DIFENDERE LA VERA FEDE

Perchè la Chiesa Cattolica ha condannato il Comunismo (importante)

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    Caterina63
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    00 9/9/2009 5:43 PM
    Forse pochi lo sanno, ma esiste una condanna ed una scomuna, mai rettificata, da parte della Chiesa, contro il Comunismo....con quanto segue cerchiamo di capire il perchè....

    (foto: atto di Scomunica al Comunismo e a chi ne sostiene le tesi)

                                     scomunica comunismo 1949

                            scomunica


    Perché la Chiesa ha condannato il comunismo


    ROMA, sabato, 16 maggio 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito un articolo di Massimo Introvigne, fondatore e direttore del Centro Studi sulle Nuove Religioni (CESNUR).




    * * *

    I vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino offrono occasione di riflettere sul Magistero cattolico in tema di comunismo. La Chiesa – come ricorda Papa Pio XI (1857-1939) nell’enciclica Divini Redemptoris del 1937 (n. 4) – ha condannato il comunismo già prima che fosse pubblicato, nel 1848, il Manifesto del Partito Comunista, precisamente nel 1846 con l’enciclica Qui pluribus del Beato Pio IX (1792-1878).

    La stessa Divini Redemptoris – pubblicata cinque giorni dopo l’enciclica sul nazional-socialismo Mit brennender Sorge per evitare l’uso propagandistico della condanna dell’avversario da parte dell’uno come dell’altro regime – costituisce la più articolata analisi del fenomeno comunista da parte della Chiesa.

    Ma i documenti sono letteralmente centinaia, e fra i più recenti spiccano l’istruzione della Congregazione per la Dottrina della Fede (allora presieduta dal cardinale Joseph Ratzinger) Libertatis nuntius su alcuni aspetti della “teologia della liberazione”, del 1984, e i riferimenti al marxismo nell’enciclica
    Spe salvi, del 2007, di Benedetto XVI.

    Ma perché la Chiesa ha condannato il comunismo? Come ricorda la stessa Divini Redemptoris le risposte “perché insegna e diffonde l’ateismo” e “perché perseguita la Chiesa” non sono di per sé sbagliate, ma sono inadeguate e incomplete. Esaminando il Magistero sul comunismo, emergono sei punti che vale la pena di ricordare e di meditare.

    (1) Il comunismo è un sistema intrinsecamente perverso, per sua natura anti-religioso e contro l’uomo.

    Va sicuramente di moda oggi – a fronte, è vero, di un involgarimento delle dottrine politiche – riconoscere al comunismo almeno una certa coerenza interna ed eleganza di sistema. È un giudizio che si sente enunciare anche da cattolici e da uomini di Chiesa. Non tutto è falso in questo riconoscimento. Ma c’è il rischio che faccia dimenticare l’essenziale: il comunismo è “intrinsecamente perverso” (Divini Redemptoris, n. 58), e non lo è per caso, per circostanze storiche, per malvagità individuale di qualcuno.

    Le atrocità del comunismo non sono “un fenomeno transitorio solito ad accompagnarsi a qualunque grande rivoluzione, isolati eccessi di esasperazione comuni ad ogni guerra; no, sono frutti naturali del sistema” (ibid., n. 21).

    Certo, il comunismo è ateo, anzi è la versione più radicale ed estrema dell’ateismo: “per la prima volta nella storia stiamo assistendo ad una lotta freddamente voluta, e accuratamente preparata dell’uomo contro tutto ciò che è divino. Il comunismo è per sua natura antireligioso, e considera la religione come l’oppio del popolo perché i princìpi religiosi, che parlano della vita d’oltre tomba, distolgono il proletario dal mirare al conseguimento del paradiso sovietico, che è di questa terra” (ibid., n. 22).

    Ma, una volta instaurato l’ateismo assoluto, ne segue anche la negazione dei diritti fondamentali della persona umana. La dottrina fondata sui due presupposti “del materialismo dialettico e del materialismo storico (…) insegna che esiste una sola realtà, la materia, con le sue forze cieche, la quale evolvendosi diventa pianta, animale, uomo. Anche la società umana non ha altro che un’apparenza e una forma della materia che si evolve nel detto modo, e per ineluttabile necessità tende, in un perpetuo conflitto delle forze, verso la sintesi finale: una società senza classi. In tale dottrina, com’è evidente, non vi è posto per l’idea di Dio, non esiste differenza fra spirito e materia, né tra anima e corpo; non si dà sopravvivenza dell’anima dopo la morte, e quindi nessuna speranza in un’altra vita. Insistendo sull’aspetto dialettico del loro materialismo, i comunisti pretendono che il conflitto, che porta il mondo verso la sintesi finale, può essere accelerato dagli uomini.

    Quindi si sforzano di rendere più acuti gli antagonismi che sorgono fra le diverse classi della società; e la lotta di classe, con i suoi odi e le sue distruzioni, prende l’aspetto d’una crociata per il progresso dell’umanità. Invece, tutte le forze, quali che esse siano, che resistono a quelle violenze sistematiche, debbono essere annientate come nemiche del genere umano. Inoltre il comunismo spoglia l’uomo della sua libertà, principio spirituale della sua condotta morale; toglie ogni dignità alla persona umana e ogni ritegno morale contro l’assalto degli stimoli ciechi. All’uomo individuo non è riconosciuto, di fronte alla collettività, alcun diritto naturale della personalità umana, essendo essa, nel comunismo, semplice ruota e ingranaggio del sistema” (ibid., nn. 9-10).

     Tutti e due gli elementi, “l’ateismo e la negazione della persona umana, della sua libertà e dei suoi diritti, sono centrali nella concezione marxista” (Libertatis nuntius, n. 9); “il disconoscimento della natura spirituale della persona porta a subordinare totalmente quest’ultima alla collettività e a negare, così, i principi di una vita sociale e politica conforme alla dignità umana” (ibidem) Né varrebbe obiettare che esistono diversi marxismi, che il marxismo di questo o quel partito o pensatore è diverso dalla “più efferata barbarie” (Divini Redemptoris, n. 21) di cui il comunismo ha offerto il triste spettacolo dove e quando è andato al potere. “È vero che il pensiero marxista fin dai suoi inizi, ma in maniera più accentuata in questi ultimi anni, si è diversificato per dare vita a varie correnti che divergono considerevolmente le une dalle altre. Nella misura in cui restano realmente marxiste, queste correnti continuano a ricollegarsi ad un certo numero di tesi fondamentali incompatibili con la concezione cristiana dell’uomo e della società” (Libertatis nuntius, n. 8).

    (2) Il comunismo è un blocco: non si può separare il materialismo storico dal materialismo dialettico

    Benché uno dei fondatori della “teologia della liberazione” d’impronta marxista, padre Clodovis Boff O.S.M., in un articolo autocritico del 2007 che ha fatto molto rumore (“Teologia da Libertação e volta ao fundamento”, Revista Eclesiástica Brasileira, vol. 67, n. 268, ottobre 2007, pp. 1001-1022), abbia sostenuto che questa teologia ha portato lentamente ma inesorabilmente i suoi più conseguenti promotori verso l’ateismo, la maggioranza dei simpatizzanti cattolici del marxismo non si è dichiarata atea. Ha affermato di rifiutare nel marxismo il materialismo dialettico – cioè la filosofia atea – e di accettare il materialismo storico, cioè l’analisi economica e sociale.

    Ha sostenuto non solo che questa analisi è utile ma che, una volta separato dal materialismo dialettico, il materialismo storico potrebbe dare frutti positivi e sfuggire a quelle conseguenze negative che si sono manifestate nei regimi comunisti, le quali dipenderebbero dagli elementi filosofici e non dalla teoria economica e sociale. Ma in realtà, come insegna Papa Paolo VI (1897-1978) nella lettera apostolica del 1971 Octogesima adveniens (n. 34), non è possibile separare materialismo storico e materialismo dialettico, analisi e ideologia: “sarebbe illusorio e pericoloso giungere a dimenticare l’intimo legame che tali aspetti radicalmente unisce, accettare gli elementi dell’analisi marxista senza riconoscere i loro rapporti con l’ideologia”.


    Spiega la Congregazione per la Dottrina della Fede, nel linguaggio filosofico rigoroso che è tipico del cardinale Ratzinger: “il pensiero di [Karl] Marx [1818-1883] costituisce una concezione totalizzante del mondo nella quale numerosi dati di osservazione e di analisi descrittiva sono integrati in una struttura filosofico-ideologica, che predetermina il significato e l’importanza relativa che si riconosce loro. Gli a priori ideologici sono presupposti alla lettura della realtà sociale. Così la dissociazione degli elementi eterogenei che compongono questo amalgama epistemologicamente ibrido diventa impossibile, per cui mentre si crede di accettare solo ciò che si presenta come un’analisi, si è trascinati ad accettare la stessa filosofia o ideologia” (Libertatis nuntius, n. 6).
    Per Marx la critica della religione è il presupposto di ogni critica: “la critica del cielo si trasforma nella critica della terra, la critica della teologia nella critica della politica” (Spe salvi, n. 20).

    (3) Anche il materialismo storico, ipoteticamente separato dal materialismo dialettico, è intrinsecamente perverso, è una ricetta non per la giustizia ma per l’oppressione e la vergogna

    Ma vi è di più. La risposta alla domanda “è possibile separare il materialismo storico dal materialismo dialettico?” è negativa. Immaginiamo per un momento una realtà parallela in cui questa separazione fosse possibile. Il giudizio del Magistero sul materialismo storico – accompagnato da una filosofia non atea, anzi eventualmente favorevole alla religione o anche dichiaratamente cristiana – sarebbe per questo positivo? Niente affatto. La Chiesa Cattolica non difende solo la religione contro l’ateismo. Insegna pure una dottrina sociale, che è parte integrante del suo Magistero, in base alla quale il comunismo – anche se fosse possibile esaminarlo prescindendo dall’ateismo – è, nei suoi aspetti economici e sociali, una ricetta per l’oppressione e per la miseria.


    Quello che è successo nei Paesi comunisti non è – insegna Benedetto XVI – il risultato di una cattiva interpretazione di Marx. Al contrario, rivela “l'errore fondamentale di Marx”, il quale “supponeva semplicemente che con l'espropriazione della classe dominante, con la caduta del potere politico e con la socializzazione dei mezzi di produzione si sarebbe realizzata la Nuova Gerusalemme
    . Allora, infatti, sarebbero state annullate tutte le contraddizioni, l'uomo e il mondo avrebbero visto finalmente chiaro in se stessi. Allora tutto avrebbe potuto procedere da sé sulla retta via, perché tutto sarebbe appartenuto a tutti e tutti avrebbero voluto il meglio l'uno per l'altro. Così, dopo la rivoluzione riuscita, [Vladimir Il’ic] Lenin [1870-1924] dovette accorgersi che negli scritti del maestro non si trovava nessun'indicazione sul come procedere. Sì, egli aveva parlato della fase intermedia della dittatura del proletariato come di una necessità che, però, in un secondo tempo da sé si sarebbe dimostrata caduca. Questa ‘fase intermedia’ la conosciamo benissimo e sappiamo anche come si sia poi sviluppata, non portando alla luce il mondo sano, ma lasciando dietro di sé una distruzione desolante” (Spe salvi, n. 21).

    Distruzione, dunque, e vergogna. Scriveva nel 1984 la Congregazione per la Dottrina della Fede: “Milioni di nostri contemporanei aspirano legittimamente a ritrovare le libertà fondamentali di cui sono privati da parte dei regimi totalitari e atei che si sono impadroniti del potere per vie rivoluzionarie e violente, proprio in nome della liberazione del popolo. Non si può ignorare questa vergogna del nostro tempo: proprio con la pretesa di portare loro la libertà, si mantengono intere nazioni in condizioni di schiavitù indegne dell’uomo. Coloro che, forse per incoscienza, si rendono complici di simili asservimenti tradiscono i poveri che intendono servire” (Libertatis nuntius, n. 10).

    Certo, Marx risponderebbe che la dittatura del proletariato è una necessità della “fase intermedia” detta società socialista, che segna la massima espansione dello Stato, ma che dopo verrà il mondo nuovo, la società comunista, dove lo Stato – “deperendo” – si ritirerà. Tuttavia, rileva ancora Benedetto XVI, “Marx non ha solo mancato di ideare gli ordinamenti necessari per il nuovo mondo – di questi, infatti, non doveva più esserci bisogno. Che egli di ciò non dica nulla, è logica conseguenza della sua impostazione. Il suo errore sta più in profondità. Egli ha dimenticato che l'uomo rimane sempre uomo. Ha dimenticato l'uomo e ha dimenticato la sua libertà” (Spe salvi, n. 21).
     
    Dopo quasi cento anni di regimi comunisti, ormai davvero “questa ‘fase intermedia’ la conosciamo benissimo” (ibidem), e sappiamo che non è affatto intermedia: la società comunista senza Stato nessuno l’ha mai vista, è un traguardo spostato continuamente in avanti per illudere gli schiavi mentre li si mantiene nelle “condizioni di schiavitù indegne dell’uomo” (Libertatis nuntius, n. 10) della società socialista.

    (4) Il comunismo non nasce da una nobile lotta contro l’ingiustizia, ma da un vizio morale e ideologico

    Si sente spesso dire che almeno nel comunismo sarebbe positivo il momento esigenziale di lotta per la giustizia di fronte alla miseria e allo sfruttamento. Come si è visto, il Magistero fa notare che il comunismo ha provato storicamente di non risolvere il problema della miseria ma di aggravarlo. Il momento esigenziale esiste sicuramente in alcuni militanti e simpatizzanti ingenui. Non è però alle origini dell’ideologia, che nasce da un vizio di carattere morale: con le premesse del marxismo “viene messa radicalmente in causa la natura stessa dell’etica. Infatti, nell’ottica della lotta di classe viene implicitamente negato il carattere trascendente della distinzione tra il bene e il male, principio della moralità” (Libertatis nuntius, n. 9).
     
    Dove viene meno la moralità s’instaura il vizio. E il vizio non nasce dai problemi reali dei poveri, li sfrutta. Sul punto si era già espresso correttamente lo storico comunista, poi ex-comunista, Arthur Rosenberg (1889-1943): “Marx non si rifece […] dal proletariato, dai suoi bisogni e dalle sue sofferenze, dalla necessità di liberarnelo, per trovare poi, come unica via della salvezza del proletariato, la Rivoluzione. Al contrario, egli camminò proprio all'inverso […]. Nel cercare la possibilità della Rivoluzione, Marx trova il proletariato” (Storia del Bolscevismo, trad. it., Sansoni, Firenze 1969, p. 3).

    Pio XI nota a proposito del comunismo che “uno pseudo-ideale di giustizia, di uguaglianza e di fraternità nel lavoro, pervade tutta la sua dottrina, e tutta la sua attività d’un certo falso misticismo, che alle folle adescate da fallaci promesse comunica uno slancio e un entusiasmo contagioso, specialmente in un tempo come il nostro, in cui da una distribuzione difettosa delle cose di questo mondo risulta una miseria non consueta” (Divini Redemptoris, n. 8).
    Ma si tratta appunto di un adescamento: “assai pochi hanno potuto penetrare la vera natura del comunismo; i più invece cedono alla tentazione abilmente presentata sotto le più abbaglianti promesse. Con il pretesto che si vuole soltanto migliorare la sorte delle classi lavoratrici, togliere abusi reali prodotti dall’economia liberale e ottenere una più equa distribuzione dei beni terreni (scopi senza dubbio pienamente legittimi), e approfittando della mondiale crisi economica, si riesce ad attirare nella sfera d’influenza del comunismo anche quei ceti della popolazione che per principio rigettano ogni materialismo e ogni terrorismo […] per coprire, quando conviene, la crudezza ributtante e inumana dei princìpi e dei metodi del comunismo” (ibid., n. 15).

    (5) Il comunismo è una tappa di un itinerario rivoluzionario più ampio

    Dopo gli eventi del 1989 la dichiarazione Siamo testimoni di Cristo che ci ha liberato dell’Assemblea Straordinaria per l’Europa del Sinodo dei Vescovi, del 1991 (in Enchiridion del Sinodo dei Vescovi, vol. II, 1989-1995, EDB Edizioni Dehoniane Bologna, Bologna 2006, pp. 3472-3517), rileva che “il crollo del comunismo mette in questione l’intero itinerario culturale e socio-politico dell’umanesimo europeo, segnato dall’ateismo non solo nel suo esito marxista, e mostra coi fatti, oltre che in linea di principio, che non è possibile disgiungere la causa di Dio dalla causa dell’uomo”.

    Il comunismo non può essere considerato isolatamente. È la tappa a suo modo finale di un itinerario. Non si riesce a capirlo, nota già la Divini Redemptoris (n. 16), senza la preparazione costituita dal liberalismo illuminista il quale, quando lo coglie l’assalto comunista, da decenni se non da secoli “continuava a promuovere positivamente il laicismo. Si raccoglie dunque ora l’eredità di errori dai Nostri Predecessori e da Noi stessi tante volte denunciati, e non è da meravigliarsi che in un mondo già largamente scristianizzato dilaghi l’errore comunista”.

    In un modo più complesso e articolato, il discorso di Ratisbona di Benedetto XVI del 12 settembre 2006 e l’enciclica Spe salvi del 2007 situano il comunismo nell’ambito di un processo di demolizione dell’edificio europeo e occidentale faticosamente costruito sull’armonia fra fede e ragione, fra Rivelazione ebraica e cristiana e filosofia greca. Si tratta, secondo il discorso di Ratisbona, di tre successive “deellenizzazioni”, manifestazioni non tanto di antipatia verso lo stile o il linguaggio greco ma verso l’equilibrio tra fede e ragione che il Medioevo cristiano aveva trovato grazie all’incontro con la Grecia, costituite rispettivamente dall’attacco contro la ragione di Martin Lutero (1483-1546) e dalla sostituzione di una ragione misurata dalla verità delle cose con una ragione strumentale misurata dal successo da parte dell’Illuminismo razionalista e scientista prima e del marxismo poi. Queste tappe sono ulteriormente scandite nell’enciclica Spe salvi con riferimento ancora a Lutero, a un itinerario scientista che va da Francesco Bacone (1561-1626) all’Illuminismo della Rivoluzione francese e infine al comunismo.

    Il crollo del comunismo effettivamente rivela e “mette in questione” tutto questo processo, che la scuola contro-rivoluzionaria (di cui si può dire, senza forzare il quadro, che in questi testi di Magistero come del resto in altri precedenti c’è più di un’eco) chiama Prima, Seconda e Terza Rivoluzione. “La Rivoluzione è un blocco”, secondo l’espressione tante volte citata dell’uomo politico francese Georges Clemenceau (1841-1929), e non si può né capire né coprire il suo fronte rappresentato dal comunismo senza considerare il processo rivoluzionario nel suo insieme.

    (6) Rispetto alle fasi precedenti del processo rivoluzionario, il comunismo rappresenta una fase più avanzata, dunque dal punto di vista della dottrina cattolica peggiore per ampiezza e violenza

    Il processo rivoluzionario è a suo modo lineare: “nel corso dei secoli uno sconvolgimento è succeduto all’altro fino alla rivoluzione dei nostri giorni” (Divini Redemptoris, n. 2). Ogni Rivoluzione, ogni attacco alla sintesi di fede e ragione, ogni “deellenizzazione” è peggiore della precedente, e si spinge più oltre. Questo fatto non rende naturalmente buona né “rivaluta” ciascuna fase della Rivoluzione quando sulla scena della storia ne irrompe una peggiore. Tuttavia l’esistenza di gradi all’interno del processo rivoluzionario non è neppure irrilevante. Dire che il comunismo “supera in ampiezza e violenza quanto si ebbe a sperimentare nelle precedenti persecuzioni contro la Chiesa” (ibidem), che una “spaventevole distruzione viene eseguita con un odio, una barbarie e una efferatezza che non si sarebbero creduti possibili” (ibidem, n. 20), che si è di fronte alla “vergogna del nostro tempo” (Libertatis nuntius, n. 10) non toglie vigore alla critica del liberalismo laicista e relativista e delle sue conseguenze nella vita economica e sociale proposte dal Magistero (e neppure alla critica di quegli aspetti del pensiero protestante che mettono in crisi l’equilibrio fra fede e ragione).

    E tuttavia vi è una diversità di accenti che non è solo questione di stile o di retorica.

    Il comunismo, in quanto terza tappa di un processo, porta in sé tutti i vizi delle prime due ma li esaspera e ne aggiunge di nuovi. Questo giudizio è di grandissima importanza quando si tratta di dottrina dell’azione, e aiuta a evitare molti errori ed equivoci. Il fideismo protestante, il laicismo illuminista con le sue conseguenze sociali e il comunismo sono ugualmente condannabili e condannati.
    La dottrina sociale invita sempre a richiamare l’ideale di una posizione integralmente cattolica, non compromessa con nessuna delle fasi del processo rivoluzionario – e la mancanza di questo richiamo ha gravi conseguenze pedagogiche.

