DIFENDERE LA VERA FEDE

Papa Leone XIII, il Papa della Dottrina Sociale della Chiesa e del Rosario

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    Caterina63
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    00 2/27/2010 7:33 PM
    A due secoli dalla nascita (2 marzo 1810) di Vincenzo Gioacchino Pecci

    Leone XIII e la coscienza sociale della Chiesa


    di Francesco Malgeri

    Il 20 febbraio 1878 veniva elevato al soglio pontificio, con il nome di Leone XIII, il cardinale Vincenzo Gioacchino Pecci. Aveva quasi sessantotto anni. Era nato a Carpineto Romano il 2 marzo 1810. Non pochi pensarono a un pontificato di transizione. Avrebbe invece governato la Chiesa per ben venticinque anni, sino alla sua morte avvenuta il 20 luglio 1903.

    Prima della sua elezione, Gioacchino Pecci aveva avuto ruoli diplomatici e pastorali di grande rilievo. Era stato dal 1838 al 1841 delegato apostolico a Benevento; dal 1841 al 1842 delegato apostolico prima a Spoleto poi a Perugia; dal 1842 al 1845 nunzio apostolico in Belgio e dal 1846 al 1878 vescovo di Perugia. Incarichi delicati, a volte difficili, come in Belgio, dove si mise in urto con il governo per essersi schierato al fianco dei vescovi belgi nella controversia relativa ad alcuni provvedimenti sulla scuola e sull'università. Una esperienza difficile, conclusasi amaramente. La corte e il governo belga non gradirono lo zelo del nunzio e ne chiesero la sostituzione. Lunghissimo, di oltre trent'anni, fu il suo episcopato a Perugia, ove dovette misurarsi, tra l'altro, con l'annessione dell'Umbria al Regno d'Italia nel 1861.

    Leone XIII raccoglieva la difficile eredità di una Chiesa che si era scontrata con gli Stati nazionali borghesi e liberali, animati da un diffuso laicismo e in molti casi da ostilità nei confronti della religione. Nella sua prima enciclica, la Inscrutabili Dei consilio (21 aprile 1878), così descriveva la nuova realtà che aveva sconvolto gli antichi equilibri sociali e politici.

    "Ci si presenta allo sguardo il triste spettacolo dei mali che per ogni parte affliggono l'uman genere:  questo così universale sovvertimento dei principî dai quali, come da fondamento, è sorretto l'ordine sociale; la pervicacia degl'ingegni intolleranti di ogni legittima soggezione; il frequente fomento alle discordie, da cui le intestine contese, e le guerre crudeli e sanguinose (...) La cagione precipua di tanti mali è riposta, ne siamo convinti, nel disprezzo e nel rifiuto di quella santa e augustissima autorità della Chiesa, che a nome di Dio presiede al genere umano, e di ogni legittimo potere è vindice e tutela".

    Problema lacerante per la Chiesa era la "questione romana". Il processo di unificazione nazionale italiana era costato la perdita del potere temporale, giudicato da Pio ix strumento e garanzia per la libera esplicazione della sua azione spirituale. La breccia di Porta Pia, nonostante il carattere incruento, aveva segnato un momento traumatico per i cattolici italiani. La "questione romana" diventava uno dei nodi più complessi nella storia italiana del xix secolo. "Non cesseremo mai di esigere - aveva affermato Leone XIII nella sua prima enciclica - che la Nostra Autorità sia rispettata, che il Nostro Ministero e la Nostra Potestà si lascino pienamente liberi e indipendenti, e Ci sia restituita la posizione che la Sapienza divina da gran tempo aveva formato ai Pontefici di Roma".

    La situazione della Chiesa appariva delicata anche nei rapporti con altri governi europei. Gli atteggiamenti ostili nei confronti dei movimenti liberali emersi nell'Europa di metà Ottocento avevano determinato il venir meno di antichi rapporti con le maggiori potenze del continente. In particolare, in Francia la Terza Repubblica si segnalava per un forte radicalismo antireligioso, che aveva finito per provocare un atteggiamento di rifiuto, da parte dei cattolici francesi, del nuovo regime repubblicano.

    In Germania, Bismarck non solo aveva fondato la base dell'Impero tedesco sul protestantesimo prussiano, ma con il Kulturkampf aveva avviato un duro conflitto con la Chiesa. La Russia scismatica e l'Inghilterra riformata non apparivano disponibili a sostenere le ragioni della Chiesa romana, mentre la monarchia asburgica si accingeva a stringere con l'Italia e la Germania una alleanza che rischiava di isolare maggiormente la Santa Sede.

    Anche se l'avvento di Leone XIII non sembra modificare l'indirizzo intransigente del suo predecessore, è possibile cogliere nel nuovo Pontefice quella prudenza che confermava la sua fama di uomo ponderato, che rifugge dai toni aspri e dalla polemica sulle rivendicazioni temporaliste, pur mantenendo ferma la posizione ufficiale della Santa Sede e la protesta per le condizioni che le erano state imposte.

    Questo atteggiamento si accompagna a una politica attenta a ricucire i rapporti con le potenze europee e, soprattutto, a sottolineare la disponibilità della Chiesa a confrontarsi con gli Stati e con i governi nati sull'onda delle rivoluzioni liberali e nazionali. Nell'enciclica Nobilissima gallorum gens del 10 febbraio 1884, il Pontefice non mancò di invitare il clero e i cattolici francesi a uscire dalla loro ostilità nei confronti della Repubblica, sottolineando l'esigenza di una concordia tra potere civile e religioso.

    Queste indicazioni sono riaffermate anche in altri documenti leoniani. Con l'enciclica del 1 novembre 1885, Immortale Dei, sulla costituzione cristiana degli Stati, Leone XIII riaffermava l'accettazione da parte della Chiesa di qualsiasi forma di governo, purché orientata verso il bene comune dei cittadini.

    Nella successiva enciclica Libertas, del 20 giugno 1888, Leone XIII sottolineava l'attenzione della Chiesa per le libertà moderne. L'enciclica rappresentava un chiaro superamento delle indicazioni della Quanta cura e del Sillabo. Leone XIII reclamava anche per la Chiesa quelle libertà che dovevano servire alla difesa della verità e della moralità. Questi documenti pontifici costituirono una non trascurabile base dottrinale per favorire un riavvicinamento della Chiesa con le nuove istituzioni politiche affermatesi in Europa.

    Il pontificato di Leone XIII si segnala anche per un nuovo indirizzo in campo missionario. Si tratta di un impegno teso a incrementare lo sviluppo delle strutture missionarie, favorito sia dalle numerose esplorazioni geografiche, che dalla nascita dei grandi imperi coloniali in Asia e in Africa. Già con Pio ix erano nati specifici ordini missionari, quali la Società delle missioni estere, i comboniani, i Padri bianchi e gli Oblati di san Francesco di Sales. Nell'età di Leone XIII emersero i sacerdoti del Sacro Cuore del padre Léon G. Déhon, i padri salvatoriani, la Società di san Giuseppe di Baltimora, i saveriani di Parma, la Compagnia della Sacra Famiglia, la Società di Missioni svizzere, i missionari della Consolata di Torino.

    Certamente le missioni cattoliche avevano conosciuto vantaggi e privilegi da alcune potenze coloniali, quali a esempio la Francia. Tuttavia questa situazione rischiava di sovrapporre la cultura e la civiltà europea, annullando le specificità delle società e delle culture locali. Emerge, in Leone XIII, la convinzione di modificare la politica missionaria, al fine di favorire la formazione del clero locale indigeno. Il 3 dicembre 1880, con l'enciclica Sancta Dei civitatis il Papa denunciava le difficoltà conosciute dall'attività missionaria e ribadiva l'esigenza di promuovere e sostenere l'attività di tutte le opere di sostegno delle missioni, quali l'Opera della Propagazione della fede, fondata a Lione da Pauline Marie Jaricot.

    La successiva enciclica missionaria, Catholicae Ecclesiae, del 20 novembre 1890, invitava i cattolici a sostenere con larghi mezzi le missioni al fine di combattere le pratiche schiaviste e "l'abuso nel commercio degli schiavi". Tra l'altro Leone XIII non mancò di favorire la formazione nei vari paesi di associazioni antischiaviste.

    A partire dagli ultimi anni del suo episcopato perugino, Papa Pecci aveva mostrato particolare attenzione ai problemi sociali e alla "questione operaia". Vi era tornato sin dal primo anno del suo pontificato, con due encicliche:  Inscrutabili Dei consilio (21 aprile 1878) sui mali della società e Quod apostolici muneris (28 dicembre 1878) sul socialismo, nichilismo e comunismo. Ma il documento fondamentale di Leone XIII sulla questione operaia e sulle trasformazioni economiche provocate dall'espansione del capitalismo industriale fu l'enciclica Rerum novarum, pubblicata il 15 maggio 1891. Redatta con la collaborazione di uomini di robusta preparazione filosofica e teologica, quali il gesuita Matteo Liberatore e i cardinali Tommaso Zigliara e Camillo Mazzella, questa enciclica fu la risposta della Chiesa a una realtà sociale ed economica che in tutto il mondo occidentale assumeva aspetti nuovi e drammatici.

    Lo sviluppo del capitalismo e i processi di industrializzazione avevano sconvolto i vecchi equilibri sociali. La fabbrica raccoglieva artigiani e contadini inserendoli in un processo produttivo che ignorava la dignità della persona umana e si basava su forme di vero e proprio sfruttamento. Le città europee cambiavano volto, con lo sviluppo caotico delle periferie industriali, veri e propri ghetti ove si ammassavano, a migliaia, uomini, donne e fanciulli.

    Leone XIII colse con estrema chiarezza queste profonde trasformazioni sociali e non ignorò l'ansia e il desiderio dei più deboli nella rivendicazione dei propri diritti:  "I portentosi progressi delle arti e i nuovi metodi dell'industria - si legge nell'enciclica - le mutate relazioni tra padroni e operai; l'essersi in poche mani accumulata la ricchezza, e largamente estesa la povertà; il sentimento delle proprie forze divenuto nelle classi lavoratrici più vivo e l'unione tra loro più intima, questo insieme di cose e i peggiorati costumi han fatto scoppiare il conflitto". Papa Pecci individuava nell'usura, nell'ingordigia di ricchezza, nell'esasperazione della legge del profitto le cause di una situazione che aveva portato "un piccolo numero di straricchi" a imporre "alla infinita moltitudine dei proletari un gioco poco meno che servile".

    Motivo ricorrente dell'enciclica è la condanna di un'ideologia che, nell'esaltazione del denaro, del progresso, della scienza, della tecnica, della civiltà intesa come capacità di controllo e di sfruttamento delle forze della natura e come sviluppo della produzione e dei commerci, dimenticava un elemento cardine, un principio essenziale del cristianesimo:  il rispetto dell'uomo e della sua dignità, il principio evangelico per cui in ogni uomo è riconoscibile Cristo. Su questo aspetto l'enciclica si esprime con grande forza e solennità:  "Quello che è veramente indegno dell'uomo è abusarne come di cosa a scopo di guadagno, e di stimarlo più di quello che valgano i suoi nervi e le sue forze (...) Principalissimo poi tra i loro doveri è dare a ciascuno la giusta mercede (...) Defraudare la dovuta mercede è colpa sì enorme che grida vendetta al cospetto di Dio".

    Un ruolo non trascurabile Leone XIII affidava allo Stato, che doveva farsi carico dei problemi sociali, doveva "rimuovere a tempo le cause da cui si prevede che possa nascere tra operai e padroni il conflitto". Uno Stato non più inerte ed estraneo di fronte ai conflitti del lavoro, non più teso soltanto a reprimere con la forza le rivendicazioni operaie, ma legislatore attento ai diritti e ai doveri di tutte le classi sociali.

    L'ultima parte dell'enciclica sollecitava la nascita di associazioni a tutela degli interessi dei lavoratori:  dalle società di mutuo soccorso, alle assicurazioni private di assistenza e previdenza, sino a vere e proprie organizzazioni sindacali, che l'enciclica chiama "corporazioni", usando la vecchia terminologia medievale, interpretata in chiave moderna.

    La Rerum novarum fu la presa di coscienza della Chiesa, alla luce delle Scritture e della tradizione cristiana, di una nuova realtà sociale e di nuovi e gravi problemi presenti nel  mondo  del  lavoro. Le soluzioni che propone non sono dirette all'instaurazione di un nuovo ordine politico né a ribaltare i rapporti di forza tra le classi sociali. Tuttavia, le parole di Leone XIII presentano  una  forte carica  innovatrice  e  un linguaggio nuovo nei documenti della Chiesa.

    Nella seconda metà dell'Ottocento i problemi sociali all'interno del mondo cattolico avevano stentato a uscire da una prospettiva di tipo paternalistico-caritativo. Anche se i congressi internazionali di Malines e di Friburgo e il contributo di uomini quali Léon Harmel, Albert De Mun, Charles La Tour du Pin, Wilhelm Emmanuel von Ketteler avevano favorito la nascita di una scuola sociale cristiana e una non trascurabile elaborazione teorica, è indubbio che solo dopo la Rerum novarum si aprirono nuovi orizzonti ai movimenti cristiano-sociali.

    Per i cattolici italiani l'enciclica rappresentò il superamento della vecchia polemica legata alla "questione romana". Il messaggio leoniano offriva ai cattolici un modo nuovo di confrontarsi con lo Stato liberale, con la società borghese e con il socialismo. Veniva stimolato l'impegno a operare nella società. All'enciclica di Papa Pecci si nutrirono personaggi come Giuseppe Toniolo, Romolo Murri, Luigi Sturzo e Alcide De Gasperi. Dal loro impegno presero le mosse le iniziative che contrassegnano lo svolgimento della storia del movimento cattolico italiano, dalla prima democrazia cristiana alle leghe bianche, al Partito Popolare italiano.

    Ma soprattutto, questa enciclica, resta ancora un punto fermo nello sviluppo della dottrina sociale della Chiesa. Non è certo un caso che i successori di Leone XIII, sino a Benedetto XVI, nei loro messaggi e documenti sociali si siano costantemente richiamati alle indicazioni della Rerum novarum e individuino in quel documento un punto di riferimento imprescindibile del magistero sociale della Chiesa.


    (©L'Osservatore Romano - 28 febbraio 2010)

    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
    Maestro dell’Ordine)
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    00 2/27/2010 7:40 PM
    Il Santuario di Pompei, sede di una Delegazione Pontificia, ha avuto sin dall’inizio della sua storia un particolare legame con la Santa Sede.
     
    L’Avv. Bartolo Longo che fu il protagonista umano, nel nome della Vergine del Rosario, di una straordinaria esperienza di fede e di carità donò al Vicario di Cristo tutto quello che aveva realizzato nella città mariana. Da allora la Sede Apostolica governa il Santuario mariano e le opere di carità attraverso un suo Delegato Pontificio. Bartolo Longo aveva conosciuto e avuto rapporti con diversi Pontefici: Pio IX, Leone XIII, Pio X, Benedetto XV e, infine, Pio XI.

    Con Leone XIII, in modo particolare, ci fu un’ampia e profonda condivisione progettuale, che si manifestò soprattutto in occasione del reciproco impegno nella promozione e nella diffusione del Rosario. Leone XIII, definito “il Papa del Rosario” per i suoi numerosi interventi e documenti sulla preghiera mariana, ebbe nell’Avvocato il suo più convinto sostenitore.

    D’altra parte il Pontefice ricambiava invitando i cristiani di tutto il mondo a recarsi in pellegrinaggio al Santuario di Pompei, definito da lui stesso “parrocchia del mondo”. Il rapporto tra Bartolo Longo e Leone XIII, e, in seguito, tra Pompei e i suoi successori, ha avuto una straordinaria e significativa continuità...




    La storia del santuario è legata a quella del beato Bartolo Longo, suo fondatore, e di sua moglie, la contessa de Fusco, con la quale condivise una vita al servizio dei più bisognosi.

    Il santuario è stato eretto con le offerte spontanee dei fedeli di ogni parte del mondo. La sua costruzione ebbe inizio l’8 maggio 1876, con la raccolta dell’offerta di “un soldo al mese”. Primo a seguirne i lavori fu Antonio Cua, docente dell’Università di Napoli, che diresse gratuitamente la costruzione della parte rustica.
    Giovanni Rispoli, in seguito si occupò della decorazione e della monumentale facciata inaugurata nel 1901. Il santuario fu eretto in basilica pontificia maggiore da papa Leone XIII il 4 Maggio 1901.

    Col passare del tempo e il sensibile aumento delle folle di fedeli fu necessario ampliare il santuario. Tale ampliamento fu eseguito dal 1934 al 1938, su progetto del Chiappetta. Il santuario ebbe così tre navate (quella centrale non fu modificata), abside e cupola di maggiori dimensioni. L’esterno fu rivestito in armonia con la monumentale facciata, facendole acquistare l’aspetto di una grande basilica romana.

    Il santuario è oggi meta di pellegrinaggi religiosi, ma anche di molti turisti affascinati dalla sua maestosità. Infatti ogni anno oltre tre milioni di persone si recano in visita al santuario che risulta pertanto tra i più visitati d'Italia. In particolare, l'8 maggio e la prima domenica di ottobre, decine di migliaia di pellegrini affollano la città di Pompei, per assistere alla pratica devozionale della Supplica alla Madonna di Pompei che viene trasmessa in diretta televisiva.


    Storia del quadro della Madonna

    Bartolo Longo, nel suo intento di propagandare la pratica del Rosario tra i Pompeiani, si recò a Napoli per comprare un quadro della Madonna del Rosario. L’idea era quella di acquistarne uno già visto in un negozio, ma le cose non andarono così.


    Per puro caso infatti incontrò in Via Toledo Padre Radente (suo confessore) che allo scopo gli suggerì di andare al Conservatorio del Rosario di Portamedina e di chiedere, in suo nome, a Suor Maria Concetta De Litala un vecchio quadro del Rosario che egli stesso le aveva affidato dieci anni prima. Bartolo seguì tale suggerimento, ma fu presto preso da sgomento quando la suora gli mostrò il quadro: una tela corrosa dalle tarme e logorata dal tempo, mancante di pezzi di colore, con la Madonna in atteggiamento antistorico, cioè con la Vergine che porge la corona a Santa Rosa, anziché a Santa Caterina Da Siena, come nella tradizione domenicana.

    Bartolo fu sul punto di declinare l’offerta, ma ritirò comunque il dono per l’insistenza della Suora. Nel tardo pomeriggio del 13 Novembre 1875, l’immagine della Madonna giunse così a Pompei, su un carretto guidato dal carrettiere Angelo Tortora e adibito al trasporto di letame. Fu scaricata con la sua consunta copertura di fronte alla fatiscente Parrocchia del SS. Salvatore, ove ad aspettarla c’erano l’anziano parroco Cirillo, Bartolo e altri abitanti. Lo sgomento che inizialmente aveva colto Bartolo, colse anche tutti gli altri presenti, quando tolta la coperta, fu mostrato il quadro. Furono tutti d’accordo che il quadro non si potesse esporre per timore di interdetto, prima di un restauro anche solo parziale.

    Il primo restauro fu opera di Guglielmo Galella, un pittore riproduttore delle immagini dipinte negli Scavi dell'antica Pompei. La vecchia tela, esposta nella parrocchia del SS. Salvatore, nei successivi tre anni, subì ulteriori deterioramenti.

    Essa fu così restaurata per la seconda volta e sempre gratuitamente dal pittore napoletano Federico Maldarelli, che si occupò anche di trasformare la figura di Santa Rosa in Santa Caterina da Siena. Un altro artista napoletano, Francesco Chiariello, sostituì la malandata tela, allungandola di un palmo, prima che il Maldarelli facesse il secondo vero restauro.
    Il quadro non fu più posto nella parrocchia del SS. Salvatore, ma su di un altare provvisorio, in una cappella (detta poi di Santa Caterina) nel Santuario in costruzione. L’immagine della Madonna si coprì ben presto di pietre preziose, offerte quali attestazioni di grazie ricevute. Papa Leone XIII nel 1887 benedisse il meraviglioso diadema che cinse la fronte della Vergine. E tra i diamanti e gli zaffiri che formavano le aureole sul capo della Madonna e del Bambino si potevano notare quattro rarissimi smeraldi, dono di due ebrei beneficati.

    L’ultimo restauro fu effettuato nel 1965, al Pontificio Istituto dei Padri Benedettini Olivetani di Roma, un restauro altamente scientifico, durante il quale, sotto i colori sovrapposti nei precedenti interventi, furono scoperti i colori originali che svelarono la mano di un valente artista della scuola di Luca Giordano (XVII secolo). In tale restauro furono eliminate quasi tutte le pietre preziose, onde evitare danni e perforazioni alla tela. In quell’occasione l’immagine della Madonna rimase esposta alla venerazione dei fedeli per alcuni giorni nella Basilica di San Pietro e il 23 aprile, il Quadro fu incoronato da Papa Paolo VI.

    Il ritorno dell’Icona a Pompei, avvenne in maniera solenne, con un corteo di ecclesiastici e di fedeli che si ingigantiva man mano che si attraversavano le città, lungo il tragitto Roma-Pompei. A sera inoltrata, il Quadro giunse a Napoli ove fu accolto con luminarie e fiaccolate, per poi proseguire con un largo seguito di Napoletani fino a Pompei, ove il viaggio si concluse in modo trionfale con una grande manifestazione.





