

    Gesù non aveva necessità di essere battezzato, ma i primi teologi dicono che, col suo corpo, con la sua divinità, nel battesimo ha benedetto tutte le acque, perché le acque avessero il potere di dare il Battesimo. E poi, prima di salire al Cielo, Gesù ci ha detto di andare in tutto il mondo a battezzare. E da quel giorno fino al giorno d’oggi, questa è stata una catena ininterrotta: si battezzavano i figli, e i figli poi i figli, e i figli…. E anche oggi questa catena prosegue.

    Questi bambini sono l’anello di una catena. Voi genitori avete il bambino o la bambina da battezzare, ma tra alcuni anni saranno loro che avranno un bambino da battezzare, o un nipotino… E’ così la catena della fede! Cosa vuol dire questo? Io vorrei soltanto dirvi questo: voi siete coloro che trasmettono la fede, i trasmettitori; voi avete il dovere di trasmettere la fede a questi bambini. E’ la più bella eredità che voi lascerete loro: la fede! Soltanto questo. Oggi portate a casa questo pensiero. Noi dobbiamo essere trasmettitori della fede. Pensate a questo, pensate sempre come trasmettere la fede ai bambini.

    Oggi canta il coro, ma il coro più bello è questo dei bambini, che fanno rumore… Alcuni piangeranno, perché non sono comodi o perché hanno fame: se hanno fame, mamme, date loro da mangiare, tranquille, perché loro sono qui i protagonisti. E adesso, con questa consapevolezza di essere trasmettitori della fede, continuiamo la cerimonia del Battesimo.








    ANGELUS

    Piazza San Pietro
    Domenica, 12 gennaio 2014

    Video

     

    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Oggi è la festa del Battesimo del Signore. Stamattina ho battezzato trentadue neonati. Ringrazio con voi il Signore per queste creature e per ogni nuova vita. A me piace battezzare bambini. Mi piace tanto! Ogni bambino che nasce è un dono di gioia e di speranza, e ogni bambino che viene battezzato è un prodigio della fede e una festa per la famiglia di Dio.

    L’odierna pagina del Vangelo sottolinea che, quando Gesù ebbe ricevuto il battesimo da Giovanni nel fiume Giordano, «si aprirono per lui i cieli» (Mt 3,16). Questo realizza le profezie. Infatti, c’è una invocazione che la liturgia ci fa ripetere nel tempo di Avvento: «Se tu squarciassi i cieli e scendessi!» (Is 63,19). Se i cieli rimangono chiusi, il nostro orizzonte in questa vita terrena è buio, senza speranza. Invece, celebrando il Natale, la fede ancora una volta ci ha dato la certezza che i cieli si sono squarciati con la venuta di Gesù. E nel giorno del battesimo di Cristo ancora contempliamo i cieli aperti. La manifestazione del Figlio di Dio sulla terra segna l’inizio del grande tempo della misericordia, dopo che il peccato aveva chiuso i cieli, elevando come una barriera tra l’essere umano e il suo Creatore. Con la nascita di Gesù i cieli si aprono! Dio ci dà nel Cristo la garanzia di un amore indistruttibile. Da quando il Verbo si è fatto carne è dunque possibile vedere i cieli aperti. È stato possibile per i pastori di Betlemme, per i Magi d’Oriente, per il Battista, per gli Apostoli di Gesù, per santo Stefano, il primo martire, che esclamò: «Contemplo i cieli aperti!» (At 7,56). Ed è possibile anche per ognuno di noi, se ci lasciamo invadere dall’amore di Dio, che ci viene donato la prima volta nel Battesimo per mezzo dello Spirito Santo. Lasciamoci invadere dall’amore di Dio! Questo è il grande tempo della misericordia! Non dimenticatelo: questo è il grande tempo della misericordia!

    Quando Gesù ricevette il battesimo di penitenza da Giovanni il Batti­sta, solidarizzando con il popolo penitente - Lui senza peccato e non bisognoso di con­versione -, Dio Padre fece udire la sua voce dal cielo: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento» (v.17). Gesù riceve l’approvazione del Padre celeste, che l’ha inviato proprio perché accetti di condividere la nostra condizione, la nostra povertà. Condividere è il vero modo di amare. Gesù non si dissocia da noi, ci considera fratelli e condivide con noi. E così ci rende figli, insieme con Lui, di Dio Padre. Questa è la rivelazione e la fonte del vero amore. E questo è il grande tempo della misericordia!

