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  Io sto col Papa 2 - Papa Francesco e la coscienza



Autore: Jacob, Giovanna  Curatore: Leonardi, Enrico



lunedì 21 ottobre 2013


Ma adesso esaminiamo la frase del Papa che ha suscitato maggiore scandalo. Scalfari ha chiesto al Papa: «Santità esiste una visione del Bene unica? E chi la stabilisce?».
Il Papa ha riposto: «Ciascuno di noi ha una sua visione del Bene e anche del Male. Noi dobbiamo incitarlo a procedere verso quello che lui pensa sia il Bene (…) Ciascuno ha una sua idea del Bene e del Male e deve scegliere di seguire il Bene e combattere il Male come lui li concepisce. Basterebbe questo per migliorare il mondo» (Eugenio Scalfari, “Il Papa: così cambierò la Chiesa”, La Repubblica, 1 ottobre 2013).

All’apparenza, sembra che il Papa stia avallando una visione soggettivistica e relativistica della verità. Quindi si potrebbe obiettare: ma se qualcuno pensa che uccidere ebrei e disabili sia bene, dobbiamo incitarlo ad ammazzare ebrei e disabili?
Evidentemente, il Papa non intendeva mettere relativisticamente tutte le visioni del Bene e del Male sullo stesso piano. Sebbene in questa sede la legge naturale non la nomini neppure, è chiaro che il Papa si riallaccia implicitamente ad una ormai millenaria tradizione di giusnaturalismo cattolico secondo cui ogni uomo è dotato alla nascita di una coscienza morale che tende a seguire la legge naturale. Dal momento che è del tutto contraria alla legge naturale, la concezione del Bene e del Male secondo cui è giusto ammazzare ebrei e disabili o dissidenti o chiunque altro non può essere considerata valida. 

A questo punto De Marco obietta: «Forse Papa Francesco voleva dire che l’uomo, secondo la dottrina cattolica della legge naturale, ha la capacità originaria, un impulso primario e fondamentale dato (non “suo” particolare, ma universalmente dato) da Dio, di distinguere ciò che è in sé Bene da ciò che è in sé Male. Ma qui si inserisce il mistero del peccato e della grazia.
Si può esaltare Agostino, come il Papa fa, e omettere che in “ciò che l’uomo può pensare sia il bene” opera sempre anche il peccato? Che ne è della dialettica tra la città di Dio e la città dell’uomo e del diavolo, “civitas” dell’amore di sé? Se il Bene fosse ciò che l’individuo pensa sia bene, e la convergenza di questi pensieri salvasse l’uomo, che necessità vi sarebbe stata della legge positiva in genere, della legge di Dio in particolare, e dell’incarnazione del Figlio

(Pietro De Marco, “Un messaggio allo stato liquido”, 2 ottobre 2013).

Gnocchi e Palmaro aggiungono: «A Vaticano II già concluso e a postconcilio più che ben avviato, nel capitolo 32 della “Veritatis splendor”, Giovanni Paolo II scriveva, contestando “alcune correnti del pensiero moderno”, che “si sono attribuite alla coscienza individuale le prerogative di un’istanza suprema del giudizio morale, che decide categoricamente e infallibilmente del bene e del male (…) tanto che si è giunti a una concezione radicalmente soggettivista del giudizio morale”. Anche il “normalista” più estroso dovrebbe trovare difficile conciliare il Bergoglio 2013 con il Wojtyla 1993»
(Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro, “Questo Papa non ci piace”, Il foglio, 9 ottobre 2013).

Non c’è dubbio che, in ogni individuo che non sia stato toccato direttamente dalla grazia, il peccato tenda a zittire la coscienza morale, portando così l’intelligenza a formulare visioni errate del Bene e del Male. Quindi non c’è dubbio che l’uomo non potrà mai riconoscere pienamente il Bene morale, e tantomeno potrà riuscire a metterlo in pratica, se Cristo non lo libera dal peccato.
Nessuno, tanto meno il Papa, si permetterebbe mai anche solo di insinuare che la coscienza morale da sola possa indicare all’uomo la strada giusta ed aiutarlo a seguirla, salvandolo.