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    00 3/1/2010 7:05 PM
    L'enciclica «Aeterni Patris» di Leone XIII e il neotomismo

    Guida sicura tra immanentismo e irrazionalismo


    Per il bicentenario della nascita di Vincenzo Gioacchino Pecci la Pontificia Università Lateranense ospita, il 2 marzo, un "Incontro di studio su Leone XIII". Pubblichiamo il testo di uno degli interventi.

    di Mario Pangallo


    Prima di diventare Papa, Leone XIII è stato uno dei protagonisti di un movimento rinnovatore della filosofia cristiana iniziato nella prima metà del xix secolo. La compagnia di Gesù, appena ricostituita, l'ordine domenicano e alcuni esponenti del clero secolare e del laicato cattolico, si adoperarono con grande impegno e zelo in Italia e in Europa, per riprendere lo studio di san Tommaso, in un contesto culturale caratterizzato dal razionalismo, dall'empirismo e dall'idealismo; le stesse scuole cattoliche e di formazione dei chierici si servivano di manuali di filosofia ispirati al razionalismo settecentesco o all'eclettismo, non valorizzando, se non in scarsa misura, il patrimonio culturale della patristica e della scolastica. Proprio dagli studi filosofici doveva prendere avvio il movimento rinnovatore neotomista.

    Nella seconda metà del xix secolo il movimento fu appoggiato in modo significativo da Pio ix, che desiderava fortemente combattere gli errori del cartesianismo, del tradizionalismo e dell'ontologismo, e per questo incoraggiò e protesse illustri neotomisti come i gesuiti Domenico e Serafino Sordi, Luigi Taparelli d'Azeglio, Carlo Maria Curci, Matteo Liberatore, Giovanni Cornoldi, e altri padri de "La Civiltà Cattolica" e del Collegio romano (oggi Pontificia Università Gregoriana); i domenicani Tommaso Zigliara e Alberto Lepidi; i professori del Seminario romano Pietro Biondi, Francesco Regnani e Ermete Binzecher; gli esponenti della scuola napoletana Gaetano Sanseverino, Nunzio Signoriello, SalvatoreTalamo, e così via.
     
    Molteplici furono i documenti e gli interventi ufficiali di Pio ix, che incontrarono l'entusiasta accoglienza da parte di illustri esponenti della cultura cattolica, tra cui i fratelli Gioacchino e Giuseppe Pecci. Giuseppe Pecci, entrato nella compagnia di Gesù nel 1824, professore di filosofia nel Collegio romano e successivamente nel Seminario di Perugia, fu nominato da Pio ix professore alla Sapienza di Roma, per i suoi meriti negli studi tomistici che egli aveva intrapreso e approfondito su influsso del padre Serafino Sordi, conosciuto a Modena nel 1830.
     
    L'altro Pecci, Gioacchino, il futuro Leone XIII, arcivescovo di Perugia dal 1846 e divenuto cardinale nel 1853, imparò ad apprezzare il tomismo al Collegio romano, quando era studente negli anni 1825-1828, ed era rettore magnifico padre Taparelli d'Azeglio, che gli procurò la nomina di ripetitore di filosofia nel Collegio germanico. Lo stesso Pecci, divenuto Papa Leone XIII, volle ricordare, nella prima udienza concessa al Collegio germanico, gli studi fatti nel Collegio romano sotto la guida di padre Taparelli. Già da arcivescovo di Perugia, Papa Pecci aveva fondato nel 1872 un'Accademia Tomistica, avvalendosi della collaborazione del fratello Giuseppe, dei consigli di padre Sordi, del contributo del padre Joseph Kleutgen e del padre Cornoldi; quest'ultimo, che nel 1874 aveva promosso l'Accademia filosofica-medica di san Tommaso, fu chiamato a Roma da Leone XIII per dare impulso alla nuova accademia e al rinnovamento tomistico.

    Al momento della sua elezione a Successore di Pietro, nel 1878, Papa Pecci si circondò dei più validi tomisti dell'epoca e, dopo appena un anno e mezzo dall'inizio del pontificato, il 4 agosto 1879, pubblicò l'enciclica Aeterni Patris, che fu seguita da altri importanti documenti, tra cui la lettera Iampridem, indirizzata il 15 ottobre 1879 al cardinale Antonio De Luca, prefetto della Sacra Congregazione degli Studi, nella quale manifestava il proposito di fondare la Pontificia Accademia di san Tommaso; l'accademia fu inaugurata effettivamente l'8 maggio 1880, e ne furono presidenti i cardinali Giuseppe Pecci e Tommaso Zigliara.

    Nella preparazione dell'Aeterni Patris Leone XIII aveva un suo preciso concetto di filosofia cristiana, anche se nell'enciclica l'espressione "filosofia cristiana" non compare mai. Il Papa usa esplicitamente questa espressione nella già menzionata lettera Iampridem al cardinale De Luca.

    Nell'Aeterni Patris è comunque chiaro che tra filosofia e intellectus fidei l'armonia è perfetta. Afferma il Papa:  "(San Tommaso) distinse accuratamente, come si conviene, la ragione dalla fede; ma stringendo l'una e l'altra in amichevole consorzio, conservò interi i diritti di entrambe e intatta la loro dignità" (86). Nello spirito dell'enciclica leoniana, si può parlare di quattro funzioni della filosofia a servizio della teologia cristiana:  propedeutica, pedagogica, critica e apologetica.

    La filosofia, infatti, si qualifica come cristiana  principalmente  sotto  quattro aspetti: 
    in quanto dimostra i praeambula fidei - per esempio l'esistenza di Dio, l'immortalità dell'anima, l'esistenza della legge morale naturale;
    in quanto fornisce alla teologia la forma "scientifica", ovvero le leggi logiche e i sistemi di argomentazione;
    in quanto aiuta la teologia ad approfondire il significato delle formulazioni delle verità di fede nel senso della famosa formula agostiniana e anselmiana intellectus quaerens fidem, fides quaerens intellectum;
    in quanto difende la fede da eventuali attacchi, di natura filosofica, portati contro di essa - per esempio dallo scetticismo, dal relativismo, dall'edonismo, e così via.

    Da parte sua la fede cristiana eleva l'intelletto in cui viene infusa, potenziandone la capacità di penetrare nella natura delle cose; arricchisce anche contenutisticamente la ragione, facendole conoscere verità soprannaturali al di fuori della sua portata; la aiuta a liberarsi da eventuali errori nell'ambito delle verità naturali, secondo l'insegnamento del concilio Vaticano i, citato da Leone XIII:  Fides rationem ab erroribus liberat et tuetur eamque multiplici cognitione instruit (67). Secondo il Papa la fede cristiana nulla toglie alla dignità e all'autonomia della ricerca scientifica e filosofica, ma indica alla ragione la giusta direzione e la giusta meta, lasciando poi alla libera ricerca il compito di trovare le vie più rapide e adeguate per incamminarsi verso di essa e per raggiungerla.

    Le caratteristiche della filosofia cristiana secondo Leone XIII sono allora essenzialmente quattro: 
    è immutabile nelle verità fondamentali, ma si aggiorna continuamente nel dialogo con le diverse culture;
    ha una sua fisionomia e identità, storica e teoretica, ma è anche aperta ad approfondire temi nuovi ed accogliere nuovi suggerimenti provenienti da altre correnti di pensiero, secondo la celebre formula dell'Aeterni PatrisVetera novis augere et perficere;
    ha il compito di unificare il sapere e le stesse scienze, pur nel rispetto dello statuto epistemologico di ognuna; questione oggi più che mai attuale - basti pensare, per esempio, all'ultimo Husserl.
    A tal proposito leggiamo nell'enciclica:  "Tutte le discipline umane devono sperare di progredire e attendersi moltissimi aiuti da questo rinnovamento della filosofia che noi ci siamo proposti:  infatti le scienze e le arti liberali hanno sempre tratto dalla filosofia, come da scienza moderatrice di tutte, la saggia norma e il retto modo di procedere, e dalla stessa, come dalla sorgente universale della vita, hanno attinto lo spirito che alimenta" (103).

    È generatrice di civiltà, perché tutela la dignità della persona umana e afferma il primato del diritto naturale su ogni ordinamento giuridico positivo; e anche questo è un tema di scottante attualità. Si può dire, in sintesi, che per Leone XIII la filosofia cristiana:  a) "storicamente" è stata iniziata dai Padri e perfezionata soprattutto da san Tommaso per protendersi nei secoli; b) "strutturalmente" è una ricerca di stretto procedimento razionale, svolta in perpetuo accordo con la fede; c) "funzionalmente" eleva il tempio della teologia e nel suo interno si rinvigorisce accettando dati rivelati che sottopone a indagine razionale e si immunizza dagli errori guardando alla stella polare della fede; d) "vitalmente" è in continuo sviluppo, essendo per natura una ricerca progressiva della verità naturale incarnata nelle cose.

    Con l'Aeterni Patris Leone XIII può dunque essere considerato uno dei più grandi promotori del movimento di ripresa del tomismo, muovendosi su due versanti:  la denuncia della valanga dei nuovi errori che nei tempi moderni particolarmente si è scagliata contro le basi della fede; l'incoraggiamento a riprendere, con urgenza, la filosofia cristiana.

    Per illustrare la ricchezza della filosofia maturata nella tradizione culturale cristiana, l'enciclica ripercorre rapidamente il cammino storico della patristica e della scolastica, seguendo uno schema ripreso dal quarto capitolo dell'enciclica Fides et ratio di Giovanni Paolo ii. È interessante notare la continuità affermata da Leone XIII tra patristica e scolastica:  il che si oppone ad erronee riletture della storia del cristianesimo secondo le quali la scolastica rappresenta una decadenza rispetto alla patristica; il pregiudizio, evidentemente infondato, è purtroppo oggi assai diffuso, e condiziona il modo di proporre il pensiero cristiano nell'insegnamento filosofico e teologico.

    La maggior parte dell'Aeterni Patris è dedicata a celebrare la grandezza e la perenne novità della filosofia tomista (cfr. Fides et ratio, 43-44); secondo Leone XIII "la via maestra per ritrovare la verità perduta è il ritorno alla filosofia di s. Tommaso". Questo "ritorno" non ha il significato di pedissequa ripetizione delle dottrine tomistiche - che tuttavia bisognerebbe conoscere in modo approfondito - quanto il significato squisitamente teoretico di "ritorno al fondamento", ovvero di recupero delle istanze più profonde e autentiche del pensiero metafisico e della filosofia dell'Atto d'essere, in cui si illumina la Verità del mondo e dell'uomo (cfr. Fides et ratio, 83 e 97). I suggerimenti di Leone XIII per una feconda riscoperta del tomismo sono:  1) reinterpretare le grandi questioni della filosofia speculativa e pratica ad mentem Thomae, preoccupandosi di giungere a una corretta comprensione del pensiero del Dottore Angelico; 2) studiare san Tommaso nelle sue fonti.

    Circa il primo suggerimento, scrive Leone XIII nell'Aeterni Patris:  "Vivamente vi esortiamo a rimettere in uso la sacra dottrina di san Tommaso e di diffonderla il più ampiamente possibile, a tutela e onore della fede cattolica, per il bene della società, per l'incremento di tutte le scienze. Diciamo la dottrina di san Tommaso; infatti se dai filosofi scolastici qualcosa è insegnato con poca considerazione, se ve n'è qualcun'altra che non si accordi pienamente con gli insegnamenti certi dei tempi più recenti, o se ve n'è qualcuna non meritevole di essere accettata, non intendiamo che sia proposta al nostro tempo perché la segua" (106).

    Circa il secondo suggerimento:  "E per non trovarsi ad attingere la dottrina supposta invece di quella genuina, né la corrotta invece della sincera, provvedete che la sapienza di san Tommaso sia scoperta dalle sue stesse fonti, o per lo meno da quei rivi, che usciti dalla stessa fonte, scorrono ancora puri e limpidissimi, secondo il sicuro e concorde giudizio dei dotti. Da quei ruscelli poi, che pur si dicono sgorgati da là, ma di fatto sono cresciuti in acque estranee per niente salutari, procurate di tenere lontani gli animi dei giovani" (108).

    Ignorare o, di più, contrastare queste indicazioni, guidati dalla convinzione che non c'è bisogno di un solido riferimento a una ben precisa filosofia dell'essere e dell'uomo come quella di san Tommaso, perché c'è del buono in tante altre filosofie di ispirazione cristiana, comporta il rischio di un insano eclettismo, apertamente rifiutato da Giovanni Paolo ii nella Fides et ratio (86).

    Altro è valorizzare contributi filosofici oggettivamente arricchenti "il patrimonio filosofico perennemente valido" (cfr. Optatam totius 15), inserendoli in esso in modo armonico, coerente e sistematico, altro è ridurre la filosofia ad un insieme di scuole in ognuna delle quali si può trovare qualcosa di valido, senza alcuna prospettiva teoreticamente stutturata, con grave danno per la formazione filosofica e teologica dei giovani. Considerando l'attuale dilagare del cosiddetto "pensiero debole", si direbbe che Leone XIII sia stato buon profeta. In modo superficiale, e con pregiudizi soprattutto di matrice storicista o esistenzialista, molti considerano il neotomismo come filosofia datata e tramontata, senza però portare, a giudizio di chi scrive, ragioni veramente valide dal punto di vista speculativo.

    Leone XIII sembra essere stato buon profeta anche nell'intravedere la sempre maggiore importanza del dialogo tra la filosofia cristiana e le scienze moderne; egli scrive infatti a tale riguardo:  "Per lo stesso motivo anche le scienze fisiche, che attualmente sono molto in auge e, per le loro numerose e splendide scoperte, suscitano dovunque singolare ammirazione, non solo non subiranno alcun danno dalla restaurata filosofia degli antichi, ma anzi ne trarranno grande vantaggio. Infatti per studiarle con frutto e per approfondirle non basta la sola osservazione dei fatti e la sola considerazione della natura, ma una volta che i fatti siano sicuri è necessario sollevarsi più in alto e darsi da fare con sollecitudine per conoscere la natura delle cose, per investigare le leggi a cui obbediscono e i principi da cui nasce il loro ordine, l'unità nella verità e la mutua affinità nella diversità. È meraviglioso vedere quanta forza e quanta luce possa portare la filosofia scolastica a questo tipo di investigazioni, purché insegnata saggiamente" (104).

    Concludendo, penso che il merito dell'Aeterni Patris sia di aver posto un "pensatore essenziale" come san Tommaso al centro dell'attenzione della cultura cattolica, stimolandola a riprendere le grandi questioni teoretiche di fondo, senza disperdersi nelle dispute di scuola e senza limitarsi alla ripetizione dei manuali, che pure hanno la loro utilità.

    Per Leone XIII Tommaso, è il "pensatore essenziale" in cui la filosofia cristiana ha trovato la sua massima, anche se non esclusiva, espressione (cfr. Fides et ratio 57-59). Purtroppo l'appello del grande pontefice oggi non sembra compiutamente accolto:  un po' alla volta la cultura cattolica rischia di tornare nell'eclettismo precedente l'Aeterni Patris; per timore di essere accusati di voler ridurre la filosofia cristiana al solo tomismo, si propongono itinerari di formazione intellettuale privi di una vera e propria linea di pensiero e incapaci di costruire un sapere sistematico, a cui, anzi, si è piuttosto ostili, perché si è convinti che sapere "sistematico" e sapere "problematico" siano totalmente incompatibili.

    Ora l'insegnamento della migliore scolastica è proprio quello di unire sistematicità e problematicità; in fondo le sistematiche Summae erano un insieme ordinato di quaestiones disputatae. Additando san Tommaso quale "maestro" nella formazione teologica (così il concilio Vaticano ii in Optatam totius 16), la Chiesa non ha inteso imporre un ritorno indietro o un'autorità che coartasse la creatività, ma ha inteso presentare una attuazione incomparabile della creatività del pensiero, la quale, attingendo alle ultime radici dell'essere e dello spirito, è in grado più di qualsiasi altra di riportare la coscienza umana sul suo itinerario essenziale, aperto alla rivelazione divina. E se il pensiero moderno non riesce a uscire dall'immanentismo se non mediante proposte irrazionalistiche o fideistiche, il messaggio di Leone XIII nella Aeterni Patris ha il valore, sempre presente, di un monito e di un incoraggiamento.


    (©L'Osservatore Romano - 1-2 marzo 2010)

    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
    Maestro dell’Ordine)
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    00 3/27/2010 11:50 PM

    PAPA LEONE XIII - GIOACCHINO PECCI

     a 68 anni doveva essere un papa di transizione e invece campò 93 anni e fu... 
    il Papa  più "Ardito"

    C'era il dilemma dei cattolici (e di quasi tutti gli italiani):
    essere buoni fedeli o buoni cittadini del "nuovo" Stato?


    LUI RISPOSE CON LA MEMORABILE "Rerum Novarum"
    (vedi a fondo pagina)
    La "magna charta" dell'ordine sociale

    ______________________________

    Il 15 maggio 1891 è una data storica: Papa Leone XIII promulga la lettera enciclica Rerum  novarum  dedicata totalmente ad affrontare il problema sociale nella sua complessità ed interezza.

    Con questa enciclica si apre un'era nuova nella storia della Chiesa: un'era che vede la Chiesa liberarsi poco alla volta di tante remore di natura temporale e riportarsi sempre più a posizioni di livello internazionale, fino a raggiungere  posizioni di avanguardia e di guida della coscienza di tutta l'umanità, che si dibatteva in temi e problemi angosciosi (ieri come oggi. E oggi peggio di ieri; perchè prima c'era l'ignoranza, oggi con una maggiore istruzione (non solo della gente comune ma degli stessi politici) c'è la consapevolezza di questi temi e problemi)

    Il 1891 è dunque l'anno decisivo. La Chiesa afferma con chiarezza e forza il suo indirizzo ad interessarsi della situazione dell'uomo contemporaneo; prende posizione con decisione sui gravi problemi della questione sociale; mette luce e ordine in un campo ove regnavano dubbi e perplessità.

    L'enciclica Rerum Novarum rappresenta una pietra miliare nella dottrina sociale cristiana: non soltanto perchè è il primo documento ufficiale ed esplicito che affronta problemi d'ordine sociale ed economico, ma proprio perchè offre un'imposizione d'essi, con una chiarezza ideologica, che, si può ben dire, dura tuttora, nonostante le rivoluzionarie spinte innovatrici apportate da altre due encicliche famose: La Populorum Progressio di PAOLO VI, e la "Centesimus annus" di Papa Wojtyla.

    CHI ERA LEONE XIII

    Al secolo VINCENZO GIACCHINO PECCI era nato a Carpineto Romano nel 1810. Di origine aristocratica, dopo aver iniziato gli studi a Viterbo in un collegio di gesuiti, a 22 anni, nel 1832, consegue il dottorato in teologia nel Collegio Romano, ed entra nell'Accademia dei diplomatici pontifici. E' ordinato sacerdote il 31 dicembre del 1837 e come delegato apostolico viene inviato prima a Benevento poi a Perugia. 
    Grande studioso di teologia, allarga il suo campo sugli studi filosofici e umanistici. Poi nel '43, consacrato arcivescovo ed inviato come nunzio a Bruxelles, i suoi orizzonti spaziano per tre anni su quella realtà belga -ma anche europea- da qualche tempo in fermento, con i rapporti tesi fra cattolici e liberali, ma che Pecci seppe gestire bene, senza creare ulteriori fratture. Ma non fa solo questo, ma si guarda attorno, segue il vicino paese dove è nata la rivoluzione industriale, l'Inghilterra, segue la Germania, dove dopo pochi mesi esploderà la protesta ('48), e segue la Francia Repubblicana (ne parleremo più avanti)
    Ritornato a Perugia nel '47, nominato cardinale nel '53, nel '59 vive le drammatiche giornate della insurrezione perugina, la repressione dei soldati pontifici, ed infine la sofferta annessione dell'Umbria al regno sabaudo. Sofferta, ma deciso a difendere le ragioni di Pio IX. anche se non è un intransigente come il segretario di stato ANTONELLI.

    E' accanto a Pio IX nel movimentato intero periodo dell'Unità, e lo è ancora di più quando nel '76 prende il posto dell'Antonelli. Ma l'anno dopo muore Pio IX e il 20 febbraio 1878 viene eletto pontefice proprio lui, all'età di 68 anni.

    Come spesso accade, dopo periodi turbolenti, dopo papi intransigenti e di grande personalità (e Pio IX - pur con tante valutazioni storiche discordi- fu uno di questi) nell'elezione del successore, gli elettori nel concistoro nominano un papa di transizione, spesso anziano e con temperamento mite, per dar modo di scegliere con calma -in seguito- l'uomo di carattere.
    Gli elettori calcolarono male due volte. Il pontificato di Leone fu addirittura uno dei più lunghi dell'età contemporanea (morirà nel 1903 a 93 anni) e in quanto a mitezza, se non fu il più rivoluzionario dei pontefici, è senza dubbio quello che ha inciso più profondamente nell'animo dei cattolici -e l'Italia era fondamentalmente tutta cattolica- e di conseguenza la sua opera incise moltissimo sulla società italiana moderna di quel tempo.