    Non vi sembra che nel no­stro tempo ci sia bisogno di un supplemento di condivisione fraterna e di amore? Non vi sembra che ab­biamo tutti bisogno di un supplemento di carità? Non quella che si accontenta dell’aiuto estempo­raneo che non coinvolge, non mette in gioco, ma quella carità che condivide, che si fa carico del disagio e della sofferenza del fratello. Quale sapore acquista la vita, quando ci si lascia inondare dall’amore di Dio!

    Chiediamo alla Vergine Santa di sostenerci con la sua intercessione nel nostro impegno di seguire Cristo sulla via della fede e della carità, la via tracciata dal nostro Battesimo.









    [Edited by Caterina63 1/12/2014 2:56 PM]
    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
    Maestro dell’Ordine)
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    00 1/10/2016 5:24 PM

    FESTA DEL BATTESIMO DEL SIGNORE
    CELEBRAZIONE DELLA SANTA MESSA
    E BATTESIMO DI ALCUNI BAMBINI

    OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

    Cappella Sistina
    Domenica, 10 gennaio 2016

    [Multimedia]



      

    Quaranta giorni dopo la nascita, Gesù è portato al Tempio. Maria e Giuseppe lo portarono per presentarlo a Dio. Oggi, nella festa del Battesimo del Signore, voi genitori portate i vostri figli a ricevere il Battesimo, a ricevere quello che avete chiesto all’inizio, quando io vi ho fatto la prima domanda: “La fede. Io voglio per mio figlio la fede”. E così la fede viene trasmessa da una generazione all’altra, come una catena, nel corso dei tempi.

    Questi bambini, queste bambine, passati gli anni, occuperanno il vostro posto con un altro figlio - i vostri nipotini - e chiederanno lo stesso: la fede. La fede che il Battesimo ci dà. La fede che lo Spirito Santo oggi porta nel cuore, nell’anima, nella vita di questi vostri figli.

    Voi avete chiesto la fede. La Chiesa, quando vi consegnerà la candela accesa, vi dirà di custodire la fede in questi bambini. E, alla fine, non dimenticatevi che la più grande eredità che voi potrete dare ai vostri bambini è la fede. Abbiate cura che non venga persa, di farla crescere e lasciarla come eredità.

    Vi auguro questo oggi, in questo giorno gioioso per voi: vi auguro che siate capaci di far crescere questi bambini nella fede e che la più grande eredità che loro riceveranno da voi sia proprio la fede.

     






    ANGELUS

    Piazza San Pietro
    Domenica, 10 gennaio 2016

    [Multimedia]



     

    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    In questa domenica dopo l’Epifania celebriamo il Battesimo di Gesù, e facciamo memoria grata del nostro Battesimo. In tale contesto, stamattina ho battezzato 26 neonati: preghiamo per loro!

    Il Vangelo ci presenta Gesù, nelle acque del fiume Giordano, al centro di una meravigliosa rivelazione divina. Scrive san Luca: «Mentre Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese su di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: “Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento”» (Lc3,21-22). In questo modo Gesù viene consacrato e manifestato dal Padre come il Messia salvatore e liberatore.

    In questo evento – attestato da tutti e quattro i Vangeli – è avvenuto il passaggio dal battesimo di Giovanni Battista, basato sul simbolo dell’acqua, al Battesimo di Gesù «in Spirito Santo e fuoco» (Lc 3,16). Lo Spirito Santo infatti nel Battesimo cristiano è l’artefice principale: è Colui che brucia e distrugge il peccato originale, restituendo al battezzato la bellezza della grazia divina; è Colui che ci libera dal dominio delle tenebre, cioè del peccato, e ci trasferisce nel regno della luce, cioè dell’amore, della verità e della pace: questo è il regno della luce.
    Pensiamo a quale dignità ci eleva il Battesimo! «Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!» (1 Gv 3,1), esclama l’apostolo Giovanni. Tale realtà stupenda di essere figli di Dio comporta la responsabilità di seguire Gesù, il Servo obbediente, e riprodurre in noi stessi i suoi lineamenti: cioè mansuetudine, umiltà, tenerezza. E questo non è facile, specialmente se intorno a noi c’è tanta intolleranza, superbia, durezza. Ma con la forza che ci viene dallo Spirito Santo è possibile!

