00 18/11/2010 17:51
L'allocuzione di Pio X del 27 novembre 1911 per il suo quinto concistoro

Porpora e croce


di Paolo Vian

Quasi cento anni fa, il 27 novembre 1911, Pio X tenne il quinto dei sette concistori del suo pontificato (il primo si era svolto il 9 novembre 1903, a tre mesi dall'elezione, l'ultimo fu convocato il 25 maggio 1914, tre mesi prima della morte del Papa).

Quello del 1911 fu il più numeroso dei concistori piani, con la creazione di quasi la metà del numero dei cardinali complessivamente creati da Papa Sarto (19 su 50, di cui uno riservato in pectore, il patriarca di Lisbona, António Mendes Bello, pubblicato il 25 maggio 1914). Pio X doveva essere consapevole dell'importanza del momento e la sera del 29 novembre, rispondendo a un indirizzo del francescano abruzzese Diomede Falconio, tenne un'allocuzione ai neo-porporati ai quali era stata imposta la berretta, dopo aver steso il testo interamente di sua mano su un fascicolo di sei fogli - ne pubblichiamo qui sotto la prima parte.
 
Si tratta di un testo semplice, colloquiale, di una dolcezza aliena da toni rigidi e solenni, ma intensamente percorso da due idee di fondo:  la stretta unione fra i nuovi cardinali e il Papa e la vocazione alla testimonianza, sino al martirio, che la creazione cardinalizia comporta. Lo scenario ecclesiale e mondiale spiega i toni del Papa:  le leggi anti-religiose infierivano in Francia ma la situazione non appariva migliore in Portogallo o in Polonia o in Irlanda, mentre da anni si combatteva la lotta contro il modernismo e il continente, ancora immerso nella spensieratezza della belle époque, s'incamminava a passi inconsapevoli ma decisi verso il baratro della mattanza bellica e dell'"inutile strage".

Su questo sfondo non stupisce che la riflessione del Papa, imbevuta di passi scritturistici e permeata dalla contrapposzione giovannea al "mondo", presenti ai nuovi cardinali una concezione "agonica" (nel senso deunamuniano del termine), martiriale, in ultima analisi cristologica del loro ufficio, non onore mondano ma appello alla condivisione della croce. Non diversamente si era espresso il Papa scrivendo un mese prima, il 26 ottobre 1911, al preposito generale della Compagnia di Gesù, Franz Xaver Wernz, per annunciargli l'intenzione di promuovere al cardinalato il gesuita Louis Billot, pur sapendo che "per la loro Regola i padri della Compagnia non solo non possono aspirare, ma devono anche rifiutare qualunque dignità". Ebbene, argomentava il Papa, "se ai tempi di sant'Ignazio il cardinalato era una dignità tenuta in grande onore nel mondo anche profano, oggi invece è una vera croce, e chi l'accetta e la porta con santa rassegnazione moltiplica i meriti pel paradiso".

Il testo dell'allocuzione ai cardinali - già comparso sulle colonne del nostro  giornale  il 30 novembre 1911 - è stato ora pubblicato sulla base dell'autografo nel recentissimo volume Carte Pio X. Scritti, omelie, conferenze e lettere di Giuseppe Sarto. Cenni storici, inventario e appendice documentaria, a cura di Alejandro M. Dieguez (Città del Vaticano, Archivio Segreto Vaticano, 2010, Collectanea Archivi Vaticani, 71, pagine xl + 493, con 8 tavole).

Diéguez è autore benemerito e stimato per gli studi piani. A lui si deve l'inventario de L'archivio particolare di Pio X, pubblicato nel 2003 (Collectanea Archivi Vaticani, 51), seguito tre anni dopo, nel 2006, dai due volumi, curati insieme al prefetto dell'Archivio Segreto Vaticano, Sergio Pagano, dedicati a Le carte del "sacro tavolo". Aspetti del pontificato di Pio X dai documenti del suo archivio privato (Collectanea Archivi Vaticani, 60), una straordinaria carrellata sulla base dei documenti dell'archivio piano attraverso gli eventi salienti del pontificato.

Consegnate all'Archivio Vaticano nel febbraio 2002, dopo essere passate dalla Congregazione dei Riti al cardinale Nicola Canali (1874-1961), che della beatificazione di Pio X fu il grande promotore, e, dopo la morte del porporato, all'archivio della prima Sezione della Segreteria di Stato, le carte Pio X raccolgono il frutto della vasta perquisitio scriptorum che dalla prima iniziativa del vescovo di Treviso Andrea Giacinto Longhin, nel 1923, si concluse più di dieci anni dopo, nel 1935. Il volume che le descrive e in parte le pubblica è di singolare importanza perché, dopo gli altri due, ci permette di entrare nella concretezza di un "corpus eccezionale per la consistenza e la peculiarità degli scritti tra cui, ad esempio, una buona parte delle prediche originali adoperate dal Sarto nel corso del suo lungo ministero" (p. vii), dal seminario di Padova a Tombolo, da Salzano a Treviso, da Mantova sino a Venezia.