    Tuttavia, in circostanze particolari, la differenza di grado fra le tre fasi spiega perché di fronte al pericolo socialista e comunista la Chiesa abbia favorito un’alleanza tattica di cattolici con protestanti e anche con liberali contro il socialismo – è questa la logica del cosiddetto “patto Gentiloni” del 1913, voluto dal Papa San Pio X (1835-1914) – mentre la condanna della “teologia della liberazione” d’impronta marxista nella Libertatis nuntius condanna precisamente, tra l’altro, l’alleanza di cattolici e comunisti contro i liberali. In queste indicazioni non vi è, naturalmente, nessuna impropria o assurda beatificazione del liberalismo, di cui anzi si continuano a denunciare gli aspetti inaccettabili, ma semplicemente la consapevolezza della natura di processo della Rivoluzione e del fatto che di questo processo che va sempre peggiorando il comunismo, rispetto al liberalismo, costituisca una fase ulteriore che appunto “supera in ampiezza e violenza” gli errori e gli orrori delle fasi precedenti.




    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
    Maestro dell’Ordine)
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    Caterina63
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    00 9/9/2009 6:07 PM
    Riaguardo alla Scomunica riportata sopra è da specificare quanto segue:

    La stessa congregazione del Sant'Uffizio pubblicò dieci anni più tardi, il 4 aprile 1959, un Dubium(4 aprile 1959, in Acta Apostolicae Sedis, 1959, p. 271-272 ), con lo scopo di chiarire il senso e la portata del precedente decreto, aggiornandolo alle mutate condizioni politiche:

    « È stato chiesto a questa Suprema Sacra Congregazione se sia lecito ai cittadini cattolici dare il proprio voto durante le elezioni a quei partiti o candidati che, pur non professando princìpi contrari alla dottrina cattolica o anzi assumendo il nome cristiano, tuttavia nei fatti si associano ai comunisti e con il proprio comportamento li aiutano.
    25 marzo 1959

    I Cardinali preposti alla tutela della fede e della morale risposero decretando:

    negativo, a norma del Decreto del Sant'Uffizio del 1/7/1949, numero 1.

    Il giorno 2 aprile dello stesso anno il Papa Giovanni XXIII, nell'udienza al Pro-Segretario del Santo Ufficio, ha approvato la decisione dei Padri e ha ordinato di pubblicarla. »
    (Dubium, 4 aprile 1959)


    è interessante notare come la nota di specificazione del '59 era ancora più dura di quella di dieci anni prima: si dice apertamente che non solo non è lecito iscriversi ai partiti comunisti, ma addirittura sostenerli da semplici elettori!

    E il tutto fu approvato da Giovanni XXIII, il quale qualche anno dopo scomunicò Fidel Castro per la sua adesione al marxismo. Era il Papa buono, ma certamente non era buonista!
    __________________
    "Il Concilio va letto in ginocchio" Card. Siri


    In definitiva: L'abolizione del canone 1399 del Codice di Diritto Canonico avvenuta sotto papa Paolo VI (in Decretum de interpretatione «Notificatio» die 14 iunii 1966 circa «Indicem» librorum prohibitorum, 15 novembre 1966 in AAS 58, P.1186), influisce ed modifica solo il punti 2 e 3 del decreto del 1949, mentre i rimanenti punti restano ancora validi, fino alla eventuale abolizione o nuova modifica del decreto.

    Va altresì precisato quanto segue:

    l'intervista al Card. Ottaviani nel settimanale "Gente" 13 aprile 1966:


    Citazione:
    ...a proposito di questo decreto c'è stata molta confusione. Bisogna difatti ricordare che la scomunica si applica a coloro che professano dottrine marxiste, non a coloro che aderiscono sic et simpliciter al partito comunista. Chi vota per i comunisti o è iscritto al partito, ma non aderisce al materialismo dialettico, non è scomunicato.
    In Italia molte persone non sanno niente di marxismo, vanno in chiesa, credono in Dio e votano per i comunisti. Essi non sono scomunicati. Però commettono un'azione illecita, cioè peccano. Il confessore ha l'obbligo di avvertirli del loro errore e, se insistono, negare loro l'assoluzione, come per qualunque altro peccato di cui il fedele non si pente e che non si propone di non commettere.
    Una cosa ad ogni modo deve essere chiara anche a proposito dei comunisti; più che mai, oggi, la Chiesa non desidera condannare, ma persuadere. Essa ama tutta l'umanità, e tutti vuole condurre a sé..

    ------------------------------------------------------------


    ...nel comunismo ci sono elementi oggettivamente buoni (di matrice cristiana infatti) deformati... tuttavia in un sistema razionalista totalizzante, il cui dio si chiama "popolo", il cui paradiso è "l'alba nuova del proletariato", il cui strumento di affermazione è la lotta di classe. I valori cristiani, sganciati dal cristianesimo, diventano spesso e volentieri verità impazzite, nomi vuoti, che fanno bella mostra di sè e ingannano le persone.

    Le decisioni del Sant'Uffizio, pur promulgate dal Santo Padre, sono venute meno con l'entrata in vigore del Codex del 1983. Infatti, per il "can. 6 - §1. Entrando in vigore questo Codice, sono abrogati... 3) qualsiasi legge penale, sia universale sia particolare emanata dalla Sede Apostolica, a meno che non sia ripresa in questo stesso Codice...".

    Ciò non toglie la responsabilità morale di coloro che, coscientemente, danno sostegno a movimenti, associazioni e partiti che programmaticamente propugnano idee e prassi contrarie alla fede e alla morale. Se tale responsabilità costituisce peccato grave e pubblico/notorio (come nel caso di Welby!) possono derivare le relative conseguenze in tema di ricezione dei sacramenti (anche senza la scomunica).
    Se questo sostegno, poi, concretizza eresia, scisma o apostasia, si applicano - al singolo - le pene previste in generale dalla legge canonica.

    Limiti (pubblici!) all'amministrazione/ricezione dei sacramenti possono sussistere anche senza scomunica, come dimostrano i casi dei divorziati risposati....

    In definitiva:
    come deve regolarsi un vero Cattolico?


    a questo risponde:

    La Congregazione per la Dottrina della Fede, sentito anche il parere del Pontificio Consiglio per i Laici, ha ritenuto opportuno pubblicare la presente “Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica”.
    La Nota è indirizzata ai Vescovi della Chiesa Cattolica e, in special modo, ai politici cattolici e a tutti i fedeli laici chiamati alla partecipazione della vita pubblica e politica nelle società democratiche.



    I. Un insegnamento costante

    1. L’impegno del cristiano nel mondo in duemila anni di storia si è espresso seguendo percorsi diversi. Uno è stato attuato nella partecipazione all’azione politica: i cristiani, affermava uno scrittore ecclesiastico dei primi secoli, «partecipano alla vita pubblica come cittadini».[1] La Chiesa venera tra i suoi Santi numerosi uomini e donne che hanno servito Dio mediante il loro generoso impegno nelle attività politiche e di governo. Tra di essi, S. Tommaso Moro, proclamato Patrono dei Governanti e dei Politici, seppe testimoniare fino al martirio la «dignità inalienabile della coscienza».[2] Pur sottoposto a varie forme di pressione psicologica, rifiutò ogni compromesso, e senza abbandonare «la costante fedeltà all’autorità e alle istituzioni legittime» che lo distinse, affermò con la sua vita e con la sua morte che «l’uomo non si può separare da Dio, né la politica dalla morale».[3]

    Le attuali società democratiche, nelle quali lodevolmente tutti sono resi partecipi della gestione della cosa pubblica in un clima di vera libertà,[4] richiedono nuove e più ampie forme di partecipazione alla vita pubblica da parte dei cittadini, cristiani e non cristiani. In effetti, tutti possono contribuire attraverso il voto all’elezione dei legislatori e dei governanti e, anche in altri modi, alla formazione degli orientamenti politici e delle scelte legislative che a loro avviso giovano maggiormente al bene comune.[5] La vita in un sistema politico democratico non potrebbe svolgersi proficuamente senza l’attivo, responsabile e generoso coinvolgimento da parte di tutti, «sia pure con diversità e complementarità di forme, livelli, compiti e responsabilità».[6]

    Mediante l’adempimento dei comuni doveri civili, «guidati dalla coscienza cristiana»,[7] in conformità ai valori che con essa sono congruenti, i fedeli laici svolgono anche il compito loro proprio di animare cristianamente l’ordine temporale, rispettandone la natura e la legittima autonomia,[8] e cooperando con gli altri cittadini secondo la specifica competenza e sotto la propria responsabilità.[9] Conseguenza di questo fondamentale insegnamento del Concilio Vaticano II è che «i fedeli laici non possono affatto abdicare alla partecipazione alla “politica”, ossia alla molteplice e varia azione economica, sociale, legislativa, amministrativa e culturale destinata a promuovere organicamente e istituzionalmente il bene comune»,[10] che comprende la promozione e la difesa di beni, quali l’ordine pubblico e la pace, la libertà e l’uguaglianza, il rispetto della vita umana e dell’ambiente, la giustizia, la solidarietà, ecc.

    La presente Nota non ha la pretesa di riproporre l’intero insegnamento della Chiesa in materia, riassunto peraltro nelle sue linee essenziali nel Catechismo della Chiesa Cattolica, ma intende soltanto richiamare alcuni principi propri della coscienza cristiana che ispirano l’impegno sociale e politico dei cattolici nelle società democratiche.[11] E ciò perché in questi ultimi tempi, spesso per l’incalzare degli eventi, sono emersi orientamenti ambigui e posizioni discutibili, che rendono opportuna la chiarificazione di aspetti e dimensioni importanti della tematica in questione.

    (...)

    6. Il richiamo che spesso viene fatto in riferimento alla “laicità” che dovrebbe guidare l’impegno dei cattolici, richiede una chiarificazione non solo terminologica. La promozione secondo coscienza del bene comune della società politica nulla ha a che vedere con il “confessionalismo” o l’intolleranza religiosa. Per la dottrina morale cattolica la laicità intesa come autonomia della sfera civile e politica da quella religiosa ed ecclesiastica - ma non da quella morale - è un valore acquisito e riconosciuto dalla Chiesa e appartiene al patrimonio di civiltà che è stato raggiunto.[23]

    (..)

    Questione completamente diversa è il diritto-dovere dei cittadini cattolici, come di tutti gli altri cittadini, di cercare sinceramente la verità e di promuovere e difendere con mezzi leciti le verità morali riguardanti la vita sociale, la giustizia, la libertà, il rispetto della vita e degli altri diritti della persona. Il fatto che alcune di queste verità siano anche insegnate dalla Chiesa non diminuisce la legittimità civile e la “laicità” dell’impegno di coloro che in esse si riconoscono, indipendentemente dal ruolo che la ricerca razionale e la conferma procedente dalla fede abbiano svolto nel loro riconoscimento da parte di ogni singolo cittadino. La “laicità”, infatti, indica in primo luogo l’atteggiamento di chi rispetta le verità che scaturiscono dalla conoscenza naturale sull’uomo che vive in società, anche se tali verità siano nello stesso tempo insegnate da una religione specifica, poiché la verità è una. Sarebbe un errore confondere la giusta autonomia che i cattolici in politica debbono assumere con la rivendicazione di un principio che prescinde dall’insegnamento morale e sociale della Chiesa.


    (..)


    7. È avvenuto in recenti circostanze che anche all’interno di alcune associazioni o organizzazioni di ispirazione cattolica, siano emersi orientamenti a sostegno di forze e movimenti politici che su questioni etiche fondamentali hanno espresso posizioni contrarie all’insegnamento morale e sociale della Chiesa. Tali scelte e condivisioni, essendo in contraddizione con principi basilari della coscienza cristiana, non sono compatibili con l’appartenenza ad associazioni o organizzazioni che si definiscono cattoliche. Analogamente, è da rilevare che alcune Riviste e Periodici cattolici in certi Paesi hanno orientato i lettori in occasione di scelte politiche in maniera ambigua e incoerente, equivocando sul senso dell’autonomia dei cattolici in politica e senza tenere in considerazione i principi a cui si è fatto riferimento.


    La fede in Gesù Cristo che ha definito se stesso «la via, la verità e la vita» (Gv 14,6) chiede ai cristiani lo sforzo per inoltrarsi con maggior impegno nella costruzione di una cultura che, ispirata al Vangelo, riproponga il patrimonio di valori e contenuti della Tradizione cattolica. La necessità di presentare in termini culturali moderni il frutto dell’eredità spirituale, intellettuale e morale del cattolicesimo appare oggi carico di un’urgenza non procrastinabile, anche per evitare il rischio di una diaspora culturale dei cattolici.



    qui per il collegamento al testo integrale:
    www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_20021124_politica...


    [SM=g1740733]

    Decretum contra communismum - Decr. S. Officii, 1.7.1949 (DS 3865)

    - Utrum licitum sit, partibus communistarum nomen dare vel eisdem favorem praestare.
    R. Negative: Communismus enim est materialisticus et antichristianus; communistarum autem duces, etsi verbis quandoque profitentur se religionem non oppugnare, re tamen, sive doctrina sive actione, Deo veraeque religioni et Ecclesiae Christi sese infensos esse ostendunt.

    2 - Utrum licitum sit edere, propagare vel legere libros, periodica, diaria vel folia, quae doctrine vel actioni communistarum patrocinantur, vel in eis scribere.
    R. Negative: Prohibentur enim ipso iure.

    3 - Utrum christifideles, qui actus, de quibus in n.1 et 2, scienter et libere posuerint, ad sacramenta admitti possint.
    R. Negative, secundum ordinaria principia de sacramentis denegandis iis, Qui non sunt dispositi.

    4 - Utrum christifideles, qui communistarum doctrinam materialisticam et antichristianam profitentur, et in primis, qui eam defendunt vel propagant, ipso facto, tamquan apostatae a fide catholica, incurrant in excommunicationem speciali modo Sedi Apostolicae reservatam.
    R. Affirmative.

    (in italiano)

    1 - Se sia lecito iscriversi ai partiti comunisti, od approvarli.
    R. No: il Comunismo infatti è materialistico ed anticristiano; i capi dei comunisti, poi, anche se a parole dichiarano di non avversare la religione, tuttavia mostrano di essere ostili sia nella teoria che nella pratica a Dio e alla vera religione e alla Chiesa di Cristo.

    2 - Se sia lecito pubblicare, diffondere o leggere libri, periodici, giornali e pubblicazioni che sostengono dottrine o azioni di comunisti, o scrivere in essi.
    R. No: ciò infatti è proibito dalla legge stessa.


    3 - Se i fedeli di Cristo, che avessero messo in pratica consapevolmente e in piena libertà ciò di cui si è trattato nei punti 1 e 2, possano essere ammessi ai sacramenti.
    R. No, secondo i principi generali che riguardano l'esclusione dai sacramenti di coloro che non sono disposti.

    4 - Se i fedeli di Cristo, che professano la dottrina materialistica e anticristiana dei comunisti, e per primi coloro che la difendono o la divulgano, incorrano per ciò stesso, come apostati dalla fede cattolica, nella scomunica riservata in modo speciale alla Sede Apostolica.
    R. Si.


    [Edited by Caterina63 11/23/2011 11:30 PM]
    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
    Maestro dell’Ordine)
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    00 9/9/2009 6:25 PM
    Due casi eclatanti che ci aiutano a comprendere.....I DANNI apportati alla Chiesa.....

    il primo è la riflessione di padre Scalesi che condivido in pieno....il secondo è il racconto, breve di un sacerdote caduto nella trappola comunista e, grazie a Dio, rinsavito
    ....

    Dossetti e Baget Bozzo

    Strano destino quello di don Giuseppe Dossetti e don Gianni Baget Bozzo: i due sacerdoti hanno una storia molto simile, ma con esiti opposti. Entrambi militano nella DC (all’inizio su posizioni affini); entrambi lasciano la politica attiva e diventano sacerdoti; entrambi crescono all’ombra di due figure emblematiche della Chiesa italiana del Novecento (il Card. Giacomo Lercaro e il Card. Giuseppe Siri). Ma forse proprio per questo, per essersi formati alla scuola di due Vescovi cosí diversi fra loro, finiscono per ritrovarsi su fronti opposti. Entrambi diventano esponenti, ispiratori, “anime” del movimento cattolico italiano, ciascuno di uno dei due schieramenti che oggi si fronteggiano: uno diventa ispiratore dei “cattolici democratici”; l’altro, dei “cattolici liberali”. Il primo potrebbe essere considerato il gran patron di Prodi e, in qualche modo, il promotore dell’Ulivo prima e del Partito Democratico poi; il secondo, il gran patron di Berlusconi e il “padre spirituale” della Casa delle libertà prima e del Partito della Libertà poi (già solo questa osservazione la dice lunga sull’influsso tuttora esercitato dal cattolicesimo nella politica italiana).

    Se si considera l’evoluzione della loro esperienza, ci si accorge che non solo sul piano intellettuale si ritrovano su fronti opposti, ma anche le loro scelte di vita si differenziano in maniera radicale. Dossetti, dopo aver lasciato la politica ed essere diventato sacerdote, a un certo punto abbandona anche la presenza attiva nella Chiesa e si dà completamente a vita monastica; Baget Bozzo, al contrario, una volta diventato prete, continua ad occuparsi di politica, non solo, ma a un certo punto torna alla militanza attiva e, per questo, viene sospeso a divinis. Se si fa un confronto fra le due figure, la prima potrebbe apparire molto piú spirituale della seconda. E di fatto lo è. Ma possiamo affermare categoricamente che Dossetti fu piú cattolico di Baget Bozzo? Devo ammettere di non conoscere abbastanza le due figure per esprimere un giudizio definitivo; ma ci sono degli indizi che mi portano a concludere che Baget Bozzo, al di là delle apparenze, fosse piú cattolico di Dossetti.

    Recentemente è stato pubblicato il libro, scritto da Baget Bozzo in collaborazione con Pier Paolo Saleri, Giuseppe Dossetti. La Costituzione come ideologia politica, Ares, pp. 272. Sul sito della casa editrice
    Ares si può trovare il link alle diverse recensioni comparse sulla stampa in occasione dell’uscita del volume. Il 1° luglio 2009 il Giornale ha riprodotto un brano tratto da tale volume. Lo trovo estremamente illuminante, perché riassume in poche battute l’evoluzione politico-spirituale di Dossetti e il suo influsso nella vita della Chiesa (in tale brano non ci si occupa del suo influsso sulla politica italiana).

    Confesso che non sapevo del ruolo di primo piano svolto da Dossetti durante il Concilio Vaticano II, come “segretario dei moderatori” (e questo spiega come mai la “Scuola bolognese” si sia poi considerata l’interprete autorevole del Vaticano II e la custode dell’autentico “spirito del Concilio”). Non sapevo del suo «tentativo di dare una svolta radicale al Concilio ponendo ai voti la dichiarazione sulla collegialità della Chiesa», tentativo che trovò in Paolo VI un inflessibile oppositore. E non sapevo che tale opposizione perdurò dopo il Concilio; anzi, si radicalizzò fino al punto che Papa Montini rifiutò di nominare Dossetti, già vicario generale dell’Arcidiocesi di Bologna, anche vescovo ausiliare. «Fu la definitiva rottura di Dossetti con il papato».

    Alla luce di queste, che a me appaiono come vere e proprie rivelazioni, si comprende tutto il resto dell’esperienza dossettiana. Anche la sua scelta monastica non va piú vista tanto come la naturale maturazione di un’esperienza spirituale, quanto piuttosto come espressione della suddetta opposizione fra il monaco e il papato e, piú in generale, fra una ipotetica “Chiesa spirituale” (che sarebbe dovuta scaturire, nelle intenzioni di Dossetti, dal Vaticano II) e la Chiesa istituzionale, che aveva trovato in Paolo VI il suo strenuo difensore. Si trattava di una concezione radicalmente diversa di Chiesa, alternativa a quella tradizionale riaffermata dal Vaticano II.

    Il Concilio riconosce nella Chiesa una tensione fra la dimensione istituzionale e quella pneumatica, tensione che va ultimamente ricondotta alla sua costituzione teandrica; ma mai oppone le due realtà, quasi che siano inconciliabili o alternative (cf Lumen gentium, n. 8). Tale tensione è sempre esistita nella Chiesa: giustamente Baget Bozzo richiama «la contrapposizione antica, nella Chiesa, fra il monaco e il vescovo». Ciò che risulta nuovo, nell’esperienza di Dossetti, è il passaggio dalla tradizionale contrapposizione «fra il monaco e il vescovo» a quella, inedita, «tra il monaco e il Papa». Quest’ultima non appare mai nella tradizione, se non nei movimenti ereticali. Perché, se c’è stato un modo, nella storia della Chiesa, per superare l’opposizione fra monachesimo e potere episcopale, è sempre stata la stretta alleanza tra vita religiosa e papato (cosa che si è ripresentata ai nostri giorni con i movimenti ecclesiali).