Quindi, non è corretto quanto dicono Gnocchi e Palmaro: il Bergoglio del 2013 non si discosta per nulla dal Wojtyla del 1993.
Francesco I non dice che la coscienza morale individuale è infallibile, bensì che anche i non credenti ne hanno una.
Si potrebbe dire che per Francesco I la coscienza individuale non è tutto ma è comunque molto. Consideriamo per un attimo le persone che non hanno ancora incontrato Cristo. La loro coscienza morale tace del tutto? Assolutamente no.
Per quanto possa essere forte l’inevitabile influsso del peccato, la coscienza continua a funzionare lo stesso. Sembra che continui a funzionare perfino in coloro che abbracciano visioni ideologiche basate sul Male, come il nazismo o il comunismo. Il nazista magari si dice convinto che ammazzare gli ebrei è giusto, ripetendo a memoria gli argomenti darwinisti ed eugenetici della propaganda nazista, ma in cuor suo sa che quello non è giusto.
Secondo molteplici testimonianze, la maggior parte degli aguzzini nazisti erano soliti stordirsi di alcol proprio per mettere a tacere gli inevitabili rimorsi. Neppure l’uomo più insensibile del mondo riuscirebbe a mandare ogni giorno centinaia di persone nelle camere a gas senza provare mai nulla. D’altra parte il terrorista solitario Anders Breivik ha dichiarato che, per riuscire a portare a termine la sua impresa criminale, ha dovuto allenarsi per anni a mettere a tacere la sua coscienza.
Ma non pensiamo solo agli aguzzini: presumibilmente anche i sostenitori di presunti “diritti” anti-umani quali il “diritto” all’aborto devono combattere contro la loro coscienza, anche se naturalmente non lo ammetteranno mai. Secondo una vastissima letteratura scientifica, quasi tutte le donne che hanno abortito patiscono per tutta la vita le conseguenze psicologiche di quello che hanno fatto. 

Dunque la coscienza non smette di funzionare del tutto neppure nei criminali nazisti, figuriamoci negli altri. Ma facciamo un passo avanti: tutti quelli che non hanno ancora incontrato Cristo abbracciano necessariamente visioni ideologiche malvagie e commettono necessariamente crimini contro l’umanità? Non mi sembra proprio. Possiamo affermare in tutta sicurezza che anche fra i non credenti ci sono molte brave persone. Certamente la loro coscienza naturale, non essendo illuminata dalla grazia, non riesce a formulare una visione del Bene e del Male assolutamente perfetta ossia perfettamente aderente alla legge naturale, che poi coincide con la legge divina.
Tuttavia, come detto, non sarà neppure necessariamente contraria ad essa. Assumendo dunque che solo la visione cristiana è perfetta, ebbene fra le tante differenti visioni non cristiane del Bene e del Male che ci sono sulla faccia della terra, alcune sono meno imperfette delle altre: anche se non coincidono perfettamente con la legge naturale, tuttavia non collidono neppure apertamente con essa, ossia rispettano perlomeno le norme elementari del “contratto sociale” difese dalle leggi positive (non uccidere, non rubare eccetera). Quindi, il cristiano non può tollerare le visioni che prevedono cose come che l'aborto e il matrimonio gay, mentre invece valorizza ad esempio la visione dei buddisti del monte Koya, che vedremo poco oltre.

Era a queste visioni non perfette ma neppure malvagie che il Papa si riferiva quando diceva: «Ciascuno ha una sua idea del Bene e del Male e deve scegliere di seguire il Bene e combattere il Male come lui li concepisce». Fra queste visioni non possiamo certamente includere il comunismo, ma i comunisti non sono il comunismo.