Ma "anche l'analisi delle lettere qui parzialmente raccolte può svelare aspetti della vita quotidiana e del carattere di Giuseppe Sarto rimasti finora piuttosto in ombra:  le sue amicizie, le titubanze davanti alla carriera ecclesiastica che in modo imprevedibile gli si andava schiudendo, il suo carattere concreto e fattivo, austero nei principi ma aperto nel rapporto interpersonale" (p. xxxiii). La speranza è che anche questo volume possa concorrere alla riscoperta storica di un pastore troppo spesso deformato da cliché di parte e di cui in primo luogo colpisce e incanta sempre l'umanità.


Per il trionfo della giustizia e della verità



Il testo dell'allocuzione rivolta il 29 novembre 1911 da Pio X ai nuovi porporati.

Vi ringrazio, signor cardinale, dei sentimenti che, in nome vostro e dei vostri confratelli, mi avete espressi per l'alta dignità a cui foste innalzati. Io poi non posso che manifestarvi la mia contentezza per aver chiamato a far parte del Collegio apostolico dei prelati eminenti, dei quali ben conosco le prerogative di pietà, di zelo e di dottrina; prelati, che in diversi offici hanno prestato singolari servigi alla Chiesa, e tutti commendevoli per la devozione illimitata che professano a questa Santa Sede apostolica.

Mi congratulo pertanto con voi, miei figli diletti, non solo per la sacra porpora di cui siete insigniti, ma, e molto più, pei nuovi meriti che acquisterete prestando ajuto al vicario di Gesù Cristo nel governo della Chiesa, in tanti bisogni che oggi si fanno sentire più vivamente per le gravissime condizioni dei tempi e per gli incessanti e furiosi assalti, ai quali è fatto segno il pontificato romano per parte dei suoi nemici.

Poiché io sono certo che voi tutti siete ben persuasi che la nuova dignità esigerà da voi sacrifici. E a questo proposito non ho bisogno di ripetere a voi la risposta che, come abbiamo letto nel Vangelo di questa mattina, diede il divin Redentore ai due discepoli del Battista, che gli dimandavano dove abitasse:  Venite e vedete; Venite et videte [Joa. i, 39], perché voi ben conoscete come l'abitazione così le condizioni miserande del vicario di Gesù Cristo. E ricordo questo non per eccitare verso di me la vostra compassione, ma per confermarvi nella persuasione che, specialmente in questi tempi, la sacra porpora è simbolo di dolore, di pena e di sacrificio portato, se ve ne fosse bisogno pel trionfo della  verità  e  della  giustizia,  fino  allo  spargimento  del sangue.

Non vi sgomentate però, perché ce lo ha predetto Cristo che la sua Chiesa sarà perseguitata e dev'essere per noi una gloria il portare le stimate del nostro divin Redentore. Se il mondo vi odia, dice Cristo, sappiate che prima di voi ha odiato me [Joa. XV, 18]. Ricordatevi di quella parola che vi ho detta:  Non si dà servo maggiore del suo padrone; se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi:  si me persecuti sunt et vos persequentur [Joa. XV, 20]. Nel mondo sarete angustiati, pressuram habebitis, ma confidate, io ho vinto il mondo:  ego vici mundum [Joa. XVI, 33].

E di questa vittoria ci assicura la parola istessa di Cristo che guarda e protegge la sua sposa, la Chiesa, e le ripete colle parole di Isaia:  Periranno i popoli e i regni che non ti hanno servito:  Gens et regnum quod non servierit tibi peribit [Is. lx, 12],  ma  tu  non  finirai  che  col  finire  del  mondo:  ecce ego vobiscum sum usque ad consummationem saeculi [Matth. XXVIII, 20].

Del resto, anche nella tribolazione non vi mancheranno consolazioni. Avrete sempre quella che si prova nel fare il bene, nel adempimento del dovere, e la suprema nel patire con Cristo, sicuri della predestinazione al premio eterno, rendendovi conformi all'imagine del Figlio divino.


 


(©L'Osservatore Romano - 19 novembre 2010)



Liturgie papali: ai signori cardinali, una mitria "damascena"


La mitra, scrive il p. Bonarmi, sebbene sia un distintivo proprio della dignità vescovile, si usa anche dai cardinali per privilegio loro conceduto in un colla porpora nel concilio I di Lione da Innocenzo IV, innalzato al sommo pontificato nell'1243. 

Il Garampi stima che i cardinali godano l'uso della mitra fino da s.Leone IX creato nell'1049, esprimendosi con queste parole nel concederla agli arcivescovi di Treveri: "Romana mitra caput vestrum insignimus, qua et vos et successores vestri in ecclesiasticis officiis more romano semper utamini, semperque vos esse romanae sedis discipulos reminiscamini".