    Lo Spirito Santo, ricevuto per la prima volta nel giorno del nostro Battesimo, ci apre il cuore alla Verità, a tutta la Verità. Lo Spirito spinge la nostra vita sul sentiero impegnativo ma gioioso della carità e della solidarietà verso i nostri fratelli. Lo Spirito ci dona la tenerezza del perdono divino e ci pervade con la forza invincibile della misericordia del Padre. Non dimentichiamo che lo Spirito Santo è una presenza viva e vivificante in chi lo accoglie, prega in noi e ci riempie di gioia spirituale.

    Oggi, festa del Battesimo di Gesù, pensiamo al giorno del nostro Battesimo. Tutti noi siamo stati battezzati, ringraziamo per questo dono. E vi faccio una domanda: chi di voi conosce la data del suo Battesimo? Sicuramente non tutti. Perciò vi invito ad andare a cercare la data, chiedendo per esempio ai vostri genitori, ai vostri nonni, ai vostri padrini, o andando in parrocchia. E’ molto importante conoscerla, perché è una data da festeggiare: è la data della nostra rinascita come figli di Dio. Per questo, compito a casa per questa settimana: andare a cercare la data del mio Battesimo. Festeggiare quel giorno significa riaffermare la nostra adesione a Gesù, con l’impegno di vivere da cristiani, membri della Chiesa e di una umanità nuova, in cui tutti sono fratelli.

    La Vergine Maria, prima discepola del suo Figlio Gesù, ci aiuti a vivere con gioia e fervore apostolico il nostro Battesimo, accogliendo ogni giorno il dono dello Spirito Santo, che ci fa figli di Dio.


    Dopo l'Angelus:

    Come dicevo, in questa festa del Battesimo di Gesù, secondo la tradizione ho battezzato numerosi bambini. Ora vorrei far giungere una speciale benedizione a tutti i bambini che sono stati battezzati recentemente, ma anche ai giovani e agli adulti che hanno ricevuto da poco i Sacramenti dell’iniziazione cristiana o che ad essi si stanno preparando. La grazia di Cristo li accompagni sempre!

    E a tutti auguro una buona domenica. Non dimenticatevi il compito a casa: cercare la data del mio Battesimo. E per favore, non dimenticatevi anche di pregare per me.


     

     
    UDIENZA GENERALE
    Aula Paolo VI
    Mercoledì, 20 gennaio 2016



     

    Settimana di Preghiera per l'Unità dei Cristiani

    Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

    Abbiamo ascoltato il testo biblico che quest’anno guida la riflessione nella Settimana di Preghiera per l’unità dei cristiani, che va dal 18 al 25 gennaio: questa settimana. Tale brano della Prima Lettera di san Pietro è stato scelto da un gruppo ecumenico della Lettonia, incaricato dal Consiglio Ecumenico delle Chiese e dal Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani.

    Al centro della cattedrale luterana di Riga vi è un fonte battesimale che risale al XII secolo, al tempo in cui la Lettonia fu evangelizzata da san Mainardo. Quel fonte è segno eloquente di una origine di fede riconosciuta da tutti i cristiani della Lettonia, cattolici, luterani e ortodossi. Tale origine è il nostro comune Battesimo. Il Concilio Vaticano II afferma che «il Battesimo costituisce il vincolo sacramentale dell’unità che vige tra tutti quelli che per mezzo di esso sono stati rigenerati» (Unitatis redintegratio, 22). La Prima Lettera di Pietro è rivolta alla prima generazione di cristiani per renderli consapevoli del dono ricevuto col Battesimo e delle esigenze che esso comporta. Anche noi, in questa Settimana di Preghiera, siamo invitati a riscoprire tutto questo, e a farlo insieme, andando al di là delle nostre divisioni.

