00 1/21/2010 7:15 PM
L'arcivescovo Agostino Marchetto al congresso dei rettori dei santuari di Francia

La via
dell'incarnazione culturale


"Santuari e vita diocesana" è il tema dell'intervento che l'arcivescovo Agostino Marchetto, segretario del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, ha pronunciato al congresso dell'Associazione dei rettori dei santuari di Francia (Ars) in svolgimento a Parigi dal 18 al 21 gennaio. Ne pubblichiamo, qui di seguito, ampi stralci.
 

Desidero iniziare il mio intervento, dopo aver ringraziato per il cordiale invito, trasmettendovi, insieme al mio, il saluto di sua eccellenza Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, e assicurandovi allo stesso tempo il sostegno del nostro dicastero alle attività che la vostra Association des Recteurs de Sanctuaires di Francia realizza. L'attenzione pastorale ai pellegrinaggi e ai santuari s'inserisce di fatto, insieme con altri otto settori, fra le competenze della pastorale specifica della mobilità umana di cui il nostro dicastero si occupa
.

Ci è stato chiesto di approfondire, nel nostro intervento, la relazione esistente fra "Santuari e vita diocesana", tema di questo Congresso. Ritengo appropriata questa scelta, che affronta un tema fondamentale per la vita pastorale e nel cui sviluppo faremo riferimento all'essenza stessa della Chiesa, però con una premessa.

Nell'orologio teologico attuale, il pendolo si è spostato sull'aspetto della Chiesa particolare, locale, ma non bisogna dimenticare la dimensione universale, l'altro movimento del pendolo che, potremmo dire, fino al concilio ecumenico Vaticano ii era considerato in modo prevalente, forse con un eccesso di astrazione, di disincarnazione. Ritengo che l'invito rivoltomi affinché partecipassi a questo Congresso implica la considerazione della vita della Chiesa universale, che non è in contraddizione con quella diocesana.


La pastorale d'insieme

La coscienza dell'universale deve essere, o meglio è presente, nei suoi santuari, dove inoltre si celebra in comunione con il Vescovo di Roma e con quello locale, come risulta evidente nell'Eucaristia, che è il culmine e la fonte della vita cristiana.
La riscoperta dell'ecclesiologia delle Chiese particolari e delle Chiese locali ha comportato uno sviluppo della cosiddetta "pastorale d'insieme", che si cristallizza nell'elaborazione di piani pastorali che per questo vengono chiamati "insiemi".
I piani e gli obiettivi pastorali sono dimostrazione di un'autentica pastorale diocesana e uno fra i mezzi più efficaci per la necessaria pastorale d'insieme. Nascono da uno studio serio della realtà socio-religiosa del territorio, al fine di poter offrire una risposta evangelizzatrice più adeguata possibile, tenendo conto di quello che i tedeschi chiamano Sitz im Leben. Questa pianificazione diocesana definisce gli obiettivi comuni, offre linee di azione, struttura i tempi, determina i mezzi e indica i responsabili, in modo che sia possibile raggiungere un'azione evangelizzatrice e sacramentale accolta e condivisa nella diocesi dalle sue diverse realtà, la totalità dei suoi agenti di pastorale e l'insieme delle sue azioni.

A tutti viene chiesto di essere in sintonia, in comunione, con questa pianificazione, di modo che ognuno, essendo corresponsabile, e a partire dal proprio ambito, offra la risposta adeguata e riesca a far sì che si sviluppino azioni pastorali convergenti, in linea con le priorità stabilite dal vescovo.
La pastorale d'insieme è anche conseguenza della somma degli sforzi e dei mezzi necessaria per poter affrontare le nuove sfide che l'evangelizzazione pone nel mondo contemporaneo. Il fenomeno della mobilità umana giustifica ancora di più, se possibile, la necessità di questa pastorale d'insieme.
Le attuali circostanze di vita ci permettono di continuare a pensare che dinanzi a noi c'è una società cristiana stabile, con la quale si può lavorare in modo permanente e indipendente da altre strutture e istituzioni.

Ciò vale anche per i santuari. Di fatto, la mobilità, generata in molte occasioni da ragioni di lavoro o di ozio, sta cambiando la comprensione del senso di appartenenza a una comunità riferente di indole sociale o anche religiosa. Più che di forti sentimenti di appartenenza, possiamo parlare oggi di una molteplicità di vincoli di carattere temporale o circostanziale e la struttura parrocchiale non sembra rispondere pienamente e correttamente a tale mobilità. Parimenti, si sono mostrati inutili gli sforzi per ridurre tutta la vita ecclesiale a un territorio preciso. Per questo possiamo affermare che senza una pastorale d'insieme si corre il rischio di sviluppare azioni senza continuità e senza un seguito.

Sempre dai santuari si può e si deve fare una lettura di questo fenomeno, estrapolando le giuste conseguenze. Da un lato, sappiamo che molte delle persone che vi si recano lo fanno in modo circostanziale, oppure la loro presenza appare scaglionata nel tempo, il che impedisce di sviluppare qualsiasi processo continuato e programmato di crescita nella fede. Ma ai santuari si recano anche persone al fine di beneficiare di "servizi", per così dire, che non sempre trovano nella propria parrocchia, o perché cercano un certo anonimato, come avviene con la celebrazione del Sacramento della Riconciliazione. Per questo, inserirsi in una pastorale d'insieme favorirà il successo di ogni azione evangelizzatrice e sacramentale lì realizzata, in vista della missione nel mondo propria di ognuno.