    Gli elettori di lui conoscevano l'uomo, ma non conoscevano la sua profonda cultura assimilata nel profondo, nè le esperienze vissute in prima persona, e l'attenzione posta nelle stesse.
    Inoltre rimase - per affinità di pensiero - particolarmente colpito dall'opera di Giuseppe Toniolo, che con l'invenzione del termine "Democrazia Cristiana" ed esprimendone il concetto in una pubblicazione, fece discutere pro e contro tutta Europa ( vedi l'opera di TONIOLO )

    Appena salito sul soglio -nell'ereditare la grande responsabilità di risolvere il problema dei rapporti tra lo Stato italiano e la Chiesa- più che fare grandi proteste sui fatti avvenuti, e ascoltare poco le lamentele sulla caduta del potere temporale, con la sua preparazione umanistica e filosofica, Leone -più possibilista, realistico, e non mettendo in discussione l'unità italiana- con sempre più vigore inizia a denunciare non l'ambigua contrapposizione politica che è in atto in questo periodo (vedi l'avvento del trasformismo) ma denuncia i mali della nuova società in fermento, in progressivo e inarrestabile mutamento. 
    Dentro una società con la concitazione liberale da una parte e l'ansia di socialismo dall'altra, ma entrambe con tanti dubbi quale strada scegliere, e tante demagociche chimeriche utopie da offrire, Leone vuole entrarci nella nuova società, vuole creare il cattolicesimo sociale, vuole la presenza della chiesa e dei cattolici dentro la società, e che siano anch'essi protagonisti. E delinea una concezione dello stato, della libertà e della "democrazia" (fu proprio Leone a usare per la prima volta le due parole "democrazia cristiana" , ma verosimilmente ispirate da Toniolo; o forse fu lo stesso Leone a ispirare l'esimo sociologo Toniolo)

    Leone XIII non è un incauto promotore di una nuova ideologia. Il risveglio cattolico nel mondo c'è già stato, ma ha percorso nel frattempo strade diverse da quelle prese da Pio IX (le semplici condanne, senza vedere le crude realtà del nuovo proletariato, che già -anche se in minor misura- c'erano pure in Italia nonostante l'arretratezza economica e industriale rispetto a nazioni che avevano innestato delle marce in più).

    Infatti, il vescovo VON KETTELER, contemporaneo di Marx, di Lasalle e di Pio IX, proprio nell'anno 1848, l'anno dei grandi sconvolgimenti europei e del Manifesto, tenne nella famosa cattedrale di Magonza sei forti e ben condotti discorsi sulle "grandi questioni sociali contemporanee", discorsi che ebbero una vasta eco e una risonanza profonda. Ancora più audaci, e più seguiti i discorsi di questo prete che andò a fare in "prima linea", in mezzo agli operai del bacino industriale del Meno nel 1869 (alla vigilia di un altro sconvolgimento- quello prussiano).
    Qui affermò la necessità per l'operaio di associarsi per fini primari ed immediati, quali la riduzione degli orari di lavoro, l'aumento dei salari, il divieto dei lavori pesanti ai fanciulli e alle donne. Erano le prime pietre miliari, che raggiunsero la grande assemblea di vescovi, riuniti nella famosa Fulda. E furono proprio queste idee sociali a dar vita al partito cattolico tedesco di allora, il cosiddetto "Centro".

    Altro grosso segnale venne dall'Inghilterra. Anche qui il mondo "cattolico" non era rimasto insensibile al sorgere del problema sociale. Altro personaggio illuminato ed attento fu il cardinale MANNING. Il Paese che aveva visto per primo nascere la rivoluzione industriale ed i gravi problemi ad essa connessi, e che nello stesso tempo aveva assistito alla organizzazione della prima associazione sindacale della storia (la Trade Union) si trovò "tra i piedi" questo audace prete che non stava in sacrestia, non mandava messaggi pastorali ma, svolgendo un'accanita attività di difesa dei diritti del lavoro, andava nelle fabbriche, nelle grandi miniere e nei porti a incontrare e a parlare con i lavoratori.

    Le sue idee allarmarono gli industriali, scandalizzarono i conservatori, fu accusato di fare del socialismo, ma ai suoi nemici lui rispondeva sempre dicendo
    "no cari signori, io faccio del cristianesimo".
    Manning divenne così popolare in entrambe le "due barricate", e fu talmente forte il suo prestigio presso i lavoratori, che (due anni prima della Rerum di Leone XIII) nell'agosto 1889  durante il grande sciopero che paralizzò tutto il porto di Londra, fu invocato da entrambi le parti come arbitro della vertenza; e il suo intervento fu decisivo per gli accordi, fu lui a far cessare lo sciopero (fra l'altro l'evento segna la nascita del sindacato dei minatori; inoltre il tradeunionismo  dopo questa vittoria si espanse estendendosi anche alle categorie meno qualificate e meno forti).
    Insomma fu un singolo prete a far tremare i trust di Londra e a far aprire la borsa ai magnati. E questo senza usare violenza, senza incitare alle barricate, senza invitare gli uomini alla distruzione, alle espropriazioni, alle rivoluzioni.

    Da segnalare che nello stesso mese a Roma, Crispi simboleggiando in Giordano Bruno il forte anticlericalismo del suo governo, nella capitale gli dedica (a mò di sfida) un monumento.
    La "questione romana" era giunta ad un punto critico. Il terribile frate finito sul rogo trecento anni prima, era divenuto il simbolo, un po’ pretestuoso e un poco arbitrario, dei laicisti, degli anticlericali, dei massoni, e tanti altri, contro la Chiesa. Eppure Leone XIII era un pontefice tollerante, mite, sensibile (come abbiamo appena letto e leggeremo più avanti) alla questione sociale: era il papa forse più incline a ricercare una soluzione tra i due poteri contrapposti - Chiesa e Stato - destinati per altro a dover "convivere". Nessuno poteva pensare di poter cancellare nella coscienza collettiva del popolo italiano, una istituzione così radicata com'era il pluri secolare cattolicesimo, soprattutto pensando al grado di ignoranza e di isolamento in cui erano vissuti le oltre undicimila città, paesi e frazioni a economia rurale, che avevano come autorità morale e unico punto di riferimento, il curato del villaggio.

    Ma l’eredità risorgimentale era ancora accesa e la proposta di Adriano Lemmi, gran maestro della massoneria, di erigere una statua a Giordano Bruno nel luogo dove era stato bruciato per eresia entusiasmò l’intera frastagliata linea anticlericale. Dimenticando che il problema più grosso da risolvere in una società in fermento -come non era mai stata -era quello del "convivere", e non il "dividere".

     A parte una ulteriore tensione tra il governo italiano e Vaticano, questa celebrazione ritenuta provocatoria  da alcuni ambienti della chiesa, crea non pochi problemi ai cattolici da qualche tempo pieni di dubbi su cosa fare, nonostante la buona volontà di Leone. Infatti il Papa il 23 maggio dell'anno prima, dopo tante iniziative, per trovare una soluzione alla "questione romana", con un atto significativo, nell'allocuzione Episcoporum accennò alla possibilità di una conciliazione con l'Italia. Poi incaricò il benedettino Tosti per avviare i colloqui. Ma Crispi non volle nemmeno iniziarli, anzi  sull'anticlericalismo spinse l'acceleratore. Questo in un ambiente -pur con tutte le contraddizioni- che non era più quello del 1870.
    La delusione di Leone fu grande, fino al punto che circolò la voce che il Papa voleva abbandonare Roma, rifugiarsi nella cattolica Austria. Francesco Giuseppe allarmato mandò subito qualcuno a dissuaderlo (nella Triplice c'erano già tanti problemi e non voleva trovarsi con un'Italia che forse non avrebbe indugiato a riunirsi alla Francia).

    Leone XIII resta a Roma, e indubbiamente iniziò a lavorare sulla sua Rerum novarum che uscirà il 15 maggio 1891.
     



    continua...........

     


    [Edited by Caterina63 4/24/2016 3:40 PM]
    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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    00 3/27/2010 11:52 PM
    I tempi erano dunque maturi anche in Italia per un organico chiarificatore intervento della Chiesa su tutto il problema sociale, e l'intervento ci fu. La Chiesa, rinnovata e come rinfrancata, si ergeva a guida dell'uomo contemporaneo, offrendogli gli strumenti per superare un periodo di grande crisi.
    Occorreva una personalità nuova, capace di immedesimarsi nella mentalità contemporanea e di capirne le necessità ed esigenze più vitali, di prendere un'iniziativa vasta e ardita. Leone era questa personalità (alla bella età di 80 anni!) e raccolse la grande ansia non solo dei cattolici in lunga attesa da trent'anni, ma l'angoscia dei figli più umili, cattolici o no; raccolse le ardenti posizioni innovatrici di tanti sacerdoti e vescovi, ed intervenne, con una chiarezza inusitata per quei tempi (con lui ripetiamo ottantenne).

    Prendendo coscienza della condizione di crisi e di disagio morale, oltre che materiale ed economico, in cui le masse di lavoratori erano venute a trovarsi a seguito del vertiginoso sviluppo industriale, poneva dei punti ben fermi:

    da una parte richiamava gli imprenditori e i capitalisti alle loro responsabilità, rimproverando loro egoismo e il tenace attaccamento al mito denaro (*), dall'altra esortava le classi operaie a non lasciarsi suggestionare da facili ideologie rivoluzionarie e a non irrigidirsi in una sterile lotta di classe. Faceva appello ad uno spirito di collaborazione tra le varie classi che dovevano insieme puntare a raggiungere uno stato di benessere, che fosse il benessere di tutti e non di pochi a svantaggio di molti: l'obiettivo indicato era quello di realizzare la solidarietà di capitale e lavoro, proprio perchè Leone XIII riteneva assurdo l'antagonismo tra le due forze, che soltanto unite e concordi possono progredire.
    (*) A costoro, ai capitalisti, ancora nell'89, parlando a diecimila operai francesi giunti a Roma in pellegrinaggio disse a questi ultimi, ma è implicito che i destinatari del messaggio erano i primi "A chi tiene il potere spetta soprattutto persuadersi di questa verità: che per rimuovere il pericolo da quella minaccia che potrebbe venire dal basso, nè le repressioni, nè le armi dei soldati saranno sufficienti"
    (aveva già anteveduto la Rivoluzione Russa con 17 anni di anticipo).

    L'enciclica ebbe un successo strepitoso e suscitò ovunque l'interessata ammirazione di chi sentiva che veniva finalmente offerta la possibilità di giungere alla soluzione di tanti problemi; le masse lavoratrici si resero conto che avevano ormai trovato nella Chiesa una potente e disinteressata alleata e nel Papa un difensore strenuo dei loro diritti troppe volte ingiustamente calpestati.

    Inutile dire che anche nel campo liberale moderato suscitò commenti favorevoli; quelle parole erano rimedi spirituali e civili e in un certo senso stemperavano gli animi. Nella coscienza collettiva il cattolicesimo c'era, inutile cercare di non prenderne atto (anche Napoleone dovette ricredersi, sbarazzandosi di quella pagliacciata che era stata creata; il "culto della ragione", il "culto trinitario di Marat, Chaliere Lepeletier", le "vestali della repubblica", le "sacerdotesse della ragione" ecc. ecc.)

    I contenuti dell'enciclica sanzionavano le tendenze già espresse da vari gruppi e movimenti e diede un vigoroso impulso allo sviluppo del cattolicesimo sociale e delle nuove tendenze di "democrazia cristiana", indicando alcuni principi: la funzione sociale della proprietà; il compito dello stato di promuovere la prosperità pubblica e privata quando l'iniziativa dei privati non basti; (qui Leone anticipa di trent'anni Keynes e il suo assistenzialismo americano del dopo '29); il valore umano del lavoro che non può essere considerato come una semplice merce; la condanna della lotta di classe, ma al tempo stesso il diritto degli operai di associarsi per la tutela dei loro diritti.
    L'enciclica fu definita dai cattolici la "Magna Carta del Lavoro".

    Già il 1° settembre 1891 a Vicenza i partecipanti al Congresso dei cattolici, NICOLO' REZZARA illustra una struttura di iniziative pratiche per soccorrere le classi povere. Elenca già 284 società cattoliche di mutuo soccorso (daranno vita a banche - casse rurali di risparmio (la famosa Banca Cattolica del Veneto, Antoniana ecc.); a patronati, a cooperative agricole a ad altre numerose iniziative). I convenuti propongono persino un sistema singolare agli operai. Sostituzione del salario con la partecipazione agli utili nelle industrie e un sistema di contratti-colonia in agricoltura.
    Iniziative che inasprirono il conflitto con lo Stato italiano laico, preoccupato che la Chiesa potesse inquadrare i lavoratori con l'obiettivo di uno stato confessionale.

    Tutta l'Italia era ormai animata da numerosi congressi, fondazioni di partiti, movimenti; di anarchici, del Partito dei lavoratori, dei clericomoderati della corrente cattolica transigente, della lega socialista milanese di Turati, di Ferri, Labriola, di repubblicani e radicali. Intanto le questioni economiche e sociali nel paese stavano esplodendo non solo dai banchi del Parlamento (questo da tempo non più a contatto con la realtà) ma fino all'ultimo villaggio della penisola. E soprattutto nelle grandi città. Già in febbraio erano iniziate dimostrazioni di protesta, legate alla forte disoccupazione, ai bassi salari, agli aumenti del costo della vita e soprattutto si contestarono gli alti costi della guerra coloniale. I primi incidenti iniziano a Bologna, proseguono a Roma, per poi estendersi nei successivi due mesi in altre città; poi a maggio ancora a Roma con scontri fra operai e forza pubblica e con centinaia di arresti. L'ordine del governo é "repressione" e ancora "repressione". Crispi non perdona, perseguita, fa le liste di prescrizione, toglie il diritto di voto agli avversari, ecc. ecc.

    In questo clima esce il 15 maggio la Rerum novarum. Una sfida alle armi con la penna.

    Non fu l'unico intervento ardito di Leone XIII, ma seguitò a protestare energicamente contro il clima di oppressione nei confronti dei movimenti cattolici, organizzazioni delle quali, al pari di quelle socialiste, furono colpite dalla repressione crispina, che fece chiudere migliaia di patronati, enti religiosi, associazioni.

    Il 5 maggio del 1898, quando era ancora fresca di stampa la sua protesta, in Italia il giorno dopo il 6-9 maggio esplode un'ondata di violenti tumulti sul caropane e sullo stato di miseria della popolazione. Disordini e protesta sociale che a Milano diventa una tragedia quando mobilitato dal governo un corpo d'armata al comando di Bava Beccaris con pieni poteri nella repressione, lui zelante esecutore, ordina di sparare a cannonate con alzo zero sulla folla. Un eccidio! 80 morti e 300 feriti. E uno stato d'assedio esteso poi a Napoli, in Toscana a Como.
    Beccaris verrà insignito della gran croce dell'Ordine militare di Savoia; è Re Umberto ad appuntargliela sul petto, per il "servizio reso alle istituzioni e alla civiltà". Un anarchico Gaetano Bresci, indignato, nel 1900, partirà da New Jersey, per mettere sul petto di Re Umberto, un altro pezzo di "civiltà": gli scarica la sua pistola addosso e uccide il Sovrano. Se civiltà era quella di Beccaris, perchè meravigliarsi di quest'altra di Bresci? Entrambe andavano a braccetto.

    Altre indignate proteste, indignazione, profonde amarezze; ma Leone XIII aveva ormai 88 anni, vecchissimo e malato non riuscì a compiere l'opera così arditamente iniziata; anche perchè con l'avvento alla carica di Segretario di Stato del cardinale RAMPOLLA (e subito dopo con la morte del papa avvenuta il 20 luglio 1903) e l'elezione di Pio X, ci fu un brusco mutamento di atteggiamento; e con l'intransigenza dei due, i conflitti invece di appianarsi diventarono ancora più aspri.

    Ma ormai Leone XIII aveva fatto maturare una situazione nuova e i nuovi rapporti tra Chiesa e Stato erano inevitabili (prima con Giolitti poi perfino con l' "eretico" (così si firmava in gioventù) Mussolini. Pur avendo emanata nel 1901 l'enciclica Graves de communi, con la quale Leone XIII vietava di dare un carattere politico al partito dei cattolici (la nascente Democrazia Cristiana), Murri e Don Sturzo proseguirono dopo la sua morte ancora più arditamente. I due attaccando gli intransigenti conservatori sostenevano che i cattolici si dovevano impegnare concretamente nella difesa delle libertà fondamentali e dei ceti popolari "anche appoggiando alcune battaglie dell'estrema sinistra". A schierarsi con i due preti ribelli, l'Opera dei Congressi, subito osteggiata dal Vaticano e nel successivo anno 1904 fatta sciogliere da Pio X e dai potenti prelati conservatori.
    Il dissidio ridiventa incolmabile tra i cattolici intransigenti e i democratici. Si forma qui l'ala sinistra del mondo cattolico, che solo in seguito diventa ufficiale, che avrà un ruolo importante per la nascita del Partito Popolare di Don Sturzo; che porterà alla definitiva abolizione del non expedit in occasione delle elezioni. Prendendo il PPI il 20,6% dei voti entrerà in Parlamento diventando il principale interlocutore del governo.
    L'opera di Leone XIII "l'ardito" era così conclusa. Anche se lasciò a loro la responsabilità di risolvere i numerosi problemi, che non mancarono (vedi le divisioni all'Opera dei Congressi, Murri, Toniolo, Don Sturzo, e molto più tardi Dossetti), e ancora oggi a distanza di un secolo sono ancora irrisolti: infatti i cattolici sono presenti in entrambe le due barricate poliste.

    Il contenuto del riquadro sopra è ancora interamente attuale!

    Non si può negare che il sistema economico attuale vigente è efficiente, e inventa costantemente nuove tecnologie in ordine di diventare più profittevole. Ma il peccato dell'uomo fa sì che sia un sistema ingiusto, in cui il divario tra poveri e ricchi tende ad allargarsi. E questa non è una conquista della civiltà, è conquista ad ogni costo del profitto individualista. E' l'appannaggio di una minoranza ristretta dell'umanità, spesso indifferente all'altra gran parte degli abitanti del pianeta.

    Secondo un rapporto dell' UNDP (ONU) il 20% dei ricchi del mondo che nel 1960 possedevano il 70% delle ricchezze mondiale sono arrivati ad averne l'83%. Al contrario il 20% dei poveri che negli anni sessanta possedevano il 2% delle ricchezze mondiali sono passati ora all'1,4%.
    In altre parole la concentrazione della ricchezza può essere espressa dal fatto che 358 ipermiliardari detengono il 45% della ricchezza mondiale.
    Le parole dello scrittore francese Georges Bernanos conservano tutta la loro drammatica attualità:
    «Nel momento in cui parlo, la peggiore disgrazia del mondo è che non è stato mai tanto difficile distinguere tra i costruttori e i distruttori, perché mai prima d'ora la barbarie ha disposto di mezzi più potenti per abusare delle delusioni e delle speranze di una umanità, la quale dubita di se stessa e del proprio avvenire» (i potenti media; con il monopolio dell'informazione, che oggi, distorta, entra inavvertitamente anche dentro le minime fessure di quelle barriere cerebrali che ingenuamente crediamo di avere innalzate per difenderci).

    Mary Robinson, alto commissario dell'Onu per i Diritti Umani, ha dichiarato nel celebrare l'anniversario della Dichiarazione: «Non è un anniversario da celebrare. Ci sono nel mondo così gravi violazioni dei diritti umani che dobbiamo piuttosto assumerci la nostra responsabilità».

    Mentre chi scrive vuole aggiungere:

    "quando sai che un tuo concittadino non ha nemmeno il necessario, nè l'indispensabile, non andare in giro orgoglioso a parlare bene del tuo paese, a dire che è grande, è civile, è ricco, solo perchè tu sei elegante, hai denaro e qualche etto di quelle cose; come si chiamano quelle cose? cultura, civiltà e denaro! arrossisci e taci! non sei civile, la tua cultura spesso è quella che hanno anche gli avvoltoi; e vergognati del tuo paese se sai che in questo vivono dei tuoi simili nell'indigenza e quel che è peggio nella tua indifferenza, che è il peggiore degli atteggiamenti nel mondo umano". Anche un avvoltoio, un lupo, uno sciacallo, soccorre un suo simile se è in difficoltà.

    _____________________________

    "Sulla Rerum Novarum, vero è che aveva già in certo modo spianata la via con altre encicliche, come quella sui fondamenti della società umana, la famiglia cioè e il venerando Sacramento del matrimonio (enciclica Arcanum del 10 febbraio 1880); sull'origine del potere civile (enciclica Diuturnum del 29 giugno 1881); sull'ordine delle sue relazioni con la Chiesa (enciclica Immortale Dei del l° novembre 1885); sui principali doveri del cittadino cristiano (enciclica Sapientiae Christianae del 10 gennaio 1890); contro gli errori del socialismo (enciclica Quod apostolici muneris del 28 dicembre 1878) e la prava dottrina intorno all'umana libertà (enciclica Libertas del 20 giugno 1888) e altre di ugual genere, dove Leone XIII aveva già espresso ampiamente il suo pensiero, ma l'enciclica Rerum Novarum, rispetto alle altre, ebbe questo di proprio, che allora appunto quando ciò era sommamente opportuno e anzi necessario, diede a tutto il genere umano norme sicurissime, per la debita soluzione degli ardui problemi della società umana, che vanno sotto il nome di questione sociale" (citazione di Pio XI, in occasione della sua enciclica "Quadragesimo anno", del 1931).

