00 10/21/2009 12:56 PM
Solet annuere
Bolla - Onorio III


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Approvazione della Regola dei frati minori

ONORIO, VESCOVO, SERVO DEI SERVI DI DIO, AI DILETTI FIGLI, FRATE FRANCESCO E AGLI ALTRI FRATI DELL’ORDINE DEI FRATI MINORI, SALUTE E APOSTOLICA BENEDIZIONE.

La Sede Apostolica suole accondiscendere ai pii voti e accordare benevolo favore agli onesti desideri dei richiedenti. Pertanto, diletti figli nel Signore, noi, accogliendo le vostre pie suppliche, vi confermiamo con l’autorità apostolica, la Regola del vostro Ordine, approvata dal nostro predecessore papa Innocenzo, di buona memoria e qui trascritta, e l’avvaloriamo con il patrocinio del presente scritto. La Regola è questa:

Capitolo I

Nel Nome del Signore incomincia la vita dei Frati Minori

La Regola e vita dei frati minori è questa, cioè osservare il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo, vivendo in obbedienza, senza nulla di proprio e in castità.
Frate Francesco promette obbedienza e reverenza al signor papa Onorio e ai suoi successori canonicamente eletti e alla Chiesa romana. E gli altri frati siano tenuti a obbedire a frate Francesco e ai suoi successori.

Capitolo II

Di coloro che vogliono intraprendere questa vita e come devono essere ricevuti

Se alcuni vorranno intraprendere questa vita e verranno dai nostri frati, questi li mandino dai loro ministri provinciali, ai quali soltanto e non ad altri sia concesso di ammettere i frati. I ministri, poi, diligentemente li esaminino intorno alla fede cattolica e ai sacramenti della Chiesa.
E se credono tutte queste cose e le vogliono fedelmente professare e osservare fermamente fino alla fine; e non hanno mogli o, qualora le abbiano, esse siano già entrate in monastero o abbiano dato loro il permesso con l’autorizzazione del vescovo diocesano, dopo aver fatto voto di castità; e le mogli siano di tale età che non possa nascere su di loro alcun sospetto; dicano ad essi la parola del santo Vangelo (cf Mt 19,21), che "vadano e vendano tutto quello che posseggono e procurino di darlo ai poveri". Se non potranno farlo, basta ad essi la buona volontà.
E badino i frati e i loro ministri di non essere solleciti delle loro cose temporali, affinché dispongano delle loro cose liberamente, secondo l’ispirazione del Signore. Se tuttavia fosse loro chiesto un consiglio i ministri abbiano la facoltà di mandarli da persone timorate di Dio, perché con il loro consiglio i beni vengano elargiti ai poveri. Poi concedano loro i panni della prova cioè due tonache senza cappuccio e il cingolo e i pantaloni e il capperone fino al cingolo a meno che qualche volta ai ministri non sembri diversamente secondo Dio. Terminato, poi, I’anno della prova, siano ricevuti all’obbedienza, promettendo di osservare sempre questa vita e Regola.
E in nessun modo sarà loro lecito di uscire da questa Religione, secondo il decreto del signor Papa; poiché, come dice il Vangelo, "nessuno che mette la mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio" (Lc 9, 62).

E coloro che hanno già promesso obbedienza, abbiano una tonaca con il cappuccio e un’altra senza, coloro che la vorranno avere. E coloro che sono costretti da necessità possano portare calzature. E tutti i frati si vestano di abiti vili e possano rattopparli con sacco e altre pezze con la benedizione di Dio. Li ammonisco, però, e li esorto a non disprezzare e a non giudicare gli uomini che vedono vestiti di abiti molli e colorati ed usare cibi e bevande delicate, ma piuttosto ciascuno giudichi e disprezzi se stesso.

Capitolo III

Del divino ufficio e del digiuno e come i frati debbono andare per il mondo

I chierici recitino il divino ufficio, secondo il rito della santa Chiesa romana, eccetto il salterio, e perciò potranno avere i breviari.

l laici, invece, dicano ventiquattro Pater noster per il mattutino, cinque per le lodi; per prima, terza, sesta, nona, per ciascuna di queste ore, sette; per il Vespro dodici; per compieta sette; e preghino per i defunti.

