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Uno sguardo nel laboratorio fantastico di Tolkien

Alla scoperta della matematica degli elfi


di Andrea Monda

Nella sua produzione epistolare, fortunatamente pubblicata anche in Italia, lo scrittore inglese John Ronald Reuel Tolkien più volte afferma di lavorare ai suoi scritti letterari con "la mentalità dello storico", osservazione alquanto disorientante se si pensa che i suoi racconti più famosi sono ascrivibili al genere epico e fantastico, cosiddetto fantasy che proprio con il suo capolavoro, Il signore degli anelli, nella seconda metà degli anni Cinquanta ha conosciuto un "lancio" nel mercato editoriale che da allora cresce in modo esponenziale di anno in anno. Ma se di "fantasia" si tratta, di quale mentalità storica sta parlando Tolkien?

Le due cose sembrerebbero infatti in contrapposizione, eppure tutti i lettori delle saghe tolkieniane possono testimoniare che uno dei maggiori motivi del fascino di quelle storie sta proprio nella loro perfetta "compaginazione", in altre parole della coerenza, dello spessore e della solidità e quindi credibilità del mondo creato dallo scrittore inglese.

Lo stesso Tolkien nel suo saggio Sulle fiabe (testo tra i più illuminanti del Novecento sul rapporto tra verità, realtà e fantasia nella letteratura) aveva avvertito il rischio di un "sottosviluppo" della fantasia, quando essa viene usata "in maniera superficiale o solo semiseria" restando mera "stravaganza":  "Chiunque erediti lo straordinario strumento del linguaggio umano" scrive Tolkien, che in realtà è stato un raffinato filologo "prestato" alla letteratura "è in grado di dire "sole verde"; molto sono anche capaci di immaginarselo o raffigurarlo.
Ma questo non basta (...)

Costruire un mondo secondario dentro il quale il sole verde risulti credibile, imponendo credenza secondaria, richiederà probabilmente fatica e riflessione, e certamente esigerà una particolare abilità, una sorta di facoltà magica". Di quella magia Tolkien ne aveva da vendere, non è un caso che i suoi libri continuano a essere venduti così tanto in tutto il mondo e tra loro e il resto del fantasy intercorra una distanza qualitativa ancora incolmata.

Non ci sono eredi di Tolkien ma in compenso, ogni tanto, viene pubblicato un testo inedito dello scrittore, "riesumato" da qualche "magazzino" in cui giacciono i tanti tesori dello schivo e scrupoloso inventore degli hobbit. È questo il caso del saggio pubblicato col titolo di La trasmissione del pensiero e la numerazione degli elfi, (Genova, Marietti, 2008, pagine 150, euro 19) che raccoglie in realtà alcuni lunghi articoli che Tolkien scrisse, tra la fine degli anni Cinquanta e quella degli anni Sessanta per la rivista americana "Vinyar Tengwar".


Da un certo punto di vista si tratta di saggi di argomento "tecnico" e per addetti ai lavori ma che pure spiegano molto efficacemente quella "mentalità dello storico" che animava l'autore de Il signore degli anelli. Come già dimostrano le appendici (con tanto di annali, cronologie e genealogie) collocate alla fine del suo capolavoro, Tolkien ha descritto un mondo sin nel più piccolo dettaglio, dalla flora alla fauna, dai costumi ai diversi idiomi delle tante stirpi inventate dalla sua fervida fantasia. Mancavano, a questa raccolta di "dettagli" offerti alla curiosità del lettore, una riflessione sul potere della mente e, più semplicemente, sul sistema di numerazione degli elfi, argomenti che vengono qui affrontati con meticolosità e serietà tutta inglese.
 
Questi lunghi articoli finalmente raccolti per il pubblico italiano permettono di capire ancora più "visivamente" - grazie anche alle illustrazioni di Simona Calavetta - quanto fosse importante per Tolkien il concetto di "sub-creazione":  come aveva osservato Chesterton nel saggio L'uomo eterno, l'essere umano è l'unico animale a essere, al tempo stesso, creatura e creatore. Ogni uomo pro-crea, essendo genitore e crea, anzi sub-crea, precisa Tolkien, essendo artista. La creazione dell'uomo non ha la qualità primaria della creazione di Dio, ma da quella scaturisce:  la creatività artistica è un sublime segno della scintilla divina presente in ogni uomo, e fonte della sua inalienabile dignità.

Questi saggi, in particolare quello sulla trasmissione del pensiero, in cui si legge che gli Elfi e i Valar (una sorta di angeli incarnati, come è raccontato ne Il Silmarillion, l'opera cosmogonica di Tolkien) non violano mai la libertà altrui, al contrario del malvagio Melkor potente nel condizionamento e obnubilamento delle menti degli uomini e degli elfi, sono senz'altro testi "specialistici" che troveranno favore soprattutto nel pubblico dei tolkieniani più edotti e affezionati, ma rivelano in controluce anche tutta la stoffa filosofica, spirituale e religiosa dell'opera di questo grande autore cattolico del Novecento.

Infine, e questo è un aspetto tra i più significativi di questa pubblicazione, è consolante che anche in Italia si stia muovendo qualcosa a livello critico nei confronti di questa letteratura così popolare e, forse per questo, considerata "inferiore":  il saggio in questione infatti è il quarto di una collana di studi tutta dedicata a "Tolkien e dintorni" e quindi, ad esempio, ad altri autori come Clive Staples Lewis, che, nata all'interno della casa editrice Marietti, fa ben sperare rispetto a una recezione seria e "scientifica" di tutto un movimento letterario fino a oggi snobbato e trascurato dalla cosiddetta critica ufficiale.



(©L'Osservatore Romano - 23-24 febbario 2009)
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)