    La commemoreranno e la citeranno in seguito Pio XII nel 1941, Papa GIOVANNI XXIII nella sua "Mater et Magistra" del 15 maggio 1961, Papa PAOLO VI con l'epistola "Octogesima adveniens" del 14 maggio 1971, infine Papa GIOVANNI PAOLO II, il 1° maggio 1991, (nel centenario della "Rerum") con la sua enciclica "Centesimus annus".
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    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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    RERUM NOVARUM
    LETTERA ENCICLICA DI PAPA LEONE XIII


    Dato a Roma presso san Pietro, il giorno 15 maggio 1891, anno decimo del nostro pontificato.


    INTRODUZIONE

    Motivo dell'enciclica: la questione operaia

    1. L'ardente brama di novità che da gran tempo ha cominciato ad agitare i popoli, doveva naturalmente dall'ordine politico passare nell'ordine simile dell'economia sociale. E difatti i portentosi progressi delle arti e i nuovi metodi dell'industria; le mutate relazioni tra padroni ed operai; l'essersi accumulata la ricchezza in poche mani e largamente estesa la povertà; il sentimento delle proprie forze divenuto nelle classi lavoratrici più vivo, e l'unione tra loro più intima; questo insieme di cose, con l'aggiunta dei peggiorati costumi, hanno fatto scoppiare il conflitto. Il quale è di tale e tanta gravità che tiene sospesi gli animi in trepida aspettazione e affatica l'ingegno dei dotti, i congressi dei sapienti, le assemblee popolari, le deliberazioni dei legislatori, i consigli dei principi, tanto che oggi non vi è questione che maggiormente interessi il mondo. Pertanto, venerabili fratelli, ciò che altre volte facemmo a bene della Chiesa e a comune salvezza con le nostre lettere encicliche sui Poteri pubblici, la Libertà umana, la Costituzione cristiana degli Stati, ed altri simili argomenti che ci parvero opportuni ad abbattere errori funesti, la medesima cosa crediamo di dover fare adesso per gli stessi motivi sulla questione operaia. Trattammo già questa materia, come ce ne venne l'occasione più di una volta: ma la coscienza dell'apostolico nostro ministero ci muove a trattarla ora, di proposito e in pieno, al fine di mettere in rilievo i principi con cui, secondo giustizia ed equità, si deve risolvere la questione. Questione difficile e pericolosa. Difficile, perché ardua cosa è segnare i precisi confini nelle relazioni tra proprietari e proletari, tra capitale e lavoro. Pericolosa perché uomini turbolenti ed astuti, si sforzano ovunque di falsare i giudizi e volgere la questione stessa a perturbamento dei popoli.

    2. Comunque sia, è chiaro, ed in ciò si accordano tutti, come sia di estrema necessità venir in aiuto senza indugio e con opportuni provvedimenti ai proletari, che per la maggior parte si trovano in assai misere condizioni, indegne dell'uomo. Poiché, soppresse nel secolo passato le corporazioni di arti e mestieri, senza nulla sostituire in loro vece, nel tempo stesso che le istituzioni e le leggi venivano allontanandosi dallo spirito cristiano, avvenne che poco a poco gli operai rimanessero soli e indifesi in balda della cupidigia dei padroni e di una sfrenata concorrenza. Accrebbe il male un'usura divoratrice che, sebbene condannata tante volte dalla Chiesa., continua lo stesso, sotto altro colore, a causa di ingordi speculatori. Si aggiunga il monopolio della produzione e del commercio, tanto che un piccolissimo numero di straricchi hanno imposto all'infinita moltitudine dei proletari un gioco poco meno che servile.

    PARTE PRIMA
    IL SOCIALISMO, FALSO RIMEDIO

    La soluzione socialista inaccettabile dagli operai

    3. A rimedio di questi disordini, i socialisti, attizzando nei poveri l'odio ai ricchi, pretendono si debba abolire la proprietà, e far di tutti i particolari patrimoni un patrimonio comune, da amministrarsi per mezzo del municipio e dello stato. Con questa trasformazione della proprietà da personale in collettiva, e con l'eguale distribuzione degli utili e degli agi tra i cittadini, credono che il male sia radicalmente riparato. Ma questa via, non che risolvere le contese, non fa che danneggiare gli stessi operai, ed è inoltre ingiusta per molti motivi, giacché manomette i diritti dei legittimi proprietari, altera le competenze degli uffici dello Stato, e scompiglia tutto l'ordine sociale.

    4. E infatti non è difficile capire che lo scopo del lavoro, il fine prossimo che si propone l'artigiano, è la proprietà privata. Poiché se egli impiega le sue forze e la sua industria a vantaggio altrui, lo fa per procurarsi il necessario alla vita: e però con il suo lavoro acquista un vero e perfetto diritto, non solo di esigere, ma d'investire come vuole, la dovuta mercede. Se dunque con le sue economie è riuscito a far dei risparmi e, per meglio assicurarli, li ha investiti in un terreno, questo terreno non è infine altra cosa che la mercede medesima travestita di forma, e conseguente proprietà sua, né più né meno che la stessa mercede. Ora in questo appunto, come ognuno sa, consiste la proprietà, sia mobile che stabile. Con l'accumulare pertanto ogni proprietà particolare, i socialisti, togliendo all'operaio la libertà di investire le proprie mercedi, gli rapiscono il diritto e la speranza di trarre vantaggio dal patrimonio domestico e di migliorare il proprio stato, e ne rendono perciò più infelice la condizione.

    5. II peggio si è che il rimedio da costoro proposto è una aperta ingiustizia, giacché la proprietà prenata è diritto di natura. Poiché anche in questo passa gran differenza tra l'uomo e il bruto. Il bruto non governa sé stesso; ma due istinti lo reggono e governano, i quali da una parte ne tengono desta l'attività e ne svolgono le forze, dall altra terminano e circoscrivono ogni suo movimento; cioè l'istinto della conservazione propria, e l'istinto della conservazione della propria specie. A conseguire questi due fini, basta al bruto l'uso di quei determinati mezzi che trova intorno a sé; né potrebbe mirare più lontano, perché mosso unicamente dal senso e dal particolare sensibile. Ben diversa è la natura dell'uomo. Possedendo egli la vita sensitiva nella sua pienezza, da questo lato anche a lui è dato, almeno quanto agli altri animali, di usufruire dei beni della natura materiale. Ma l'animalità in tutta la sua estensione, lungi dal circoscrivere la natura umana, le è di gran lunga inferiore, e fatta per esserle soggetta. Il gran privilegio dell'uomo, ciò che lo costituisce tale o lo distingue essenzialmente dal bruto, è l'intelligenza, ossia la ragione. E appunto perché ragionevole, si deve concedere all'uomo qualche cosa di più che il semplice uso deí beni della terra, comune anche agli altri animali: e questo non può essere altro che il diritto di proprietà stabile; né proprietà soltanto di quelle cose che si consumano usandole, ma anche di quelle che l'uso non consuma.

    La proprietà privata è di diritto naturale

    6. Ciò riesce più evidente se si penetra maggiormente nell'umana natura. Per la sterminata ampiezza del suo conoscimento, che abbraccia, oltre il presente, anche l'avvenire, e per la sua libertà, l'uomo sotto la legge eterna e la provvidenza universale di Dio, è provvidenza a sé stesso. Egli deve dunque poter scegliere i mezzi che giudica più propri al mantenimento della sua vita, non solo per il momento che passa, ma per il tempo futuro. Ciò vale quanto dire che, oltre il dominio dei frutti che dà la terra, spetta all'uomo la proprietà della terra stessa, dal cui seno fecondo deve essergli somministrato il necessario ai suoi bisogni futuri. Giacché i bisogni dell'uomo hanno, per così dire, una vicenda di perpetui ritorni e, soddisfatti oggi, rinascono domani. Pertanto la natura deve aver dato all'uomo il diritto a beni stabili e perenni, proporzionati alla perennità del soccorso di cui egli abbisogna, beni che può somministrargli solamente la terra, con la sua inesauribile fecondità. Non v'è ragione di ricorrere alla provvidenza dello Stato perché l'uomo è anteriore alto Stato: quindi prima che si formasse il civile consorzio egli dovette aver da natura il diritto di provvedere a sé stesso.

    7. L'aver poi Iddio dato la terra a uso e godimento di tutto il genere umano, non si oppone per nulla al diritto della privata proprietà; poiché quel dono egli lo fece a tutti, non perché ognuno ne avesse un comune e promiscuo dominio, bensì in quanto non assegnò nessuna parte del suolo determinatamente ad alcuno, lasciando ciò all'industria degli uomini e al diritto speciale dei popoli. La terra, per altro, sebbene divisa tra i privati, resta nondimeno a servizio e beneficio di tutti, non essendovi uomo al mondo che non riceva alimento da essi. Chi non ha beni propri vi supplisce con il lavoro; tanto che si può affermare con verità che il mezzo universale per provvedere alla vita è il lavoro, impiegato o nel coltivare un terreno proprio, o nell'esercitare un'arte, la cui mercede in ultimo si ricava dai molteplici frutti della terra e in essi viene commutata. Ed è questa un'altra prova che la proprietà privata è conforme alla natura. Il necessario al mantenimento e al perfezionamento della vita umana la terra ce lo somministra largamente, ma ce lo somministra a questa condizione, che l'uomo la coltivi e le sia largo di provvide cure. Ora, posto che a conseguire i beni della natura l'uomo impieghi l'industria della mente e le forze del corpo, con ciò stesso egli riunisce in sé quella parte della natura corporea che ridusse a cultura, e in cui lasciò come impressa una impronta della sua personalità, sicché giustamente può tenerla per sua ed imporre agli altri l'obbligo di rispettarla.

    La proprietà privata sancita dalle leggi umane e divine

    8. Così evidenti sono tali ragioni, che non si sa capire come abbiano potuto trovar contraddizioni presso alcuni, i quali, rinfrescando vecchie utopie, concedono bensì all'uomo l'uso del suolo e dei vari frutti dei campi, ma del suolo ove egli ha fabbricato e del campo che ha coltivato gli negano la proprietà. Non si accorgono costoro che in questa maniera vengono a defraudare l'uomo degli effetti del suo lavoro. Giacché il campo dissodato dalla mano e dall'arte del coltivato non è più quello di prima, da silvestre è divenuto fruttifero, da sterile ferace. Questi miglioramenti prendono talmente corpo in quel terreno che la maggior parte di essi ne sono inseparabili. Ora, che giustizia sarebbe questa, che un altro il quale non ha lavorato subentrasse a goderne i frutti? Come l'effetto appartiene alla sua causa, così il frutto del lavoro deve appartenere a chi lavora. A ragione pertanto il genere umano, senza affatto curarsi dei pochi contraddittori e con l'occhio fisso alla legge di natura, trova in questa legge medesima il fondamento della divisione dei beni; e riconoscendo che la proprietà privata è sommamenae consona alla natura dell'uomo e alla pacifica convivenza sociale, l'ha solennemente sancita mediante la pratica di tutti i secoli. E le leggi civili che, quando sono giuste, derivano la propria autorità ed efficacia dalla stessa legge naturale(1), confermano tale diritto e lo assicurano con la pubblica forza. Né manca il suggello della legge divina, la quale vieta strettissimamente perfino il desiderio della roba altrui: Non desiderare la moglie del prossimo tuo: non la casa, non il podere, non la serva, non il bue, non l'asino, non alcuna cosa di tutte quelle che a lui appartengono(2).

    La libertà dell'uomo

    9. Questo diritto individuale cresce di valore se lo consideriamo nei riguardi del consorzio domestico. Libera all'uomo è l'elezione del proprio stato: Egli può a suo piacere seguire il consiglio evangelico della verginità o legarsi in matrimonio. Naturale e primitivo è il diritto al coniugio e nessuna legge umana può abolirlo, né può limitarne, comunque sia, lo scopo a cui Iddio l'ha ordinato quando disse: Crescete e moltiplicatevi (3). Ecco pertanto la famiglia, ossia la società domestica, società piccola ma vera, e anteriore a ogni civile società; perciò con diritti e obbligazioni indipendenti dallo Stato. Ora, quello che dicemmo in ordine al diritto di proprietà inerente all'individuo va applicato all'uomo come capo di famiglia: anzi tale diritto in lui è tanto più forte quanto più estesa e completa è nel consorzio domestico la sua personalità.

    Famiglia e Stato

    10. Per legge inviolabile di natura incombe al padre il mantenimento della prole: e per impulso della natura medesima, che gli fa scorgere nei figli una immagine di sé e quasi una espansione e continuazione della sua persona, egli è spinto a provvederli in modo che nel difficile corso della vita possano onestamente far fronte ai propri bisogni: cosa impossibile a ottenersi se non mediante l'acquisto dei beni fruttiferi, ch'egli poi trasmette loro in eredità. Come la convivenza civile così la famiglia, secondo quello che abbiamo detto, è una società retta da potere proprio, che è quello paterno. Entro i limiti determinati dal fine suo, la famiglia ha dunque, per la scelta e l'uso dei mezzi necessari alla sua conservazione e alla sua legittima indipendenza, diritti almeno eguali a quelli della società civile. Diciamo almeno eguali, perché essendo il consorzio domestico logicamente e storicamente anteriore al civile, anteriori altresì e più naturali ne debbono essere i diritti e i doveri. Che se l'uomo, se la famiglia, entrando a far parte della società civile, trovassero nello Stato non aiuto, ma offesa, non tutela, ma diminuzione dei propri diritti, la civile convivenza sarebbe piuttosto da fuggire che da desiderare.

    Lo Stato e il suo intervento nella famiglia

    11. È dunque un errore grande e dannoso volere che lo Stato possa intervenire a suo talento nel santuario della famiglia. Certo, se qualche famiglia si trova per avventura in si gravi strettezze che da sé stessa non le è affatto possibile uscirne, è giusto in tali frangenti l'intervento dei pubblici poteri, giacché ciascuna famiglia è parte del corpo sociale. Similmente in caso di gravi discordie nelle relazioni scambievoli tra i membri di una famiglia intervenga lo Stato e renda a ciàscuno il suo, poiché questo non è usurpare i diritti dei cittadini, ma assicurarli e tutelarli secondo la retta giustizia. Qui però deve arrestarsi lo Stato; la natura non gli consente di andare oltre. La patria potestà non può lo Stato né annientarla né assorbirla, poiché nasce dalla sorgente stessa della vita umana. I figli sono qualche cosa del padre, una espansione, per così dire, della sua personalità e, a parlare propriamente, essi entrano a far parte del civile consorzio non da sé medesimi, bensì mediante la famiglia in cui sono nati. È appunto per questa ragione che, essendo i figli naturalmente qualcosa del padre... prima dell'uso della ragione stanno sotto la cura dei genitori. (4) Ora, i socialisti, sostituendo alla provvidenza dei genitori quella dello Stato, vanno contro la giustizia naturale e disciolgono la compagine delle famiglie.

    La soluzione socialista è nociva alla stessa società

    12. Ed oltre l'ingiustizia, troppo chiaro appare quale confusione e scompiglio ne seguirebbe in tutti gli ordini della cittadinanza, e quale dura e odiosa schiavitù nei cittadini. Si aprirebbe la via agli asti, alle recriminazioni, alle discordie: le fonti stesse della ricchezza, inaridirebbero, tolto ogni stimolo all'ingegno e all'industria individuale: e la sognata uguaglianza non sarebbe di fatto che una condizione universale di abiezione e di miseria. Tutte queste ragioni danno diritto a concludere che la comunanza dei beni proposta dal socialismo va del tutto rigettata, perché nuoce a quei medesimi a cui si deve recar soccorso, offende i diritti naturali di ciascuno, altera gli uffici dello Stato e turba la pace comune. Resti fermo adunque, che nell'opera di migliorare le sorti delle classi operaie, deve porsi come fondamento inconcusso il diritto di proprietà privata. Presupposto ciò, esporremo donde si abbia a trarre il rimedio.


    continua.....
    Fraternamente CaterinaLD

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    PARTE SECONDA
    IL VERO RIMEDIO:
    L'UNIONE DELLE ASSOCIAZIONI


    A) L'opera della Chiesa

    13. Entriamo fiduciosi in questo argomento, e di nostro pieno diritto; giacché si tratta di questione di cui non è possibile trovare una risoluzione che valga senza ricorrere alla religione e alla Chiesa. E poiché la cura della religione e la dispensazione dei mezzi che sono in potere della Chiesa è affidata principalmente a noi, ci parrebbe di mancare al nostro ufficio, tacendo. Certamente la soluzione di si arduo problema richiede il concorso e l'efficace cooperazione anche degli altri: vogliamo dire dei governanti, dei padroni e dei ricchi, come pure degli stessi proletari che vi sono direttamente interessati: ma senza esitazione alcuna affermiamo che, se si prescinde dall'azione della Chiesa, tutti gli sforzi riusciranno vani. Difatti la Chiesa è quella che trae dal Vangelo dottrine atte a comporre, o certamente a rendere assai meno aspro il conflitto: essa procura con gli insegnamenti suoi, non solo d'illuminare la mente, ma d'informare la vita e i costumi di ognuno: con un gran numero di benefiche istituzioni migliora le condizioni medesime del proletario; vuole e brama che i consigli e le forze di tutte le classi sociali si colleghino e vengano convogliate insieme al fine di provvedere meglio che sia possibile agli interessi degli operai; e crede che, entro i debiti termini, debbano volgersi a questo scopo le stesse leggi e l'autorità dello Stato.

    1 - Necessità delle ineguaglianze sociali e del lavoro faticoso

    14. Si stabilisca dunque in primo luogo questo principio, che si deve sopportare la condizione propria dell'umanità: togliere dal mondo le disparità sociali, è cosa impossibile. Lo tentano, è vero, i socialisti, ma ogni tentativo contro la natura delle cose riesce inutile. Poiché la più grande varietà esiste per natura tra gli uomini: non tutti posseggono lo stesso ingegno, la stessa solerzia, non la sanità, non le forze in pari grado: e da queste inevitabili differenze nasce di necessità la differenza delle condízioní sociali. E ciò torna a vantaggio sia dei privati che del civile consorzio, perché la vita sociale abbisogna di attitudini varie e di uffici diversi, e l'impulso principale, che muove gli uomini ad esercitare tali uffici, è la disparità dello stato. Quanto al lavoro, l'uomo nello stato medesimo d'innocenza non sarebbe rimasto inoperoso: se non che, quello che allora avrebbe liberamente fatto la volontà a ricreazione dell'animo, lo impose poi, ad espiazione del peccato, non senza fatica e molestia, la necessità, secondo quell'oracolo divino: Sia maledetta la terra nel tuo lavoro; mangerai di essa in fatica tutti i giorni della tua vita (5). Similmente il dolore non mancherà mai sulla terra; perché aspre, dure, difficili a sopportarsi sono le ree conseguenze del peccato, le quali, si voglia o no, accompagnano l'uomo fino alla tomba. Patire e sopportare è dunque il retaggio dell'uomo; e qualunque cosa si faccia e si tenti, non v'è forza né arte che possa togliere del tutto le sofferenze del mondo. Coloro che dicono di poterlo fare e promettono alle misere genti una vita scevra di dolore e di pene, tutta pace e diletto, illudono il popolo e lo trascinano per una via che conduce a dolori più grandi di quelli attuali. La cosa migliore è guardare le cose umane quali sono e nel medesimo tempo cercare altrove, come dicemmo, il rimedio ai mali.

    2 - Necessità della concordia

    15. Nella presente questione, lo scandalo maggiore è questo: supporre una classe sociale nemica naturalmente dell'altra; quasi che la natura abbia fatto i ricchi e i proletari per battagliare tra loro un duello implacabile; cosa tanto contraria alla ragione e alla verità. In vece è verissimo che, come nel corpo umano le varie membra si accordano insieme e formano quell'armonico temperamento che si chiama simmetria, così la natura volle che nel civile consorzio armonizzassero tra loro quelle due classi, e ne risultasse l'equilibrio. L'una ha bisogno assoluto dell'altra: né il capitale può stare senza il lavoro, né il lavoro senza il capitale. La concordia fa la bellezza e l'ordine delle cose, mentre un perpetuo conflitto non può dare che confusione e barbarie. Ora, a comporre il dissidio, anzi a svellerne le stesse radici, il cristianesimo ha una ricchezza di forza meravigliosa.