E digiunino dalla festa di Tutti i Santi fino alla Natività del Signore. La santa Quaresima, invece, che incomincia dall’Epifania e dura ininterrottamente per quaranta giorni, quella che il Signore consacrò con il suo santo digiuno, coloro che volontariamente la digiunano siano benedetti dal Signore, e coloro che non vogliono non vi siano obbligati. Ma l’altra, fino alla Resurrezione del Signore, la digiunino.

Negli altri tempi non siano tenuti a digiunare, se non il venerdì. Ma in caso di manifesta necessità i frati non siano tenuti al digiuno corporale.

Consiglio invece, ammonisco ed esorto i miei frati nel Signore Gesù Cristo che, quando vanno per il mondo, non litighino ed evitino le dispute di parole (cf 2 Tim 2,14), e non giudichino gli altri; ma siano miti, pacifici e modesti, mansueti e umili, parlando onestamente con tutti, così come conviene. E non debbano cavalcare se non siano costretti da evidente necessità o infermità.
In qualunque casa entreranno dicano, prima di tutto: Pace a questa casa (cf Lc 10, 5); e, secondo il santo Vangelo, è loro lecito mangiare di tutti i cibi che saranno loro presentati (cf Lc 10, 8).


Capitolo IV

Che i frati non ricevano denari

Comando fermamente a tutti i frati che in nessun modo ricevano denari o pecunia, direttamente o per interposta persona. Tuttavia, i ministri e i custodi, ed essi soltanto, per mezzo di amici spirituali, si prendano sollecita cura per le necessità dei malati e per vestire gli altri frati, secondo i luoghi e i tempi e i paesi freddi, così come sembrerà convenire alla necessità, salvo sempre il principio, come è stato detto, che non ricevano denari o pecunia.

Capitolo V

Del modo di lavorare

Quei frati ai quali il Signore ha concesso la grazia di lavorare, lavorino con fedeltà e con devozione così che, allontanato l’ozio, nemico dell’anima, non spengano lo spirito della santa orazione e devozione, al quale devono servire tutte le altre cose temporaIi. Come ricompensa del lavoro ricevano le cose necessarie al corpo, per sé e per i loro fratelli, eccetto denari o pecunia, e questo umilmente, come conviene a servi di Dio e a seguaci della santissima povertà.


Capitolo VI

Che i frati di niente si approprino e del chiedere l'elemosina e dei frati infermi
I frati non si approprino di nulla, né casa, né luogo, né alcuna altra cosa. E come pellegrini e forestieri (cf 1 Pt 2, 11) in questo mondo, servendo al Signore in povertà ed umiltà, vadano per l’elemosina con fiducia. Né devono vergognarsi, perché il Signore si è fatto povero per noi in questo mondo (cf 2 Cor 8, 9). Questa è la sublimità dell’altissima povertà quella che ha costituito voi, fratelli miei carissimi, eredi e re del regno dei cieli, vi ha fatto poveri di cose e ricchi di virtù. (cf Gc 2, 5). Questa sia la vostra parte di eredità, quella che conduce fino alla terra dei viventi. (cfr Sl 141, 6). E, aderendo totalmente a questa povertà, fratelli carissimi, non vogliate possedere niente altro in perpetuo sotto il cielo, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo.
E ovunque sono e si incontreranno i frati, si mostrino familiari tra loro reciprocamente. E ciascuno manifesti con fiducia all’altro le sue necessità, poiché se la madre nutre e ama il suo figlio carnale (cf 1 Tim 2, 7), quanto più premurosamente uno deve amare e nutrire il suo fratello spirituale?
E se uno di essi cadrà malato, gli altri frati lo devono servire come vorrebbero essere serviti essi stessi.

Capitolo VII

Della penitenza da imporsi ai frati che peccano

Se dei frati, per istigazione del nemico, avranno mortalmente peccato, per quei peccati per i quali sarà stato ordinato tra i frati di ricorrere ai soli ministri provinciali, i predetti frati siano tenuti a ricorrere ad essi, quanto prima potranno senza indugio. I ministri, poi, se sono sacerdoti, loro stessi impongano con misericordia ad essi la penitenza; se invece non sono sacerdoti, la facciano imporre da altri sacerdoti dell’Ordine, così come sembrerà ad essi più opportuno, secondo Dio. E devono guardarsi dall’adirarsi e turbarsi per il peccato di qualcuno, perché l’ira ed il turbamento impediscono la carità in sé e negli altri.