    Il titolista del Giornale ha forse esagerato nel riassumere il contenuto dell’articolo nell’espressione: «Dossetti, l’eretico che volle riformare anche il Vaticano»; ma certamente ha colto un elemento reale presente nella concezione ecclesiologica dossettiana: questa idea di “Chiesa spirituale” non appartiene alla tradizione cattolica; essa è propria dei movimenti ereticali (si pensi a Gioacchino da Fiore). Probabilmente non c’è mai stata in don Giuseppe Dossetti una piena consapevolezza della pericolosità della sua posizione (giustamente Baget Bozzo fa notare: «Dossetti non era un teologo né un esegeta»); probabilmente egli visse la sua esperienza spirituale in assoluta buona fede; ma ciò non toglie che si trattasse, oggettivamente, di una posizione del tutto aliena dalla tradizione cattolica.




    La vicenda del gesuita che prima divenne comunista e poi ritornò in Chiesa


    Il giornalista Andrea Galli racconta la vita di Padre Alighiero Tondi


    ROMA, lunedì, 11 ottobre 2004 (ZENIT.org).- Padre Alighiero Tondi era un gesuita di punta della Gregoriana negli anni Cinquanta: artista, scrittore e collaboratore dell'Enciclopedia Cattolica.

    Infatuatosi della dottrina marxista e travolto da una profonda crisi di coscienza, nel 1952 lasciò improvvisamente la Compagnia di Gesù e aderì al Partito Comunista Italiano.

    Fu un caso clamoroso, con un'eco internazionale, ripreso per mesi dai giornali, anche perché Tondi divenne presto il contraltare dell'ex-confratello Padre Riccardo Lombardi, tenendo comizi in tutta Italia per il PCI e scrivendo velenosi libri tradotti in più lingue, come "Vaticano e neofascismo" o "I Gesuiti", che ebbero un'enorme diffusione.

    Tondi sposò poi una parlamentare comunista, Carmen Zanti, e ad un certo punto fu mandato dal partito a insegnare all'Università Humboldt, nella Germania dell’est, dove però iniziò un altro - e noto a pochi - periodo di crisi.

    Spentisi i riflettori dei media su di lui, resosi conto di essere stato usato dai comunisti come mero strumento di propaganda, toccato con mano cos'era il socialismo reale nei paesi dell'Est, dove viaggiò a lungo, Tondi maturò un cocente e silenzioso pentimento.

    Tornato in Italia a metà anni '60 si eclissò dalla scena politica. E quando la moglie morì, nel 1978, pienamente pentito, chiese umilmente ed ottenne dal Vaticano il reintegro nella stato sacerdotale, vivendo gli ultimi anni della vita celebrando la Santa Messa.

    Quando morì, nel 1984, in solitudine, lasciò anche un'interessante autobiografia incompiuta, il cui manoscritto sembra perso, tanto che P. Giacomo Martina SJ, nella sua ultima "Storia dei gesuiti in Italia" si chiedeva che fine mai avesse fatto.

    Della vicenda Tondi si è occupato con una accurata inchiesta Andrea Galli, giornalista collaboratore di “Avvenire” e membro del servizio nazionale per il progetto culturale della Conferenza Episcopale Italiana. ZENIT lo ha intervistato.

    Chi è stato veramente Alighiero Tondi?

    Andrea Galli: Una figura dall'animo nobile, quanto passionale ed emotivo. Un religioso le cui disavventure prefigurarono, in un certo senso, quelle di tanti altri negli anni del disorientamento post-conciliare. Ma con un finale simile alla parabola del Figliol prodigo, come disse nel 1984 l'allora vescovo di Reggio Emilia mons. Gilberto Baroni.

    Cosa lo portò ad aderire al marxismo?

    Andrea Galli: L'approfondimento della filosofia marxista fece probabilmente contatto con la tradizione socialista della famiglia e la ricezione distorta della sensibilità per le tematiche sociali che andava allora maturando nella Compagnia: va ricordato che è del 1946 la lettera all'Ordine del generale Janssen sull'apostolato sociale e del 1948 la nascita a Milano della rivista Aggiornamenti Sociali, che segna per i gesuiti italiani l’inizio di quella svolta pastorale, di quella preferenza per i poveri, che diventerà manifesta sotto la guida di padre Arrupe. In più giocò un ruolo il carattere dello stesso Tondi, incline a entusiasmi e scelte di campo radicali.

    Cosa significò il trasferimento nella Germania dell'Est?

    Andrea Galli: Il trasferimento nella Germania Democratica intanto diede la stura a una serie di voci che vedevano in Tondi la longa manus di Stalin in Vaticano, spia in talare addestrata dal KGB, trafugatore di documenti segreti dai Sacri Palazzi, ecc. che rimbalzarono in tutto il mondo e ancora circolano qua e là, come dimostra un articolo uscito nel 2002 sul quotidiano argentino “La voz del interior”, che le ha riprese integralmente.

    Una leggenda nera, la cui diffusione fu senza dubbio facilitata dal silenzio che ad un certo punto avvolse la vicenda dell'ex-gesuita. Costui fece infatti rientro in patria nel 1963, ma fu ignorato praticamente da tutti, in primis da chi lo aveva lanciato anni prima nell'agone politico, fatta eccezione per alcuni intellettuali del PCI come Ambrogio Donini.

    Il motivo era che, negli anni berlinesi, oltre a sperimentare una cocente e inaspettata marginalità, Tondi aveva potuto ammirare di persona le conquiste del socialismo reale, dalla Polonia alla Cecoslovacchia alla stessa Russia, in cui aveva compiuto lunghi viaggi. Era insomma tornato alquanto traumatizzato e avviato sulla strada di un ultimo, definitivo pentimento, che si sarebbe manifestato soprattutto in due successivi momenti.

    Quali?

    Andrea Galli: Nel '63 Tondi e la Zanti, che si erano sposati civilmente, chiesero ed ottennero dal Pontefice la sanatio in radice del proprio matrimonio, che fu elevato alla dignità di sacramento. E alla morte di Lei, nel 1978, Tondi riuscì addirittura a farsi reintegrare nello stato sacerdotale, venendo incardinato nella diocesi di Reggio Emilia, dove visse gli ultimi anni della vita celebrando la Santa Messa.

    Ma altrettanto significativa fu l'autobiografia che Tondi lasciò incompiuta al momento della morte, avvenuta nel settembre del 1984, e il cui manoscritto, rimasto intatto fra le sue carte personali, è tornato alla luce dopo vent'anni di oblio.

    Un testo frammentario e più volte rimaneggiato, dominato dall'amarezza per un'ideologia abbracciata a suo tempo come verità, per le miserie umane di tante realtà attraversate nell'arco di una vita: "In questo libro si leggeranno parecchie critiche rivolte al Partito Comunista Italiano ma non soltanto a lui e alcuni riconoscimenti", si legge all'inizio della narrazione.

    Ma soprattutto pagine punteggiate dalle prese di distanza rispetto agli scritti anticlericali degli anni '50, dalla confutazione delle dicerie complottistiche sul suo conto e dalla riaffermazione di una fede cristiana pienamente ritrovata.

    Oltre che ornate dall'omaggio postumo a figure come Papa Montini: "Paolo VI era completamente diverso. La prima volta che gli parlai fu in Vaticano, quand'egli era in Segreteria di Stato. Modesto, semplice, naturale, schietto, quest'uomo mi fece un’impressione profonda, indimenticabile. Mi trovai subito a mio agio e capii di avere di fronte una personalità straordinaria".

    O dai ricordi commossi della moglie Carmen, morta secondo Tondi da credente, nonostante il parere contrario di parenti e compagni di partito, che pretesero per lei un funerale rigorosamente civile. Tondi e moglie che, per la cronaca, oggi riposano uno accanto all'altra nel cimitero di Cavriago, il piccolo paese in provincia di Reggio Emilia che diede i natali, oltre che a Carmen Zanti, a un personaggio emblematico nel rapporto tra cattolicesimo e comunismo, quale fu Giuseppe Dossetti.

     ci salvi la Vergine Maria dal Comunismo....e protegga i suoi Sacerdoti...


    Fraternamente CaterinaLD

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    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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    00 9/9/2009 6:27 PM
    Storia di un vescovo romeno per 16 anni nelle prigioni comuniste

    CITTA’ DEL VATICANO, martedì 23 marzo 2004 (ZENIT.org).- Riportiamo di seguito il doloroso racconto del Monsignor Tertulian Ioan Langa, dell’Eparchia di Cluj-Gherla (Romania), sui suoi lunghi anni di prigionia, fatto a margine della Conferenza Stampa di presentazione del volume: "Fede e martirio. Le Chiese orientali cattoliche nell’Europa del Novecento". [SM=g1740720]

    Alla presentazione del volume, frutto degli Atti del Convegno di storia ecclesiastica contemporanea tenutosi nella Città del Vaticano, nei giorni 22-24 ottobre 1998, hanno partecipato anche il Cardinale Ignace Moussa I Daoud, Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali; il Prof. Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio; e il Monsignor Pavlo Vasylyk, Vescovo dell’Eparchia di Kolomyia-Chernivtsi (Ucraina).



    * * *



    Il mio nome è Tertulian Langa e della mia vita sono ben 82 gli anni che non ho più. Di questi, 16 regalati alle prigioni comuniste …

    Avendo come formatore spirituale, già dalla prima adolescenza, colui che sarebbe stato il Vescovo martire Ioan Suciu, e poi come guide intellettuali altri tre martiri - Monsignor Vladimir Ghika, il Vescovo Vasilie Aftenie e il Vescovo Tit-Liviu Chinezu, tutti vittime del comunismo ateo - era normale che tutta la mia vita portasse l’impronta della loro spiritualità.

    Attraverso loro ho scoperto cosa sia il comunismo, cosa significhi eliminare Cristo dalla vita sociale e quanto mutilata possa diventare l’anima umana, l’intera società e la famiglia senza Chiesa, senza la Santissima Eucaristia e senza il culto della Santissima Vergine. In più, come uomo con il senso della realtà storica e sociale, non ho potuto ignorare la massiccia e minacciosa presenza sovietica atea alle frontiere della Romania e della nostra spiritualità. A questi fattori devo tutto l’orientamento spirituale e storico della mia vita. A me spetta soltanto la recettività.

    La presenza violenta ed atroce del comunismo ateo non ha costituito per gli occidentali una realtà immediata e concreta, ma meramente libresca. Ciò spiega la differenza flagrante di percezione e di reazione di fronte al comunismo che manifestano i cristiani e gli intellettuali di Occidente, paragonata a coloro, nell’Est europeo, che hanno vissuto e subìto il mondo comunista.

    A 24 anni, nel 1946, ero un neo assistente alla Facoltà di Filosofia dell’Università di Bucarest. La presenza brutale e umiliante delle truppe sovietiche, che avevano occupato quasi un terzo del territorio nazionale, l’ho subìta, a livello personale, col fatto che mi era stato intimato, come membro del Corpo didattico universitario, di iscrivermi di urgenza nel Sindacato manipolato dal Partito comunista e imposto al potere dai blindati sovietici.

    Già d’allora ero pienamente edificato sul fermo atteggiamento magisteriale che la Chiesa Cattolica aveva adottato contro il comunismo dichiarato avente un male intrinseco. Con questa informazione di principio radicale non trovavano posto nella mia coscienza pretesti per un compromesso. Ho rinunciato alla carriera universitaria, presentando spontaneamente le dimissioni e ritirandomi in campagna come operaio agricolo; ma non fu sufficiente, poiché ero conosciuto, già alla Facoltà, come militante cattolico e anticomunista.

    Velocemente fu improvvisato a mio carico anche un dossier penale; e visto che le accuse si fondavano su fatti che il Codice Penale non incriminava fino a quell’epoca (rapporti stretti con il nostro Episcopato, con la Nunziatura, e anche l’apostolato laico), il mio Dossier fu affiancato a quello della grande industria.

    Dopo atroci trattamenti durante gli interrogatori, il Procuratore, in istanza, dichiarò che "Al dossier dell’accusato non si trova nessuna prova sulla sua colpevolezza; ma chiediamo il massimo della pena: 15 anni di lavori forzati. Poiché, se non fosse colpevole, non si troverebbe qui" – in una perfetta logica atea. Replicai: "Non è possibile che mi condanniate senza avere nessuna prova!" "Non è possibile ? Guarda come è possibile: 20 anni di lavori forzati per aver protestato contro la Giustizia del popolo. Questa è la sentenza definitiva ed irrevocabile". Quindi è stato possibile …

    Considero che sia un esempio edificante, per chiunque, su che cosa significhi una giustizia comunista, come quella che noi abbiamo sopportato e subìto e ancora subiamo, ora che stiamo per rientrare in Europa. Ciò avveniva quando la Chiesa Greco-Cattolica di Romania ancora non era stata messa fuori legge, quando si dava per scontato che il mio arresto e le torture inflittemi sarebbero riuscite a trasformarmi in uno strumento a favore della futura incriminazione dei Vescovi nostri, della Chiesa Greco-Cattolica, e della Nunziatura.

    Riferisco soltanto alcuni momenti più significativi, tra le centinaia che ho vissuto, durante gli interrogatori e la detenzione nelle prigioni e nei campi di sterminio comunisti. Sono stato arrestato a Blaj, nell’ufficio del Vescovo Ioan Suciu, allora Amministratore Apostolico della Metropolia Greco-Cattolica di Romania.

    Mi ero presentato al Capo della nostra Chiesa per chiedere un consiglio alla Santa Provvidenza, giacché il mio padre spirituale, mons. Vladimir Ghika, era all’epoca nascosto. Mi era stata offerta da qualcuno la possibilità di partire per l’estero. Trattandosi di un passo importante, non volevo compierlo senza confrontarlo con la Provvidenza. E la risposta arrivò: il mio arresto. Capivo che avrei passato la mia vita, a tempo indeterminato, nelle prigioni create dal regime comunista, ma ero sereno: seguivo il percorso della Santa Provvidenza …

    Descriverò un particolare momento. Era il Giovedì Santo dell’anno 1948. Fino allora, per due settimane, ogni giorno ero percosso con un ferro, sulla pianta dei piedi, attraverso gli scarponi: dei veri fulmini sembrava che mi percorrevano la spina dorsale e mi esplodevano nel cervello, senza però che mi fosse rivolta alcuna domanda: mi preparavano col ferro, per arrivare più morbido all’interrogatorio.

    Legato dalle mani e dai piedi e appeso con la testa verso il suolo, i miei carcerieri mi avevano infilato in bocca un calzino, usato a lungo negli scarponi e in bocca da altri beneficiari dell’umanismo socialista. Il calzino era diventato il nuovo metodo antifonico attraverso il quale si impediva al suono di oltrepassare il luogo dell’interrogatorio. D’altra parte, era praticamente impossibile emettere un solo gemito. Per di più, mi ero autobloccato psichicamente: non ero più capace di gridare o di muovermi.

    I miei torturatori hanno interpretato questo atteggiamento come fanatismo da parte mia. Continuarono più accaniti, alternandosi nel torturarmi. Notte dopo notte e giorno dopo giorno. Non chiedevano nulla, poiché non era la risposta ciò che li interessava, ma l’annichilamento della personalità, fatto che tardava ad avverarsi. E allungando sempre lo sforzo di annichilire la mia volontà, di ottenebrare il mio pensiero, si prolungava indefinitamente la tortura. Gli scarponi sfracellati mi caddero dai piedi, pezzo dopo pezzo.

    Nella notte, nei paraggi, in una chiesa sperduta, si celebrava un ufficio liturgico, come pianto dai suoni spenti di campane spaventate. Trasalii. Gesù avrà sentito tutto per intero il mio grido muto, quando, in qualche modo, ho urlato. E come se ho urlato! Come dall’inferno: GESÙ! GESÙ! ... Evaso attraverso il calzino, il mio grido non è stato compreso.

    Ma, trattandosi del primo suono che sentivano, gli aguzzini si dichiararono contenti, considerando che mi avevano piegato. Poi, mi trascinarono con la coperta, fino alla cella dove svenni. Al mio risveglio, davanti a me stava l’inquirente, con in mano una risma di carta: "Ti sei ostinato, bandito, ma non uscirai di qui finché non avrai tirato fuori tutto ciò che tieni nascosto dentro. Hai 500 fogli. Scrivi tutto ciò che hai vissuto: tutto su tua madre, su tuo padre, sulle sorelle, i fratelli, i cognati e i parenti, i compagni e i conoscenti, i Vescovi, i Sacerdoti, i religiosi e le religiosi e su politici, i Professori, i vicini e i banditi come te. Non ti fermare finché non avrai finito la carta.

    Ma non scrissi nulla; non per chissà quale fanatismo, ma perché non ne avevo la forza.
    Dopo circa quattro giorni, lo stesso individuo: "Hai finito di scrivere?" Vedendo che i fogli non erano stati toccati, disse: "Se così stanno le cose, spogliati! Ti voglio vedere come Adamo nel paradiso!" Certo, perché di nuovo non avevo scritto nulla. Non soltanto il corpo, ma sembra che anche la mente era svuotata.

    Passarono così altri giorni, vissuti a pelle nuda, sul pavimento di mosaico: conforto specifico del socialismo umano. Un altro individuo mi si presentò, dopo un po’ di tempo, davanti alla porta. "Vediamo, cosa c’è allora sulla carta? ... Nulla, non hai nulla ? Sempre ostinato! Abbiamo anche altri metodi." Dopo di che uscì. Ritornò accompagnato da un cane-lupo immenso, con le zanne minacciose, in vista.

    "La vedi? E’ Diana, la cagna eroina, alla quale hanno sparato i tuoi banditi sulle montagne [1]. Lei ti insegnerà cosa devi fare. Comincia a correre!". "Come a correre in una stanza di soli 3 metri?". Nella stanza c’era poi una lampadina di 300 watt: enorme per una stanza larga solo 2 metri e lunga solo 3; lampadina fissata non in alto, ma sul muro, a livello del viso. "Comincia a correre!" La lupa, ringhiando in modo truce, stava pronta ad attaccare.

    Corsi per circa sei – sette ore, ma di ciò mi resi conto soltanto verso l’alba, vedendo la luce facendosi strada nella cella e sentendo movimenti nell’edificio. Ogni tanto faceva uscire la lupa per i bisogni. A me non era concesso … Quando cominciai a perdere l’equilibrio e accennavo a fermarmi, la lupa vigilante, come al comando, mi ficcava le sue zanne nella spalla, nella nuca e nel braccio …

    Ho corso, sotto i suoi occhi e le sue zanne, per ben 39 ore, senza interruzione! Ma alla fine, crollai. Non ho adesso il tempo a disposizione per descrivervi la psicologia di una corsa sotto la minaccia di una lupa. Quando mi fermai, si lanciò su di me.

    Mi azzannò il collo, senza strozzarmi però la gola. Come stavo così, sdraiato, vedevo solo una forma indefinita scura. Non riuscivo a distinguere bene. Soltanto quando, sulla fronte e sulle palpebre, sentii scorrere qualcosa caldo e bruciante, capii che la bestia, schifata, mi orinò sul viso. Dalle parole dei miei carnefici, ho capito che avevo corso per 39 ore. "Questo lo possiamo mandare alla maratona di Rio! Che resistenza, la bestia fascista!" Vedendo che nemmeno la Maratona era riuscita a convincermi a rilasciare una dichiarazione sui Vescovi, sulla Nunziatura, o su qualche compagno ricercato, ritennero utile passare ad un altro metodo di convincimento: il sacchetto di sabbia.

    Il giorno dopo, in un ufficio, mi legarono, mani e piedi, su una sedia, davanti a un tavolo con un sacchetto sopra. Non riuscivo a decifrare il decoro. Dietro si è impalato un aguzzino: muto, come un intero paese imbavagliato. Ad una scrivania nell’angolo, un individuo calvo con un pizzetto di caprone, che si voleva rassomigliante a Lenin.

    Muto anche lui, fece un segno muovendo solo la testa. Il mio boia capì il comando. Prese in mano il sacchetto e me lo scaraventò in testa, non molto violento, ma ritmico, accompagnando ogni colpo dalla parola: PARLA! e di nuovo: PARLA! decine di volte, centinaia di volte, non so, magari migliaia: PARLA! Solo che nessuno mi chiedeva qualcosa. Soltanto una voce di caverna, monotona, mi ficcava nel cervello l’idea imperativa e irreprensibile di dire, di rispondere ad ogni domanda sottoposta alla mia coscienza dall’organo inquisitore.