    Anzitutto, condividere il Battesimo significa che tutti siamo peccatori e abbiamo bisogno di essere salvati, redenti, liberati dal male. E’ questo l’aspetto negativo, che la Prima Lettera di Pietro chiama «tenebre» quando dice: «[Dio] vi ha chiamati fuori dalle tenebre per condurvi nella sua luce meravigliosa». Questa è l’esperienza della morte, che Cristo ha fatto propria, e che è simbolizzata nel Battesimo dall’essere immersi nell’acqua, e alla quale segue il riemergere, simbolo della risurrezione alla nuova vita in Cristo. Quando noi cristiani diciamo di condividere un solo Battesimo, affermiamo che tutti noi – cattolici, protestanti e ortodossi – condividiamo l’esperienza di essere chiamati dalle tenebre impietose e alienanti all’incontro con il Dio vivente, pieno di misericordia. Tutti infatti, purtroppo, facciamo esperienza dell’egoismo, che genera divisione, chiusura, disprezzo. Ripartire dal Battesimo vuol dire ritrovare la fonte della misericordia, fonte di speranza per tutti, perché nessuno è escluso dalla misericordia di Dio.

    La condivisione di questa grazia crea un legame indissolubile tra noi cristiani, così che, in virtù del Battesimo, possiamo considerarci tutti realmente fratelli. Siamo realmente popolo santo di Dio, anche se, a causa dei nostri peccati, non siamo ancora un popolo pienamente unito. La misericordia di Dio, che opera nel Battesimo, è più forte delle nostre divisioni. Nella misura in cui accogliamo la grazia della misericordia, noi diventiamo sempre più pienamente popolo di Dio, e diventiamo anche capaci di annunciare a tutti le sue opere meravigliose, proprio a partire da una semplice e fraterna testimonianza di unità. Noi cristiani possiamo annunciare a tutti la forza del Vangelo impegnandoci a condividere le opere di misericordia corporali e spirituali. E questa è una testimonianza concreta di unità fra noi cristiani: protestanti, ortodossi, cattolici.

    In conclusione, cari fratelli e sorelle, tutti noi cristiani, per la grazia del Battesimo, abbiamo ottenuto misericordia da Dio e siamo stati accolti nel suo popolo. Tutti, cattolici, ortodossi e protestanti, formiamo un sacerdozio regale e una nazione santa. Questo significa che abbiamo una missione comune, che è quella di trasmettere la misericordia ricevuta agli altri, partendo dai più poveri e abbandonati. Durante questa Settimana di Preghiera, preghiamo affinché tutti noi discepoli di Cristo troviamo il modo di collaborare insieme per portare la misericordia del Padre in ogni parte della terra.

    Saluti:

     

    * * *

    Un pensiero speciale ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. La Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, ci ricorda che tutti i credenti in Cristo, attraverso il Battesimo, fanno parte del popolo di Dio. Cari giovani, pregate affinché tutti i cristiani diventino sempre di più un’unica grande famiglia; cari ammalati, offrite le vostre sofferenze per la causa dell’unità della Chiesa di Cristo; e voi, cari sposi novelli, coltivate l’amore misericordioso e gratuito come quello che Dio nutre per noi.


     

    [Edited by Caterina63 1/20/2016 3:24 PM]
    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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    00 1/10/2016 10:39 PM

    Tutti i misteri del primo sacramento. Svelati

    Sono qui raccolte per la prima volta le quindici omelie battesimali pronunciate da Benedetto XVI nella veglia pasquale e nella prima domenica dopo l'Epifania, quando battezzava adulti e bambini 

    di Sandro Magister




    ROMA, 7 gennaio 2016 – Nella messa dell'Epifania in rito ambrosiano, alla comunione si canta un'antifona che è un capolavoro:

    "Hodie caelesti sponso iuncta est Ecclesia,
    quoniam in Iordane lavit eius crimina.
    Currunt cum munere Magi ad regales nuptias
    et ex aqua facto vino laetantur convivia.
    Baptizat miles Regem, servus Dominum suum, Joannes Salvatorem.
    Aqua Iordanis stupuit, columba protestatur.
    Paterna vox audita est:
    Filius meus hic est, in quo bene complacui.
    Ipsum audite".

    "Oggi allo sposo celeste si è unita la Chiesa,
    perché nel Giordano lavò i suoi peccati.
    Corrono con i doni i Magi alle nozze regali
    e i convitati si allietano dell'acqua mutata in vino.
    Il soldato battezza il Re, il servo il suo Signore, Giovanni il Salvatore.
    L'acqua del Giordano si stupisce, la colomba dà testimonianza.
    La voce del Padre si ode:
    Questi è il mio Figlio, nel quale mi sono compiaciuto.
    Ascoltatelo".