Capitolo VIII

Della elezione del Ministro generale di questa fraternità e del Capitolo di Pentecoste
Tutti i frati siano tenuti ad avere sempre uno dei frati di quest’Ordine come ministro generale e servo di tutta la fraternità e a lui devono fermamente obbedire. Alla sua morte, l’elezione del successore sia fatta dai ministri provinciali e dai custodi nel Capitolo di Pentecoste, al quale i ministri provinciali siano tenuti sempre ad intervenire, dovunque sarà stabilito dal ministro generale; e questo, una volta ogni tre anni o entro un termine maggiore o minore, così come dal predetto ministro sarà ordinato.

E se talora ai ministri provinciali ed ai custodi all’unanimità sembrasse che detto ministro non fosse idoneo al servizio e alla comune utilità dei frati, i predetti frati ai quali è commessa l’elezione, siano tenuti, nel nome del Signore, ad eleggersi un altro come loro custode. Dopo il Capitolo di Pentecoste, i singoli ministri e custodi possano, se vogliono e lo credono opportuno, convocare, nello stesso anno, nei loro territori, una volta i loro frati a capitolo.


Capitolo IX

Dei predicatori

I frati non predichino nella diocesi di alcun vescovo qualora dallo stesso vescovo sia stato loro proibito. E nessun frate osi affatto predicare al popolo, se prima non sia stato esaminato ed approvato dal ministro generale di questa fraternità e non abbia ricevuto dal medesimo l’ufficio della predicazione.

Ammonisco anche ed esorto gli stessi frati che nella loro predicazione le loro parole siano ponderate e caste a utilità e a edificazione del popolo, annunciando ai fedeli i vizi e le virtù, la pena e la gloria con brevità di discorso poiché il Signore sulla terra parlò con parole brevi.


Capitolo X

Dell'ammonizione e della correzione dei frati

I frati, che sono ministri e servi degli altri frati, visitino ed ammoniscano i loro frati e li correggano con umiltà e carità, non comandando ad essi niente che sia contro alla loro anima e alla nostra Regola. I frati, poi, che sono sudditi, si ricordino che per Dio hanno rinnegato la propria volontà. Perciò comando loro fermamente di obbedire ai loro ministri in tutte quelle cose che promisero al Signore di osservare e non sono contrarie all’anima e alla nostra Regola. E dovunque vi siano dei frati che si rendono conto e riconoscano di non poter osservare spiritualmente la Regola, debbano e possono ricorrere ai loro ministri. I ministri, poi, li accolgano con carità e benevolenza e li trattino con tale familiarità che quelli possano parlare e fare con essi così come parlano e fanno i padroni con i loro servi; infatti, così deve essere, che i ministri siano i servi di tutti i frati.

Ammonisco, poi, ed esorto nel Signore Gesù Cristo, che si guardino i frati da ogni superbia, vana gloria, invidia, avarizia (cf Lc 12, 15), cure o preoccupazioni di questo mondo, dalla detrazione e dalla mormorazione. E coloro che non sanno di lettere, non si preoccupino di apprenderle, ma facciano attenzione che ciò che devono desiderare sopra ogni cosa è di avere lo Spirito del Signore e la sua santa operazione, di pregarlo sempre con cuore puro e di avere umiltà, pazienza nella persecuzione e nella infermità, e di amare quelli che ci perseguitano e ci riprendono e ci calunniano, poiché dice il Signore: "Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano e vi calunniano (Mt. 5, 44). Beati quelli che sono perseguitati per la giustizia, poiché di essi e il regno dei cieli (Mt. 5, 10). E chi persevererà fino alla fine, questi sarà salvo" (Mt.10, 22).

Capitolo XI

Che i frati non entrino nei monasteri delle monache

Comando fermamente a tutti i frati di non avere rapporti o conversazioni sospette con donne, e di non entrare in monasteri di monache, eccetto quelli ai quali è stata data dalla Sede Apostolica una speciale licenza. Né si facciano padrini di uomini o di donne affinché per questa occasione non sorga scandalo tra i frati o riguardo ai frati.