Il comunismo è cattivo per una serie di ragioni che non sto a ripetere, ma gran parte dei comunisti non lo sanno.
E’ risaputo che, almeno in Italia, la “base” comunista non era in grado di addentrarsi nelle foreste insidiose e tenebrose del pensiero di Marx e dei suoi seguaci.
Il comunismo in cui credevano e tuttora credono in molti non è il vero comunismo, quello di Marx, ma una versione annacquata del comunismo, un comunismo sentimentale e filantropico, che mira a porre fine alla povertà senza tuttavia eliminare fisicamente i “nemici di classe”.
Con questi comunisti si può dialogare perché hanno comunque una idea del Bene non del tutto imperfetta.
Della distinzione fra comunismo e comunisti tiene conto innanzitutto il Papa, che nell’intervista del 1 ottobre da una parte puntualizza che il comunismo non lo ha mai convinto («Il suo materialismo non ebbe alcuna presa su di me»), dall’altra ricorda con affetto, definendola «persona coraggiosa ed onesta», la sua insegnante comunista, che finì torturata e uccisa dal regime
(Eugenio Scalfari, “Il Papa: così cambierò la Chiesa”, La Repubblica, 1 ottobre 2013).

Chi rimane attaccato ad una idea sbagliata perché in cuor suo la crede giusta, non solo non commette peccato ma anzi, in un certo senso, è virtuoso.

Nelle Lettere di Berlicche di C. S. Lewis, l'esperto tentatore Berlicche insegna al nipote che Dio «fa spesso bottino di esseri umani che hanno dato la vita per ideali che Egli pensa cattivi, per la ragione mostruosamente sofistica che gli esseri umani li credevano buoni e che agivano nel miglior modo che sapevano» (C. S. Lewis, Le lettere di Berlicche, Jaca Book 1990, pag. 23).

Come abbiamo visto, Francesco I non afferma né esplicitamente né implicitamente che la coscienza individuale è infallibile.
Tuttavia è vero che, quando parla con Scalfari, pone una enfasi che può apparire eccessiva sulla coscienza morale individuale. Ma bisogna tenere presente che una intervista pubblicata su La Repubblica è cosa ben diversa da una enciclica.

Probabilmente in una enciclica il Papa userebbe parole diverse e ridimensionerebbe molto il ruolo della coscienza individuale. Ma le encicliche sono scritte ad uso e consumo dei credenti.
Su La Repubblica il Papa non si rivolge ai credenti ma ai non credenti, in primo luogo a Scalfari. Con i non credenti bisogna dialogare, non fare lezioni di catechismo assumendo quell'atteggiamento arrogante che si chiama "proselitismo".
Il Papa ha detto che «il proselitismo è una solenne sciocchezza, non ha senso» (Eugenio Scalfari, “Il Papa: così cambierò la Chiesa”, La Repubblica, 1 ottobre 2013).

Anche in queste parole Mattia Rossi riesce a trovare chiari indizi di eresia: «Cercare la conversione dell’altro non è una “sciocchezza”; lo si può fare in maniera sciocca, oppure sublime come in molti santi» (Mattia Rossi, “Francesco sta fondando una nuova religione opposta al Magistero cattolico”, Il foglio, 11 ottobre 2013).
Massimo Introvigne sgombra il campo dagli equivoci: «Chi conosce i documenti della Chiesa su ecumenismo e dialogo, sa che da decenni questi condannano il “proselitismo” come modo petulante e aggressivo di tirare per la giacca i potenziali convertiti, contrapponendolo alla «missione» che procede in modo graduale e rispettoso, partendo da quanto il missionario e il suo interlocutore hanno in comune. Sì, nel dialogo non c’è nessun proselitismo. Ma c’è tanta missione» (Massimo Introvigne, “Il Papa a Scalfari: la grazia può toccare anche lei”, La bussola quotidiana, 1 ottobre 2013).

Insomma, dialogare non significa rinunciare ad annunciare la Verità con la maiuscola ma farlo in maniera graduale, rispettando le convinzioni degli altri.






Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)