    3 - Relazioni tra le classi sociali
    a) giustizia

    16. Innanzi tutto, l'insegnamento cristiano, di cui è interprete e custode la Chiesa, è potentissimo a conciliare e mettere in accordo fra loro i ricchi e i proletari, ricordando agli uni e agli altri i mutui doveri incominciando da quello imposto dalla giustizia. Obblighi di giustizia, quanto al proletario e all'operaio, sono questi: prestare interamente e fedelmente l'opera che liberamente e secondo equità fu pattuita; non recar danno alla roba, né offesa alla persona dei padroni; nella difesa stessa dei propri diritti astenersi da atti violenti, né mai trasformarla in ammutinamento; non mescolarsi con uomini malvagi, promettitori di cose grandi, senza altro frutto che quello di inutili pentimenti e di perdite rovinose. E questi sono i doveri dei capitalisti e dei padroni: non tenere gli operai schiavi; rispettare in essi la dignità della persona umana, nobilitata dal carattere cristiano. Agli occhi della ragione e della fede il lavoro non degrada l'uomo, ma anzi lo nobilita col metterlo in grado di vivere onestamente con l'opera propria. Quello che veramente è indegno dell'uomo è di abusarne come di cosa a scopo di guadagno, né stimarlo più di quello che valgono i suoi nervi e le sue forze. Viene similmente comandato che nei proletari si deve aver riguardo alla religione e ai beni dell'anima. È obbligo perciò dei padroni lasciare all'operaio comodità e tempo che bastino a compiere i doveri religiosi; non esporlo a seduzioni corrompitrici e a pericoli di scandalo; non alienarlo dallo spirito di famiglia e dall'amore del risparmio; non imporgli lavori sproporzionati alle forze, o mal confacenti con l'età e con il sesso.

    17. Principalissimo poi tra i loro doveri è dare a ciascuno la giusta mercede. Il determinarla secondo giustizia dipende da molte considerazioni: ma in generale si ricordino i capitalisti e i padroni che le umane leggi non permettono di opprimere per utile proprio i bisognosi e gli infelici, e di trafficare sulla miseria del prossimo. Defraudare poi la dovuta mercede è colpa così enorme che grida vendetta al cospetto di Dio. Ecco, la mercede degli operai... che fu defraudata da voi, grida; e questo grido ha ferito le orecchie del Signore degli eserciti (6). Da ultimo è dovere dei ricchi non danneggiare i piccoli risparmi dell'operaio né con violenza né con frodi né con usure manifeste o nascoste; questo dovere è tanto più rigoroso, quanto più debole e mal difeso è l'operaio e più sacrosanta la sua piccola sostanza. L'osservanza di questi precetti non basterà essa sola a mitigare l'asprezza e a far cessare le cagioni del dissidio ?

    b) carità

    18. Ma la Chiesa, guidata dagli insegnamenti e dall'esempio di Cristo, mira più in alto, cioè a riavvicinare il più possibile le due classi, e a renderle amiche. Le cose del tempo non è possibile intenderle e valutarle a dovere, se l'animo non si eleva ad un'altra vita, ossia a quella eterna, senza la quale la vera nozione del bene morale necessariamente si dilegua, anzi l'intera creazione diventa un mistero inspiegabile. Quello pertanto che la natura stessa ci detta, nel cristianesimo è un dogma su cui come principale fondamento poggia tutto l'edificio della religione: cioè che la vera vita dell'uomo è quella del mondo avvenire. Poiché Iddio non ci ha creati per questi beni fragili e caduchi, ma per quelli celesti ed eterni; e la terra ci fu data da Lui come luogo di esilio, non come patria. Che tu abbia in abbondanza ricchezze ed altri beni terreni o che ne sia privo, ciò all'eterna felicità non importa nulla; ma il buono o cattivo uso di quei beni, questo è ciò che sommamente importa. Le varie tribolazioni di cui è intessuta la vita di quaggiù, Gesù Cristo, che pur ci ha redenti con redenzione copiosa, non le ha tolte; le ha convertite in stimolo di virtù e in maniera di merito, tanto che nessun figlio di Adamo può giungere al cielo se non segue le orme sanguinose di Lui. Se persevereremo, regneremo insieme (7). Accettando volontariamente sopra di sé travagli e dolori, egli ne ha mitigato l'acerbità in modo meraviglioso, e non solo con l'esempio ma con la sua grazia e con la speranza del premio proposto, ci ha reso più facile il patire. Poichè quella che attualmente è una momentanea e leggera tribolazione nostra, opera in noi un eterno e sopra ogni misura smisurato peso di gloria (8). I fortunati del secolo sono dunque avvertiti che le ricchezze non li liberano dal dolore e che esse per la felicità avvenire, non che giovare, nuocciono (9); che i ricchi debbono tremare, pensando alle minacce straordinariamente severe di Gesù Cristo (10); che dell'uso dei loro beni avranno un giorno da rendere rigorosissimo conto al Dio giudice.

    c) la vera utilità delle ricchezze

    19. In ordine all'uso delle ricchezze, eccellente e importantissima è la dottrina che, se pure fu intravveduta dalla filosofia, venne però insegnata a perfezione dalla Chiesa; la quale inoltre procura che non rimanga pura speculazione, ma discenda nella pratica e informi la vita. Il fondamento di tale dottrina sta in ciò: che nella ricchezza si suole distinguere il possesso legittimo dal legittimo uso. Naturale diritto dell'uomo è, come vedemmo, la privata proprietà dei beni e l'esercitare questo diritto é, specialmente nella vita socievole, non pur lecito, ma assolutamente necessario. E' lecito, dice san Tommaso, anzi necessario all'umana vita che l'uomo abbia la proprietà dei beni (11). Ma se inoltre si domandi quale debba essere l'uso di tali beni, la Chiesa per bocca del santo Dottore non esita a rispondere che, per questo rispetto, l'uomo non deve possedere i beni esterni come propri, bensì come comuni, in modo che facilmente li comunichi all'altrui necessità. Onde l'Apostolo dice: Comanda ai ricchi di questo secolo di dare e comunicare facilmente il proprio (12). Nessuno, Certo, é tenuto a soccorrere gli altri con le cose necessarie a sé e ai suoi, anzi neppure con ciò che è necessario alla convivenza e al decoro del proprio stato, perchè nessuno deve vivere in modo non conveniente (13). Ma soddisfatte le necessità e la convenienza è dovere soccorrere col superfluo i bisognosi. Quello che sopravanza date in elemosina (14). Eccetto il caso di estrema necessità, questi, è vero, non sono obblighi di giustizia, ma di carità cristiana il cui adempimento non si può certamente esigere per via giuridica, ma sopra le leggi e i giudizi degli uomini sta la legge e il giudizio di Crísto, il quale inculca in molti modi la pratica del dono generoso e insegna: E' più bello dare che ricevere (15), e terrà per fatta o negata a sé la carità fatta o negata ai bisognosi: Quanto faceste ad uno dei minimi di questi miei fratelli, a me lo faceste (16). In conclusione, chiunque ha ricevuto dalla munificenza di Dio copia maggiore di beni, sia esteriori e corporali sia spirituali, a questo fine li ha ricevuti, di servirsene al perfezionamento proprio, e nel medesimo tempo come ministro della divina provvidenza a vantaggio altrui: Chi ha dunque ingegno, badi di non tacere; chi ha abbondanza di roba, si guardi dall'essere troppo duro di mano nell'esercizio della misericordia; chi ha un'arte per vivere, ne partecipi al prossimo l'uso e l'utilità (17).

    d) vantaggi della povertà

    20. Ai poveri poi, la Chiesa insegna che innanzi a Dio non è cosa che rechi vergogna né la povertà né il dover vivere di lavoro. Gesù Cristo confermò questa verità con 1'esempio suo mentre, a salute degli uomini, essendo ricco, si fece povero (18) ed essendo Figlio di Dio, e Dio egli stesso, volle comparire ed essere creduto figlio di un falegname, anzi non ricusò di passare lavorando la maggior parte della sua vita: Non è costui il fabbro, il figlio di Maria? (19) Mirando la divinità di questo esempio, si comprende più facilmente che la vera dignità e grandezza dell'uomo è tutta morale, ossia riposta nella virtù; che la virtù è patrimonio comune, conseguibile ugualmente dai grandi e dai piccoli, dai ricchi e dai proletari; che solo alle opere virtuose, in chiunque si trovino, è serbato il premio dell'eterna beatitudine. Diciamo di più per gli infelici pare che Iddio abbia una particolare predilezione poiché Gesù Cristo chiama beati i poveri (20); in. vita amorosamente a venire da lui per conforto, quanti sono stretti dal peso degli affanni (21); i deboli e i perseguitati abbraccia con atto di carità specialissima. Queste verità sono molto efficaci ad abbassar l'orgoglio dei fortunati e togliere all'avvilimento i miseri, ad ispirare indulgenza negli uni e modestia negli altri. Così le distanze, tanto care all'orgoglio, si accorciano; né riesce difficile ottenere che le due classi, stringendosi la mano, scendano ad amichevole accordo.

    e) fraternità cristiana

    21. Ma esse, obbedendo alla legge evangelica, non saranno paghe di una semplice amicizia, ma vorranno darsi l'amplesso dell'amore fraterno. Poiché conosceranno e sentiranno che tutti gli uomini hanno origine da Dio, Padre comune; che tutti tendono a Dio, fine supremo, che solo può rendere perfettamente felici gli uomini e gli angeli; che tutti sono stati ugualmente redenti da Gesù Cristo e chiamati alla dignità della figliolanza divina, in modo che non solo tra loro, ma con Cristo Signore, primogenito fra molti fratelli, sono congiunti col vincolo di una santa fraternità. Conosceranno e sentiranno che i beni di natura e di grazia sono patrimonio comune del genere umano e che nessuno, senza proprio merito, verrà diseredato dal retaggio dei beni celesti: perché se tutti figli, dunque tutti eredi; eredi di Dio, e coeredi di Gesù Cristo (22). Ecco 1'ideale dei diritti e dei doveri contenuto nel Vangelo. Se esso prevalesse nel mondo, non cesserebbe subito ogni dissídio e non tornerebbe forse la pace?

    4 - Mezzi positivi
    a) la diffusione della dottrina cristiana

    22. Se non che la Chiesa, non contenta di additare íl rimedio, l'applica ella stessa con la materna sua mano. Poiché ella é tutta intenta a educare e formare gli uomini a queste massime, procurando che le acque salutari della sua dottrina scorrano largamente e vadano per mezzo dei Vescovi e del Clero ad irrigare tutta quanta la terra. Nel tempo stesso si studia di penetrare negli animi e di piegare le volontà, perché si lascino governare dai divini precetti. E in quest'arte, che é di capitale importanza, poiché ne dipende ogni vantaggio, la Chiesa sola ha vera efficacia. Infatti, gli strumenti che adopera a muovere gli animi le furono dati a questo fine da Gesù Cristo, ed hanno in sé virtù divina; si che essi soli possono penetrare nelle intime fibre dei cuori, e far si che gli uomini obbediscano alla voce del dovere, tengano a freno le passioni, amino con supremo e singolare amore Iddio e il prossimo, e abbattano coraggiosamente tutti gli ostacoli che attraversano il cammino della virtù.

    b) il rinnovamento della società

    Basta su ciò accennar di passaggio agli esempi antichi. Ricordiamo fatti e cose poste fuori di ogni dubbio: cioè che per opera del cristianesimo fu trasformata da capo a fondo la società; che questa trasformazione fu un vero progresso del genere umano, anzi una risurrezione dalla morte alla vita morale, e un perfezionamento non mai visto per l'innanzi né sperabile maggiore per l'avvenire; e finalmente che Gesù Cristo è il principio e il termine di questi benefizi, i quali, scaturiti da lui, a lui vanno riferiti. Avendo il mondo mediante la luce evangelica appreso il gran mistero dell'incarnazione del Verbo e dell'umana redenzione, la vita di Gesù Cristo Dio e uomo si trasfuse nella civile società che ne fu permeata con la fede, i precetti, le leggi di lui. Perciò, se ai mali del mondo v'è un rimedio, questi non può essere altro che il ritorno alla vita e ai costumi cristiani. È un solenne principio questo, che per riformare una società in decadenza, è necessario riportarla ai principi che le hanno dato l'essere, la perfezione di ogni società è riposta nello sforzo di arrivare al suo scopo: in modo che il principio generatore dei moti e delle azioni sociali sia il medesimo che ha generato l'associazione. Quindi deviare dallo scopo primitivo è corruzione; tornare ad esso è salvezza. E questo è vero, come di tutto il consorzio civile, così della classe lavoratrice, che ne è la parte più numerosa.

    c) la beneficenza della Chiesa

    23. Né si creda che le premure della Chiesa siano così interamente e unicamente rivolte alla salvezza delle anime, da trascurare ciò che appartiene alla vita morale e terrena. Ella vuole e procura che soprattutto i proletari emergano dal loro infelice stato, e migliorino la condizione di vita. E questo essa fa innanzi tutto indirettamente, chiamando e insegnando a tutti gli uomini la virtù. I costumi cristiani, quando siano tali davvero, contribuiscono anch'essi di per sé alla prosperità terrena, perché attirano le benedizioni di Dio, principio e fonte di ogni bene; infrenano la cupidigia della roba e la sete dei piaceri (23), veri flagelli che rendono misero l'uomo nella abbondanza stessa di ogni cosa; contenti di una vita frugale, suppliscono alla scarsezza del censo col risparmio, lontani dai vizi, che non solo consumano le piccole, ma anche le grandi sostanze, e mandano in rovina i più lauti patrimoni.

    24. Ma vi è di più: la Chiesa concorre direttamente al bene dei proletari col creare e promuovere quanto può conferire al loro sollievo, e in questo tanto si è segnalata, da riscuoter l'ammirazione e gli encomi degli stessi nemici. Nel cuore dei primi cristiani la carità fraterna era così potente che i più facoltosi si privavano spessissimo del proprio per soccorrere gli altri; tanto che non vi era tra loro nessun bisognoso (24). Ai diaconi, ordine istituito appositamente per questo, era affidato dagli apostoli l'ufficio di esercitare la quotidiana beneficenza e l'apostolo Paolo, benché gravato dalla cura di tutte le Chiese, non dubitava di intraprendere faticosi viaggi, per recare di sua mano ai cristiani poveri le elemosine da lui raccolte. Tertullíano chiama depositi della pietà le offerte che si facevano spontaneamente dai fedeli di ciascuna adunanza, perché destinate a soccorrere e dar sepoltura agli indigenti, sovvenire i poveri orfani d'ambo i sessi, i vecchi e i naufraghi (25). Da lì poco a poco si formò il patrimonio, che la Chiesa guardò sempre con religiosa cura come patrimonio della povera gente. La quale anzi, con nuovi e determinati soccorsi, venne perfino liberata dalla vergogna di chiedere. Giacché, madre comune dei poveri e dei ricchi, ispirando e suscitando dappertutto l'eroismo della carità, la Chiesa creò sodalizi religiosi ed altri benefici istituti, che non lasciarono quasi alcuna specie di miseria senza aiuto e conforto. Molti oggi, come già fecero i gentili, biasimano la Chiesa perfino di questa carità squisita, e si è creduto bene di sostituire a questa la beneficenza legale. Ma non è umana industria che possa supplire la carità cristiana, tutta consacrata al bene altrui. Ed essa non può essere se non virtù della Chiesa, perché è virtù che sgorga solamente dal cuore santissimo di Gesù Cristo: e si allontana da Gesù Cristo chi si allontana dalla Chiesa.

    B) L'opera dello Stato

    25. A risolvere peraltro la questione operaia, non vi è dubbio che si richiedano altresì i mezzi umani. Tutti quelli che vi sono interessati debbono concorrervi ciascuno per la sua parte: e ciò ad esempio di quell'ordine provvidenziale che governa il mondo; poiché d'ordinario si vede che ogni buon effetto è prodotto dall'armoniosa cooperazione di tutte le cause da cui esso dipende. Vediamo dunque quale debba essere il concorso dello Stato. Noi parliamo dello Stato non come è sostituito o come funziona in questa o in quella nazione, ma dello Stato nel suo vero concetto, quale si desume dai principi della retta ragione, in perfetta armonia con le dottrine cattoliche, come noi medesimi esponemmo nella enciclica sulla Costituzione cristiana degli Stati (enc. Immortale Dei).

    1 - Il diritto d'intervento dello Stato

    26. I governanti dunque debbono in primo luogo concorrervi in maniera generale con tutto il complesso delle leggi e delle istituzioni politiche, ordinando e amministrando lo Stato in modo che ne risulti naturalmente la pubblica e privata prosperità. Questo infatti è l'ufficio della civile prudenza e il dovere dei reggitori dei popoli. Ora, la prosperità delle nazioni deriva specialmente dai buoni costumi, dal buon assetto della famiglia, dall'osservanza della religione e della giustizia, dall'imposizione moderata e dall'equa distribuzione dei pubblici oneri, dal progresso delle industrie e del commercio, dal fiorire dell'agricoltura e da altre simili cose, le quali, quanto maggiormente promosse, tanto più felici rendono i popoli. Anche solo per questa via, può dunque lo Stato grandemente concorrere, come al benessere delle altre classi, così a quello dei proletari; e ciò di suo pieno diritto e senza dar sospetto d'indebite ingerenze; giacché provvedere al bene comune è ufficio e competenza dello Stato. E quanto maggiore sarà la somma dei vantaggi procurati per questa generale provvidenza, tanto minore bisogno vi sarà di tentare altre vie a salvezza degli operai.

    a) per il bene comune

    27. Ma bisogna inoltre considerare una cosa che tocca più da vicino la questione: che cioè lo Stato è una armoniosa unità che abbraccia del pari le infime e le alte classi. I proletari né di più né di meno dei ricchi sono cittadini per diritto naturale, membri veri e viventi onde si compone, mediante le famiglie, il corpo sociale: per non dire che ne sono il maggior numero. Ora, essendo assurdo provvedere ad una parte di cíttadíní e trascurare l'altra, è stretto dovere dello Stato prendersi la dovuta cura del benessere degli operai; non facendolo, si offende la giustizia che vuole si renda a ciascuno il suo, Onde saggiamente avverte san Tommaso: Siccome la parte e il tutto fanno in certo modo una sola cosa, così ciò che è del tutto è in qualche maniera della parte (26). Perciò tra i molti e gravi doveri dei governanti solleciti del bene pubblico, primeggia quello di provvedere ugualmente ad ogni ordine di cittadini, osservando con inviolabile imparzialità la giustizia cosiddetta distributiva.

    b) per il bene degli operai

    Sebbene tutti i cittadini senza eccezione alcuna, debbano cooperare al benessere comune che poi, naturalmente, ridonda a beneficio dei singoli, tuttavia la cooperazione non può essere in tutti né uguale né la stessa. Per quanto si mutino e rimutino le forme di governo, vi sarà sempre quella varietà e disparità di condizione senza la quale non può darsi e neanche concepirsi il consorzio umano. Vi saranno sempre pubblici ministri, legislatori, giudici, insomma uomini tali che governano la nazione in pace, e la difendono in guerra; ed è facile capire che, essendo costoro la causa più prossima ed efficace del bene comune, formano la parte principale della nazione. Non possono allo stesso modo e con gli stessi uffici cooperare al bene comune gli artigiani; tuttavia vi concorrono anch'essi potentemente con i loro servizi, benché in modo indiretto. Certo, il bene sociale, dovendo essere nel suo conseguimento un bene perfezionativo dei cittadini in quanto sono uomini, va principalmente riposto nella virtù. Nondimeno, in ogni società ben ordinata deve trovarsi una sufficiente abbondanza dei beni corporali, l'uso dei quali è necessario all'esercizio della virtù (27). Ora, a darci questi beni è di necessità ed efficacia somma l'opera e l'arte dei proletari, o si applichi all'agricoltura, o si eserciti nelle officine. Somma, diciamo, poiché si può affermare con verità che il lavoro degli operai è quello che forma la ricchezza nazionale. È quindi giusto che il governo s'interessi dell'operaio, facendo si che egli partecipi ín qualche misura di quella ricchezza che esso medesimo produce, cosicché abbia vitto, vestito e un genere di vita meno disagiato. Si favorisca dunque al massimo ciò che può in qualche modo migliorare la condizione di lui, sicuri che questa provvidenza, anziché nuocere a qualcuno, gioverà a tutti, essendo interesse universale che non rimangano nella miseria coloro da cui provengono vantaggi di tanto rilievo.

    2 - Norme e limiti del diritto d'intervento

    28. Non è giusto, come abbiamo detto, che il cittadino e la famiglia siano assorbiti dallo Stato: è giusto invece che si lasci all'uno e all'altra tanta indipendenza di operare quanta se ne può, salvo il bene comune e gli altrui diritti. Tuttavia, i governanti debbono tutelare la società e le sue parti. La società, perché la tutela di questa fu da natura commessa al sommo potere, tanto che la salute pubblica non è solo legge suprema, ma unica e totale ragione della pubblica autorità; le parti, poi, perché filosofia e Vangelo si accordano a insegnare che il governo è istituito da natura non a beneficio dei governanti, bensì dei governati. E perché il potere politico viene da Dio ed è una certa quale partecipazione della divina sovranità, deve amministrarsi sull'esempio di questa, che con paterna cura provvede non meno alle particolari creature che a tutto l'universo. Se dunque alla società o a qualche sua parte è stato recato o sovrasta un danno che non si possa in altro modo riparare o impedire, si rende necessario l'intervento dello Stato.