    Non mi fu difficile di decifrare la satanica idea di voler eliminare e subordinare la mia volontà. Dopo circa 20 colpi, cominciai ad applicare, anche lì, il principio morale: Agere contra, dicendomi in coscienza: NON PARLO ! ad ogni colpo: NON PARLO ! decine di volte, centinaia di volte. Con l’auto-suggestione mi ero impiantato lo stereotipo NON PARLO ! - l’unica maniera per non essere manovrabile, col rischio di diventare schiavo di quest’unico modo di esprimermi.

    Il fatto si confermò d’altronde quando, d’allora in poi, automaticamente, irreprensibilmente, ad ogni domanda rivoltami, non importa su quale argomento, io rispondevo con NON PARLO ! Mi rendevo conto del blocco intellettuale e addirittura intravedevo un farsi permanente di questo stato. Tentai, per un anno intero, di combatterlo, e con molta difficoltà riuscii a liberarmi di questo sinistro riflesso automatico.

    Come soggetto privo di valore e interesse negli interrogatori, fui trasferito nella prigione sotterranea della zona paludosa di Jilava, profonda, a 8 metri sotto terra, che era stata costruita un tempo come fortezza di difesa della Capitale, ma allora completamente inutilizzabile, a causa delle forti infiltrazioni di acqua che penetravano il beton. Nulla e nessuno vi resisteva.

    Solo l’uomo, il più alto tesoro del materialismo storico! Nelle stanze di Jilava, i poveri uomini facevano l’esperienza delle sardine: però non nell’olio, ma nel succo proprio, di sudori, orine e acque di infiltrazione, che scorrevano senza sosta sulle mura. Lo spazio era sfruttato nel modo più scientifico: lungo due metri e largo ventotto centimetri, per una persona stesa per terra, sul fianco. Alcuni, più anziani, stavano stesi su delle tavole di legno, senza lenzuola o coperta. Il contatto col legno avveniva mediante l’osso omerale, la protuberanza più rilevante dell’articolazione cogito-femorale, e la parte esterna del ginocchio e della caviglia. Stavamo sulla punta delle ossa, per occupare uno spazio minimo.

    La mano non poteva appoggiarsi che sull’anca o sulla spalla del vicino. Non resistevamo così più di mezzora; poi tutti, al comando, poiché non era possibile separatamente e uno dopo l’altro, ci voltavamo sull’altro fianco. La catasta di corpi stipati, così disposti, aveva due livelli, improvvisandosi in un letto a castello. Al di sotto di questi due, c’era un terzo livello, dove i detenuti giacevano direttamente sul cemento.

    Sul cemento i vapori di condensa dal respiro dei settanta uomini, assieme alle acque di infiltrazione e all’orina che non entrava più nelle latrine improvvisate, costituivano una miscela viscosa in cui serpeggiavano i malcapitati di quest’ultimo livello. Al centro della stanza-tomba di Jilava troneggiava un recipiente metallico, di circa 70-80 (settanta-ottanta) litri, per l’orina e le feci di 70 uomini. Non aveva coperchio, perciò l’odore e il liquido traboccavano abbondantemente. Per raggiungerlo, si supponeva che eri già passato per il "filtro", vale a dire per un controllo severo applicato a pelle nuda, controllo nel quale veniva verificato l’intero organismo ed ogni orificio.

    Con una o bacchetta di legno ci raspavano in bocca, sotto la lingua e le gengive, nel caso in cui i banditi avessero nascosto qualcosa. La stessa bacchetta ci perforava le narici, le orecchie, l’ano, sotto i testicoli, rimanendo sempre la stessa, rigorosamente la stessa per tutti, come segno dell’egualitarismo che assicurava la stessa norma per tutti.

    Le finestre di Jilava non erano per offrire la luce, ma per ostacolarla, poiché tutte erano attentamente inchiodate con tavole di legno. La carenza d’aria era così grande che per respirare, tre per volta, ci susseguivamo, a turni, pancia in giù, con la bocca accanto allo spiraglio della porta, posizione in cui contavamo rigorosamente 60 respiri, affinché anche altri compagni potessero riprendersi dallo svenimento e dall’ipossiemia [2] .Contribuivamo, a nostro modo, all’edificazione del più umano sistema del mondo …

    Sapevano queste cose Churchill e Roosevelt, quando, con un colpo di penna, sul tavolo della vergogna di Teheran, stabilivano che noi Rumeni fossimo dei destini macinati dalle fauci del moloc [3] Orientale rosso, che facessimo da cordone di sicurezza per la loro comodità ? E la Santa Sede poteva forse immaginare qualcosa?

    Da Jilava, saltando dei lunghi anni di profanazioni umane, siamo stati trasferiti, catene a piedi, al carcere di massimo isolamento, chiamato Zarka [4], padiglione di terrore della prigione di Aiud. L’accoglienza ricevuta si è svolta secondo lo stesso rituale sinistro, diabolico, di profanazione dell’uomo creato dall’amore di Dio.

    La stessa raspatura, gli stessi stivali tremendi che ci si ficcavano nelle costole, nella pancia e nei reni. Nonostante ciò, notammo una differenza: non eravamo più sottoposti al regime di conservazione in orine, sudori, condensa e ipossiemia, ma siamo stati sottomessi ad una intensa cura di ossigenazione. A pelle nuda, bandito dopo bandito (da intendere ministri, generali, professori universitari, scienziati, poeti) e il sottoscritto, che non rappresentavo nulla, tranne che un NON PARLO ! gigante, una ferma e umile fiducia nella grazia che mi avrebbe fatto superare la prova.

    Tutti dovevamo scomparire come nemici del popolo. Altrimenti, non poteva più farsi avanti il tanto proclamato Uomo nuovo sovietico, uomo che ancora si perpetua sulla nostra sofferenza. La cella in cui ero stato introdotto non conteneva nulla: né letto, né coperta, né lenzuolo o cuscino, né tavolo, né sedia, né stuoia e nemmeno finestre. Soltanto sbarre di acciaio, ed io, come tutti gli altri, da solo nella cella: mi meravigliavo di me stesso, vestito con la sola pelle e coperto dal freddo.

    Era verso la fine di novembre. Il freddo si faceva sempre più penetrante, come uno scomodo compagno di cella. Dopo circa tre giorni, dalla porta violentemente sbattuta mi furono buttati un pantalone usato, una camicia di maniche corte, mutande, una divisa a strisce e un paio di scarponi del tutto consumati, senza lacci, senza calzini. Nulla da mettere in testa.

    E’arrivata in cambio una specie di latrina, un oggetto misero di circa quattro litri. Mi sono vestito come un razzo; congelato, il quarto giorno ci hanno contati. Al posto del nome, mi hanno dato un numero: K-1700 – l’anno in cui la Chiesa della Transilvania si ri-univa con Roma. Anagraficamente, ero già ucciso. Sopravvivevo solo statisticamente. Arrivò poi il "brodo", servito col mestolo da 125 (centoventicinque) grammi: uno lungo fluido risultato dalla bollitura della farina di mais.

    Come pranzo ci fu distribuita una minestra di fagioli, nella quale ho potuto contare all’incirca otto, nove chicchi, con parecchie bucce vuote, senza contenuto. Per la cena, ci portarono un tè di crosta di pane bruciato. Dopo una settimana, i fagioli furono sostituiti da un passato di crusche, nel quale ho scoperto quattordici chicchi. Di tanto in tanto, i fagioli si alternavano con il passato di crusche. Vivevamo con meno di quanto riceve una gallina. Per sopravvivere al freddo, eravamo costretti a muoverci continuamente, a far ginnastica. Nel momento in cui cadevamo stremati dalla stanchezza e dalla fame, precipitavamo nel sonno; un sonno di qualche secondo, giacché il freddo era tagliente.

    Da un tale sonno mi svegliò un giorno una voce proveniente dall’altra parte del muro: "Qui Professor Tomescu (ex Ministro della Sanità). Chi sei ?" Sentendo il mio nome, disse: "Ho sentito parlare di te. Ascoltami attentamente: siamo stati portati qui per essere sterminati. Non collaboreremo mai con loro. Ma chi non si muove, muore e diventa quindi collaboratore. Trasmettilo agli altri: chi non si muove, muore! Passeggiare senza sosta! Chi si ferma, muore!" Il padiglione, immerso nel silenzio lugubre della morte, risuonava sotto i nostri scarponi senza lacci. Eravamo animati dall’enigmatica volontà del popolo di rimanere nella storia e della vocazione della Chiesa di rimanere viva.

    Ci fermavamo dal camminare solamente intorno alle 12,30, per una mezzora quando il sole si fermava avaro per noi nell’angolo della stanza. Là, rannicchiato col sole sul viso, rubavo un fiocco di sonno e un raggio di speranza. Quando il sole mi abbandonava anche lui, sentivo però di non essere abbandonato dalla Grazia. Sapevo di dover sopravvivere. Camminavo, dicendomi come in un ritornello, come privo di ragione, avanzando sillabando: NON VOGLIO MORIRE ! NON VOGLIO MORIRE ! e non sono morto ! Con ogni passo cadenzavo nella mente una preghiera, componevo litanie, rimembravo Salmi.

    Continuammo a passeggiare, così, inciampando verso la morte, 17 (diciassette) settimane. Chi non ebbe la forza o la determinazione di muoversi, si fermava nella morte. Degli 80 uomini entrati nella Zarka, appena 30 sopravvissero. La sbarre di ferro, piano piano, si rivestivano di brina, formatasi dagli aliti di vita del nostro respiro, brillante abito di passaggio verso il cielo.

    Ero convinto, credevo fortemente che sarei arrivato fino ai margini della notte. Ma avevo ancora lunga strada da percorrere. Arrivato poi in ciò che immaginavo dovesse essere la libertà, costatai che non era in realtà che un nuovo modo di essere della notte, che il gelo tra la Chiesa Greco-Cattolica e la Gerarchia della Chiesa Sorella non si lasciava sciogliere ancora; le nostre chiese continuavano ad essere confiscate, e il gregge diminuiva sempre, ucciso dalle promesse. Ma anche il Signore Cristo ha vinto soltanto quando ha potuto pronunciare con l’ultimo respiro: Consummatum est ! ... (Tutto è compiuto! )
    Umilmente chiedo perdono a tutti coloro che "non ci sono più", per aver accettato che le centinaia di anni di prigione dei martiri dell’Unione li comprimessi in appena qualche pagina.

    Non ho scritto molto di queste drammatiche esperienze. Chi può credere a ciò che sembra incredibile? Chi può credere che le leggi della biologia possono essere superate dalla volontà ? E se dovessi raccontare i miracoli che ho vissuto ? Non sarebbero considerati delle fantasmagorie? Sopporterei più difficilmente questo che non altri anni di prigione. Ma nemmeno Gesù è stato creduto da tutti coloro che l’hanno visto … Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui (Gv 6,66).

    Nulla è per caso nella vita. Ogni attimo che il Signore ci concede è gravido della Grazia – impazienza benevola di Dio – e della nostra chance di rispondergli o temerarietà di rifiutarlo. Spetta a ciascuno di noi di non ridurre tutto a un semplice racconto duro, feroce, incredibile. E’ invece un momento per capire che la grazia accolta non frena l’uomo, ma lo porta oltre le sue aspettative e forze e "le porte degli inferi non prevarranno contro di essa" (cfr. Mt 16,18); e che con questo incontro il Signore aspetta da ciascuno un agire personale e professionale. Questa testimonianza, cosa serve a me che racconto, come aiuta voi qui presenti, aprirà essa o chiuderà la porta di chi, tramite voi, la conoscerà ? Spero di cuore che apra una finestra di Cielo. Perché è di più il cielo sopra di noi che non la terra sotto i nostri piedi.
    ______________________________
    1 Le Montagne Făgăras famose come luogo di resistenza dei partigiani anticomunisti.
    2 Carenza di ossigeno nei tessuti.
    3 Dio semitico cui si sacrificavano vittime umane; (fig.) essere o entità di mostruosa e malefica potenza.
    4 Significherebbe un carcere chiuso, gattabuia, di dimensioni ridotte, al buio.


    [SM=g1740720] [SM=g1740750]
    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
    Maestro dell’Ordine)
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    00 9/9/2009 6:32 PM

    Gli orrori della “cacciata di Cristo” dalla storia


    Intervista a Rosa Alberoni, autrice di un libro sull’argomento


    ROMA, domenica, 12 marzo 2006 (ZENIT.org).- E’ appena arrivato in libreria il volume scritto da Rosa Alberoni: “La cacciata di Cristo” (Rizzoli, pp. 222, 17 Euro), in cui l’autrice spiega, con estrema chiarezza, gli orrori creati dalle ideologie che hanno voluto respingere Cristo dalla storia.

    In particolare la professoressa Alberoni, Docente di Sociologia Generale alla Libera Università di Lingue e Comunicazione IULM di Milano, indica nel Giacobinismo, nel Comunismo e nel Nazismo, tre prodotti di questo modo di pensare.

    Il volume parte dalla considerazione espressa più volte dai Pontefici Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, secondo cui “la storia ha ampiamente dimostrato che fare guerra a Dio per estirparlo dal cuore degli uomini porta l’umanità impaurita e impoverita verso scelte che non hanno futuro”.

    Secondo Rosa Alberini, queste tre ideologie “hanno cacciato Cristo per poter schiacciare i popoli esattamente seguendo quanto detto da Voltaire che aveva urlato ‘schiacciate l’infame’ cioè Cristo”.

    Dopo aver approfondito in forma chiara e scorrevole le idee e le figure di René Descartes (Cartesio), Jean Jacques Rousseau, Jean-Antoine-Nicolas-Caritat, marchese di Condorcet, Gianbattista Vico, Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Karl Marx ed Adolf Hitler, la Docente di Sociologia spiega perché Cristo ed il Cristianesimo rappresentano l’unica e grande rivoluzione, quella che dà senso alla vita umana e traccia le strade della civiltà.

    La professoressa Rosa Alberoni è anche giornalista e scrittrice. Ha una rubrica sul “magazine del Corriere della Sera” ed ha pubblicato numerosi saggi e romanzi. Di seguito vi proponiamo l’intervista da lei concessa a ZENIT.

    Nel suo libro lei sostiene che l'Illuminismo e soprattutto demagoghi come Rousseau eliminano Dio, negano Cristo, legittimano la dittatura, cancellano gli individui e diffondono il paganesimo. Può spiegarci il perché di questo giudizio così drastico?

    Rosa Alberoni: Non è un giudizio, è una constatazione incontestabile. E’ storia. E la storia è ostinata perché mostra i fatti: i campi di concentramento, le tombe, l’arroganza dei dittatori come Robespierre Stalin e Hitler che hanno messo in pratica i modelli di società proposti da Rousseau e da Marx. D’altra parte basta leggere quanto Rousseau scrive nelle sue opere politiche “Discorso sull’origine della disuguaglianza” e nel “Contratto Sociale” per verificare la mostruosità del suo pensiero.

    Nella storia della cacciata di Cristo dall’Europa il posto più eminente va dato a Rousseau, il capostipite degli Anticristo. Con l’idea del buon selvaggio, il filosofo francese nega la Creazione da parte di Dio e la Redenzione di Cristo dell’uomo, e rifiuta ogni progresso storico perché sarebbe espressione di corruzione e degenerazione. Per Rousseau le cause prime della degenerazione del buon selvaggio sono addirittura l’uso della libertà e la famiglia. Nella sua opera il “Contratto Sociale”, il filosofo francese disegna una società disumana, dove gli uomini “cedono”, “alienano” senza possibilità di ritorno tutta la loro umanità al “Corpo Sovrano” che governa mediante una divinità astratta che è la “Volontà generale”. Così un popolo dovrebbe immolarsi per aver in cambio la schiavitù più feroce. Una forma di schiavitù mai esistita prima nella storia dell’umanità. Neanche Moloch, il dio babilonese dei sacrifici umani aveva chiesto tanto. Oggi sappiamo che il concetto di “Volontà generale” di Rousseau ha dato legittimità al totalitarismo, un modello preso come esempio dalle peggiori dittature del ventesimo secolo: Comunismo e Nazismo.

    La Rivoluzione francese non è stata solo una guerra fra aristocrazia e nascente borghesia ma è stata anche una guerra scatenata contro il Cristianesimo. Un guerra per sostenere le diverse divinità e idoli di una nuova religione quella cosiddetta “dei lumi”, sempre con l’intento di cacciare Cristo ed il suo messaggio rivoluzionario e redentore. Rousseau, Condorcet, Robespierre, hanno negato Dio e cacciato Cristo, presentandoci prima un dio dei deisti, indeterminato senza nome, senza una storia sacra, poi ci hanno presentato il dio dei massoni, il Grande Architetto dell’Universo con tante divinità. Il corpo sovrano identificato con “la Repubblica”, la “Volontà generale” di Rousseau e infine la “dea ragione” dei giacobini a cui viene tributato addirittura un culto pubblico. Tutti questi dei hanno un solo avversario: la Chiesa di Cristo.

    Vorrei ricordare che il 6 ottobre 1793, la Convenzione francese abolì la datazione cristiana e la sostituì con quella rivoluzionaria. Per i rivoluzionari francesi la storia non inizia con Cristo, ma con la Repubblica francese e la dea ragione. In merito alla storia della scienza, forse oggi si dimentica che la scienza moderna è nata sui principi della civiltà cristiana. E poi Nicola Copernico, Galileo Galilei, Giovanni Keplero, Isaac Newton e Biagio Pascal erano tutti cristiani credenti.

    Lei sostiene che Gesù è il più grande rivoluzionario della storia. Perché?

    Rosa Alberoni: Perché Gesù proclama che tutti gli uomini sono fratelli e quindi uguali dinanzi al Padre celeste. In questo modo Cristo elimina gli steccati della dignità umana, posti sin dai primordi della storia fra nobili e plebei, fra forti, sani e belli, e malformati ed emarginati. Con la sua rivelazione Gesù dà a ciascuno la certezza che il Padre ama tutti i figli allo stesso modo.

    Al Padre non interessano le diversità fisiche, razziali, sociali, culturali dei propri figli, ma solo la purezza del loro cuore, il loro agire sulla terra. Perché il suo è il regno dello Spirito, che è eterno, e non della materia, che è contingente.

    Gesù conquista prima il cuore e poi la mente degli uomini, scardina l’antica mentalità pagana, rivoluziona l’essenza dell’essere umano e del Suo essere nel mondo. L’avvento di Cristo illumina il progresso terrestre con la speranza, per i credenti si ha la certezza che veniamo da Dio e a Dio ritorneremo. Il passaggio sulla terra è un pellegrinaggio, una prova per riconquistarsi il Paradiso perduto. Chiunque può redimersi con le proprie azioni e con atti d’amore. Ma anche per chi non crede, il percorso storico è illuminato di senso, perché sa che ciò che compie e produce nel tempo è utile per l’avvenire.

    Il Cristianesimo spezza i cicli della mentalità pagana, caccia il fato e con esso l’idea dell’ineluttabilità della distruzione delle civiltà e affida alla responsabilità dell’uomo il proprio avvenire, oltre a rassicurarlo con la presenza costante della provvidenza. Il Cristianesimo dà un senso e una meta alla vita terrena.

    Si può davvero cacciare Cristo dalla storia?

    Rosa Alberoni: Cristo no, ma i cristiani sì. Abbiamo oggi altre civiltà che vedono le nazioni dove si è insediata da duemila anni la civiltà cristiana, soprattutto l’Europa, come un territorio da conquistare. E’ ora, quindi, che i figli della civiltà cristiana - credenti e non credenti - si sveglino e difendano la propria identità - cioè la propria cultura e la propria tradizione - che è seriamente minacciata. Se cediamo alla tentazione della paura e alla tentazione del relativismo finiremo presto schiavi. E molti saranno martiri come è già avvenuto con il giacobinismo il comunismo e il nazismo.

    Come valuta l’Enciclica “Deus caritas est” di Benedetto XVI?

    Rosa Alberoni: L’amore è la cosa più grande. Essere innamorati, pensare insieme, costruire la casa e la famiglia, pensare al futuro, tutto questo è stato descritto da mio marito (Francesco Alberoni ndr) come l’amore vero che trasfigura. È naturale che i giovani provino attrazione fra di loro ma bisogna non confondere l’infatuazione con l’amore. Ebbene leggendo Deus caritas est posso dire che non ho mai provato nessun autore che conosca così bene e che abbia descritto così profondamente che cos’è l’amore. Non ho mai trovato un libro così chiaro e vero sull’amore, come l’Enciclica di papa Benedetto XVI. Il Pontefice è veramente un grande scrittore, la limpidezza del suo pensiero è straordinaria




    Fraternamente CaterinaLD

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    00 9/11/2009 11:27 PM
    I DANNI DEL COMUNISMO.....leggere anche il terzo post qui, a firma di Padre Scalese sul caso Dossetti-Bozzo....

    Leggere l’ultimo libro di Baget Bozzo e scoprire i segreti dell’utopia dossettiana
     di Roberto de Mattei



    Le trasformazioni di un “professorino” costituente e partigiano. Il rapporto con Prodi, la sconfitta del modello Berlinguer e la vera influenza avuta da Dossetti nel centrosinistra.

