00 4/5/2010 12:16 PM
Ringraziando padre Giovanni Scalese dal suo Blog "Senza peli sulla lingua" riporto integralmente quanto segue condividendolo soprattutto nella Preghiera:

lunedì 5 aprile 2010

Gli auguri di Padre Musallam

Nei giorni scorsi ho ricevuto questa lettera da Padre Manuel Musallam, già parroco di Gaza e attualmente Presidente della Sezione cristiana della Commissione Relazioni internazionali “FATEH”, Membro della “Commissione islamico-cristiana di sostegno a Gerusalemmee ai Luoghi Santi” e Direttore della sede di quest'ultima a Birzeit. Non mi sono sentito di tenerla solo per me e perciò ho provveduto a tradurla e a condividerla con voi.


«Grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesú Cristo, che ha dato se stesso per i nostri peccati al fine di strapparci da questo mondo malvagio, secondo la volontà di Dio e Padre nostro, al quale sia gloria nei secoli dei secoli. Amen» (Gal 1:3-5).

La Pasqua si rivolge ai cristiani di tutto il mondo con un messaggio di speranza e di gioia, con l’eccezione di quelli della Terra Santa. Noi, cristiani di Palestina, siamo sotto occupazione da molti anni. Soffriamo con amarezza la separazione dai luoghi santi. Ci è negato il diritto di rendere culto a Gerusalemme. Diverse generazioni di cristiani non hanno mai potuto raggiungere Gerusalemme per visitare i luoghi santi.

L’occupazione ha sempre imposto ostacoli illegali. Quest’anno dobbiamo fare i conti con il muro di separazione dell’apartheid israeliana, con i controlli e i posti di blocco dei soldati israeliani che impediscono qualsiasi movimento e accesso a Gerusalemme. Tutte queste misure non solo soffocano il popolo palestinese, ma asfissiano anche la pace in Israele e Palestina.

Quest’anno tutte le Chiese celebrano insieme la grande solennità di Pasqua. Ma i cristiani non possono andare a Gerusalemme. Il detto “una terra senza popolo per un popolo senza terra” si riferisce in maniera soffocante e pericolosa alla nostra attuale situazione. Non significa che Gerusalemme è senza popolo, ma piuttosto che dovrebbe essere evacuata per essere data a un altro popolo senza Gerusalemme o senza terra. David Ben Gurion stesso lo aveva espresso senza esitazione nel 1937 dichiarando: «Dobbiamo espellere gli arabi e prendere le loro terre».

Ogni pietra del muro dell’apartheid, ogni colpo di piccone sotto la Moschea di Al-Aqsa, ogni casa distrutta da Israele intensificherà la resistenza e il risentimento. Mentre ogni cooperazione con i palestinesi darà a Israele la speranza per un futuro dominato da serenità e pace.

Quest’anno Gerusalemme assiste ai piú feroci attacchi sionisti per renderla giudaica, alterare le sue caratteristiche, espellere il suo popolo, distruggere le sue case, confiscare la sua terra, oltre a costruire numerosi insediamenti.

Noi piangiamo Gerusalemme; ci mancano le sue belle cerimonie. Quest’anno inoltre migliaia di turisti piangeranno con noi. Essi non potranno percorrere la Via crucis con i palestinesi. Non ci sarà folclore palestinese da scoprire o artigianato religioso arabo da portare con sé come souvenir, né preghiere locali, inni o musica da godere nella calda fede dei credenti di Palestina. Essi resteranno scioccati quando, entrando nel Santo Sepolcro, vi troveranno dentro la polizia israeliana. Troveranno facce di tutti i colori ma non la carnagione palestinese. Non riconosceranno nel volto della gente la fisionomia di Gesú, che nacque, visse e morí qui come palestinese.

Mentre si avvicina la Pasqua che nel mondo simbolizza la “liberazione dal peccato e dalla schiavitù”, la nostra speranza per la liberazione nazionale si sta perdendo all’orizzonte. La schiavitù e l’umiliazione dell’occupazione opprimono i cristiani palestinesi della Terra Santa. Non vediamo alcun orizzonte politico, la fine dell’occupazione, la speranza di ritorno per i profughi palestinesi, la possibilità di erezione di un nostro stato con Gerusalemme capitale, il diritto all’autodeterminazione, la liberazione di migliaia di prigionieri, la libertà di accesso e di movimento, la fine dell’assedio di Gaza, e la distruzione del muro dell’apartheid intorno a Gerusalemme. Siamo inoltre agitati dalla continua minaccia di nuove guerre. Siamo stremati dalle quotidiane umiliazioni, dalla fame, dalla sete, dalla disoccupazione e dall’assenza di uno sviluppo sostenibile nel nostro paese.

Siamo sconcertati per il totale silenzio del mondo. La comunità internazionale è incapace di dare attuazione alle stesse risoluzioni legali che furono manipolate ingiustamente e illegalmente per creare lo Stato di Israele. Tutti gli eventi accaduti prima, durante e dopo la guerra suscitano una grande paura nei nostri animi. La vita è davvero cambiata, ma verso l’abisso del peggio.