    29. Ora, interessa il privato come il pubblico bene che sia mantenuto l'ordine e la tranquillità pubblica; che la famiglia sia ordinata conforme alla legge di Dio e ai principi di natura; che sia rispettata e praticata la religione; che fioriscano i costumi pubblici e privati; che sia inviolabilmente osservata la giustizia; che una classe di cittadini non opprima l'altra; che crescano sani e robusti i cittadini, atti a onorare e a difendere, se occorre, la patria. Perciò, se a causa di ammutinamenti o di scioperi si temono disordini pubblici; se tra i proletari sono sostanzialmente turbate le naturali relazioni della famiglia; se la religione non é rispettata nell'operaio, negandogli agio e tempo sufficiente a compierne i doveri; se per la promiscuità del sesso ed altri incentivi al male l'integrità deí costumi corre pericolo nelle officine; se la classe lavoratrice viene oppressa con ingiusti pesi dai padroni o avvilita da fatti contrari alla personalità e dignità umana; se con il lavoro eccessivi o non conveniente al sesso e all'età, si reca danno alla sanità dei lavoratori; in questi casi si deve adoperare, entro i debiti confini, la forza e l'autorità delle leggi. I quali fini sono determinati dalla causa medesima che esige l'intervento dello Stato; e ciò significa che le leggi non devono andare al di là di ciò che richiede il riparo dei mali o la rimozione del pericolo. I diritti vanno debitamente protetti in chiunque li possieda e il pubblico potere deve assicurare a ciascuno il suo, con impedirne o punirne le violazioni. Se non che, nel tutelare le ragioni dei privati, si deve avere un riguardo speciale ai deboli e ai poveri. Il ceto dei ricchi, forte per sé stesso, abbisogna meno della pubblica difesa; le misere plebi, che mancano di sostegno proprio, hanno speciale necessità di trovarlo nel patrocinio dello Stato. Perciò agli operai, che sono nel numero dei deboli e dei bisognosi, lo Stato deve di preferenza rivolgere le cure e le provvidenze sue.


    continua.....
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    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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    00 3/27/2010 11:56 PM
    3 - Casi particolari d'intervento

    a) difesa della proprietà privata

    30. Ma giova discendere espressamente ad alcuni particolari di maggiore importanza. Principalissimo è questo: i governi devono per mezzo di sagge leggi assicurare la proprietà privata. Oggi specialmente, in tanto ardore di sfrenate cupidigie, bisogna che le popolazioni siano tenute a freno; perché, se la giustizia consente a loro di adoperarsi a migliorare le loro sorti, né la giustizia né il pubblico bene consentono che si rechi danno ad altri nella roba, e sotto colore di non so quale eguaglianza si invada l'altrui. Certo, la massima parte degli operai vorrebbe migliorare la propria condizione onestamente, senza far torto ad alcuni; tuttavia non sono pochi coloro i quali, imbevuti di massime false e smaniosi di novità, cercano ad ogni costo di eccitare tumulti e sospingere gli altri alla violenza. Intervenga dunque l'autorità dello Stato e, posto freno ai sobillatori, preservi i buoni operai dal pericolo della seduzione e i legittimi padroni da quello dello spogliamento.

    b) difesa del lavoro
    1) contro lo sciopero

    31. Il troppo lungo e gravoso lavoro e la mercede giudicata scarsa porgono non di rado agli operai motivo di sciopero. A questo disordine grave e frequente occorre che ripari lo Stato, perché tali scioperi non recano danno solamente ai padroni e agli operai medesimi, ma al commercio e ai comuni interessi e, per le violenze e i tumulti a cui d'ordinario danno occasione, mettono spesso a rischio la pubblica tranquillità. Il rimedio, poi, in questa parte, più efficace e salutare, si é prevenire il male con l'autorità delle leggi e impedire lo scoppio, rimovendo a tempo le cause da cui si prevede che possa nascere il conflitto tra operai e padroni.

    2) condizioni di lavoro

    32. Molte cose parimenti lo Stato deve proteggere nell'operaio, e prima di tutto i beni dell'anima. La vita di quaggiù, benché buona e desiderabile, non è il fine per cui noi siamo stati creati, ma via e mezzo a perfezionare la vita dello spirito con la cognizione del vero e con la pratica del bene. Lo spirito è quello che porta scolpita in sé l'immagine e la somiglianza divina, ed in cui risiede quella superiorità in virtù della quale fu imposto all'uomo di signoreggiare le creature inferiori, e di far servire all'utilità sua le terre tutte ed i mari. Riempite la terra e rendetela a voi soggetta: signoreggiate i pesci del mare e gli uccelli dell'aria e tutti gli animali che si muovono sopra la terra (28). In questo tutti gli uomini sono uguali, né esistono differenze tra ricchi e poveri, padroni e servi, monarchi e sudditi, perché lo stesso è il Signore di tutti (29). A nessuno è lecito violare impunemente la dignità dell'uomo, di cui Dio stesso dispone con grande riverenza, né attraversargli la via a quel perfezionamento che è ordinato all'acquisto della vita eterna. Che anzi, neanche di sua libera elezione potrebbe l'uomo rinunziare ad esser trattato secondo la sua natura, ed accettare la schiavitù dello spirito, perché non si tratta di diritti dei quali sia libero l'esercizio, bensì di doveri verso Dio assolutamente inviolabili. Di qui segue la necessità del riposo festivo. Sotto questo nome non s'intenda uno stare in ozio più a lungo, e molto meno una totale inazione quale si desidera da molti, fomite di vizi e occasione di spreco, ma un riposo consacrato dalla religione. Unito alla religione, il riposo toglie l'uomo ai lavori e alle faccende della vita ordinaria per richiamarlo al pensiero dei beni celesti e al culto dovuto alla Maestà divina. Questa è principalmente la natura, questo il fine del riposo festivo, che Iddio con legge speciale, prescrisse all'uomo nel Vecchio Testamento, dicendogli: Ricordati di santificare il giorno di sabato (30) e che egli stesso insegnò di fatto, quando nel settimo giorno, creato l'uomo, si riposò dalle opere della creazione: Riposò nel giorno settimo da tutte le opere che aveva fatte (31).

    33. Quanto alla tutela dei beni temporali ed esteriori prima di tutto è dovere sottrarre il povero operaio all'inumanità di avidi speculatori, che per guadagno abusano senza alcuna discrezione delle persone come fossero cose. Non è giusto né umano esigere dall'uomo tanto lavoro da farne inebetire la mente per troppa fatica e da fiaccarne il corpo. Come la sua natura, così l'attività dell'uomo è limitata e circoscritta entro confiní ben stabiliti, oltre i quali non può andare. L'esercizio e l'uso l'affina, a condizione però che di quando in quando venga sospeso, per dar luogo al riposo. Non deve dunque il lavoro prolungarsi più di quanto lo comportino le forze. Il determinare la quantità del riposo dipende dalla qualità del lavoro, dalle circostanze di tempo e di luogo, dalla stessa complessione e sanità degli operai. Ad esempio, il lavoro dei minatori che estraggono dalla terra pietra, ferro, rame e altre materie nascoste nel sottosuolo, essendo più grave e nocivo alla salute, va compensato con una durata più breve. Si deve avere ancor riguardo alle stagioni, perché non di rado un lavoro, facilmente sopportabile in una stagione, è in un'altra o del tutto insopportabile o tale che sí sopporta con difficoltà. Infine, un lavoro proporzionato all'uomo alto e robusto, non é ragionevole che s'imponga a una donna o a un fanciullo. Anzi, quanto ai fanciulli, si badi a non ammetterli nelle officine prima che l'età ne abbia sufficientemente sviluppate le forze fisiche, intellettuali e morali. Le forze, che nella puerizia sbocciano simili all'erba in fiore, un movimento precoce le sciupa, e allora si rende impossibile la stessa educazione dei fanciulli. Così, certe specie di lavoro non si addicono alle donne, fatte da natura per í lavori domestici, í quali grandemente proteggono l'onestà del sesso debole, e hanno naturale corrispondenza con l'educazione dei figli e il benessere della casa. In generale si tenga questa regola, che la quantità del riposo necessario all'operaio deve essere proporzionata alla quantità delle forze consumate nel lavoro, perché le forze consumate con l'uso debbono venire riparate col riposo. In ogni convenzione stipulata tra padroni e operai vi è sempre la condizione o espressa o sottintesa dell'uno e dell'altro riposo; un patto contrario sarebbe immorale, non essendo lecito a nessuno chiedere o permettere la violazione dei doveri che lo stringono a Dio e a sé stesso.

    3) la questione del salario

    34. Tocchiamo ora un punto di grande importanza, e che va inteso bene per non cadere in uno dei due estremi opposti. La quantità del salario, si dice, la determina il libero consenso delle parti: sicché il padrone, pagata la mercede, ha fatto la sua parte, né sembra sia debitore di altro. Si commette ingiustizia solo quando o il padrone non paga l'intera mercede o l'operaio non presta tutta l'opera pattuita; e solo a tutela di questi diritti, e non per altre ragioni, è lecito l'intervento dello Stato. A questo ragionamento, un giusto estimatore delle cose non può consentire né facilmente né in tutto; perché esso non guarda la cosa sotto ogni aspetto; vi mancano alcune considerazioni di grande importanza. Il lavoro è l'attività umana ordinata a provvedere ai bisogni della vita, e specialmente alla conservazione: Tu mangerai pane nel sudore della tua fronte (32). Ha dunque il lavoro dell'uomo come due caratteri impressigli da natura, cioè di essere personale, perché la forza attiva è inerente alla persona, e del tutto proprio di chi la esercita e al cui vantaggio fu data; poi di essere necessario, perché il frutto del lavoro è necessario all'uomo per il mantenimento della vita, mantenimento che è un dovere imprescindibile imposto dalla natura. Ora, se si guarda solo l'aspetto della personalità, non v'è dubbio che può l'operaio pattuire una mercede inferiore al giusto, poiché siccome egli offre volontariamente l'opera, così può, volendo, contentarsi di un tenue salario o rinunziarvi del tutto. Ben diversa è la cosa se con la personalità si considera la necessità: due cose logicamente distinte, ma realmente inseparabili. Infatti, conservarsi in vita è dovere, a cui nessuno può mancare senza colpa. Di qui nasce, come necessaria conseguenza, il diritto di procurarsi i mezzi di sostentamento, che nella povera gente sí riducono al salario del proprio lavoro. L'operaio e il padrone allora formino pure di comune consenso il patto e nominatamente la quantità della mercede; vi entra però sempre un elemento di giustizia naturale, anteriore e superiore alla libera volontà dei contraenti, ed è che il quantitativo della mercede non deve essere inferiore al sostentamento dell'operaio, frugale si intende, e di retti costumi. Se costui, costretto dalla necessità o per timore di peggio, accetta patti più duri i quali, perché imposti dal proprietario o dall'imprenditore, volenti o nolenti debbono essere accettati, è chiaro che subisce una violenza, contro la quale la giustizia protesta. Del resto, in queste ed altre simili cose, quali sono l'orario di lavoro, le cautele da prendere, per garantire nelle officine la vita dell'operaio, affinché l'autorità non s'ingerisca indebitamente, specie in tanta varietà di cose, di tempi e di luoghi, sarà più opportuno riservare la decisione ai collegi di cui parleremo più avanti, o usare altri mezzi che salvino, secondo giustizia, le ragioni degli operai, limitandosi lo Stato ad aggiungervi, quando il caso lo richiede, tutela ed appoggio.

    c) educazione al risparmio

    35. Quando l'operaio riceve un salario sufficiente a mantenere sé stesso e la sua famiglia in una certa quale agiatezza, se egli è saggio, penserà naturalmente a risparmiare e, assecondando l'impulso della stessa natura, farà in modo che sopravanzi alle spese una parte da impiegare nell'acquisto di qualche piccola proprietà. Poiché abbiamo dimostrato che l'inviolabilità del diritto di proprietà è indispensabile per la soluzione pratica ed efficace della questione operaia. Pertanto le leggi devono favorire questo diritto, e fare in modo che cresca il più possibile il numero dei proprietari. Da qui risulterebbero grandi vantaggi, e in primo luogo una più equa ripartizione della ricchezza nazionale. La rivoluzione ha prodotto la divisione della società come in due caste, tra le quali ha scavato un abisso. Da una parte una fazione strapotente perché straricca, la quale, avendo in mano ogni sorta di produzione e commercio, sfrutta per sé tutte le sorgenti della ricchezza, ed esercita pure nell'andamento dello Stato una grande influenza. Dall'altra una moltítudíne misera e debole, dall'animo esacerbato e pronto sempre a tumulti. Ora, se in questa moltitudine s'incoraggia l'industria con la speranza di poter acquistare stabili proprietà, una classe verrà avvicinandosi poco a poco all'altra, togliendo l'immensa distanza tra la somma povertà e la somma ricchezza. Oltre a ciò, dalla terra si ricaverà abbondanza di prodotti molto maggiore. Quando gli uomini sanno di lavorare in proprio, faticano con più alacrità e ardore, anzi si affezionano al campo coltivato di propria mano, da cui attendono, per sé e per la famiglia, non solo gli alimenti ma una certa agiatezza. Ed è facile capire come questa alacrità giovi moltissimo ad accrescere la produzione del suolo e la ricchezza della nazione. Ne seguirà un terzo vantaggio, cioé l'attaccarnento al luogo natio; infatti non si cambierebbe la patria con un paese straniero, se quella desse di che vivere agiatamente ai suoi figli. Si avverta peraltro che tali vantaggi dipendono da questa condizione, che la privata proprietà non venga oppressa da imposte eccessive. Siccome il diritto della proprietà privata deriva non da una legge umana ma da quella naturale, lo Stato non può annientarlo, ma solamente temperarne l'uso e armonizzarlo col bene comune. È ingiustizia ed inumanità esigere dai privati più del dovere sotto pretesto di imposte.

    C) L'opera delle associazioni

    1 - Necessità della collaborazione di tutti

    36. Finalmente, a dirimere la questione operaia possono contribuire molto i capitalisti e gli operai medesimi con istituzioni ordinate a porgere opportuni soccorsi ai bisognosi e ad avvicinare e udire le due classi tra loro. Tali sono le società di mutuo soccorso; le molteplici assicurazioni private destinate a prendersi cura dell'operaio, della vedova, dei figli orfani, nei casi d'improvvisi infortuni, d'infermità, o di altro umano accidente; i patronati per i fanciulli d'ambo i sessi, per la gioventù e per gli adulti. Tengono però il primo posto le corporazioni di arti e mestieri che nel loro complesso contengono quasi tutte le altre istituzioni. Evidentissimi furono presso i nostri antenati i vantaggi di tali corporazioni, e non solo a pro degli artieri, ma come attestano documenti in gran numero, ad onore e perfezionamento delle arti medesime. I progressi della cultura, le nuove abitudini e i cresciuti bisogni della vita esigono che queste corporazioni si adattino alle condizioni attuali. Vediamo con piacere formarsi ovunque associazioni di questo genere, sia di soli operai sia miste di operai e padroni, ed è desiderabile che crescano di numero e di operosità. Sebbene ne abbiamo parlato più volte, ci piace ritornarvi sopra per mostrarne l'opportunità, la legittimità, la forma del loro ordinamento e la loro azione.

    continua.....
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    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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    00 3/27/2010 11:57 PM
    2 - Il diritto all'associazione è naturale

    37. Il sentimento della propria debolezza spinge l'uomo a voler unire la sua opera all'altrui. La Scrittura dice: E' meglio essere in due che uno solo; perchè due hanno maggior vantaggio nel loro lavoro. Se uno cade, è sostenuto dall'altro. Guai a chi è solo; se cade non ha una mano che lo sollevi (33). E altrove: il fratello aiutato dal fratello è simile a una città fortificata (34). L'istinto di questa naturale inclinazione lo muove, come alla società civile, così ad altre particolari società, piccole certamente e non perfette, ma pur società vere. Fra queste e quella corre grandissima differenza per la diversità dei loro fini prossimi. Il fine della società civile è universale, perché è quello che riguarda il bene comune, a cui tutti e singoli i cittadini hanno diritto nella debita proporzione. Perciò è chiamata pubblica; per essa gli uomini si mettono in mutua comunicazione al fine di formare uno Stato (35). Al contrario le altre società che sorgono in seno a quella si dicono e sono private, perché hanno per scopo l'utile privato dei loro soci. Società privata è quella che si forma per concludere affari privati, come quando due o tre si uniscono a scopo di commercio (36).

    38. Ora, sebbene queste private associazioni esistano dentro la Stato e ne siano come tante parti, tuttavia in generale, e assolutamente parlando, non può lo Stato proibirne la formazione. Poíché íl dírítto di unírsí ín società l'uomo l'ha da natura, e i diritti naturali lo Stato deve tutelarli, non distruggerli. Vietando tali associazioni, egli contraddirebbe sé stesso, perché l'origine del consorzio civile, come degli altri consorzi, sta appunto nella naturale socialità dell'uomo. Si danno però casi che rendono legittimo e doveroso il divieto. Quando società particolari si prefiggono un fine apertamente contrario all'onestà, alla giustizia, alla sicurezza del consorzio civile, legittimamente vi si oppone lo Stato, o vietando che si formino o sciogliendole se sono formate; è necessario però procedere in ciò con somma cautela per non invadere i diritti dei cittadini, e non fare il male sotto pretesto del pubblico bene. Poiché le leggi non obbligano se non in quanto sono conformi alla retta ragione, e perciò stesso alla legge eterna di Dio (37).

    39. E qui il nostro pensiero va ai sodalizi, collegi e ordini religiosi di tante specie a cui dà vita l'autorità della Chiesa e la pietà dei fedeli; e con quanto vantaggio del genere umano, lo attesta la storia anche ai nostri giorni. Tali società, considerate al solo lume della ragione, avendo un fine onesto, sono per diritto di natura evidentemente legittime. In quanto poi riguardano la religione, non sottostanno che all'autorità della Chiesa. Non può dunque lo Stato arrogarsi piú quelle competenza alcuna, né rivendicarne a sé l'amministrazione; ha però il dovere di rispettarle, conservarle e, se occorre, difenderle. Ma quanto diversamente si agisce, soprattutto ai nostri tempi! In molti luoghi e in molti modi lo Stato ha leso i diritti di talí comunità, avendole sottoposte alle leggi civili a private di giuridica personalità, o spogliate dei lora beni. Nei quali beni la Chiesa aveva il diritto suo, come ognuno dei soci, e similmente quelli che li avevano destinati per un dato fine, e quelli al cui vantaggio e sollievo erano destinati. Non possiamo dunque astenerci dal deplorare spogliazioni sì ingiuste e dannose, tanto più che vediamo proibite società cattoliche, tranquille e utilissime, nel tempo stesso che si proclama altamente il diritto di associazione; mentre in realtà tale diritto vieni largamente concesso a uomini apertamente congíuratí aí danni della religione e dello Stato.

    40. Certe società diversissime, costituite specialmente di operai, vanno oggi moltiplicandosi sempre più. Di molte, tra queste, non è qui luogo di indagar l'origine, lo scopo, i procedimenti. È opinione comune però, confermata da molti indizi, che il più delle volte sono rette da capi occulti, con organizzazione contraria allo spirito cristiano e al bene pubblico; costoro con il monopolio delle industrie costringono chi rifiuta di accomunarsi a loro, a pagar caro il rifiuto. In tale stato di cose gli operai cristiani non hanno che due vie: o iscriversi a società pericolose alla religione o formarne di proprie e unire così le loro forze per sottrarsi coraggiosamente a sì ingiusta e intollerabile oppressione. Ora, potrà mai esitare sulla scelta di questo secondo partito, chi non vuole mettere a repentaglio il massimo bene dell'uomo?

    3 - Favorire i congressi cattolici

    41. Degnissimi d'encomio sono molti tra i cattolici che, conosciute le esigenze dei tempi, fanno ogni sforzo per migliorare onestamente le condizioni degli operai. E presane in mano la causa, si studiano di accrescerne il benessere individuale e domestico; di regolare, secondo equità, le relazioni tra lavoratori e padroni; di tener viva e profondamente radicata negli uni e negli altri il senso del dovere e l'osservanza dei precetti evangelici; precetti che, allontanando l'animo da ogni sorta di eccessi, lo inducono alla moderazione e, tra la più grande diversità di persone e di cose, mantengono l'armonia nella vita civile. A tal fine vediamo che spesso si radunano dei congressi, ove uomini saggi si comunicano le idee, uniscono le forze, si consultano intorno agli espedienti migliori, Altri s'ingegnano di stringere opportunamente in società le varie classi operaie; le aiutano col consiglio e i mezzi e procurano loro un lavoro onesto e redditizio. Coraggio e protezione vi aggiungono i vescovi, e sotto la loro dipendenza molti dell'uno e dell'altro clero attendono con zelo al bene spirituale degli associati. Non mancano finalmente i cattolici benestanti che, fatta causa comune coi lavoratori, non risparmiano spese per fondare e largamente diffondere associazioni che aiutino l'operaio non solo a provvedere col suo lavoro ai bisogni presenti, ma ad assicurarsi ancora per l'avvenire un riposo onorato e tranquillo. I vantaggi che tanti e sì volenterosi sforzi hanno recato al pubblico bene, sono così noti che non occorre parlarne. Di qui attingiamo motivi a bene sperare dell'avvenire, purché tali società fioriscano sempre più, e siano saggiamente ordinate. Lo Stato difenda queste associazioni legittime dei cittadini; non si intrometta però nell'intimo della loro organizzazione e disciplina, perché il movimento vitale nasce da un principio intrinseco, e gli impulsi esterni facilmente lo soffocano.