Capitolo XII

Di coloro che vanno tra i saraceni e tra gli altri infedeli

Quei frati che, per divina ispirazione, vorranno andare tra i Saraceni e tra gli altri infedeli, ne chiedano il permesso ai loro ministri provinciali. I ministri poi non concedano a nessuno il permesso di andarvi se non a quelli che riterranno idonei ad essere mandati.
Inoltre, impongo per obbedienza ai ministri che chiedano al signor Papa uno dei cardinali della santa Chiesa romana, il quale sia governatore, protettore e correttore di questa fraternità, affinché, sempre sudditi e soggetti ai piedi della medesima santa Chiesa, stabili nella fede cattolica, osserviamo la povertà, l’umiltà e il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo, che abbiamo fermamente promesso.


Conferma della Regola

Pertanto a nessuno, in alcun modo, sia lecito di invalidare questo scritto della nostra conferma o di opporsi ad esso con audacia e temerarietà. Se poi qualcuno presumerà di tentarlo, sappia che incorrerà nello sdegno di Dio onnipotente e dei suoi beati apostoli Pietro e Paolo.


Dal Laterano, il 29 novembre 1223, anno ottavo del nostro pontificato.



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Bolla "Privilegio della povertà"
Gregorio IX - a santa Chiara


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Gregorio Vescovo, servo dei servi di Dio, alle dilette figlie in Cristo Chiara e alle altre ancelle di Cristo, viventi in comune presso la chiesa di San Damiano, nella diocesi di Assisi, salute e apostolica benedizione.

È noto che, volendo voi dedicarvi unicamente al Signore, avete rinunciato alla brama di beni terreni. Perciò, venduto tutto e distribuitolo ai poveri, vi proponete di non avere possessioni di sorta, seguendo in tutto le orme di colui che per noi si è fatto povero, e via e verità e vita (cfr. Mt. 19,21). Né, in questo proposito, vi spaventa la privazione di tante cose: perché la sinistra dello sposo celeste è sotto il vostro capo, per sorreggere la debolezza del vostro corpo, che con carità bene ordinata avete assoggettato alla legge dello spirito.

E infine, colui che nutre gli uccelli del cielo e veste i gigli del campo, non vi farà mancare né il vitto né il vestito, finché nella vita eterna passerà davanti a voi e vi somministrerà se stesso, quando cioè la sua destra vi abbraccerà con gioia più grande, nella pienezza della sua visione (Ct 2,6).

Secondo la vostra supplica, quindi, confermiamo col beneplacito apostolico, il vostro proposito di altissima povertà, concedendovi con l’autorità della presente lettera che nessuno vi possa costringere a ricevere possessioni.

Pertanto a nessuno, assolutamente, sia lecito invalidare questa scrittura della nostra concessione od opporvisi temerariamente. Se qualcuno poi presumesse di attentarlo, sappia che incorrerà nell’ira di Dio onnipotente e dei beati apostoli Pietro e Paolo.

Dato a Perugia il 17 settembre, anno secondo (1228) del Nostro Pontificato.

Nota:
(*) L’originale si conserva tra le reliquie del Protomonastero di Santa Chiara in Assisi, ed è stato ripetutamente pubblicato, dal 1897 (in Seraphicae legislationis textus originales, Ad Claras Aquas 1897, pp. 22-24; 97-98) fino all’ultima edizione di Regulae et Constitutiones Generales Monialium Ordinis S. Clarae, Romae 1973, pp. 107-108.
Non è senza significato che santa Chiara abbia chiesto ed ottenuto proprio nel 1228, in forma scritta, questo documento, che assicura alle "Povere Sorelle" di San Damiano il diritto di vivere senza alcuna proprietà in questo mondo, "seguendo in tutto le orme di Colui che per noi si è fatto povero, e via e verità e vita".


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Bolla della Perdonanza - Celestino V
Si concede indulgenza plenaria a tutti coloro che visiteranno la chiesa aquilana di Santa Maria di Collemaggio nel giorno della festa di san Giovanni Battista. Anticipazione dell’indulgenza giubilare sancita da Bonifacio VIII.