    I Magi, le nozze di Cana, il battesimo di Gesù nel Giordano. Tutto diventa "epifania", rivelazione, del mistero del Figlio di Dio che si fa uomo e dell'uomo che è assimilato a lui nella Chiesa sua sposa.

    Nel giorno dell'Epifania si dà l'annuncio della Pasqua e nella domenica successiva, dedicata al battesimo di Gesù, è d'uso che il papa battezzi alcuni bambini.

    Anche nella notte di Pasqua il papa qualche volta battezza, come da antichissima tradizione. E con Benedetto XVI, in entrambe le ricorrenze, il rito battesimale ha dato spunto a omelie finalizzate a illustrare il significato di questo primo sacramento, in ogni suo gesto e parola.

    Qui di seguito vi sono i link a tutte le quindici omelie battesimali pronunciate da papa Joseph Ratzinger nei sette anni del suo pontificato, nella veglia pasquale e nella domenica del battesimo di Gesù.

    Sono omelie "mistagogiche", di iniziazione al mistero del battesimo. Del tipo di quelle di san Cirillo di Gerusalemme, di sant'Ambrogio di Milano, di altri Padri della Chiesa.

    È un'antologia qui raccolta per la prima volta, di straordinaria ricchezza. Come si può percepire dai passaggi di ciascuna omelia man mano riportati.

    Buona lettura!

    __________



    Omelie della veglia pasquale


    > 15 aprile 2006

    … La risurrezione fu come un'esplosione di luce, un'esplosione dell'amore che sciolse l'intreccio fino ad allora indissolubile del "muori e divieni". Essa inaugurò una nuova dimensione dell'essere, della vita, nella quale, in modo trasformato, è stata integrata anche la materia e attraverso la quale emerge un mondo nuovo.
    È chiaro che questo avvenimento non è un qualche miracolo del passato il cui accadimento potrebbe essere per noi in fondo indifferente. È un salto di qualità nella storia dell'"evoluzione" e della vita in genere verso una nuova vita futura, verso un mondo nuovo che, partendo da Cristo, già penetra continuamente in questo nostro mondo, lo trasforma e lo attira a sé. Ma come avviene questo? Come può questo avvenimento arrivare effettivamente a me e attrarre la mia vita verso di sé e verso l'alto?

    La risposta, in un primo momento forse sorprendente ma del tutto reale, è: tale avvenimento viene a me mediante la fede e il battesimo. Per questo il battesimo fa parte della veglia pasquale, come sottolinea anche in questa celebrazione il conferimento dei sacramenti dell’iniziazione cristiana ad alcuni adulti provenienti da diversi Paesi. Il battesimo significa proprio questo, che non è in questione un evento passato, ma che un salto di qualità della storia universale viene a me afferrandomi per attrarmi. Il battesimo è una cosa ben diversa da un atto di socializzazione ecclesiale, da un rito un po' fuori moda e complicato per accogliere le persone nella Chiesa. È anche più di una semplice lavanda, di una specie di purificazione e abbellimento dell'anima. È realmente morte e risurrezione, rinascita, trasformazione in una nuova vita.

    Come possiamo comprenderlo? Penso che ciò che avviene nel battesimo si chiarisca per noi più facilmente, se guardiamo alla parte finale della piccola autobiografia spirituale, che san Paolo ci ha donato nella sua lettera ai Galati. Essa si conclude con le parole che contengono anche il nucleo di questa biografia: "Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me" (Gal 2, 20). Vivo, ma non sono più io. L'io stesso, la essenziale identità dell'uomo – di quest'uomo, Paolo – è stata cambiata. Egli esiste ancora e non esiste più. Ha attraversato un "non" e si trova continuamente in questo "non": io, ma "non" più io. Paolo con queste parole non descrive una qualche esperienza mistica, che forse poteva essergli stata donata e che, semmai, potrebbe interessare noi dal punto di vista storico. No, questa frase è l'espressione di ciò che è avvenuto nel battesimo...

    *

    > 7 aprile 2007


    … Questa parola del Risorto al Padre