    4 - Autonomia e disciplina delle associazioni

    42. Questa sapiente organizzazione e disciplina è assolutamente necessaria perché vi sia unità di azione e d'indirizzo. Se hanno pertanto i cittadini, come l'hanno di fatto, libero diritto di legarsi in società, debbono avere altresì uguale diritto di scegliere per i loro consorzi quell'ordinamento che giudicano più confacente al loro fine. Quale esso debba essere nelle singole sue parti, non crediamo si possa definire con regole certe e precise, dovendosi determinare piuttosto dall'indole di ciascun popolo, dall'esperienza e abitudine, dalla quantità e produttività dei lavori, dallo sviluppo commerciale, nonché da altre circostanze, delle quali la prudenza deve tener conto. In sostanza, si può stabilire come regola generale e costante che le associazioni degli operai si devono ordinare e governare in modo da somministrare i mezzi più adatti ed efficaci al conseguimento del fine, il quale consiste in questo, che ciascuno degli associati ne tragga il maggior aumento possibile di benessere fisico, economico, morale. È evidente poi, che conviene aver di mira, come scopo speciale, il perfezionamento religioso e morale, e che a questo perfezionamento si deve indirizzare tutta la disciplina sociale. Altrimenti tali associazioni degenerano facilmente in altra natura, né si mantengono superiori a quelle in cui della religione non si tiene conto alcuno. Del resto, che gioverebbe all'operaio l'aver trovato nella società di che vivere bene, se l'anima sua, per mancanza di alimento adatto, corresse pericolo di morire? Che giova all'uomo l'acquísto di tutto il mondo con pregiudizio dell'anima sua? (38). Questo, secondo l'insegnamento di Gesù Cristo, é il carattere che distingue il cristiano dal pagano: I pagani cercano tutte queste cose... voi cercate prima di tutto il regno di Dio e la sua giustizia, e gli altri beni vi saranno dati per giunta (39). Prendendo adunque da Dio il principio, si dia una larga parte all'istruzione religiosa, affinché ciascuno conosca i propri doveri verso Dio; sappia bene ciò che deve credere, sperare e fare per salvarsi; e sia ben premunito contro gli errori correnti e le seduzioni corruttrici. L'operaio venga animato al culto di Dio e all'amore della pietà, e specialmente all'osservanza dei giorni festivi. Impari a venerare e amare la Chiesa, madre comune di tutti, come pure a obbedire ai precetti di lei, e a frequentare i sacramenti, mezzi divini di giustificazione e di santità.

    5 - Diritti e doveri degli associati

    43. Posto il fondamento degli statuti sociali nella religione, è aperta la strada a regolare le mutue relazioni dei soci per la tranquillità della loro convivenza e del loro benessere economico. Gli incarichi si distribuiscano in modo conveniente agli interessi comuni, e con tale armonia che la diversità non pregiudichi l'unità. E' sommamente importante che codesti incarichi vengano distribuiti con intelligenza e chiaramente determinati, perché nessuno dei soci rimanga offeso. I beni comuni della società siano amministrati con integrità, così che i soccorsi vengano distribuiti a ciascuno secondo i bisogni; e i diritti e i doveri dei padroni armonizzino con i diritti e i doveri degli operai. Quando poi gli uni o gli altri si credono lesi, è desiderabile che trovino nella stessa associazione uomini retti e competenti, al cui giudizio, in forza degli statuti, si debbano sottomettere. Si dovrà ancora provvedere che all'operaio non manchi mai il lavoro, e vi siano fondi disponibili per venire in aiuto dí ciascuno, non solamente nelle improvvise e inattese crisi dell'industria, ma altresì nei casi di infermità, di vecchiaia, di infortunio. Quando tali statuti sono volontariamente abbracciati, si é già sufficientemente provveduto al benessere materiale e morale delle classi inferiori; e le società cattoliche potranno esercitare non piccola influenza sulla prosperità della stessa società civile. Dal passato possiamo prudentemente prevedere l'avvenire. Le umane generazioni si succedono, ma le pagine della loro storia si rassomigliano grandemente, perché gli avvenimenti sono governati da quella Provvidenza suprema la quale volge e indirizza tutte le umane vicende a quel fine che ella si prefisse nella creazione della umana famiglia. Agli inizi della Chiesa i pagani stimavano disonore íl vivere dí elemosine o dí lavoro, come tacevano la maggior parte dei cristiani. Se non che, poveri e deboli, riuscirono a conciliarsi le simpatie dei ricchi e il patrocinio dei potenti. Era bello vederli attivi, laboriosi, pacifici, giusti, portati come esempio, e singolarmente pieni di carità. A tale spettacolo di vita e di condotta si dileguò ogni pregiudizio, ammutolì la maldicenza dei malevoli, e le menzogne dí una inveterata superstizione cedettero íl posto alla verità cristiana.

    6 - Le questioni operaie risolte dalle loro associazioni

    44. Si agita ai nostri giorni la questione operaia, la cui buona o cattiva soluzione interessa sommamente lo Stato. Gli operai cristiani la sceglieranno bene, se uniti in associazione, e saggiamente diretti, seguiranno quella medesima strada che con tanto vantaggio di loro stessi e della società, tennero i loro antenati. Poiché, sebbene così prepotente sia negli uomini la forza dei pregiudizi e delle passioni, nondimeno, se la pravità del volere non ha spento in essi il senso dell'onesto, non potranno non provare un sentimento benevolo verso gli operai quando li scorgono laboriosi, moderati, pronti a mettere l'onestà al di sopra del lucro e la coscienza del dovere innanzi a ogni altra cosa. Ne seguirà poi un altro vantaggio, quello cioè di infondere speranza e facilità di ravvedimento a quegli operai ai quali manca o la fede o la buona condotta secondo la fede. Il più delle volte questi poveretti capiscono bene di essere stati ingannati da false speranze e da vane illusioni. Sentono che da cupidi padroni vengono trattati in modo molto inumano e quasi non sono valutati più di quello che producono lavorando; nella società, ín cui si trovano irretiti, invece di carità e di affetto fraterno, regnano le discordie intestine, compagne indivisibili della povertà orgogliosa e incredula. Affranti nel corpo e nello spirito, molti dí loro vorrebbero scuotere íl giogo dí si abietta servitù; ma non osano per rispetto umano o per timore della miseria. Ora a tutti costoro potrebbero recare grande giovamento le associazioni cattoliche, se agevolando ad essi il cammino, li inviteranno, esitanti, al loro seno, e rinsaviti, porgeranno loro patrocinio e soccorso.

    CONCLUSIONE

    La carità, regina delle virtù sociali

    45. Ecco, venerabili fratelli, da chi e in che modo si debba concorrere alla soluzione di sì arduo problema. Ciascuno faccia la parte che gli spetta e non indugi, perché il ritardo potrebbe rendere più difficile la cura di un male già tanto grave. I governi vi si adóperino con buone leggi e saggi provvedimenti; i capitalisti e padroni abbiano sempre presenti i loro doveri; i proletari, che vi sono direttamente interessati, facciano, nei limiti del giusto, quanto póssono; e poiché, come abbiamo detto da principio, il vero e radicale rimedio non può venire che dalla religione, si persuadano tutti quanti della necessità di tornare alla vita cristiana, senza la quale gli stessi argomenti stimati più efficaci, si dimostreranno scarsi al bisogno. Quanto alla Chiesa, essa non lascerà mancare mai e in nessun modo l'opera sua, la quale tornerà tanto più efficace quanto più sarà libera, e di questo devono persuadersi specialmente coloro che hanno il dovere di provvedere al bene dei popoli. Vi pongano tutta la forza dell'animo e la generosità dello zelo i ministri del santuario; e guidati dall'autorità e dall'esempio vostro, venerabili fratelli, non si stanchino di inculcare a tutte le classi della società le massime del Vangelo; impegnino le loro energie a salvezza dei popoli, e soprattutto alimentino in sé e accendano negli altri, nei grandi e nei piccoli, la carità, signora e regina di tutte le virtù. La salvezza desiderata dev'essere principalmente frutto di una effusione di carità; intendiamo dire quella carità cristiana che compendia in sé tutto il Vangelo e che, pronta sempre a sacrificarsi per il prossimo, è il più sicuro antidoto contro l'orgoglio e l'egoismo del secolo. Già san Paolo ne tratteggiò i lineamenti con quelle parole: La carità è longanime, è benigna; non cerca il suo tornaconto: tutto soffre, tutto sostiene (40). Auspice dei celesti favori e pegno della nostra benevolenza, a ciascuno di voi, venerabili fratelli, al vostro clero e al vostro popolo, con grande affetto nel Signore impartiamo l'apostolica benedizione.

    Dato a Roma presso san Pietro, il giorno 15 maggio 1891, anno decimo del nostro pontificato.

    LEONE PP. XIII
    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
    Maestro dell’Ordine)
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    Caterina63
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    00 4/23/2010 3:39 PM
    [SM=g1740717] Per chi non lo avesse mai visto, ecco un eccezionale filmato del 1896, IL PRIMO VIDEO CHE RITRAE UN PONTEFICE, ED IL PRIMO PONTEFICE AD ESSERE RIPRESO DA UN VIDEO, ecco Papa Leone XIII.... [SM=g1740721]

    it.gloria.tv/?media=62730

    [SM=g1740738]



    [SM=g1740750] [SM=g1740752]


    A tutti auguriamo un buon Mese Mariano dedicato alla Mamma per eccellenza, Maria, Madre di Dio e Madre nostra....

    Prendiamo il Rosario, ricordiamo che l'8 maggio ci sarà la Supplica alla Madonna del Rosario di Pompei, per questo ascoltiamo con tenerezza la voce di Papa Leone XIII mentre dice l'Ave Maria....il Papa che diede il via alla costruzione del Santuario di Pompei, ascoltando il beato Bartolo Longo, e scrisse molte Encicliche sul Rosario....


    [SM=g1740738]


    it.gloria.tv/?media=71211

    [SM=g1740717] [SM=g1740720] [SM=g1740750] [SM=g1740752]


    [Edited by Caterina63 5/3/2010 1:48 PM]
    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
    Maestro dell’Ordine)
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    Caterina63
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    00 5/3/2010 1:46 PM

    Quando la Tradizione aiutava i Papi a far piazza pulita dei falsi carismi (e carrierismi)

    «AMERICANISMO: è il termine invalso alla fine del secolo scorso nel movimento destato dalle idee e dai metodi del Padre P. Hecker, fondatore della Società americana dei Missionari Paolisti. Questo sacerdote americano, consapevole delle esigenze psicologiche, della mentalità, dell’indole del suo popolo esuberante, avido di assoluta libertà individuale, insensibile all’astrattismo teorico e amante invece del Prammatismo, portato dalle ricchezze naturali del paese a un senso edonistico della vita, aveva cercato di adattare, senza troppe preoccupazioni dogmatiche, la religione cattolica allo spirito della sua gente. Il suo tentativo fece rumore anche in Europa e si determinò così quella corrente che ebbe il nome di Americanismo. Più che di un sistema si tratta di una tendenza concretata in alcuni princìpi d’indole pratica, senza organicità.

    Leone XIII, avvistato il pericolo, inviò la Lettera Apostolica Testem benevolentiae al Card. Gibbons (1889) e per mezzo di lui a tutto l’Episcopato degli Stati Uniti. Da questo documento pontificio si rilevano i principali errori dell’ Americanismo: necessità di un adattamento della Chiesa alle esigenze della civiltà moderna, sacrificando qualche vecchio canone, mitigando l’antica severità, orientandosi verso un metodo più democratico; dare più larghezza alla libertà individuale nel pensiero e nell’azione, tenendo conto che più che l’organizzazione gerarchica agisce sulla coscienza dell’individuo direttamente lo Spirito Santo (influsso del Protestantesimo); abbandonare e non curare le virtù passive (mortificazione, penitenze, obbedienza, contemplazione), ma attaccarsi alle virtù attive (azione, apostolato, organizzazione): tra le Congregazioni religiose favorire quelle di vita attiva. Il Papa dopo questa serena disanima conclude con queste gravi parole: “Noi non possiamo approvare quelle opinioni che costituiscono il così detto Americanismo”. A prescindere dalle intenzioni degli Americanisti, certo la loro posizione dottrinale e pratica non si accorda facilmente con la dottrina e lo spirito tradizionale della Chiesa, anzi, per non dire di più, apre la via ad errori teoretici e pratici [l’americanismo, infatti, fu il terreno di cultura del modernismo]» (P. Parente – A. Piolanti – S. Garofalo, Dizionario di Teologia dogmatica, Roma Studium, 4a ed.).


    Leone XIII
    Lettera Apostolica al Card. Gibbons,
    Testem benevolentiae
     22 gennaio 1899

    Pegno di Nostra benevolenza inviare a te questa lettera, di quella benevolenza cioè, che, per il lungo corso del Nostro pontificato, mai non tralasciammo di professare a te e ai vescovi tuoi colleghi e a tutto il vostro popolo, prendendone volentieri occasione sia dai felici incrementi della chiesa cattolica in America, sia dalle cose utilmente e saggiamente da voi operate a tutela e accrescimento del cattolicesimo. Anzi più d'una volta Ci avvenne di ammirare e lodare l'indole egregia del vostro popolo, pronta ad ogni nobile impresa e al conseguimento di quanto giova al civile benessere e allo splendore della nazione. Benché poi questa Nostra lettera non abbia come scopo di rinnovare la lode, che già altre volte vi tributammo, ma piuttosto di additare alcuni punti da evitarsi e correggersi, nondimeno, poiché è dettata dalla stessa carità apostolica, con cui sempre vi amammo e più volte vi abbiamo parlato, a buon diritto Ci ripromettiamo che la riterrete quale nuovo argomento del Nostro amore; e tanto più lo speriamo, perché è fatta e destinata a togliere di mezzo talune contese, che, sorte di recente fra voi, turbano gli animi, se non di tutti, certamente però di molti, con danno non piccolo della pace.

    Ti è ben noto, diletto figlio Nostro, che il libro intorno alla vita di Isacco-Tommaso Hecker, specialmente per opera di coloro che lo tradussero in altra lingua o lo commentarono, suscitò non poche controversie per talune opinioni espresse intorno al vivere cristiano. Or Noi, volendo provvedere, per il supremo ufficio dell'apostolato, sia all'integrità della fede sia alla sicurezza dei fedeli, siamo venuti nella determinazione di scrivere a te diffusamente intorno a tutta questa materia.

    II fondamento dunque delle nuove opinioni accennate a questo si può ridurre: perché coloro che dissentono possano più facilmente essere condotti alla dottrina cattolica, la chiesa deve avvicinarsi maggiormente alla civiltà del mondo progredito, e, allentata l'antica severità, deve accondiscendere alle recenti teorie e alle esigenze dei popoli. E molti pensano che ciò debba intendersi, non solo della disciplina del vivere, ma anche delle dottrine che costituiscono il "deposito della fede". Pretendono perciò che sia opportuno, per accattivarsi gli animi dei dissidenti, che alcuni capitoli di dottrina, per così dire di minore importanza, vengano messi da parte o siano attenuati, così da non mantenere più il medesimo senso che la chiesa ha tenuto costantemente per fermo. Ora, diletto figlio Nostro, per dimostrare con quale riprovevole intenzione ciò sia stato immaginato, non c'è bisogno di un lungo discorso; basta non dimenticare la natura e l'origine della dottrina, che la Chiesa insegna. Su questo punto così afferma il concilio Vaticano: "La dottrina della fede, che Dio rivelò, non fu, quasi un'invenzione di filosofi, proposta da perfezionare alla umana ragione, ma come un deposito divino fu data alla sposa di Cristo da custodire fedelmente e dichiarare infallibilmente... Quel senso dei sacri dogmi si deve sempre ritenere, che una volta dichiarò la santa madre chiesa, ne mai da tal senso si dovrà recedere sotto colore e nome di più elevata intelligenza" (Cost. Dei Filius c. IV).

    Né affatto scevro di colpa deve reputarsi il silenzio, con cui, a ragion veduta, si passano inosservati e quasi si pongono in dimenticanza alcuni princìpi della dottrina cattolica. Di tutte le verità, quante ne abbraccia l'insegnamento cattolico, uno solo e uno stesso è infatti l'autore e il maestro, "l'unigenito Figlio che è nel seno del Padre" (Gv 1,18). E che tali verità siano adatte a tutte le età e a tutte le genti, chiaramente si deduce dalle parole che lo stesso Cristo disse agli apostoli: "Andate e ammaestrate tutte le genti, insegnando loro ad osservare tutte le cose che io vi ho prescritto; e io sono con voi tutti i giorni fino alla consumazione dei secoli" (Mt 28,19-21). Perciò, il citato concilio Vaticano dice: "Con fede divina e cattolica sono da credersi tutte quelle cose che sono contenute nella parola di Dio scritta o tramandata, e che dalla chiesa, sia con solenne giudizio sia con l'ordinario e universale magistero, sono proposte da credersi come rivelate da Dio" (Dei Filius c. III). Non avvenga pertanto che qualche cosa si detragga dalla dottrina ricevuta da Dio, o per qualunque fine si trascuri; poiché chi così facesse, anziché ricondurre alla chiesa i dissidenti, cercherà di strappare dalla chiesa i cattolici. Ritornino, poiché nulla meglio desideriamo, ritornino pur tutti, quanti vagano lungi dall'ovile di Cristo; ma non per altro sentiero se non per quello che lo stesso Cristo additò.

    La disciplina poi del vivere, che si prescrive ai cattolici, non è certamente tale da escludere qualsiasi mitigazione, secondo la diversità dei tempi e dei luoghi. Ha la chiesa, comunicatale dal suo Autore, un'indole clemente e misericordiosa; perciò, fin dal suo nascere, adempì di buon grado ciò che l'Apostolo Paolo di sé professava: "Mi sono fatto tutto a tutti, al fine di salvare tutti" (1 Cor 9,22). - Ed è testimone la storia di tutte le età passate che questa sede apostolica, a cui fu affidato non solo il magistero ma anche il supremo governo di tutta la chiesa, rimase bensì costante "nello stesso dogma, secondo lo stesso senso e la stessa opinione" (Dei Filius c. IV), e fu sempre solita regolare il modo di vivere così che, salvo il diritto divino, non trascurò mai i costumi e le esigenze di tanta diversità di popoli, che essa abbraccia. E, se la salvezza delle anime lo richiede, chi dubiterà che anche ora non farà altrettanto? Vero è che il decidere di questo non spetta all'arbitrio di singoli uomini, che per lo più sono tratti in inganno da un'apparenza di rettitudine; ma spetta alla chiesa giudicarne; e al giudizio della chiesa è necessario che si conformi chiunque non vuole incorrere nella riprensione di Pio VI Nostro predecessore, che qualificò la proposizione 78 del Sinodo di Pistola come "ingiuriosa alla chiesa e allo Spirito di Dio che la regge, in quanto sottopone ad esame la disciplina stabilita e approvata dalla chiesa, quasi che la chiesa possa stabilire una disciplina inutile e più gravosa di quello che comporti la libertà cristiana".

    Ma, diletto figlio Nostro, ciò che nella materia di cui parliamo presenta maggiore pericolo, ed è più avverso alla dottrina e alla disciplina cattolica, è il disegno, secondo cui gli amanti di novità pensano che debba introdursi nella chiesa una tal quale libertà, per la quale, diminuita quasi la forza e la vigilanza dell'autorità, sia lecito ai fedeli abbandonarsi alquanto più al proprio arbitrio e alla propria iniziativa. E ciò affermano richiedersi sull'esempio di quella libertà, che, posta in voga di recente, forma quasi unicamente il diritto e la base della convivenza civile. Della quale libertà Noi discorremmo assai diffusamente nella lettera che indirizzammo a tutti i vescovi riguardo alla costituzione degli stati, dove dimostrammo ancora qual divario corra fra la chiesa, che esiste per diritto divino, e le altre società, che debbono la loro esistenza alla libera volontà degli uomini. Sarà dunque ora più utile confutare una opinione, portata quasi come argomento, per porre in buona vista ai cattolici l'anzidetta libertà. Si dice infatti non doversi più oggi preoccupare tanto del magistero infallibile del papa, dopo il giudizio solenne che ne diede il concilio Vaticano; posto questo magistero perciò al sicuro, si può lasciare ad ognuno più largo campo, sia nel pensare, sia nell'operare. Strano modo, a dire il vero, di ragionare: poiché se si vuole essere ragionevoli, e tirare una conclusione dal fatto del magistero infallibile della chiesa, tale conclusione dovrebbe essere quella di proporre di mai allontanarsi dallo stesso magistero, ma di affidarsi interamente ad esso per venire ammaestrati e guidati, e così poter più facilmente serbarsi immuni da qualsivoglia errore privato.

