00 8/25/2012 6:56 PM

«Gratia facit fidem non solum quando fides de novo incipit esse in homine, sed etiam quamdiu fides durat»


La certezza che la fede è un dono gratuito rende umili nell’attenersi alla dottrina e liberi nei metodi di catechesi. 30Giorni ripubblica e regala ai suoi lettori un catechismo per la preparazione alla prima comunione edito nel 1955


di Lorenzo Cappelletti


La copertina del libretto “Dottrina Cristiana 1”

La copertina del libretto “Dottrina Cristiana 1”

Il sentimento diffuso all’alba del terzo millennio in chi è vicino e in chi è lontano dalla Chiesa (salvo negli addetti ai lavori, chierici anche laici, per i quali si tratta appunto di lavoro e di pagnotta e che dunque ne fanno una questione di principio) è quello che Péguy esprimeva con tanta più forza quanta ne dà una preghiera in poesia: «Ce ne han dette tante, o Regina degli apostoli,/ Abbiamo perso il gusto dei discorsi/ Non abbiamo più altari se non i vostri/ Non sappiamo nient’altro che una preghiera semplice» (dalla Preghiera di residenza contenuta in Tapisserie de Notre-Dame).
Infatti, nonostante tanti documenti, tanti piani programmatici, tanti esperimenti catechetici di questi ultimi decenni, ora si è comunque di fronte a «un’inimmaginabile scristianizzazione» – parole di Ratzinger – che ha progredito parallelamente ad essi e che nessun indicatore parziale in controtendenza può smentire.


Péguy aveva introdotto il tema, con dolore, un secolo fa, facendo fin da allora del riconoscimento della scristianizzazione la condizione di possibilità del parlare e dell’agire cristiani: «Quando i cattolici saranno disposti a vederlo, solo a misurarlo, a confessarlo, quando saranno disposti a riconoscerlo, e ad accorgersi da dove viene, quando avranno, loro, rinunciato a quella debolezza di diagnosi, allora, ma solo allora potranno forse fare qualcosa di utile, allora, ma solo allora non saranno più inerti, essi stessi degli spostati. E ne parleremo, forse, se ne potrà parlare» (da Véronique. Dialogue de l’histoire et de l’âme charnelle). Eppure tuttora si è restii a condividere quella che non è più la profezia di un poeta ma una constatazione.

Così chi ha appena un po’ di cuore non avulso dall’intelligenza si rende conto ormai che tutti, vicini e lontani, non vorrebbero sapere nient’altro che “una preghiera semplice”, ovvero, tornando a esprimerci in prosa, che agli uomini di oggi parla più la semplicità della Tradizione di tutte le soluzioni inventate in questi anni. Innanzitutto la grande Tradizione con la T maiuscola, perché «scaturisce dalla divina sorgente», dice la Dei Verbum n.9.

Ma anche le piccole «tradizioni teologiche, disciplinari, liturgiche e devozionali», come si esprime il
Catechismo della Chiesa cattolica n.75, perché quelle che hanno resistito hanno l’autorevolezza che viene dalla prova del tempo, che spesso le ha affinate e ne ha espunto il superfluo. Mentre, dopo tanto darsi da fare, anche sincero e generoso, per cambiare e aggiornare formule, metodi e iniziative, resta il giudizio del cardinale Simonis in una recente intervista a 30Giorni: «Lo ripeto con Willebrands: “Non hanno successori”. Solo chi è nella Tradizione rimane nella fede. Neppure noi abbiamo adunate oceaniche di “successori”, ma ci basta un seme, e ci basta seguire, come fecero gli apostoli».


Teologicamente è molto semplice spiegare perché bisogna rimanere per credere (vecchio slogan di 30Giorni): perché la fede è una virtù soprannaturale. Tanto da parte di chi insegna che di chi impara, si tratta di stare ai contenuti della fede e di lasciare che lo Spirito Santo, ospite dolce dell’anima, susciti l’esperienza della soavità di riconoscere la realtà indicata da quei contenuti, che di per sé non possono far gioire il cuore. È lo Spirito Santo, infatti, «che rende soave l’aderire e il credere alla verità» (cfr. costituzione dogmatica De fide catholica del Concilio Vaticano I, che cita qui non a caso il secondo Concilio antipelagiano di Orange).

Anche un formulario catechetico di tipo mnemonico e scolastico, da questo punto di vista, può risultare attraente in virtù della testimonianza di fede di chi lo propone, come dimostrano la vita di san Giovanni Bosco e del santo Curato d’Ars, di don Lorenzo Milani e di tanti missionari. E viceversa tutto lo sforzo di offrire un itinerario catechetico organico e progettuale può risultare un peso. Insomma, l’espressione dei contenuti va modellata secondo quella carità pastorale che nasce a sua volta dall’amore a Nostro Signore.


Un’illustrazione tratta dal catechismo Dottrina cristiana I, riedito da “30GIORNI”.

Un’illustrazione tratta dal catechismo Dottrina cristiana I, riedito da “30GIORNI”.

Peraltro, con la pubblicazione di un volumetto di catechismo anni Cinquanta non intendiamo suggerire un ritorno a quei formulari con la convinzione che questo porrebbe riparo al dilagare della scristianizzazione. Nostro intento non è costruire dighe, né innalzare antemurali. Nostro intento non è una reazione speculare al fallimento dell’azione. Di più. Guardiamo con rispetto e con simpatia ai tentativi di aggiornare formule e metodi per far conoscere la dottrina cristiana agli uomini di oggi.

D’altra parte, proprio perché si tratta di tentativi, si può anche giudicare con libertà la loro efficacia o meno. È stato il prefetto della Congregazione della dottrina della fede a parlare di «disastro della moderna catechesi». E se si constatasse che per «i nuovi pagani» (ancora un’espressione del cardinal Ratzinger) le formule di san Pio X facilitano l’apprendimento di alcune semplici preghiere e delle poche verità della fede, dal momento che paradossalmente stimolano di più memoria e fantasia, perché non utilizzarle?

È un dato di fatto che la gran parte dei ragazzi che ha ricevuto la prima Comunione e la Cresima, non avendo imparato neppure le più elementari formule di preghiera e di dottrina, è privata di una memoria che al momento giusto, per il riaccadere della grazia della fede, potrebbe fare compagnia e rallegrare il cuore:
Iesu dulcis memoria dans vera cordis gaudia.


Fatta salva la sostanza, in questa materia deve valere, crediamo, grande realismo e grande libertà, la metodologia catechistica appartenendo alle cose dubbie. È sull’essenziale che va ricercata l’unità: in necessariis unitas, in dubiis libertas, in omnibus charitas.
Altrimenti assisteremo, all’inizio del terzo millennio, forse al paradosso di una canonizzazione di Matteo Ricci, gesuita marchigiano che per insegnare la fede nella Cina del 1600 si fece mandarino cinese, a fronte di giovani coppie, bambini e ragazzi italiani, oggi non più cristiani, obbligati, per accostarsi ai sacramenti, ad accettare una rigida metodologia catechistica.
E pensare che il Concilio Vaticano II nella costituzione dogmatica
Lumen gentium aveva indicato ciò che solo desta stupore e commozione all’uomo di oggi: l’incontro «dentro le condizioni ordinarie della vita familiare e sociale» con persone che «col fulgore della fede, della speranza e della carità rendono visibile Cristo agli altri» (Lumen gentium
n. 31).

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Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)