    [Da «Il Foglio», del 22 luglio 2009]

    Il rapporto tra cattolici e comunisti resta la principale chiave interpretativa della storia italiana del Secondo dopoguerra. Questo rapporto fu teorizzato e vissuto da due forti personalità intellettuali, pur tra loro divergenti: Giuseppe Dossetti (1913-1996) e Franco Rodano (1920-1983). Per entrambi il comunismo non fu il nemico, ma l’occasione storica per realizzare il programma sociale cristiano, che essi contrapponevano al sistema capitalistico dell’occidente.

    Il compito dei cattolici, secondo Rodano, doveva essere quello di dare dimensione religiosa e metafisica, all’azione politica di Palmiro Togliatti. Dossetti pensava invece che si dovesse agire all’interno della Dc di De Gasperi, “rifondandola” per conquistare lo stato. Il gruppo “catto-comunista”, che faceva capo a Rodano riteneva che marxismo e cattolicesimo dovessero realizzare, nella comune prassi, una nuova idea di Rivoluzione.

    Per la sinistra dossettiana, invece, l’idea di “Rivoluzione” era incorporata nella costituzione antifascista, che andava attuata in tutte le sue potenzialità.

    All’inizio degli anni Settanta del Novecento, Rodano fu il mentore di Enrico Berlinguer, in cui vide il realizzatore della politica di Togliatti. L’epoca del compromesso storico, tra il 1974 e il 1978, fu quella del maggior successo comunista in Italia e, simultaneamente, della peggior crisi del mondo cattolico, che vide il passaggio del divorzio e dell’aborto, sotto governi a guida democristiana.

    La morte, nel 1978, di Aldo Moro e di Paolo VI, segnò però il definitivo naufragio del progetto rodanian-berlingueriano. In quegli anni, don Giuseppe Dossetti, dopo aver abbandonato la politica attiva ed essere stato ordinato sacerdote, viveva in ritiro monastico. Il suo programma, dopo aver trovato un primo interprete in Fanfani e nei teorici della “terza via”, avrebbe conosciuto l’ora di apparente trionfo solo vent’anni dopo, con l’entrata in scena di Romano Prodi, sua creatura politica.

    Franco Rodano trovò il suo più rigoroso critico in Augusto Del Noce (Il cattolico comunista, Rusconi, Milano 1981); Giuseppe Dossetti lo ha trovato in Gianni Baget Bozzo, di cui è appena uscito postumo, in collaborazione con Pier Paolo Saleri, “Giuseppe Dossetti. La Costituzione come ideologia politica” (Ares, Milano 2009). Il Foglio ha già dedicato a Dossetti ampi articoli di Maurizio Crippa e dello stesso Baget Bozzo. Chi è interessato a meglio comprendere l’influenza esercitata da Dossetti nella società italiana, troverà ora in questo volume nuovi elementi su cui riflettere.

    Il pensiero di Dossetti si era in parte alimentato alle posizioni filo-fasciste dell’Università Cattolica di padre Agostino Gemelli. Si trattava, osserva Baget Bozzo, di una interruzione interruzione significativa del pensiero cattolico sul diritto naturale (p. 51). Per il giusnaturalismo cattolico, infatti, la legge naturale non può essere assorbita dal diritto positivo dello stato. Il fascismo però produsse nel mondo cattolico l’idea che fosse lo stato il garante naturale della chiesa nella società e l’unica fonte del diritto. Saleri osserva che Dossetti, proprio attraverso la sua esperienza nella Resistenza, capì che nel fascismo c’era un elemento che andava salvato, seppure in forma democratica e antifascista: lo stato che dà forma alla società in chiave anticapitalista (p. 84).
    Questo stato poteva essere realizzato solo attraverso una stretta alleanza tra i cattolici e le sinistre, in particolare il Pci, in quanto partito capace di dare un senso forte alle istituzioni. “Così il dossettismo appare soprattutto come una connessione nel mondo cattolico, tra la concezione fascista e quella comunista dello stato, nella forma che essa prese in Italia, un paese che doveva rimanere occidentale e in cui il comunismo non poteva prendere il potere in forma rivoluzionaria” (p. 52).

    Il ruolo politico di Dossetti è legato a due momenti precisi: il 1948, che vide il giovane “professorino” trasformarsi nel sagace “costituente” che trattò con Togliatti l’articolo 7 della costituzione, e gli anni Novanta, quando l’antico costituente si trasformò in un nuovo “partigiano” della costituzione repubblicana.

    In quel momento, dopo il crollo del muro di Berlino, vi era una sola possibilità per i comunisti di cambiare la situazione politica: servirsi della magistratura, che poteva non essere soltanto un potere delle istituzioni, ma anche “un potere sulle istituzioni”.

    Per Dossetti l’azione della magistratura corrispondeva alla sua tesi fondamentale, quella per cui la Resistenza era incorporata nella costituzione e le forniva un valore metafisico: l’antifascismo (p. 41). La politica della costituzione antifascista divenne la chiave della legittimità politica dopo la fine dell’egemonia democristiana. I partiti antifascisti, cattolici e comunisti, erano l’essenza della Repubblica costituzionale e la democrazia italiana, secondo Dossetti, si era allontanata, con l’anticomunismo, dall’antifascismo costituzionale. I magistrati erano l’unico potere che non traeva legittimità dal voto popolare, ma dalla costituzione, senza passare attraverso i partiti. Dossetti divenne dunque il garante dell’integrità della costituzione.

    Il “gran vecchio” scese dalla Montagna e ritornò sulla scena, promuovendo in tutta Italia i comitati per la difesa della costituzione, per combattere la “democrazia populista” di Silvio Berlusconi, simbolo a un tempo della società borghese e della sovranità popolare che minacciava la costituzione.

    La coalizione di sinistra guidata da Romano Prodi, designato a questo ruolo dallo stesso Dossetti, riuscì a vincere le elezioni politiche contro Berlusconi, prima nel 1996 e poi nel 2006. Il ruolo di Dossetti, nelle elezioni del 1996, fu quello di un “contropotere spirituale” rispetto al Vaticano: un monaco che si sostituiva alla chiesa di Roma, assumendo su di sé il ruolo di guida spirituale dei cattolici.

    Il cardinale di Milano Carlo Maria Martini fu il suo maggiore alleato. La chiesa fu costretta ad accettare l’uomo di Dossetti, legittimato da Martini, come mediatore tra la chiesa e lo stato (p. 59). Il monaco Dossetti compì in nome del suo potere spirituale ciò che il politico Dossetti aveva tessuto in forma materiale. “Dossetti e Prodi – sottolinea Baget Bozzo – appartengono alla storia religiosa d’Italia, non soltanto a quella politica” (p. 64). “Senza il tocco monastico, il dossettismo pieno e vero, cioè il prodismo, non sarebbe nato” (p. 65). Il gruppo di Dossetti aveva visto nella costituente e nella costituzione un evento rivoluzionario che dava un nuovo fondamento e un nuovo inizio alla società italiana.

    Il secondo evento fu il Concilio Vaticano II. Dossetti era convinto che la collusione con il potere della chiesa post tridentina aveva portato alla separazione tra Dio e il popolo. Per riconciliarli, non era sufficiente l’azione politica, ma occorreva una riforma teologica della chiesa. Il libro di Baget Bozzo e Saleri accenna, ma lascia a margine quest’aspetto, che andrebbe integrato con la lettura dell’ampio saggio di Giuseppe Alberigo, Giuseppe Dossetti al Concilio Vaticano II, contenuto nella raccolta di saggi dello storico dossettiano, Transizione epocale. Studi sul Concilio Vaticano II (Il Mulino, Bologna 2009, pp. 393-504).

    Dossetti partecipò al Concilio come “esperto” del cardinale Giacomo Lercaro, attorno a cui costituì l’Istituto per le Scienze Religiose di Bologna di cui lo stesso Alberigo, e oggi Alberto Melloni, sono eredi. Durante il Concilio, Dossetti e il gruppo di Bologna cercarono di spingere la chiesa sulla via del “conciliarismo”, spogliandola del suo Primato Romano. Il tentativo di trasformare in senso “collegiale” il governo della chiesa fallì, ma la scuola di Bologna divenne il centro di diffusione dello ‘spirito del concilio’ cioè di una chiesa, come ricordò Baget Bozzo sul Foglio, del 23 febbraio 2007, liberata dalla monarchia papale e fondata dal governo dei vescovi.

    Quando, il 15 dicembre 1996, il monacopartigiano muore, a 83 anni, nella Comunità da lui fondata di Oliveto, accorrono a pregare sulla sua bara il capo dello stato Oscar Luigi Scalfaro e il presidente del Consiglio Romano Prodi. Quest’ultimo, come annota il “Corriere della Sera” del 16 dicembre, afferma di aver perduto in Dossetti “la sua guida
    spirituale”. Anche il cardinale Martini lo piange definendolo una “figura profetica per il nostro tempo”, e dichiarando di aver avuto in lui “un grande amico e ispiratore”.

    Tredici anni della nostra storia sono da allora passati. L’ascesa al Pontificato di Benedetto XVI nel 2005 e la disfatta politica di Romano Prodi nel 2008 sono state svolte epocali che hanno visto l’inesorabile tramonto di un Dossetti profeta politico-religioso, capace di “leggere la storia” e discernere “i segni dei tempi”. Il pensiero di don Giuseppe Dossetti, come quello di Franco Rodano, è oggi archiviato nella storia delle utopie.

    (Roberto de Mattei)

    si ringrazia il sito: Contro la leggenda nera

    dal cui sito raccomandiamo la lettura anche di questo:

    La sfida al modernismo nell’enciclica Pascendi
     

    di Emanuele Samek Lodovici

    Nell’analisi della Pascendi Dominici Gregis (1907), l’enciclica antimodernistica di San Pio X, Samek Lodovici mette in luce gli aspetti di attualità del documento magisteriale, la sua eccezionale carica teoretica e, di converso, il dogmatismo insito nel modernismo. Perché il giudizio degli storici non può qualificare il valore dell’enciclica. (Leggi Tutto)

    La coscienza liberalizzata
    del Cardinal Giuseppe Siri (1906 – 1989)

    La ribellione alla Humanae Vitae ha fatto leva sull’appello alla «coscienza». Ma alla persona – grande ma pur sempre soggetta a Dio creatore – e alla sua libertà vanno sempre congiunte la legge e la sanzione. La coscienza, sebbene sia la norma prossima della moralità, necessita di criteri per giudicare e non può dunque «creare» la legge. Il Cardinal Siri spiega perché in nessuno modo è possibile «liberalizzare» la coscienza.
    (Leggi Tutto)







    [Edited by Caterina63 9/11/2009 11:40 PM]
    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
    Maestro dell’Ordine)
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    00 9/23/2009 9:45 PM
    Luigi Gedda (1902-2000) spese tutta la propria vita per l’Italia e per il Papa.

    Tuttavia, oggi si ricorda soltanto che fu grazie alle sue naturali doti organizzative che venne sconfitto il blocco socialista nelle elezioni del 1948.

    Infatti, nell’udienza del 10-1-1948, Papa Pio XII affermò che le previste elezioni erano "una lotta decisiva e che perciò è il momento di impegnare tutte le nostre forze", ribadendo la propria scontentezza "per gli errori commessi dai democristiani, per le beghe interne al partito, per la leggerezza con la quale essi affrontano i problemi
    ".

    Certo, questa vittoria è il suo principale merito davanti all’Italia, ma agli occhi di Maria Santissima contano forse di più la fortezza interiore con cui Luigi Gedda sopportò la successiva, ininterrotta, opera di denigrazione e diffamazione di cui fu oggetto fino al suo ultimo giorno di vita.

    Questa fortezza era il frutto di una profonda vita interiore incentrata sulla Passione. Il volumetto che, grazie ai figli spirituali del prof. Gedda confluiti negli “Operai di Cristo”, Associazione di Diritto Pontificio, oggi distribuiamo gratuitamente è uno dei molti – il più breve – che possono introdurre ad una spiritualità orientata all’azione per una nuova affermazione del cattolicesimo nel nostro martoriato Paese.


    Nota: E’ possibile scaricare gratuitamente  l’opera “Getsemani” dal sito www.societaoperaia.org e vi è una recensione delle “Memorie inedite dell’artefice della sconfitta del Fronte Popolare” a questo indirizzo: http://www.totustuus.biz/users/altrastoria/c281_a03.htm



    4. Il Comitato Civico

    L'8 febbraio del 1948, il giorno in cui Luigi Gedda su mandato di Pio XII fondò il Comitato Civico provocando la più massiccia mobilitazione delle coscienze del dopo guerra, io ero ancora ragasso iscritto alla sezione pre-juniores dell'Associazione di Azione cattolica "Contardo Ferrini" di Mondovì Breo.
    Quell'anno, la situazione politica, economica e sociale dell'Italia rifletteva tutto il peso delle conseguenze drammatiche della guerra.

    il fascismo era stato finalmente sconfitto, ma il futuro si presentava denso di incognite.
    Si era alla vigilia delle elezioni del 18 aprile ed i cattolici temevano l'eventuale vittoria del Fronte popolare, guidato dal partito comunista italiano.
    Per la verità, io allora non comprendevo la gravità della nuova situazione politica che si era creata soprattutto dal punto di vista dell'avvenire del Paese.
    Pensavo che grazie all'epica insurrezione generale del 25 aprile del '45 contro gli ultimi focolai della dittatura fascista, che portò al ripristino delle libertà civiche e politiche, l'Italia non avrebbe più corso alcun pericolo.

    Ero ingenuo e disinformato.

    Sentivo parlare del pericolo comunista ma immaginavo una realtà lontana, anche perché a Mondovì, io che frequentavo gli ambienti giovanili cattolici, non conoscevo una sola persona che apertamente si dichiarasse comunista.
    Quando però decisi di chiarire a me stesso l'argomento, di verificare se veramente il comunismo si identificava con il materialismo, con la lotta feroce alla Chiesa ed alle libertà dell'uomo, allora scattò nel mio animo, sempre tormentato dalla ricerca della verità, il desiderio di approfondire le basi teoriche di quella dottrina materialista.

    Ero povero, mio padre era tornato da un campo di concentramento in Germania, ed io non avevo il denaro per acquisire i libri che mi servivano per la ricerca e, inoltre, non volevo fare sapere a nessuno, compresi i miei genitori, che avrebbero sicuramente disapprovato, quello che stavo per fare. Senza troppa convinzione, tramite l'Ambasciatore sovietico a Roma, scrissi a Stalin (25) una lettera pregandolo di volermi offrire qualche libro per conoscere la dottrina comunista.

    Inaspettatamente, quindici giorni dopo ricevetti presso la mia abitazione un voluminoso pacco.
    Erano i libri richiesti che mi affrettai a leggere con attenzione, quasi con avidità.

    Mi convinsi subito dell'enorme pericolo per la Chiesa, per l'Italia, per la libertà di ogni uomo, rappresentato da quella dottrina che voleva annientare con l'idea stessa di Dio, ogni religione, negare ogni realtà soprannaturale e fondare tutto sul materialismo dialettico e storico
    .

    Oggi, in una situazione storica radicalmente mutata, con una Italia democratica inserita in un concerto di democrazie europee, non è facile comprendere quegli anni e quel periodo.
    Allora si trattava di difendere l'avvenire stesso del popolo italiano, di non fare cadere il nostro Paese nella sfera di influenza del comunismo sovietico, notoriamente una dittatura peggiore della dittatura fascista.

    Nacque allora, come ricordato, il Comitato Civico.
    Un merito storico di Luigi Gedda, un "miracolo organizzativo senza precedenti": "...in pochi giorni i cattolici italiani vengono mobilitati grazie all'istituzione di ventimila Comitati elettorali, i quali promuovevano una propaganda diretta a fare emergere il dovere religioso e morale di impegnarsi in una "battaglia di civiltà" contro l'astensionismo e il comunismo" (26).
    Da notare che il Comitato Civico non è mai stato una organizzazione partitica, non tendeva ad una rappresentanza politica.

    Le motivazioni profonde della difesa della libertà erano meramente religiose.
    Si combatteva il materialismo che rischiava di dilagare nelle coscienze, si contrastava l'errore favorendo il risanamento morale dell'ambiente sociale. Questo era l'insegnamento dettato e continuamente ribadito ai quadri dirigenti da Luigi Gedda e da Padre Lucio Migliaccio O.M.D., splendida figura di sacerdote e Assistente ecclesiastico nazionale dell'organizzazione.

    Una missione religiosa dunque, un autentico apostolato civico, "un'articolazione tra la coscienza cristiana di un vasto elettorato e la forza politica che si propose di rappresentarlo".
    Apprendemmo inoltre, attraverso le parole di Gedda, che il "cattolico-cittadino", per usare l'espressione adoperata da Paolo VI nel discorso ai Comitati Civici del 30 gennaio 1965, "è il cattolico che sente il dovere di assolvere ad una missione che oltrepassa la sua persona, una missione sociale e precisamente una missione civica, essendo il civismo un particolare aspetto dell'attività sociale della persona umana" (27).

    A cento anni dalla sua nascita, la figura di Luigi Gedda gicanteggia come una dei principali artefici della grande vittoria del 18 aprile 1948.
    Un merito che soltanto le generazioni di domani sapranno valutare nella giusta dimensione storica, in un'ottica religiosa e nel suo significato più autentico anche perché "il nome di Luigi Gedda è di quelli destinati a suscitare ancora oggi, passioni e polemiche. La memoria collettiva ed il lavoro di una generazione di storici tengono alla ribalta il ruolo che questo medico e scienziato di vaglia ha avuto nell'ora drammatica per l'Italia e per gli italiani del passaggio tra fascismo e democrazia, della fondazione e del consolidmento della Repubblica" (28).


    Per inciso ricordo alcuni dati che a mio avviso sono sufficienti per comprendere l'ampiezza della vittoria del 18 aprile 1948: nelle elezioni per l'Assemblea Costituente del 1946, gli elettori che scelsero la Democrazia cristiana furono 8.101.004; nelle elezioni del 1948 per la Camera dei Deputati, le persone che votarono per la Democrazia Cristiana furono 12.741.299.
    Un incremento di circa cinque milioni di voti, straordinario sotto ogni aspetto, che è stato reso possibile soltanto a seguito della mobilitazione generale dei cattolici operata dal Comitato Civico in un momento di svolta dall'inequivocabile significato spirituale delle vicende italiane. Difatti, come autorevolmente osserva Giuseppe Vedovato, per chiarire appunto il senso vero di quei drammatici ed esaltanti eventi "Luigi Gedda affidava a Tabor, la rivista per la vita spirituale e culturale dei laici, un articolo dal titolo: "Significato spirituale del 18 aprile" (marzo-aprile 1988) in cui inseriva quegli eventi nello sviluppo dell'Azione Cattolica negli anni Venti, trenta e Quaranta, "che rappresenta lo zoccolo sul quale la Democrazia Cristiana ha potuto raccogliere intorno a sè un elettorato ragguardevole".

    Aggiungeva anzi che tutto il processo di rinnovamento della Chiesa fino ai giorni di Giovanni Paolo II è stato consentito anche grazie alla vittoria del 18 aprile ed al suo valore di libertà per tutti, per la vita politica italiana e non solo italiana. (29).
    Sono convinto che la storia non si fa con il senno di poi e che la vera storia è quella che si scrive nelle coscienze; tuttavia, mi sia consentita una domanda che non vuole apparire retorica e che quasi sicuramente non potrà trovare risposta, ma che comunque ancora oggi angustia il mio animo: quale sarebbe stato l'avvenire del nostro Paese e dell'Europa senza la vittoria del 18 aprile?
    Ma grazie a Pio XII, il Pontefice che con il suo Magistero ha illuminato la Chiesa "come fonte che zampilla in pubblica piazza" (30) e l'apostolo laico Luigi Gedda, l'Italia ha potuto intraprendere il suo cammino di libertà, di progresso civile, di giustizia e di pace
    .


    Il resto qui





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    00 10/16/2009 11:21 PM

    domenica 5 aprile 2009 (blog Messainlatino)

    cliccare sul link del titolo:

    Mons. Marchetto: "La scuola di Bologna ha dato un'immagine del Concilio distorta e mistificatrice"


    L’arcivescovo Agostino Marchetto, segretario del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti e storico del Concilio Vaticano II, è intervenuto oggi all’Accademia dei Ponti a Firenze con una relazione sulle letture ermeneutiche dell’assise conciliare. Ce ne parla Sergio Centofanti.

    Mons. Marchetto ha affrontato la questione di “una ermeneutica veritiera, cioè di una interpretazione fondata e rispettosa” di ciò che è stato il Concilio. Una “corretta esegesi” che – se vuole essere tale - si deve basare sugli Atti ufficiali raccolti in ben “62 grossi tomi”.