I cardinali vescovi e preti usano della mitra preziosa e di lama d'oro nelle messe pontificali nei loro titoli; nelle messe poi cantate dai medesimi nelle cappelle papali in luogo dell' aurifrigiata usano quella di damasco bianco, che ora descriveremo. In altre funzioni, fuori la cappella papale, usano la mitra o preziosa, o aurifrigiata, o semplice, a seconda della qualità delle funzioni stesse. Della semplice, la quale è di damasco bianco, come accennammo, con frangia di seta rossa nelle vitte, avente un tessuto speciale nel drappo, che da'tappezzieri e ricamatori chiamasi la pigna, coprono il capo negli offici che celebrarci pei defonti, ed allorchè assistono ai pontificali del papa, in luogo della berretta. 
L'Incoronazione di Carlo Magno, 1516-1517, Raffaelo Sanzio e bottega, Stanza dell'Incendio di Borgo, Stanze Vaticane. Il Pontefice (ritratto di Papa Leone X) è circondato da cardinali e vescovi. I primi si riconoscono grazie alla particolare damascatura della mitria.
Nè fu già questo distintivo per i soli cardinali dell' ordine vescovile e presbiterale, ma fu anche comune ai cardinali dell' ordine dei diaconi. Celestino III creando cardinale circa il 1192 s. Alberto che fu vescovo di Liegi, dell' ordine diaconale, gl'impose la mitra [...]. Più chiara testimonianza di tal prerogativa se ne ha in due sigilli di cardinali diaconi dell' 1214 e 1290 colla mitra in capo [...].


E perchè i cardinali diaconi, ancorchè insigniti del carattere vescovile, come si è qualche volta verificato, non vestono mai gli abiti pontificali nelle loro diaconie, così non hanno neppure l'uso della mitra preziosa, e di quella di lama d'oro. É a questi però comune il distintivo della mitra damascena, quando assistono coi cardinali vescovi e preti alle funzioni che si fanno dal papa.


Coteste funzioni papali, nelle quali in un cogli abiti sacri del colore conveniente usano della mitra damascena gli eminentissimi padri, sono attualmente i pontificali che si fanno nel corso dell' anno dal supremo gerarca, le distribuzioni delle candele nel giorno della purificazione della [...] Vergine, delle ceneri, degli Agnus Dei nel sabato in albis, e delle Palme nella domenica di questa appellazione.
Riferisce il Rinaldi all'anno 1464, che la mitra di seta bianca a lavoro di damasco fu agli eminentissimi porporati per la prima volta conceduta in luogo della berretta da Paolo II a distinzione degli altri prelati. Quindi bene a ragione di questa mitra devono scoprirsi il capo nella messa che solennemente pontifica il sommo pontefice nell' anniversaria solennità del natale del divino Redentore, restando col capo scoperto in ginocchio per tutto il tempo che dura il canto del versetto - Et incarnatus est -, mentre il papa, come viene prescritto dal cerimoniale de' vescovi, genuflette col capo coperto di mitra: "Episcopus cum mitra apud sedem suam, et ceteri in propriis locis genuflectere debent usque ad terram hac nocte, et die sequenti in missa maiori, prout etiara in die annunciationis".


   [...] la mitra, sia che si consideri come ornamentum, sia che si consideri come operimentum del capo, deve dai cardinali, come senato del pontefice, e da quanti ne hanno l'uso, togliersi dal capo nell'inginocchiare, allorchè cantasi dai cappellani cantori - Et incarnatus est - nella messa pontificata dal papa nell'anniversaria solennità della nascita di N. S. G., e perchè non può dirsi che essi pontifichino, il che sarebbe assurdo, in un col papa, e perchè non può dirsi che la mitra in quella sacra cerimonia, tenendosi in luogo della berretta, sia un compimento degli abiti pontificali che non adoperano. In questo mio sentimento mi sono sempre più conconfermato dopo letto il cerimoniale di Paride Grassi. Questo chiarissimo scrittore nel titolo - De missa maiore, papa celebrante - ci fa sapere che cum cantatur a choro Et incarnatus est, papa cum mitra caput versus altare humiliter inclinat. Cardinales autem et alii omnes genuflectunt sine mitris, quousque cantatum sit et homo factus est. Quo cantato omnes surgunt a genibus et sedent.
   I cadaveri dei cardinali vescovi, preti, e diaconi si espongono colla mitra damascena, e con questa si seppelliscono.
Giornale arcadico di scienze, lettere, ed arti (pp. 177, 178, 179, 180, 181)
(tomo CLXXII) Marzo Aprile e Maggio 1861 
un grazie al blog SacrisSolemniis



 
[Modificato da Caterina63 08/11/2011 21:18]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)