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29 settembre 1294

Celestino vescovo, servo dei servi di Dio, a tutti i fedeli di Cristo che vedranno questa lettera, porge il saluto e l'apostolica benedizione. Tra le feste dei santi tanto più solennemente deve onorarsi la. memoria di san Giovanni Battista in quanto egli, nascendo dal grembo di una donna sterile, fecondo di virtù, di santi doni, fonte feconda della parola degli apostoli e silenzio dei presenti, annunciò con pubblici discorsi e col segno meraviglioso del suo indice la presenza di Cristo in terra, luce del mondo immerso nelle tenebre dell'ignoranza, per la qual cosa seguì misteriosamente il suo glorioso martirio, imposto dalla visione della donna impudica. Noi, che nel giorno della Decollazione di cotesto santo, nella chiesa aquilana di Santa Maria di Collemaggio dell'ordine di san Benedetto, ricevemmo l'insegna del diadema impostoci sul capo, desideriamo che questa chiesa sia ancora più onorata e venerata con inni e canti e con le preghiere devote dei fedeli.

Perciò, affinché in questa, stessa chiesa la festa della Decollazione del Battista sia elevata ci onori speciali con la devota frequenza del popolo del Signore e tanto più devotamente e assiduamente sia onorata, quanto più la semplice invocazione di coloro che si rivolgono al Signore lì trovi i gioielli della Chiesa risplendenti di doni spirituali che giovino a essi nei tabernacoli della vita eterna, tutti coloro che saranno veramente pentiti dei peccati confessati e che dai vespri della vigilia della festa fino ai' vespri immediatamente seguenti la festa stessa ogni anno entreranno nella predetta chiesa, assolviamo da ogni colpa e pena che meriterebbero per i loro delitti e per tutto quel che commisero a partire dal battesimo, per la misericordia di Dio onnipotente, e confidando nell'autorità dei santi Pietro e Paolo, suoi apostoli.

Dato all’Aquila, il 29 settembre del primo anno del Nostro pontificato.



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Bolla "Indulgentiarum sancti Petri de Filimini"
Bonifacio VIII


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Alla chiesa universale di Cristo, per intercessione Divina la presente lettera, Noi Ruggero di Sanseverino Arcivescovo, Attone Captanense, Strefano Oppidense, Francesco Fanense, Martorano Giacomo Treventinense, Bonifacio Parentinense, Giovanni Capodaquense, Daniele Laquedonense, Andrea Lidense, Pasquale Cassinense e Francesco Avellinese nella grazia di Dio, salutano anzitutto il vescovo nel nome del Signore, dopo di che si dispone ogni allo apostolico con la presente lettera da noi esaminata, per intercessione divina e la salvezza nel Signore, nonché per generale dovere apostolico stabiliamo dinanzi al tribunale di Cristo, rifugio del corpo di quanto portiamo sia esso un bene o se un male, di quel che quotidianamente fino all’ultimo raccolto viene dalle opere, per prevenire la vita eterna, cosicché occorre seminare nella vita terrena perché venga resa al Signore ogni nostra attività, ed affinché se ne moltiplichino i frutti e raccoglierli così in cielo. Perciò è essenziale avere la fiducia di tutti nella speranza che chi semina in parte, in parte raccoglie e chi semina nelle benedizione guadagna la benedizione della vita eterna.

Or bene dunque alla chiesa del Beato Apostolo Pietro di Filimini, nella diocesi dei Marsi, desideriamo, nella fedele riverenza di Cristo, restituire a chiunque onorerà questa chiesa, con spirito di vera penitenza e vi si confesserà nella stessa festa del santo al cui nome è stata dedicata, oltre alla festa di Natale, della Pasqua, di Resurrezione e nelle quattro festività della Beata Vergine Maria, e nella domenica delle Palme, che devotamente vi si recheranno, e singolarmente a chi nei giorni di Quaresima non è mai stato nella penitenza, sia data la misericordia di Dio, purché nel rispetto di dette regole ed intenzionalmente in quei giorni, consapevolmente in ciò, vi acceda.

Dato in Anagni il 4 luglio, anno primo del Nostro pontificato.



(*)

La bolla del 1295 della comunità benedettina di S. Pietro in Filimini, anticamente sita nel territorio penitente a Cerchio, ci informa di come Papa Bonifacio VIII ricorse allo strumento giuridico del perdono, anche per altre finalità, che emergono proprio grazie ai preziosi documenti cerchiesi. La bolla fu redatta in Anagni da un consesso di dodici vescovi riuniti nel suo palazzo residenziale. I vescovi concessero ognuno l’indulgenza di quaranta giorni a coloro che confessati e comunicati avessero visitato la chiesa di S. Pietro in Filimini nei giorni di S. Pietro, del S. Natale, in quelli di quattro feste della SS. Vergine e nella Domenica delle Palme.



Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)