    Molti però – ha rilevato – sono ricorsi a scritti privati e diari personali di padri ed esperti conciliari al fine di diminuire l’importanza dei documenti finali per far emergere il cosiddetto “spirito” del Concilio: tutto questo in contrasto con gli esiti ufficiali dell’assise che sarebbero stati egemonizzati dagli uomini di Curia e che quindi non rappresenterebbero l’anima vera del Vaticano II. Si tratta – ha detto – di una tendenza storiografica “ideologica”, che “punta solo sugli aspetti innovativi, sulla discontinuità rispetto alla Tradizione” quasi che col Concilio fosse nata “una nuova Chiesa”, fosse cioè avvenuto il passaggio “ad un altro Cattolicesimo”.

    In particolare gli studiosi del Gruppo di Bologna – ha sottolineato mons. Marchetto – “sono riusciti con ricchezza di mezzi, industriosità di operazioni e larghezza di amicizie, a monopolizzare ed imporre” un’immagine del Concilio “distorta e contraddittoria, del tutto mistificatrice”. Secondo questi studiosi da quell’evento sarebbe dovuta nascere una Chiesa “democratizzata” con l’abbandono “del riferimento alle istituzioni ecclesiastiche, alla loro autorità e alla loro efficienza come il centro e il metro della fede”.

    Il Concilio avrebbe partorito cioè un nuovo tipo di fedele cattolico non più legato “alla dottrina, e soprattutto a una singola formulazione dottrinale”: premessa “per un superamento dell’ecclesiocentrismo, e perciò per una relativizzazione della stessa ecclesiologia”.“Ancora più radicale” del “vortice ideologico” del gruppo di Bologna – nota il presule - è la posizione di Hans Küng.

    Corretta ermeneutica invece – sottolinea – è vedere nel Concilio una “sintesi di Tradizione e rinnovamento” non “una rottura, una rivoluzione sovvertitrice” ma una “evoluzione fedele” come ha ricordato Benedetto XVI
    nel celebre discorso alla Curia Romana, il 22 dicembre 2005: “l’ermeneutica della discontinuità e della rottura” - disse – “si è potuta avvalere della simpatia dei mass-media” ma “ha causato confusione”. Invece, “l'ermeneutica della riforma, del rinnovamento nella continuità dell'unico soggetto-Chiesa … che cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso”, “silenziosamente ma sempre più visibilmente, ha portato frutti”


    Fonte, Radio Vaticana


    Fraternamente CaterinaLD

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    00 11/10/2009 2:25 PM

    1989-2009: vent’anni fa la fine del Muro di Berlino


    I cardinali Mindszenty, Slipji e tanti altri festeggeranno in cielo l'anniversario della caduta del Muro dell'odio e della menzogna rappresentato dal comunismo, vergogna del secolo XX (e anche, purtroppo, di oggi).

    1945: gli Alleati schiacciano la Germania hitleriana. 1947: scoppia la “Guerra Fredda” fra le democrazie occidentali e l’ex alleato sovietico. Come scrisse Winston Churchill, “an iron courtain” - un sipario di ferro - è sceso sull’Europa”. La Germania, oltre a perdere la Prussia Orientale a vantaggio di Urss e Polonia, nel 1949 sarà divisa in due Stati separati dai fiumi Oder e Neiße. I Länder di Pomerania, Mecklemburgo, Brandeburgo e Sassonia, già zona di occupazione sovietica, saranno accorpati in una nuova creatura politica artificiale: la Repubblica Democratica Tedesca (RDT), una delle più rigide “democrazie popolari” dell’Est europeo, con capitale Pankow, un sobborgo di Berlino.

    Nel resto del Reich sconfitto prenderà vita la Repubblica Federale Tedesca (RFT), con capitale Bonn, nella Renania del Nord -Westfalia. La vecchia capitale imperiale, Berlino, profondamente incuneata nel territorio della nuova repubblica comunista, era stata occupata da tutte e quattro le potenze alleate e suddivisa in altrettanti settori: quello sovietico era di gran lunga il più esteso.

    Con l’aggravarsi della frattura fra Ovest ed Est la frontiera fra i due Stati tedeschi diventa sempre più impenetrabile, e nel 1952 viene chiusa del tutto. A Berlino si poteva ormai accedere attraverso un’unica autostrada ‒ perennemente costeggiata da carri armati e mezzi militari tedesco-orientali in manovra, a fine dimostrativo e deterrente ‒, una sola linea ferroviaria oppure per via aerea, ma solo con voli di compagnie americane, inglesi o francesi. A seguito di alcuni contrasti diplomatici fra russi e occidentali il 24 giugno 1948 l’autostrada e la ferrovia erano state bloccate dai sovietici, che avevano tolto anche la corrente ai settori occidentali della città. Gli alleati, invece di reagire militarmente, preferirono attuare una grande prova di forza, dando vita a un colossale ponte aereo che per oltre un anno, fino all’ottobre del 1949 – i russi rimuoveranno il blocco nel maggio di quell’anno –, rifornirà i berlinesi delle zone occidentali di generi di necessità di ogni tipo. È l’epopea dei cosiddetti “Rosinenbomber” (bombardieri all’uva passa), perché, oltre ai viveri, gli aerei, in segno di solidarietà, paracadutavano migliaia di piccole scatole di dolci per bambini.

    All’inizio degli anni 1950 la spinta a emigrare a ovest cresce, a misura dell’accentuarsi della pressione del socialismo reale sulla popolazione tedesco-orientale e, all’opposto, del boom economico della Germania federale. Berlino, per la sua posizione e per il suo statuto formalmente quadripartito, dopo il 1952 diventa il luogo migliore per espatriare: si calcola che circa 2,5 milioni di tedeschi dell’Est passeranno a ovest attraverso la ex capitale fra il 1949 e il 1961. Nell’estate del 1961 poi il flusso di fuggitivi supererà le decine di migliaia.

    Pankow e Mosca decideranno così di arrestare l’emorragia alzando una barriera, che impedisca l’accesso alla zona libera. Nella notte fra il 12 e il 13 agosto 1961, l’Armata Popolare inizia la costruzione di uno sbarramento, prima fatto di filo spinato, poi, quasi subito, di elementi prefabbricati di cemento e di pietra. Quando fu ultimato il muro era una barriera di cemento alta circa tre metri e mezzo fitta di torrette – 302 – e posti di osservazione e costeggiato da campi minati, trappole, reticolati, alta tensione, che circondava completamente Berlino Ovest, la quale si trovò così ridotta a una enclave all’interno della RDT. Per Walter Ulbricht (1893-1973), segretario della SED, il partito marxista tedesco-orientale, che ancora in giugno smentiva le voci dell’imminente erezione di una barriera fra Est e Ovest, il muro ha una funzione “antifascista”, ovvero lo scopo di proteggere l’Est dalle infiltrazione di agenti occidentali e dalla propaganda capitalista.
    Il Muro taglia la città lungo una linea lunga 45 chilometri e separa la zona occidentale dalla RDT per un perimetro di oltre cento chilometri.

    I soli varchi di passaggio fra Berlino Est e Ovest, riservati ai cittadini tedeschi federali e agli stranieri, sono otto, i più famosi il Checkpoint Charlie e la stazione della metropolitana nei pressi della Friedrichstrasse. Altri sei saranno creati per l’uscita verso il territorio della RDT. I lavori interno al muro negli anni non si arrestano: sempre nuovi possibili punti di evasione vengono occlusi, lo spessore della barriera viene aumentato, viene costruito un secondo muro, parallelo al primo, e rafforzati i dispositivi anti-fuga.

    La polizia popolare, la famigerata Volkspolizei, i “Vopo”, iniziano a sparare su coloro che fuggono correndo o chiusi nei portabagagli delle auto o calandosi dalle finestre degli edifici posti sul confine o varcando a nuoto il fiume Sprea. La prima vittima è Peter Fechter (1944-1962), un giovane muratore di Berlino Est, colpito il 17 agosto alla schiena e lasciato in terra ad agonizzare per un’ora. L’ultima a essere falciata dai Vopo un altro giovane, Chris Gueffroy (1968-1989), studente, stroncato da dieci proiettili il 6 febbraio 1989. Nel corso degli anni le vittime del fuoco della polizia comunista saranno all’incirca 230. Per questo, pur di fuggire, i berlinesi cominceranno a realizzare diversi tunnel sotto il muro.

    In Occidente il muro diverrà “Die Mauer”, “The Wall”, “il Muro” per antonomasia, il “muro della vergogna”, ossia il più clamoroso simbolo dell’oppressione comunista della libertà dei popoli. Così entrerà nella letteratura, nelle canzoni, nel cinema.
    Quando il presidente americano John Fitzgerald Kennedy (1917-1963), nel suo viaggio a Berlino nel giugno del 1963, poco prima di morire assassinato, pronuncia la celebre frase “Ich bin ein Berliner”, sono anch’io un berlinese, in quanto uomo libero, lo farà soprattutto in funzione anti-muro.

    Nel 1989 la difficoltà dell’URSS di Mikhail Gorbaciov di tenere in piedi l’impero, si farà sentire in maniera sempre più pesante sui dirigenti comunisti tedeschi totalmente dipendenti da Mosca. Oltre a ciò, la figura carismatica del papa polacco Giovanni Paolo II (1920; 1978-2005), fin dal suo primo viaggio in Polonia all’inizio del pontificato, aveva suonato una campana a morto per il sistema comunista. E nel 1989 alla testa degli Stati Uniti,il grande avversario, non c’era più un “democratico”, fautore della “coesistenza pacifica” ‒ quella politica di “distensione” e “contenimento” che aveva contribuito in ultima analisi a prolungare la vita all’impero socialcomunista ‒ come John Kennedy, ma il conservatore, nonché gagliardo anti-comunista, Ronnie Reagan.

    La popolazione tedesco-orientale, percependo i segnali di scollamento e le crepe nel regime, comincerà ad agitarsi e a scendere in piazza, protestando sempre più numerosa e rumorosa. Ma il muro, che all’ovest era diventato una palestra per writers di ogni genere, rimane ancora in pieno funzionamento.
    Nell’estate di quell’anno ai tedeschi dell’Est si apre inaspettatamente una via di fuga: le ambasciate della Germania federale a Praga, a Varsavia e a Budapest, che hanno cessato di essere repubbliche socialiste. In quei mesi si verificherà un vero e proprio assalto alle tre residenze, che si troveranno un giorno per l’altro a ospitare migliaia di profughi dalla RDT. La svolta clamorosa si avrà quando l’Ungheria, il 23 agosto inizia a smantellare la cortina di ferro e il 10 settembre, decide di aprire il confine con l’Austria. Allora il flusso di esuli diverrà una valanga inarrestabile di persone in fuga verso la libertà.

    I vertici tedesco-orientali tenteranno di salvare il salvabile, sostituendo il segretario del partito comunista e il capo del governo. Ma sarà inutile. La protesta di massa dilaga. La sera del 9 novembre 1989 il governo comunista annuncia una riforma della legge sui viaggi all’estero. Si trattava solo di aperture, ma la gente volle intendere significava che il muro sarebbe stato rimosso. Migliaia di persone, quella stessa notte, si aduneranno pacificamente davanti al muro, ancora presidiato dai soldati, mentre migliaia di berlinesi occidentali faranno lo stesso dall’altra parte del muro, increduli e in attesa. Sono numerosi i filmati su YouTube che documentano quella magica notte.

    Qualcuno nel caos di quel momento darà l’ordine ai soldati di ritirarsi, così che, fra lacrime ed abbracci, migliaia di tedeschi da entrambi i lati, irromperanno a ovest attraverso i checkpoint o scavalcando il muro. Familiari, amici, sconosciuti potranno finalmente incontrarsi dopo 29 anni.
    Poi, pezzo dopo pezzo, nell’indifferenza dei Vopo, la gente comincerà a picconare, a scalpellare, a martellare, a graffiare la barriera di cemento per aprirvi dei varchi sempre più ampi, finché il passaggio fu reso facile.
    Il 3 ottobre 1990 la Germania, fra la commozione generale, verrà riunificata all’incirca – mancherà solo la Prussia Orientale rimasta russo-polacca – nei confini del 1919.

    C’è da chiedersi come sia stato possibile che questo tragico simbolo dell’“Impero del male” – così il presidente americano Ronald Reagan (1911-2004) chiamerà l’impero comunista –, che ha popolato per anni l’immaginario dell’Occidente, sia potuto svanire in un soffio.
    La causa prima, come detto, va vista nel progressivo abbandono del regime tedesco-orientale da parte della casa-madre moscovita, troppo alle prese con la sua crisi interna per curarsi dell’impero “esterno”. L’implosione dell’economia socialista portava a esiti rovinosi e impediva non solo di mantenere un’Armata Rossa all’altezza dell’esercito americano, ma anche solo di sostenere quel minimo di struttura militare in grado di conservare l’impero. Alla RDT toccherà la stessa sorte che porterà al distacco dall’URSS, ancor prima della sua fine, i Paesi baltici e le repubbliche centro-europee: Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Romania, Bulgaria – diverso, molto più sanguinoso, sarà il percorso della Iugoslavia “eretica”.
    Inoltre, la politica sovietica in quegli anni cercava di presentare un volto il più possibile amichevole nei confronti dei Paesi occidentali dai quali dipendeva sempre di più per alimentare una popolazione che l’economia socialista stava portando alla fame: il Muro e la Germania divisa rappresentavano un ingombrante ostacolo, di certo il più vistoso, in tale prospettiva. Privato del sostegno di Mosca – le truppe di stanza in Germania orientale non usciranno dalle caserme –, il “re”, il tiranno, si scoprirà nudo. I dirigenti della SED capiranno che la loro parabola è alla fine, perché esercitano un potere legale totale, ma ormai del tutto privato del consenso popolare e nemmeno più garantito dai carri armati sovietici.

    L’impatto dell’evento sarà colossale: la caduta del muro, insieme alla fine dell’URSS, due anni dopo, metterà in moto processi che cambieranno radicalmente lo scenario internazionale: l’impero dell’ideologia socialcomunista di obbedienza sovietica si dissolverà, la Guerra Fredda finirà, gli Stati Uniti rimarranno l’unica superpotenza, la Russia, dopo un lungo periodo di “disordine”, tornerà a fasti imperiali, si riattizzeranno quei conflitti interetnici che il socialismo aveva soffocato, riemergeranno soggetti che il confronto ideologico aveva fatto dimenticare: religioni, tribù, clan, sette, nazioni, e tornerà in auge non più la lotta per i “massimi sistemi” ma quella per il petrolio e per il gas, per l’acqua e per il grano, per il Califfato, per la umma.

    Da
    Il Timone

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    Fraternamente CaterinaLD

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    00 3/28/2010 12:20 AM
    Molto interessante  Sorriso

    poichè l'indice è lungo e i contenuti anche, per i testi CLICCATE QUI

    ANNI 1500 - BAGLIORI DI COMUNISMO IN EUROPA

    CAP. I - ALBORI DELL'ANABATTISMO
    CAP. II - L'ANABATTISMO DI WITTEMBERG A FRANKENHAUSEN
    CAP. III - LE REAZIONI
    CAP. IV - FONDAZIONE DELLA COLONIA COMUNISTA DELLA MORAVIA
    CAP. V - ORGANIZZAZIONE DELLA COLONIA COMUNISTA DELLA MORAVIA
    CAP. VI - MELCHIORRE HOFFMANN E GIOVANNI MATHIAS
    CAP. VII - REGIME POLITICO E RELIGIOSO DELLA CITTA DI MUNSTER
    CAP. VIII - L'ANABATTISMO A MUNSTER
    CAP. IX - DALLA REPUBBLICA ALLA DITTATURA
    CAP. X - IL TRAMONTO DELL'ANABATTISMO

     

    CAP.I - ALBORI DELL'ANABATTISMO

    L'anabattismo nacque dalla Riforma, ma ne fu figlio maledetto, e fin dal nascere fu ripudiato dai grandi Riformatori che furono concordi nel proclamarlo degenere. Ma allorché ai fondamentali princìpi religiosi che lo componevano si sovrapposero i princìpi politici e sociali, non fu sufficiente e prudente il solo ripudiarlo, ma lo si combattè aspramente, perseguitandolo fino alla estirpazione, cattolici e protestanti insieme, con quei sistemi di pietà umana che, nei religiosi più che nei laici, caratterizzarono il secolo XVI.

    Sembrava quasi che nell'aspra lotta fra luterani, cattolici, zuinglisti e calvinisti questa setta, che aveva per programma fondamentale nel campo religioso la Rigenerazione o il nuovo battesimo, e nel campo sociale la comunità dei beni, riuscisse a riunire di tratto in tratto i nemici di ieri, perché si potessero scagliare con maggiore efficacia contro comune nemico di oggi. Gli è che, mentre cattolici e protestanti combattevano spiegando i loro stendardi a fianco a quelli dei principi della loro parte, e questi sfruttavano tale lotta per le loro mire politiche, gli anabattisti combattevano insieme i potenti, religiosi o laici, cattolici o protestanti, nobili, ricchi, privilegiati, tutti, insomma, quelli che nella società del secolo XVI rappresentavano l'enorme massa inerte soprastante ed opprimente la massa che produce e lavora per sostenerne il peso.

    LUTERO, che si era spinto molto oltre all'inizio delle sue veementi predicazioni contro il potere di Roma e pareva volesse coinvolgere nel turbine da lui scatenato il potere costituito e sfruttatore ai propri fini del pensiero e dell'azione umana, giudicò in seguito buon partito frenare i suoi impeti e retrocedere lungo la via temeraria e pericolosa intrapresa, rivelandosi accorto politico ed opportunista oltre che tribuno. Così prima ripudiò i “visionari”, in seguito si accanì sempre più contro di essi, incitando i principi a distruggere la setta che minacciava sconvolgere l'edilizio sociale dalle sue fondamenta falsando le parole del Vangelo ed alterandone a scopo di sedizione i concetti.
    “Io credo che tutti gli anabattisti e contadini - diceva egli - debbano morire, perché essi attaccano i principi e i magistrati. Nessuna misericordia, nessuna tolleranza è dovuta ai contadini, ma l'indignazione degli uomini e di Dio. È dunque lecito e giusto trattarli come cani rabbiosi”.
    Lutero intuiva che il dilagare del comunismo sotto la bandiera di ardite riforme religiose avrebbe spazzato via l'edificio che egli veniva innalzando faticosamente di fronte alla Chiesa romana.
    “L'Altissimo - aveva egli predicato - mi manda a voi per additare alla vostra esecrazione il pontefice abominevole che vi spoglia e vi opprime. Popolo, giù il papato !”.

    Le spogliazioni e l'oppressione erano dunque considerate da lui nel solo campo religioso e spirituale; poco importava che i miseri, cattolici o luterani che fossero, restassero miseri ; che i principi, i nobili, i privilegiati seguitassero a sfruttare le plebi rurali ed urbane per distillare moneta dal loro sudore. Bastava che il Papato fosse abbattuto, che si apportasse una rivoluzione nella interpretazione della Sacra Scrittura, che, insomma non si uscisse dal campo spirituale.
    Il padrone cambiava la piuma al cappello, ma restava pur sempre il padrone. Scriveva infatti Borne:
    “Dopo la Riforma, essendosi i principi impadroniti dei beni e delle entrate della Chiesa, l'imposta del fisco succedette alle gratuite oblazioni, il codice penale al purgatorio” - e aggiungeva - “Le feste religiose furono diminuite, cresciuti i giorni di lavoro e in conseguenza le fatiche del volgo. Fa orrore il leggere le persecuzioni che Lutero esercitava, e le feroci imprecazioni che vomitava contro il popolo.
    Allorché alcuni signori di buone intenzioni interrogavano Lutero se i servizi personali, se altre angherie e altri pesi onde erano gravati i loro contadini non fossero contrari alle massime del Vangelo, e se dovessero abolirle, rispondeva egli che i villani (o paesani) diverrebbero insolenti se più non fossero curvati sotto i pesi”.

    II popolo, il contadino specialmente, poco o nulla intendeva delle dotte dispute iniziatesi a Wittemberg. II contadino, abituato alla solitudine dei campi, costretto ad un lavoro diuturno e senza posa e più a contatto quindi con la natura, ne sentiva instintivamente la parola, credeva ciecamente in Dio, lo adorava semplicemente, secondo le tradizioni secolari, e non chiedeva a Lui che vivere in pace, vivere comunque del proprio lavoro senza peccare, sentendo che il bene e il male sono al disopra di ogni interpretazione umana della volontà di Dio, e interpretando Dio solamente col cuore. Ciò intesero i primi anabattisti, i quali disprezzavano ogni dotta disputa in materia religiosa, considerandola sterile e dannosa, a meno che non vi fossero costretti ; qualcuno di essi giunse sino al punto di errare per le campagne, soffermarsi con i contadini a chiedere come essi, col cuore, interpretassero parole della Bibbia che loro leggeva e traduceva.
    Questi contadini si interessavano dunque alle dotte e violente dispute fra cattolici e protestanti come chi, avendo faticosamente arato e seminato il suo campicello, veda penetrarvi un gruppo di cavalieri, che lo scelgono come terreno di lotta e che vi combattono percuotendo e sommovendo le zolle e devastandole con le zampe ferrate dei propri cavalli per un fine che egli ignora; ignora tutto, tranne che il suo povero campo è rovinato, che egli ha lavorato solo per offrire ad altri il modo per sgozzarsi meglio.