È da 5000 anni che costruiamo e accresciamo Gerusalemme, e non abbiamo mai smesso di farlo, eccetto durante l’occupazione che ha praticamente distrutto ciò che avevamo realizzato. Nel tentativo di cercare il proprio retaggio storico, l’occupazione ha costruito degli ibridi tutti per sé, annettendo deliberatamente alcuni dei nostri luoghi santi, dal momento che non riusciva a trovare tracce del suo patrimonio.

Gerusalemme era la città di Dio, della pace, della preghiera, ma si è trasformata nella città dell’uomo, della guerra e dell’odio. Invece di diventare la chiave delle porte del cielo, è diventata la chiave della guerra e del sangue. Invece di essere una possibile miniera di perdono, amnistia e riconciliazione, è stata resa un posto di diaspora, odio e ostilità. Gerusalemme, il luogo piú santo della terra, è divenuta il centro del peccato e del crimine, perché uno uccide l’altro, insultandolo e calpestando la sua dignità e il suo diritto a vivere. E dove l’uomo non ha dignità e non c’è rispetto per il diritto alla vita, la redenzione che abbiamo ricevuto da Gesú Cristo è entrata di nuovo nell’ora del male e nel potere delle tenebre (Lc 22:53). E l’ingiustizia sta soffocando di nuovo la verità (Rm 1:18) e la vittoria è stata inghiottita nella morte (cf 1 Cor 15:54).

Tuttavia la nostra fede ci spinge a superare la morte per vivere nello splendore della pace, in attesa della nostra gloriosa resurrezione nazionale, quando la nostra morte e umiliazione si trasformerà in vittoria sull’occupazione. Attendiamo l’ora quando «una nazione non alzerà piú la spada contro un’altra nazione, non impareranno piú l’arte della guerra» (Is 2:4) e la pace di Cristo regnerà nei nostri cuori, perché ad essa siamo stati chiamati in un solo corpo (cf Col 3:15), cristiani, musulmani ed ebrei.

Gerusalemme è nostra. Non è una terra contesa. Noi non chiediamo di condividere il lascito e l’eredità di Gerusalemme con Israele o con chicchessia. Non accettiamo il discorso dei leader israeliani secondo cui Gerusalemme è la capitale di Israele e costruire in essa è come costruire a Tel Aviv. Non accettiamo la pubblicazione distribuita dagli israeliani questa settimana in cui si cita la Torah, secondo la quale la terra è stata loro data con l’ordine di evacuarla dal suo popolo per renderla semplicemente ed esclusivamente uno stato ebraico.

La religione ebraica era una via verso la religione cristiana e tutte le profezie facevano riferimento a Gesú Cristo. «Ora è appunto ad Abramo e alla sua discendenza che furono fatte le promesse. Non dice la Scrittura: “E ai discendenti”, come se si trattasse di molti, ma: E alla tua discendenza, come a uno solo, cioè Cristo» (Gal 3:16). «Se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa» (Gal 3:29).

L’occupazione è un peccato e una forma di terrorismo; e quando ci si appoggia sui testi della Torah per uccidere un uomo o espellerlo e rimuoverlo dalla sua terra, essa assurge al livello di crimine contro l’umanità. Tutti i colpevoli dovrebbero essere giudicati da un tribunale criminale internazionale, prima di essere giudicati dal giusto tribunale di Dio. I sostenitori di questo discorso biblico e quelli che non lo condannano dànno a Israele il tempo e il pretesto di intensificare ulteriormente i suoi crimini contro il popolo palestinese. Perciò essi diventano complici di un “peccato contro le nazioni”, la cui punizione è in questo mondo.

Il nostro appello al mondo per Pasqua è un invito profetico. Noi siamo realmente preoccupati per il numero di palestinesi che rendono culto in questi luoghi santi per rivivere e glorificare Cristo e la sua parola, rendendo testimonianza alla sua morte e risurrezione. Ma ancora di piú temiamo che questi luoghi santi diventino monumenti storici o addirittura siano distrutti. Agli occhi dei leader israeliani questi luoghi sono considerati “luoghi pagani”, e chiunque li distrugge si avvicina a Dio. Molto tempo fa il leader sionista Teodoro Herzl disse: «Se un giorno entreremo in possesso di Gerusalemme e io sarò ancora in grado di fare alcunché, quando faremo questo, la mia prima azione sarà di purificarla a fondo. Io rimuoverò ogni cosa che non è santa e brucerò i monumenti anche vecchi di secoli».

Israele ci ha devastato e torturato nelle sue molte guerre. Noi vi chiediamo di considerare le ferite del popolo palestinese innocente e di aver compassione dell’olocausto palestinese, di cui siete testimoni con i vostri occhi, che toccate con le vostre mani, e conoscete quelli che hanno perpetrato questo crimine contro i nostri figli. Cercate con noi la giustizia che è madre della pace e sua incubatrice. Proteggeteci e difendete i nostri luoghi santi.

«Chiedete pace per Gerusalemme: vivano sicuri quelli che ti amano;
sia pace nelle tue mura, sicurezza nei tuoi palazzi.
Per i miei fratelli e i miei amici io dirò: “Su te sia pace!”.
Per la casa del Signore nostro Dio, chiederò per te il bene» (Sal 122:6-9).

Gesú è risorto e il mio popolo risorgerà.

Buona Pasqua.

Don Manuel Musallam

Birzeit, 20 marzo 2010

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)