La dimensione della religiosità popolare

A conclusione, penso che la vita dei santuari e le manifestazioni di pietà popolare che si sviluppano attorno a essi, devono far parte dei piani pastorali diocesani. In essi deve essere correttamente inserita la dimensione della religiosità popolare; allo stesso tempo bisogna favorire la relazione di quest'ultima con le realtà e le azioni ecclesiali, evitando qualsiasi isolamento. La pianificazione pastorale deve quindi coordinare e articolare i diversi ambiti a beneficio di un'attenzione più consona rivolta a tutti, nella quale, a partire dalla somma degli sforzi generali, si contribuisca alla maturazione della concreta, ricca e complessa esperienza religiosa. Allo stesso tempo, però farà sì che l'intera comunità cristiana possa beneficiare delle ricchezze e dei valori che il santuario e la pietà popolare implicano. In questo piano si dovrebbero tener presenti alcuni punti concreti, come, l'accoglienza verso quelle persone che occasionalmente si avvicinano al santuario per un qualche evento religioso, l'atteggiamento profondamente missionario che le omelie vi devono assumere e la nobilitazione delle celebrazioni liturgiche. La questione delle omelie è importante, è vitale; di fatto per molti credenti è l'unica possibilità di alimentare la propria fede.

Allo stesso tempo, e sempre a partire dalla suddetta pastorale d'insieme, si potrebbe e si dovrebbe cercare di dare una risposta a uno degli aspetti che è solito causare, in non poche occasioni, attrito:  il rapporto fra le parrocchie e i santuari.
La parrocchia è l'espressione pastorale territoriale della Chiesa diocesana che ha come fine quello di giungere a tutti i suoi membri. È la stessa Chiesa diocesana che si rende presente e vicina, con tutte le sue ricchezze e responsabilità. La parrocchia "è la Chiesa che si trova fra le case degli uomini", secondo una bella espressione di Giovanni Paolo ii.
Parrocchia e santuario appaiono come ambiti necessari e complementari per poter raggiungere il fine evangelizzatore e santificatore, in lode a Dio, della Chiesa. In tal senso, il piano pastorale diocesano può e deve tracciare cammini di collaborazione.

Riformuliamo la domanda:  come inserire il santuario nel contesto della vita diocesana e, più concretamente, nell'ambito di una pastorale d'insieme? La domanda ha già in parte ricevuto una risposta da quanto è stato detto in precedenza, ma ora voglio aggiungere la riflessione che offre il documento intitolato Il Santuario. Memoria, presenza e profezia del Dio Vivente, pubblicato dal Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti nel 1999, e più concretamente faccio riferimento al suo numero 17, che ha come titolo proprio Convergenza di sforzi.
Il santuario ha un'innegabile specificità, che deve essere rispettata e promossa, ma che, allo stesso tempo, deve essere messa al servizio della Chiesa e, in concreto, della Chiesa particolare nella quale nasce e della quale è erede. La comunione ecclesiale è una comunione nella diversità e a partire dalla diversità.


Il Santuario e la cultura locale

Sia i santuari sia le pratiche di pietà popolare a essi vincolate, specialmente nel loro aspetto esterno e rituale, conservano una profonda e intima relazione con la cultura locale, essendo anche espressione privilegiata dell'inculturazione del Vangelo nel popolo concreto.
L'inculturazione, o meglio l'incarnazione culturale - come preferiva dire il cardinale Ratzinger - intesa come sintesi fra cultura e fede, non si presenta come un processo opzionale, dal quale si può prescindere, ma è un'esigenza sia della cultura sia della fede. Un segnale singolare del fatto che il processo d'inculturazione si sta realizzando è la fusione armoniosa e intima fra il messaggio cristiano e la cultura di un popolo, ossia, l'espressione dei valori cristiani mediante le manifestazioni popolari.

Così, le grandi verità e i valori del Vangelo s'incarnano nei caratteri peculiari della cultura locale, si esprimono con i modi culturali di quel popolo, e allo stesso tempo il messaggio cristiano offre alla cultura una nuova visione dell'uomo, del mondo, della storia e della vita. Se tale processo non si fosse prodotto - questo "incontro felice fra l'opera di evangelizzazione e la cultura locale" -, l'azione evangelizzatrice sarebbe rimasta a un livello superficiale.

I santuari, che costituiscono una parte importante del patrimonio storico-culturale delle varie popolazioni o aree geografiche, possono quindi contribuire, in grande misura, a generare sentimenti di comunità e d'identità, di appartenenza e di coesione, a generare l'ethos. È così possibile offrire un importante servizio sia alla Chiesa particolare sia alla società stessa. Non considerando o cercando di sopprimere le espressioni popolari, "si corre il rischio che i quartieri, i paesi e i villaggi diventino deserti senza storia, senza cultura, senza religione, senza linguaggio e senza identità, con gravissime conseguenze".

Dinanzi a tutto ciò, è possibile presentare queste manifestazioni religiose e culturali come ambiti in cui l'uomo "recupera l'identità perduta o distrutta, ritrovando le proprie radici".


(©L'Osservatore Romano - 22 gennaio 2010)
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)