    Se l'anabattismo ebbe tanto largo seguito, fervore di fede e somma di sacrifici fra i contadini paesani e gli umili in genere, ciò fu dovuto sopratutto al contenuto sociale del programma di fede, all'odio lungamente accumulato e alla speranza di redenzione.
    Onde la distinzione fra guerra degli anabattisti e guerra dei contadini è fuori luogo : esse furono una sola cosa, ribellione generosa spinta fino al più puro eroismo, ma spesso degenerata nel furore omicida, che sempre sarà caratteristica di ogni ribellione che ha il germe nella povertà e nella materiale sofferenza e non in un principio astratto.
    Già verso la fine del XV secolo si ebbero vari moti di contadini, moti isolati e di breve durata e senza alcun carattere religioso o un organico programma sociale. Ne accenna appena Martino Crusius (Annal. Svev. Parte III). Il Weber parla di moti scoppiati nella regione di Algau (Svevia), ove era l'abbazia Campodunense, forte di 72 parrocchie. I sudditi di questa abbazia si riunirono in una lega chiamata “Bereinigung S. Georgen Schild des Bunders im Land zu Schwaben”. Dopo aver commessi, al dire di Weber, vandalismi e predonerie, furono finalmente domati. Altra rivolta consimile scoppiò nel 1493 in Alsazia ; essa aveva per insegna lo zoccolo del contadino. Nel principio del secolo XVI i moti si rinnovarono in Alsazia e ne scoppiarono altri nel ducato di Wurtemnerg, in Svizzera, in Carnia.
    Nel 1515 il prete SCHLAPPER, impietosito della sorte degli umili e specie dei contadini, aveva chiesto invano ai principi che ne mitigassero le tristi condizioni, ed esponeva domande eque che si compendiavano nella esortazione: “Trattateli secondo il Vangelo!”.
    Ma le sue richieste non ebbero esito.
    NICOLA STORK (Pelargo), TOMMASO MÙNZER, MASSIMO STUBNER, più tardi, raccolsero il grido di dolore degli oppressi, grido che nella lotta fra luterani e cattolici restava inascoltato dagli uni e dagli altri. Essi si possono considerare i veri iniziatori della lotta ingaggiata con nobili propositi, degenerata in follia e violenze, e infine soffocata dalla coalizione degli interessi e dei privilegi minacciati.


    *****************

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    e da non trascurare questo:

    Papa Leone XIII, il Papa della Dottrina Sociale della Chiesa e del Rosario



    [Edited by Caterina63 3/28/2010 12:25 AM]
    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
    Maestro dell’Ordine)
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    00 4/10/2010 10:01 AM

    Rafforzamento o indebolimento del comunismo?

    By arpatoblog

    Il comunismo mondiale ha subìto indubbiamente un’evoluzione dai tempi di Padre Tyn ad oggi. Con lo scioglimento del sistema sovietico alcuni hanno parlato di “crollo del comunismo”. Ma in realtà non è così. Esso continua a sussistere in Cina, in vari paesi del mondo e dello stesso vecchio blocco sovietico, anzi qua e là è in aumento. E sussiste, come è noto, nella stessa Italia.

    Ma che cos’ha in comune il comunismo dei tempi di Padre Tomas con quello di oggi? Notando le trasformazioni subìte, alcuni si chiedono perché i comunisti continuano ancora a chiamarsi tali. Indubbiamente anche in passato il comunismo è stato un movimento eterogeneo: un conto fu quello di Stalin, un conto quello di Tito, un conto il comunismo polacco, un conto quello cubano, un conto quello gramsciano. Indubbiamente comune è il richiamo a Marx, Engels e Lenin. Ma già problematico è stato da alcune parti l’aggancio a Stalin, giudicato come volgarizzazione grossolanamente materialistica dell’umanesimo fattore di degradazione della democrazia e della libertà.

    Fattore comune è indubbiamente l’ateismo sulla base di un’idea della conoscenza di tipo realistico-materialistico-dialettico di origine hegeliano-feuerbachiana, con una concezione dell’uomo come essere collettivo-sociale (Gattungswesen) fattore e liberatore di se stesso nel corso della storia e mediante l’azione politico-culturale, il lavoro e l’assoggettamento della natura, dall’alienazione religioso-capitalistica dall’alienazione religioso-capitalistica con prospettiva di una società senza classi e l’abolizione dello Stato.

    Altri princìpi, come quello della lotta di classe, della proprietà statale dei mezzi di produzione, della rivoluzione violenta, della dittatura del proletariato, della comunione dei beni, della lotta aperta contro la religione, sembrano essere da molte parti e in vari modi e misure accantonati o attenuati, per essere sostituiti da apporti o complementi provenienti da altre correnti filosofiche.

    In tal modo si è dato spazio al pacifismo, all’ecologia, ai diritti umani, alle istanze etiche, alla libertà della persona, alla proprietà privata, alla libertà di mercato, al dinamismo bancario, a un certo interesse per le religioni e addirittura per le mistiche, soprattutto di tipo negativo, che richiamano in qualche modo – per esempio  il buddismo ed Heidegger – la tematica dell’ateismo. Qua e là si fa l’occhiolino persino al  tradizionale nemico, massimo esponente del pensiero “di destra”, Federico Nietzsche.

    Si direbbe che il comunismo abbia saputo correggersi su alcuni punti e sia divenuto più umano o meno disumano, si sia accostato ai valori della coscienza, dello spirito, della giustizia, della democrazia, della sapienza, della stessa religione.

    Si tratta di un mutamento sincero o di una tattica, della quale già parlava Lenin, per acquistare credito nei paesi dove il comunismo non è al governo, onde poi, una volta conquistato il potere, mettere in atto, anche con la forza, il programma comunista di abolizione della proprietà privata, di estinzione dello Stato e di distruzione della religione e di edificazione della società comunista atea e materialista, come è già stata notoriamente prevista e descritta da Marx?

    Padre Tyn non aveva dubbi nel sostenere la seconda di queste alternative. E mostrava come in tutto il mondo il comunismo segua ed abbia seguìto la suddetta tattica. Quando gli amici gli facevano notare la moderazione del comunismo italiano, pur riconoscendo la crudeltà del comunismo cecoslovacco, egli regolarmente rispondeva confermando la sua tesi: In Italia non comandano i comunisti, al contrario della Cecoslovacchia, dove sono al potere.

    D’altra parte come non riconoscere che il pontificato di Papa Giovanni XXIII, specialmente con la famosa enciclica Pacem in terris e  lo stesso Concilio Vaticano II hanno lasciato una traccia positiva nei rapporti tra cattolici e comunisti? Come non riconoscere che ci sono stati un travaso di idee, un rasserenamento del clima ed un abbattimento di steccati, in certa misura positivi? Come non riconoscere un qualcosa di positivo nella teoria della “convivenza pacifica” di Krusciov e della Glasnost di Gorbaciov?

    Il pontificato di Giovanni Paolo II ha ricordato, soprattutto con la calibrata condanna della “teologia della liberazione”, i punti di contrasto fra cattolicesimo e comunismo, ma nel contempo, grazie alla sapiente collaborazione del Segretario di Stato Card.Casaroli, ha saputo ottenere lo scioglimento pressoché pacifico del blocco sovietico, avvenimento che, considerando come di solito va la storia in queste circostanze, ha del miracoloso. In questo contesto abbiamo la cosiddetta “rivoluzione di velluto” in Cecoslovacchia senza colpo ferire, esattamente come Padre Tomas aveva chiesto alla Madonna nell’offrire la sua vita per la Chiesa nella sua patria.

    A che cosa mira attualmente il comunismo internazionale? Alla conquista del mondo secondo il puro programma di Marx o secondo un abile rimescolamento di carte, sempre sostanzialmente ateo ed antropocentrico, ma nella convinzione di rispondere alle esigenze della storia moderna?

    E noi cattolici che dobbiamo fare? Siamo capaci di condurre i comunisti a Cristo, come ha fatto ed ha voluto fare Padre Tyn, distinguendo il rispetto per la persona dalla condanna dell’errore?

    Oppure cincischiamo nella morta gora del dialogo progressista?





    Piccola ulteriore riflessione da parte mia:

    Se consideriamo il detto: il lupo cambia il pelo ma non il vizio, e l’associamo alla profetica lezione di padre Tomas Tyn, possiamo comprendere che il comunismo si è semplicemente rafforzato perchè in questi ultimi 40 anni ha trovato dei grandi alleati: i cattolici “non praticanti”….

    Si comprendo, è una assurdità, ma è così, l’aborto e il divorzio in Italia passarono grazie ai voti dei cattolici convinti dai “bravi comunisti” che ciò fosse una conquista della libertà e giammai un male… ma davvero eravamo così ignoranti e sprovveduti oppure eravamo già un branco di “non praticanti”, fanatici della libertà acquisita?
    Libertà da che cosa poi?
    Dalle dottrine della Chiesa ovvio, la lezione inflitta a Paolo VI all’uscita dell’Humanae Vitae è tristemente indimenticabile!

    Certo, il comunismo è cambiato, questo si, dalla Russia specialmente i cambiamenti si son visti…Putin la Notte di Pasqua accendeva un cero davanti al Patriarca Kirill e il Presidente è stato ripreso più volte a baciare l’Icona della Vergine Theothokos…

    Mi viene un dubbio: ma non è che forse siamo diventati NOI un pò più comunisti, specialmente in Italia?
    Battute a parte è indiscutibile che questa commistione fra catto-comunisti e l’ideologia della sinistra, abbia fatto una sorta di tregua e di accordo… non è un caso che esponenti della sinistra che si dicono cattolici, difendono l’aborto, il divorzio e perfino i Pacs o i DICO….

    No signori, il lupo cambia il pelo, ma non il vizio….sta a noi abbracciare il peccatore ma denunciando con fermezza l’errore e dove si annida il peccato!
    E padre Tomas Tyn aveva visto giusto!

    Benedetto XVI sull'aereo che lo portava a Praga disse: "Comunismo basato sulle menzogne"

    INTERVISTA A BENEDETTO XVI "Senza verità si distrugge la libertà"    

     Praga - Sull’aereo che lo portava a Praga, Benedetto XVI ha voluto rendere omaggio all’ex presidente ceco Vaclev Havel che, ha ricordato il Pontefice, "ha dato all’Europa un messaggio di cosa è libertà e di come dobbiamo vivere ed elaborare la libertà". "Come ha detto Havel la dittatura è basata sulla menzogna e se se la menzogna andasse separata, se nessuno mentisse più, se viene alla luce la verità c’è anche la libertà. Così è elaborato questo nesso tra libertà e verità perché libertà non è libertinismo né arbitrarietà".
    A Praga per la prima tappa del viaggio apostolico di tre giorni nella Repubblica Ceca il santo Padre ha subito spiegato il messaggio di libertà che, inquesti giorni, è venuto a portare proprio nel cuore dell'Europa.

    La denuncia di Benedetto XVI Se la Repubblica Ceca è il paese più secolarizzato dell’Europa Centrale (il 51 per cento dei cittadini si dichiarano atei) e quello dove si fanno meno figli (le morti superano le nascite), per Benedetto XVI tutto questo ha delle cause ben precise. "Non si deve sottovalutare - ha detto nel discorso all’aeroporto Starà Ruzyne di Praga - il costo di quarant’anni di repressione politica". "Una particolare tragedia per questa terra - ha ricordato il Papa proprio all’inizio del suo viaggio di tre giorni - è stato il tentativo spietato da parte del Governo di quel tempo di mettere a tacere la voce della Chiesa. Nel corso della vostra storia, dal tempo di San Venceslao, di Santa Ludmilla e Sant’Adalberto fino a San Giovanni Nepomuceno, vi sono stati - ha ricordato il Papa alla popolazione ceca - martiri coraggiosi la cui fedeltà a Cristo si è fatta sentire con voce più chiara e più eloquente di quella dei loro uccisori".

    Testimoni da seguire "Quest’anno - ha continuato il Papa - ricorre il quarantesimo anniversario della morte del Servo di Dio il cardinale Josef Beran, arcivescovo di Praga. Desidero rendere omaggio a lui e al suo successore, il cardinale Frantisek Tomasek, che ho avuto il privilegio di conoscere personalmente, per la loro indomita testimonianza cristiana di fronte alla persecuzione. Essi, ed altri innumerevoli coraggiosi sacerdoti, religiosi e laici, uomini e donne, hanno mantenuto viva la fiamma della fede in questo Paese". "Ora che è stata recuperata la libertà religiosa, faccio appello a tutti i cittadini della Repubblica - ha continuato il Santo Padre - perché riscoprano le tradizioni cristiane che hanno plasmato la loro cultura ed esorto la comunità cristiana a continuare a far sentire la propria voce mentre la nazione deve affrontare le sfide del nuovo millennio".

    Riscoprire le radici cristiane "Se l’intera cultura europea è stata profondamente plasmata dall’eredità cristiana, ciò - ha sottolineato Benedetto XVI - è vero in modo particolare nelle terre ceche, poichè, grazie all’azione missionaria dei Santi Cirillo e Metodio nel nono secolo, l’antica lingua slava fu per la prima volta messa in iscritto. Apostoli dei popoli slavi e fondatori della loro cultura, essi a ragione sono venerati come Patroni d’Europa. E' poi degno di menzione il fatto che questi due grandi santi della tradizione bizantina incontrarono qui missionari provenienti dall’Occidente latino".

    [Edited by Caterina63 4/10/2010 10:15 AM]
    Fraternamente CaterinaLD

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    00 8/21/2010 6:28 PM
    Un antidoto....di Rino Cammilleri


    Jan Waclav Makhaiski, socialista polacco dei primi anni del Novecento, così lasciò scritto: “Il socialismo è il regime sociale basato sullo sfruttamento degli operai da parte degli intellettuali di professione”. Jean-François Revel (cfr. “La conoscenza inutile”, Longanesi 1989): “Nel 1982 il prof. Bertell Ollman, dell’università di New York, si felicitava constatando: -Una rivoluzione culturale marxista si svolge oggi nelle università americane- (Wall Street Journal, 14 marzo 1982). Il suo manuale (‘Alienazione: la concezione marxista dell’uomo nella società capitalista’) era utilizzato in più di cento università americane come testo obbligatorio, sino a raggiungere la settima ristampa”. Uno può pensare che il manuale fosse obbligatorio perchè “contro” il marxismo. Invece no. “Guenter Lewy scriveva nello stesso anno sulla Policy Rewiew: -Le idee estremiste hanno guadagnato terreno e sono penetrate in profondità nei college e nelle università, dove si trovano centinaia, forse migliaia, di professori apertamente socialisti-“.





    Falso ideale


    Il comunismo di oggi, in modo più accentuato di altri simili movimenti del passato, nasconde in sé un’idea di falsa redenzione. Uno pseudo-ideale di giustizia, di uguaglianza e di fraternità nel lavoro, pervade tutta la sua dottrina, e tutta la sua attività d’un certo falso misticismo, che alle folle adescate da fallaci promesse comunica uno slancio e un entusiasmo contagioso, specialmente in un tempo come il nostro, in cui da una distribuzione difettosa delle cose di questo mondo risulta una miseria non consueta. Si vanta anzi questo pseudo-ideale come se fosse stato iniziatore di un certo progresso economico, il quale, quando è reale, si spiega con ben altre cause, come con l’intensificare la produzione industriale in paesi che ne erano quasi privi, valendosi anche di enormi ricchezze naturali, e con l’uso di metodi brutali per fare ingenti lavori con poca spesa.

    [Brano tratto dall'Enciclica "Divini Redemptoris" del Sommo Pontefice Pio XI].






    [Edited by Caterina63 9/16/2010 9:47 AM]
    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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    Caterina63
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    00 11/29/2010 7:38 PM
    Nel XX secolo migliaia di testimoni della fede furono barbaramente ridotti al silenzio dal totalitarismo d'impronta sovietica

    Le memorie senza volto del comunismo


    Dagli archivi del cardinale Franz König storie di ordinaria persecuzione

    di Jan Mikrut
    Pontificia Università Gregoriana


    Attraverso l'esperienza maturata come responsabile dell'Ufficio cause di beatificazione dell'arcidiocesi di Vienna e curatore della redazione del nuovo Martirologio della Chiesa austriaca per l'anno 2000 e la collaborazione col Comitato nuovi martiri, che si occupava di elaborare le statistiche dei martiri cristiani per il grande Giubileo, ho potuto avere una visione mondiale delle persecuzioni del XX secolo.

    Il 24 giugno 2010 è stato aperto nell'Archivio dell'arcidiocesi di Vienna il "Kardinal-König-Archiv". Agli studiosi sono stati messi a disposizione 2.000 cartoni, contenenti il prezioso materiale riguardante la vita del cardinale fino al 1958. Oltre alla biblioteca privata del porporato sono stati messi a disposizione documenti personali, fotografie e lettere.

    Il XX secolo, caratterizzato dai grandi totalitarismi - il comunismo e il nazionalsocialismo - ha lasciato fino a oggi prove tangibili del grande coraggio nella fede dimostrato da numerosi martiri che, col sangue, dimostrarono il loro legame con Cristo e con la Chiesa. Noi oggi tenteremo di dare un volto e un nome a qualcuno di questi testimoni ridotti al silenzio con brutalità.

    Giovanni Paolo II ha sottolineato la necessità di riscoprire la memoria dei martiri e la loro testimonianza. I martiri cristiani sono coloro che hanno annunciato il Vangelo dando la vita per amore. Questa testimonianza dei martiri cristiani doveva essere riscoperta di nuovo dalla Chiesa proprio adesso, quando il XX secolo, così ricco di grandi eroi della fede, volgeva al tramonto. Il martire è un grande testimone di Cristo e, soprattutto ai nostri giorni, è segno visibile di quell'amore che riassume ogni altro valore. La sua richiesta fu ben accolta e le Chiese nazionali e gli ordini religiosi iniziarono a preparare le liste e a raccogliere i documenti ancora esistenti sui propri martiri.


    Nelle statistiche preparate della Commissione nuovi martiri per il Grande Giubileo del 2000 si contano 12.692 martiri, così ripartiti:  dall'Europa 8.670, dall'Asia 1.706, dall'Africa 746, dall'America del nord e del sud 333, dall'Oceania 126. Un gruppo particolare è dato dai 1.111 martiri dell'Unione Sovietica. Nella statistica della vecchia Europa si contano 3.970 preti diocesani, 3.159 religiosi e religiose, 1.351 laici, 134 seminaristi, 38 vescovi, 2 cardinali, 13 catechisti. In totale in Europa abbiamo avuto 8.667 testimoni di Cristo.

    Nel contesto mondiale tra i martiri si annoverano 5.173 preti diocesani, 4.872 religiosi e religiose, 2.215 laici, 124 catechisti, 164 seminaristi, 122 vescovi, 4 cardinali e 12 catecumeni.

    Il XX secolo è stato il periodo dei totalitarismi, delle due guerre mondiali, delle rivoluzioni, dei tragici genocidi e delle infinite persecuzioni religiose. Tra tutte le tragedie sopra accennate, la persecuzione più grande fu la battaglia organizzata contro il cristianesimo dal comunismo internazionale. Solo il Libro nero del comunismo curato da Stéphane Courtois offre una provvisoria statistica di 85 milioni di morti causati dal totalitarismo comunista.

    In Russia vivevano da secoli anche altre confessioni cristiane, oltre a ebrei e musulmani; ma chiunque non condividesse la nuova ideologia atea dei comunisti doveva essere allontanato con forza dalla società. Nascono così i cosiddetti Gulag, dal russo "Direzione principale dei campi di lavoro correttivi". Il numero di morti nei Gulag è ancora oggetto di indagine:  una stima provvisoria parla di tre milioni. L'incredibile persecuzione dei numerosi oppositori politici è ben nota anche grazie alle pubblicazioni scritte dagli stessi detenuti, il più famoso dei quali fu Aleksander Solzenicyn, che nel suo Arcipelago Gulag ha raccontato la tragedia dei detenuti, ha fatto conoscere la parola Gulag e l'esistenza stessa di questi campi.

    La Chiesa ortodossa russa contava nel 1917 circa 210.000 membri del clero, 100.000 monaci e oltre 110.000 preti diocesani. Circa 130.000 furono fucilati nel periodo 1917-1941. Dei 300 vescovi presenti nel 1917 in Russia, 250 di loro furono fucilati. Gli altri membri del clero sopravvissero in diverse prigioni e campi di concentramento, sottoposti a ogni genere di persecuzione. Nel 1941, nel primo periodo della guerra con la Germania, si trovavano in libertà solo quattro vescovi. È difficile presentare un numero preciso delle vittime,  secondo  le  valutazioni  il  numero totale oscilla tra 500.000 e un milione.

    Sul territorio dell'Unione Sovietica c'erano anche altre confessioni cristiane. Tra loro i cattolici di rito romano e bizantino. Nel 1917 vivevano in Russia circa 2 milioni di cattolici con circa 1.000 sacerdoti e 6.400 chiese. I cattolici romani sono stati perseguitati come minoranza straniera. La maggior parte dei cattolici presenti su questo territorio erano cittadini di origine polacca. Nel periodo 1917-1939 subirono persecuzioni sia per motivi politici che religiosi, ma la situazione peggiorò dopo il 17 settembre 1939, quando i comunisti russi invasero la Polonia e sterminarono l'intellighenzija cattolica. La popolazione di origine polacca fu deportata in Siberia e in Kazakhstan, dove dovette iniziare una vita in diaspora insieme con altri popoli.

    Il gesuita Walter Ciszek fu arrestato nel 1941 e condannato ai lavori forzati; deportato nei campi di lavoro in Siberia vi rimase per 23 anni, subendo ogni sorta di vessazione solo per il fatto di essere sacerdote cattolico. Dopo la sua liberazione fu scambiato dai comunisti con due spie sovietiche, arrestate in Europa occidentale. Dopo il 1963 visse negli Stati Uniti, fino alla morte, avvenuta nel 1984. Le sue memorie sono raccolte nel libro With God in Russia. La sua causa di beatificazione è stata avviata nel 1990.

    Dopo la fine della seconda guerra mondiale e la caduta del nazionalsocialismo, il sistema comunista trovò terreno fertile in Europa. Lo schema era ben collaudato:  la Chiesa cattolica con le sue strutture rappresentava il vecchio sistema da cui liberarsi; la religione fu declassata a strumento di manipolazione da parte dei preti e delle loro istituzioni. Il nuovo sistema ateo doveva liberare la società dall'influenza della Chiesa. Il marxismo-leninismo diventa il nuovo sistema politico-economico. Nel 1945 l'esercito russo liberò dal nazionalsocialismo tedesco grandi territori dell'Europa:  Albania, Austria, Bulgaria, Cecoslovacchia, Germania, Polonia, Romania, Ungheria. Nei Paesi dove i precedenti governi erano nazionalsocialisti come Austria, Germania, Slovacchia e Ungheria l'Armata rossa entrò come il vincitore con il diritto del bottino di guerra.

    Moltissime furono le vittime di queste rappresaglie e tra queste numerosi sacerdoti e suore. Per l'esercito russo anche i rappresentanti della Chiesa furono responsabili delle tragedie causate dai nazionalsocialisti e per questo molti sacerdoti uccisi nei primi giorni dopo la liberazione furono dichiarati pericolosi nemici del comunismo.

    I vescovi europei - rappresentati dai presidenti di tutte le conferenze episcopali del continente, radunati il 3 ottobre 2010 a Zagabria alla quarantesima sessione plenaria del Consiglio delle conferenze episcopali d'Europa (Ccee) - hanno dedicato attenzione a grandi vescovi dei Paesi del blocco comunista come Alojzije Stepinac (1898-1960) in Croazia, József Mindszenty (1892-1975) in Ungheria e Stefan Wyszynski (1901-1991) in Polonia. Il cardinale Peter Erdö ha citato la figura del porporato incarcerato per cinque anni a causa della sua fedeltà a Dio, il cardinale József Mindszenty, e uno dei membri della Chiesa che fu vittima del comunismo, il cardinale Stefan Wyszynski. Questi grandi uomini della Chiesa furono pronti a testimoniare la loro fedeltà fino al martirio. Il porporato ungherese ha definito il periodo del comunismo, senza entrare nei dettagli, come tempo difficile e complesso. I santi e i beati come Alojzije Stepinac portano nel buio la luce di Cristo e sono nostri esempi e nostri patroni celesti.

    Non mi sembra necessario raccontare qui i dettagli della vita del beato cardinale Stepinac, perché prima e dopo la beatificazione sono stati pubblicati numerosi libri che offrono un ampio profilo biografico in una storia politicamente complicata come quella della Croazia. Alla fine della guerra, dopo la fuga di Ante Pavelic e del suo governo, Stepinac rimase al suo posto a Zagabria. I comunisti avevano già iniziato a perseguitare la Chiesa. Nel marzo 1945, la Chiesa croata pubblicò una lista di sacerdoti uccisi con 149 nomi. Tito cercò di convincere l'arcivescovo Stepinac a staccarsi da Roma e fondare una Chiesa cattolica indipendente dalla Santa Sede. Ma Stepinac si oppose con forza:  "Nessun cattolico, anche a costo della vita, può eludere il suo foro supremo, la Santa Sede, altrimenti cessa di essere cattolico".

    Le vicende di due sacerdoti dell'arcidiocesi di Vienna in Austria sono illuminanti della situazione:  Johann Wolf (1892-1945) parroco a Kaltenleutgeben e Rudolf Frank (1902-1945) da Niedersulz vicino Vienna, ambedue uccisi dall'esercito russo. Johann Wolf era un prete apprezzato, orgoglioso testimone di Cristo. Dopo la partenza dei tedeschi la popolazione locale cercò di nascondersi dove poteva:  i russi cercavano alcol e oggetti di valore da portare con loro come bottino di guerra, ma, soprattutto, cercavano vendetta per le gravi perdite subite in battaglia, bruciando le case e uccidendo civili. Anche il parroco Wolf fu ucciso nella canonica insieme con sua sorella e alcuni profughi che cercavano di nascondersi.

    Rudolf Frank si diede da fare per difendere e nascondere le donne che subivano stupri dai soldati russi, ubriachi:  infatti nella zona di Niedersulz in Bassa Austria ci sono moltissime vigne e grandi cantine e i soldati vi trovarono grandissime quantità di vino. Domenica 15 aprile 1945 la popolazione aspettava l'arrivo dei russi. Si raccontava della particolare brutalità dei nuovi occupanti e in modo particolare le famiglie pensavano a un luogo dove nascondere le donne. Il sacerdote riunì nella canonica circa 300 donne, sperando di poter organizzare meglio la protezione. I soldati russi arrivarono in canonica il 16 aprile, ma il parroco chiuse le porte e si rifiutò di aprire. Un comportamento del genere era intollerabile per i nuovi padroni:  il prete fu picchiato, ma i soldati andarono via. Il giorno seguente, martedì 17 aprile, tornarono di nuovo e il sacerdote nuovamente bloccò la porta sperando di poter proteggere le donne nascoste nella canonica ma questa volta un soldato sparò due volte e ferì mortalmente il parroco.

    L'Albania fu il primo Paese europeo a dichiararsi ateo e a essere governato secondo l'ideologia comunista. Nel 1967 fu ufficialmente introdotto l'ateismo come fondamento per la vita della società e fu proibita ogni forma di culto religioso. Il governo dichiarò con orgoglio che l'Albania era diventato il primo Stato ateo del mondo. Nella nuova costituzione del Paese, approvata nel 1976, all'articolo 37 recitava "lo Stato non riconosce alcuna religione e sostiene la propaganda atea per infondere alle persone la visione scientifico-materialista del mondo". Il governo procedette alla confisca di moschee, chiese, monasteri e sinagoghe. Gli edifici di culto furono trasformati in musei o uffici pubblici, magazzini, cinema, stalle per animali. Ai genitori fu proibito dare ai figli nomi con riferimenti religiosi. In seguito furono uccisi a Tirana i primi due sacerdoti, Lazër Shantoja e Mark Gjani. Nel 1947 fu ucciso a Scutari il gesuita Ndoc Saraci.
     
    Un anno dopo, nel 1948, furono fucilati i vescovi Gjergj Volaj e Frano Gjini e, nel 1949, dopo terribili torture, morì in prigione l'arcivescovo di Tirane-Durrës Vincenz Nikollë Prennushi. Colpire duramente la comunità cattolica significava cancellare la lunga e tollerante tradizione del Paese per far posto alla nuova e aggressiva ideologia comunista. In Albania furono uccisi 5 vescovi, 60 sacerdoti, 30 religiosi francescani, 13 gesuiti, 10  seminaristi  e 8 suore. La lista non è  ancora  completa,  mancano  i  martiri laici uccisi durante il periodo comunista.
     
    Tra le figure di spicco della resistenza religiosa va in primo luogo ricordato coraggioso padre Mikel Koliqi (1902-1997), creato cardinale da Giovanni Paolo II nel 1994. Padre Mikel Koliqi era stato condannato ai lavori forzati già nel 1945, con la banale accusa di ascoltare le stazioni straniere della radio.

    In Romania numerosi vescovi, monaci e preti furono arrestati dalla polizia segreta e molti laici vennero reclusi nei campi di lavoro. Come esempio di persecuzione ricordo la vita di monsignor Anton Durcovici (1888-1951), eroico vescovo della diocesi di Iasi in Romania al confine con la Repubblica Moldava. Nel 1948 la Chiesa romano-cattolica in Romania era organizzata in cinque diocesi, 694 parrocchie, 1.225 chiese e 835 sacerdoti. La Chiesa greco-cattolica aveva cinque diocesi, 2.536 chiese, 1.794 parrocchie, 1.788 sacerdoti.

    La pacifica convivenza delle varie nazionalità e culture che da secoli vivevano in pace e tolleranza fu improvvisamente distrutta dal nuovo sistema politico del dopo guerra. I comunisti per principio non volevano condividere il potere con nessun altro gruppo politico o religioso.

    Già dall'inizio le organizzazioni religiose erano oggetto di un'organizzata persecuzione da parte del governo comunista. Centinaia di sacerdoti furono arrestati e in seguito portati nei campi di lavori forzati, dove, maltrattati, molti morivano in poco tempo.

    Il 26 giugno 1949 Durcovici fu arrestato mentre viaggiava su un tram insieme con un altro sacerdote, Rafael Friedrich. In quel periodo furono arrestati tutti i cinque vescovi e la Chiesa rimase senza guida, a parte alcuni sacerdoti ancora in libertà. Il vescovo dovette subire terribili maltrattamenti, privato del cibo e nel totale isolamento, senza bagno. Per farlo soffrire ancora di più i poliziotti gli tolsero i vestiti. Un sacerdote prigioniero, incaricato della pulizia del corridoio, poté avvicinarsi alla porta della cella senza destare sospetti e dire qualche parola a voce bassa al suo vescovo. Lui riconobbe la sua voce e lo informò in lingua latina, sconosciuta ai poliziotti, che stava soffrendo molto ed era ormai prossimo alla morte per la fame e per le ferite; sdraiato sul pavimento tra la sporcizia e gli escrementi, per lui non era più possibile muoversi. Alla fine del brevissimo colloquio chiese al sacerdote prigioniero di dargli l'assoluzione dei peccati in caso di morte e anche la sua benedizione. Probabilmente già il 10 dicembre il  coraggioso vescovo e martire Anton Durcovici morì nella sua cella.

    Secondo le informazioni fornite dagli studiosi rumeni, nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale, dei circa 3.331 sacerdoti cattolici, di ambedue i riti, ne furono uccisi circa 1.405.
    In Slovenia la storia ebbe lo stesso percorso. Anton Vovk (1900-1963) venne nominato vescovo (e poi arcivescovo) di Ljubljana il 26 novembre 1959. Giovanni XXiii lo definì "martire del XX secolo". Dopo la seconda guerra mondiale vescovi, sacerdoti e fedeli subirono una dura repressione. Alla fine della guerra circa 300 sacerdoti e religiosi sloveni furono espulsi dal partito comunista. Alcuni furono uccisi senza processo, altri ancora furono condannati dai tribunali popolari senza nessuna ragione, spesso patirono lunghi anni di prigione. Nel solo maggio 1945 furono arrestati 50 preti. Negli anni 1945-1961 furono condannati senza processo 425 sacerdoti. Lo stato comunista ridusse pesantemente la libertà di culto e proibì ogni attività fuori dalle parrocchie.

    Il vescovo Anton Vovk era solito viaggiare con i mezzi pubblici, accompagnato, per motivi di sicurezza, da altri sacerdoti. Anche il 20 gennaio 1952 viaggiava in compagnia di altre persone da Ljubljana a Nové Mesto per la benedizione dell'organo nella chiesa parrocchiale di Stopice. Sullo stesso treno si trovavano anche agenti della polizia, che avevano progettato un attentato ai suoi danni. Appena il treno entrò in una galleria, sulle vesti del vescovo fu gettato un liquido maleodorante e infiammabile. Alla stazione di Nové Mesto il vescovo scese dal treno, ma fu subito assalito da un gruppo di persone che lo costrinsero a risalire, non prima però di aver gettato della benzina sulla sua veste e aver appiccato il fuoco. La folla, invece di intervenire in suo aiuto, gridava con furore:  "brucia diavolo, crepa diavolo!". Anche la polizia non intervenne.

    Il vescovo non perse il sangue freddo e si liberò dai vestiti in fiamme. Il fuoco aveva provocato gravi ferite sul volto e sulla gola, dove il collarino di plastica gli procurò una cicatrice che gli rimase per tutta la vita. Quando le fiamme si spensero un poliziotto lo accompagnò nel vicino edificio della stazione, dove fu di nuovo aggredito da un gruppo di attivisti comunisti. Con la scusa di espletare le formalità fu ritardata l'opera del medico. Portato finalmente nell'ospedale fu medicato sommariamente e rimandato subito a Ljubljana con il primo treno disponibile. Dopo una grave malattia, l'arcivescovo Anton Vovk morì il 7 luglio 1963. L'inchiesta diocesana della causa di beatificazione si è conclusa il 12 ottobre 2007 e il 26 ottobre i documenti sono stati portati in Vaticano.

    Uno dei più grandi desideri irrealizzati di Giovanni Paolo II fu quello di poter visitare la Russia, ma riuscì solo a visitare alcuni Paesi della dissolta Unione Sovietica. La visita in Ucraina fu un'occasione per pregare insieme a un milione di fedeli, ma anche per commemorare, quel 27 giugno 2001, il sacrificio di 27 martiri, di cui 9 vescovi, sacerdoti e laici elevati alla gloria degli altari. Le persecuzioni in Ucraina iniziano con l'arrivo dell'Armata rossa, nel marzo 1944. L'arcivescovo Andrej Szeptickyi, già vecchio e malato, morì il 1° novembre 1944. I comunisti, ancora negli ultimi giorni della guerra, arrestarono tutti i vescovi greco-cattolici sul territorio nazionale.

    Il loro destino fu contrassegnato da numerose prigionie, processi farsa o inesistenti, totale isolamento nei campi di lavoro, lontani dalle loro comunità. Il beato vescovo di Mukachevo, Theodore Romzha (1914-1947) fu il più giovane vescovo della Chiesa greco-cattolica. Nel 1946 lo Stato sovietico incorporò le diocesi greco-cattoliche nel patriarcato ortodosso di Mosca. Solo la diocesi greco-cattolica di Mukachevo funzionava ancora. I servizi segreti cercavano da tempo un modo per uccidere il vescovo Theodore Romzha. In Unione Sovietica i sacerdoti non avevano diritto di spostarsi senza autorizzazione della milizia così anche il vescovo chiese un permesso per poter visitare una parrocchia. Questa informazione fu usata dai persecutori per organizzare un falso incidente stradale e uccidere il vescovo senza destare sospetti, temendo una reazione della popolazione. Il 27 ottobre 1947 l'auto del vescovo fu investita da un pesante camion ma il vescovo, vedendo gli attentatori armati con spranghe di ferro, ancorché ferito, riuscì a fuggire e venne ricoverato in gravissime condizioni all'ospedale di Mukachevo. Con il passare dei giorni le sue condizioni stavano migliorando. Ma un'infermiera, il 1 novembre 1947, lo uccise avvelenandolo con il curaro. Il 27 giugno 2001, Theodore Romzha è stato proclamato beato da Giovanni Paolo II a Leopoli.

    La vita di Josyf Ivanovyc Slipyj illustra al meglio la situazione ucraina. Il 22 dicembre 1939 fu consacrato arcivescovo con diritto di successione, diventò capo della Chiesa Cattolica Ucraina il 1 novembre 1944. Slipyj fu arrestato l'11 aprile 1945. Dopo un processo farsa nel 1946, venne condannato per attività antisovietica a otto anni di prigionia, che scontò nei diversi Gulag. Nel 1954 venne di nuovo riportato in Siberia, questa volta per quattro anni. Nel 1959 sopportò un secondo processo e una nuova condanna, questa volta a sette anni di Gulag. Fu nominato cardinale in pectore fin dal 1960 e il 22 febbraio 1965 arcivescovo maggiore da Paolo VI. Slipyj morì il 7 settembre 1984.

    Anche in Ungheria l'arrivo dell'Armata rossa segna l'inizio delle persecuzioni. Il sacrificio del vescovo di Gyor, Vilmos Apor, e la lotta per i diritti umani fatta da József Mindszenty, sono solo i due esempi più noti. La rottura con la Santa Sede si consumò il 4 aprile  1945,  con  la  partenza  del nunzio monsignor Angelo Rotta da Budapest. I comunisti russi portarono in Ungheria un gruppo di comunisti ungheresi, preparati a Mosca, con il compito di prendere il potere politico nel Paese. La Chiesa cattolica in Ungheria fu dichiarata un'organizzazione contraria agli interessi dei sovietici. Nel 1948 fu proclamata la separazione fra Stato e Chiesa e i sacerdoti dovettero restringere le loro l'attività all'interno delle chiese. Il Partito comunista ungherese desiderava con tutti mezzi prima  di  tutto  diffondere  l'ideologia materialista fra i giovani e la classe operaia.

    Pio xii nominò il 15 settembre 1945 József Mindszenty nuovo arcivescovo di Esztergom. Mindszenty si impegnò a difendere le posizioni della Chiesa, i suoi diritti e la stabilità delle sue istituzioni senza compromessi politici. Il nuovo potere intensificò la campagna diffamatoria contro Mindszenty e la Chiesa cattolica. I comunisti speravano di riuscire a far spostare Mindszenty dall'Ungheria, con l'aiuto del Vaticano. Visto che questi tentativi fallirono, decisero di arrestarlo a Esztergom il 26 dicembre 1948. In un processo farsa, l'8 febbraio 1949, fu condannato all'ergastolo ma venne liberato durante la rivoluzione nel 1956. Il 4 novembre 1956 si rifugiò nell'ambasciata americana, dove restò fino al 1971, quando gli fu consentito di recarsi a Vienna. Nelle trattative ebbe un ruolo importante l'arcivescovo di Vienna, il cardinale Franz König.

    Vilmos Apor nacque il 29 febbraio 1892 ad Alba Julia. Nel 1894 la famiglia si trasferì a Vienna dove Vilmos frequentò la scuola; successivamente completò i suoi studi tra l'Ungheria e l'Austria. Il 24 agosto 1915 venne ordinato sacerdote. Nell'agosto 1918 venne nominato parroco di Gyula:  aveva 26 anni e fu il più giovane parroco d'Ungheria. Consacrato vescovo il 24 febbraio, prese possesso della diocesi il 2 marzo 1941. Nello stesso anno l'Ungheria entrò in guerra a fianco della Germania. Quando in Ungheria furono introdotte le leggi razziali, Apor prese posizione in favore delle vittime dell'ingiustizia e tentò tutto ciò che era in suo potere per proteggere gli abitanti della sua diocesi.

    Quando il 19 marzo 1944 le truppe tedesche invasero l'Ungheria, Apor condannò in cattedrale il razzismo antiebraico. Si oppose, in una lettera del 28 maggio 1944, diretta al ministro degli Interni, alla costruzione di un ghetto a Gyor, pur conoscendo le conseguenze a cui sarebbe andato incontro. Iniziata la deportazione in massa, creò gruppi di soccorso lungo il percorso dei convogli, salvando da morte migliaia di ebrei. Nel frattempo l'avanzata dell'Armata rossa era preceduta da terrificanti notizie circa il comportamento dei soldati. Egli aprì il suo palazzo a tutti coloro che cercavano rifugio.
    Nel Natale del 1944, le truppe sovietiche iniziarono l'invasione, stuprando donne e uccidendo chiunque si opponesse. Il 28 marzo 1945, Mercoledì santo, Apor andò incontro ai primi soldati russi:  li accolse con calma dichiarando che quanti si trovavano nel castello erano posti sotto la sua protezione. Non si allontanò dall'ingresso e vegliò giorno e notte per proteggere i trecento rifugiati. Verso la sera del Venerdì santo si presentarono all'ingresso dei sot