    Si aggiunga che coloro che così ragionano molto si allontanano dalla sapienza di Dio provvidente; la quale, se volle asserita con più solenne giudizio l'autorità e il magistero della sede apostolica, lo volle innanzitutto per difendere più efficacemente l'intelligenza dei cattolici dai pericoli dei tempi presenti. La licenza che assai sovente si confonde con la libertà, la smania di parlare e sparlare d'ogni cosa, la facoltà di pensare ciò che si vuole e di manifestarlo con la stampa, portarono così profonde tenebre nelle menti, che, ora più che per l'innanzi, è utile e necessario un magistero, per non andare contro la coscienza e contro il dovere. Non intendiamo Noi certamente ripudiare tutte le conquiste del genio dei nostri tempi; che anzi quanto di vero con lo studio, o di buono con l'operosità, si ottenne, Noi lo vediamo con piacere aggiungersi e accrescere il patrimonio della scienza e dilatare i confini della pubblica prosperità. Ma tutto questo, perché non venga privato di solida utilità, deve esistere e svilupparsi nel rispetto dell'autorità e della sapienza della chiesa.

    Dobbiamo ora passare ad esaminare quelle che si possono chiamare come le conseguenze delle opinioni finora esposte. Se in queste, l'intenzione, come Noi crediamo, non è biasimevole, difficilmente invece le cose potranno sfuggire ad ogni sospetto. Innanzitutto, per coloro che vogliono tendere all'acquisto della perfezione cristiana, si rigetta, come superfluo anzi come poco utile, ogni esterno magistero; lo Spirito Santo, dicono, ora, meglio che nei tempi passati, effonde larghi e copiosi i suoi carismi sulle anime dei fedeli, e con un certo misterioso impulso le ammaestra e le conduce, senza alcun intermediario. È certamente non lieve temerità voler definire la misura, con cui Dio si comunica agli uomini; ciò dipende unicamente dalla volontà di lui, ed è egli liberissimo dispensatore dei doni suoi. "Lo Spirito spira dove vuole" (Gv 3,8). "A ciascuno di noi è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo" (Ef 4,7). E chi poi ripercorrendo la storia degli apostoli, la fede della chiesa nascente, le battaglie e i tormenti dei martiri eroici, di quelle antiche età così feconde di uomini santissimi, chi oserà porre a confronto i tempi passati con i presenti e affermare che quelli sono stati meno favoriti dalle effusioni dello Spirito Santo? Ma, pur tacendo di ciò, nessuno dubita che lo Spirito Santo, con azione misteriosa, agisca nelle anime dei giusti e le stimoli con illuminazioni e impulsi; se così non fosse, vano sarebbe ogni aiuto e magistero esterno. "Se taluno afferma di poter corrispondere alla salutare, cioè evangelica, predicazione, senza la luce dello Spirito Santo, il quale dà a tutti la soavità nel consentire e nel credere alla verità, costui è ingannato dallo spirito ereticale". Ma, lo sappiamo pure per esperienza, questi avvisi e impulsi dello Spirito Santo, il più delle volte, non si sentono senza un certo aiuto e una specie di preparazione del magistero esterno. A questo riguardo dice s. Agostino; "Lo Spirito Santo coopera al frutto dei buoni alberi, esternamente irrigandoli e coltivandoli per mezzo di qualche intermediario, e internamente dando lui stesso l'incremento".

    Appartiene ciò infatti a quella legge ordinaria, con la quale Dio provvidentissimo, come decretò di salvare comunemente gli uomini per mezzo degli uomini, così stabilì di non condurre ad un grado più alto di santità coloro, che da lui vi sono chiamati, se non per mezzo degli uomini, "affinchè, come dice il Crisostomo, l'insegnamento di Dio ci giunga mediante gli uomini". Di ciò abbiamo un esempio illustre negli stessi inizi della chiesa: quantunque Saulo, "spirante minacce e stragi" (At 9,1), avesse udita la voce dello stesso Cristo e gli avesse domandato: "Signore, che vuoi che io faccia?", fu mandato in Damasco ad Anania; "Entra nella città, e quivi ti sarà detto ciò che tu debba fare" (At 9,6), Si aggiunga, inoltre, che coloro i quali tendono a cose più perfette, per il fatto stesso che si pongono per una via ai più sconosciuta, sono più soggetti ad errore, e hanno perciò più bisogno degli altri di un maestro e di una guida. E questa regola di operare fu sempre in vigore nella chiesa; questa dottrina tutti, senza eccezione, professarono quanti lungo il corso dei secoli fiorirono per sapienza e per santità; né alcuno può disconoscerla senza temerità e pericolo.

    Ma chi consideri la cosa più in profondità, tolta di mezzo ogni esterna direzione, non si scorge chiaramente a che debba servire, secondo la sentenza dei novatori, questo più ampio influsso dello Spirito Santo, che essi tanto esaltano. In verità, se è necessario l'aiuto dello Spirito Santo, ciò è innanzitutto necessario nell'esercizio delle virtù; ma questi amanti di novità lodano oltre misura le virtù naturali, quasi che queste rispondano meglio ai costumi e alle esigenze dell'età presente, e più giovi il possederle, perché rendono l'uomo più disposto e più alacre all'operare. Veramente è cosa difficile ad intendersi, come uomini cristiani possano anteporre le virtù naturali alle soprannaturali, e attribuire alle prime maggior efficacia e fecondità! Ma, dunque, la natura, aiutata dalla grazia, diverrà più debole, che se fosse lasciata con le sole sue forze? Forse che gli uomini santissimi, che la chiesa onora e venera pubblicamente, si dimostrarono nell'ordine naturale deboli e inetti, per essersi distinti nelle cristiane virtù? Ma chi fra gli uomini (benché talora non manchino insigni atti di virtù naturale da ammirare) possiede veramente "l'abito" delle virtù naturali? Chi infatti, non prova in sé le passioni, e ben veementi? Per superare le quali, costantemente, come pure per osservare tutta intera la legge naturale, abbisogna l'uomo di un aiuto divino. E quegli stessi atti singolari, ai quali ora abbiamo accennato, spesso, se meglio si osservano, hanno piuttosto l'apparenza che non la realtà della virtù, Ma ammettiamo pure che siano atti virtuosi. Se non si vuole "correre invano", e dimenticare la beatitudine eterna, a cui Dio per sua benignità ci destina, quale utilità presentano le virtù naturali, senza la ricchezza e la forza che ad esse dona la grazia divina? Bene dice s, Agostino: "Sono grandi sforzi, un correre velocissimo, ma fuori di strada". Infatti, come, con l'aiuto della grazia, la natura umana, che per il peccato originale era caduta nel vizio e nella degradazione, viene risollevata e a nuova nobiltà innalzata e corroborata, così le virtù, che si esercitano non con le sole forze naturali, ma con il sussidio della stessa grazia, diventano feconde per la beatitudine eterna, e nello stesso tempo più forti e più costanti.

    Con questa opinione circa le virtù naturali molto concorda l'altra, che classifica tutte le virtù cristiane in due classi, in "passive", come dicono, e "attive". E soggiungono, che le prime furono più convenienti nelle età trascorse, e le altre si confanno meglio nell'età presente. Di questa divisione delle virtù è troppo ovvio quale giudizio si debba dare; infatti una virtù veramente passiva non vi è, ne vi può essere. "Virtù, così san Tommaso, dice una certa perfezione di potenza, il fine poi della potenza è l'atto; e l'atto della virtù altro non è che il buon uso del libero arbitrio" (Summa teol. I-II n.1), concorrendovi senza dubbio la grazia divina, se l'atto della virtù è soprannaturale. Per asserire poi che vi siano virtù cristiane più adatte ad alcuni tempi e altre ad altri, bisogna aver dimenticato le parole dell'apostolo; "Coloro che Dio ha preveduti, li ha anche predestinati ad essere conformi all'immagine del Figlio suo" (Rm 8,29). Maestro ed esemplare di ogni santità è Cristo; su di lui si devono modellare quanti desiderano entrare in cielo. Ora Cristo non muta col passare dei secoli; ma è "lo stesso ieri, e oggi e nei secoli" (Eb 13,8), È perciò agli uomini di ogni età che si dirigono quelle parole; "Imparate da me che sono mite e umile di cuore" (Mt 11,29); in ogni tempo Cristo ci si presenta "fatto obbediente fino alla morte" (Fil 2,8); e vale per ogni età l'affermazione dell'apostolo: "Quelli che sono di Cristo hanno crocifisso la loro carne con i vizi e le concupiscenze" (Gal 5,24). Piacesse a Dio che queste virtù fossero oggi praticate da molti, come le praticarono i santi uomini dei tempi passati! Quelli, con 1'umiltà, con l'obbedienza, con l'abnegazione di sé furono potenti in opere e in parole, con vantaggio sommo della religione e della società civile!

    Da questo per cosi’ dire disprezzo delle virtù evangeliche, che a torto sono chiamate "passive", era naturale che penetrasse, a poco a poco, negli animi anche il disprezzo della stessa vita religiosa, E che ciò sia comune nei fautori delle nuove opinioni, lo cogliamo da certe loro affermazioni intorno ai voti che vengono emessi negli ordini religiosi. Infatti essi dicono che questi voti si allontanano moltissimo dall'indole dell'età nostra, perché restringono i confini dell'umana libertà; e sono più adatti per gli animi deboli che per i forti; ne molto giovano alla cristiana perfezione e al bene della società umana: anzi ad entrambi si oppongono e sono d'impedimento. Ma quanto di falso vi sia in tali affermazioni, si deduce dalla pratica e dalla dottrina della chiesa, che sempre altamente approvò la vita religiosa. Né senza ragione; poiché coloro che, chiamati da Dio, abbracciano spontaneamente tale vita, perché non sono paghi dei comuni obblighi dei precetti, e perciò si legano ai consigli evangelici, si dimostrano soldati strenui e generosi dell'esercito di Cristo. Ora questo si dirà che sia da animi fiacchi? O inutile? O dannoso alla perfezione della vita? Coloro, che in tal modo si legano con la santità dei voti, sono tanto lungi dal perdere la propria libertà, che anzi ne godono una assai più piena e più nobile, quella cioè "con cui Cristo ci ha liberati" (Gal 4,31).
    Ciò che poi si aggiunge, che la vita religiosa è poco o nulla giovevole alla chiesa, oltre che essere un'affermazione ingiuriosa agli ordini religiosi, non può essere condivisa da quelli, i quali hanno conoscenza della storia della chiesa. Le stesse vostre città confederate non ricevettero forse dai membri delle famiglie religiose i princìpi della fede e della civiltà? Ad uno di questi religiosi, con atto lodevole, voi stessi testé decretaste che fosse pubblicamente innalzata una statua. E ora, nei tempi in cui siamo, come alacre e fruttuosa prestano la loro opera al cattolicesimo i religiosi, dovunque essi sono! Tanti di loro vanno a portare l'evangelo in nuove terre e ad estendere i confini della civiltà; e ciò con sommo ardore di volontà e fra grandissimi pericoli! Tra essi, non meno che tra il rimanente clero, il popolo cristiano ha i banditori della divina parola e i moderatori delle coscienze; la gioventù ha gli educatori, la chiesa, infine, esempi di ogni santità. Questa lode va tanto ai religiosi di vita attiva quanto a coloro che, amanti di solitudine, attendono alla preghiera e alla penitenza. Quanto questi altresi’ abbiano meritato e meritino egregiamente dalla società umana, ben lo sanno coloro che non ignorano quel che valga a placare e a conciliare Dio "la preghiera assidua del giusto" (Gc 5,16), quella specialmente che è congiunta con la mortificazione corporale.

    Se vi sono di quelli che preferiscono unirsi in società senza vincolo di voti, lo facciano pure, secondo che loro aggrada; un tale istituto di vita non è nuovo nella chiesa, né riprovevole. Si guardino però dall’anteporlo agli Ordini religiosi; che anzi, essendo ora gli uomini più che per il passato proclivi al godimento, assai maggiore stima è dovuta a quelli che "abbandonando tutto, hanno seguito Cristo" (cf. Lc 5,11).

    Da ultimo, per non dilungarci troppo, perfino il modo e il metodo, che fino ad ora adoperarono i cattolici per richiamare i dissidenti, pretendono che debba abbandonarsi e usarne quindi innanzi un altro. Nel che, diletto figlio Nostro, basterà che avvertiamo, che non è saggio disprezzare ciò che l'antichità con lunga esperienza approvò, seguendo pure gli apostolici insegnamenti, Dalle Scritture abbiamo (cf. Eccli 16, 4), esser dovere di tutti l'adoperarsi per la salute dei prossimi, secondo l'ordine però e il grado che ciascuno ottiene. I fedeli del laicato molto utilmente adempiranno quest'obbligo imposto da Dio con l'integrità dei costumi, con le opere di cristiana carità, con la fervida e costante preghiera al Signore. Coloro però che appartengono al clero devono adempierlo con la sapiente predicazione dell'evangelo, con la gravita e splendore delle sacre cerimonie, e soprattutto incarnando in sé medesimi gli insegnamenti, che l'apostolo diede a Tito e a Timoteo, Che se fra le diverse forme di predicazione, sembri talora da preferirsi quella in cui si parli ai dissidenti, non già nei sacri templi, ma in un qualunque privato decente luogo, né a maniera di disputa ma di familiare colloquio, non è da riprendere siffatto metodo; purché però a tale officio di ragionare siano dall'autorità dei vescovi destinati quei soli, dalla cui scienza e integrità abbiano già per innanzi fatto esperimento. Infatti siamo dell'avviso che moltissimi presso di voi dissentono dai cattolici più per ignoranza che per proposito di volontà; e questi più agevolmente forse si ricondurranno all'unico ovile di Cristo, se si proponga loro la verità con discorso amichevole e familiare.

    Da quanto dunque finora abbiamo esposto appare chiaro, diletto Figlio Nostro, che Noi non possiamo approvare le opinioni, il cui complesso alcuni chiamano col nome di "americanismo". Con tale nome se si vogliono significare le doti speciali d'animo, che, come ogni nazione le proprie, ornano i popoli americani; ovvero lo stato delle vostre città, le leggi e i costumi di cui usate; non v'è ragione perché stimiamo di rigettarlo. Ma se tal nome si debba adoperare, non solo per indicare, ma anche per coonestare le dottrine sopra esposte, qual dubbio v'è che i venerabili Nostri fratelli vescovi dell'America saranno essi i primi a ripudiarlo e condannarlo come altamente ingiurioso a loro e a tutta la loro nazione? Sarebbe davvero quello sospettare esservi presso voi chi si immagini e voglia una chiesa in America, diversa da quella che abbraccia tutti gli altri paesi. Una, per unità di dottrina come per unità di regime, è la chiesa, e questa è cattolica: il cui centro e fondamento avendo Dio stabilito nella cattedra del beato Pietro, a buon diritto ha il titolo di romana, infatti "dove è Pietro ivi è la chiesa". Perciò chiunque voglia essere ritenuto cattolico, deve con sincerità ripetere le parole di Girolamo al papa Damaso; "Io nessun altro seguendo come capo se non Cristo, mi unisco alla tua beatitudine, cioè alla cattedra di Pietro; su quella pietra so che è edificata la chiesa; chi non raccoglie con te, dissipa".

    Queste cose, diletto figlio Nostro, che, con lettera personale, in ragione del nostro ufficio a te scriviamo, comunicheremo altresi’ a tutti gli altri vescovi degli Stati Uniti; attestando nuovamente l'affetto con cui abbracciamo tutto il vostro popolo; il quale, come nei tempi andati molte cose operò per la religione, così promette di compierne ancor maggiori per l'avvenire, aiutandolo felicemente Iddio, A te poi e a tutti i fedeli d'America, auspice delle grazie divine, impartiamo con grande affetto l'apostolica benedizione,

    Roma, presso S. Pietro, 22 gennaio 1899, anno XXI del nostro pontificato.

                                                                                                                            Leone XIII
    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
    Maestro dell’Ordine)
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    00 6/15/2010 7:16 PM
    Giovanni Antonazzi il curiale che amava Leone XIII e don Giuseppe De Luca

    La libertà di giudizio
    che solo un romanista può avere


    È stata presentata in Campidoglio la settantunesima "Strenna dei Romanisti". Ne pubblichiamo un estratto dedicato a monsignor Giovanni Antonazzi (1913-2007), di Morlupo, che fu segretario per l'economia della Congregazione di Propaganda Fide (1951-1975), nonché discepolo di don Giuseppe De Luca, cultore della storia della pietà, editore del testo autentico e delle redazioni preparatorie della Rerum novarum di Leone XIII, indagatore delle polemiche sulla donazione di Costantino, colto studioso e fervido scrittore, anche per il nostro giornale.

    di Paolo Vian


    La produzione storico-letteraria di Giovanni Antonazzi è chiaramente scandita in due momenti. Nel primo, dagli anni Quaranta all'inizio degli anni Settanta, il tempo per le ricerche e per la scrittura va faticosamente conquistato fra le assillanti cure del negotium curiale. In esso spicca, quasi come il Soratte sulla pianura dell'alto Lazio, il grande lavoro del 1957 sull'enciclica Rerum novarum, voluto da monsignor Domenico Tardini e pubblicato dalle Edizioni di Storia e Letteratura.

    Antonazzi avrebbe potuto fermarsi lì e sarebbe stato dignitosamente ricordato, non solo come autore di solide ricerche su Lorenzo Valla e sulle polemiche sulla Donazione di Costantino fra Quattrocento e Seicento, ma come l'erudito e paziente editore del testo autentico e delle redazioni preparatorie dai documenti originali della grande enciclica di Papa Pecci, oltre che come accorto amministratore e degnissimo prete, inguaribilmente patito della montagna e della musica.
     
    Ma all'inizio degli anni Settanta, con lieve anticipazione, rispetto al mutamento di rotta e al ritiro del 1975 (dei quali è solo un altro aspetto), Antonazzi incomincia a scrivere, quasi a rotta di collo, come bruciato da un'ansia incalzante di recuperare il tempo perduto per compiere la missione che l'incontro con Giuseppe De Luca gli aveva personalmente affidato. Si sente operaio dell'undicesima ora, ma si consola pensando che al buon ladrone, anche lui all'undicesima ora, venne subito promesso il paradiso.

    E così si incomincia con una rubrica ne "L'Osservatore della Domenica" di Enrico Zuppi (molti di questi suoi interventi saranno raccolti, tra il 1997 e il 2004, nei tre volumi Fogli sparsi raccolti per il sabato sera, con chiara allusione, sin dal titolo, al Bailamme delucano), ma si prosegue, con incredibile alacrità, con impegnative opere su una mistica di Morlupo contemporanea di Filippo Neri e Federigo Borromeo, Caterina Paluzzi (1974, 1980), su Lorenzo Valla e le polemiche intorno alla Donazione di Costantino (1985), sulla Madonna (Maria dignitas terrae. Saggio storico-letterario sulla pietà mariana, 1996; Unicamente amata. Maria nella tradizione e nella leggenda, 2003), sulla Roma ecclesiastica [Roma città aperta. La cittadella sul Gianicolo. Appunti di diario (1940-1945), 1983; Dietro il sipario. Sprazzi di vita ecclesiastica romana, 1997; L'angolino perduto. Schegge per dopo la siesta e motivi romani, 2005], sul Palazzo di Propaganda (1979, 2005), su esponenti del cattolicesimo politico come Luigi Sturzo e Alcide De Gasperi (1999), sulle tradizioni popolari e sulla storia della pietà nell'alto Lazio (2003), su figure per lui importanti, se non decisive, come Brizi (Domenico Brizi prete e vescovo. Profilo biografico e spirituale, 1984) e De Luca [Don Giuseppe De Luca uomo cristiano e prete (1898-1962), 1992].

    Antonazzi sa usare sapientemente registri diversi che variano dalle ricerche storiche alla memorialistica, alla produzione più elzeviristica, nella quale spiritualità, cultura, erudizione, si intrecciano, senza altezzosi snobismi e ricercatezze stilistiche, per alimentare interventi solo apparentemente leggeri, spesso di commento a fatti e situazioni dell'attualità. Anche qui nella scia di De Luca che nell'attività pubblicistica si era generosamente speso sino quasi a disperdersi e sprecarsi.

    In questa esplosione scrittoria (sedici volumi in poco più di trent'anni, accanto a centinaia di articoli) Roma occupa naturalmente uno spazio privilegiato. Vi è naturalmente la città dei palazzi e dei monumenti, dal palazzo di Propaganda, dove gli eterni rivali Bernini e Borromini sono riconciliati nella comune fede cristiana e nel convergente servizio all'edificio della Congregazione missionaria, al "pulcino della Minerva" - rivendicato alla paternità del domenicano Domenico Paglia e sottratto all'indebita attribuzione a Bernini - da Piazza Navona alla fontana del Pantheon, con una spiccata predilezione per la città barocca che fa palesemente aggio su quella paleocristiana e medievale.

    Se in essa c'è un luogo che Antonazzi ha amato in modo particolare, questo è, anche in ragione della sua residenza urbana, piazza di Spagna, "qualcosa di unico al mondo", dai confini non ben definiti, disarticolata e policentrica, da una parte dominata dal monumento all'Immacolata, dall'altra dalla "scalinata maggica" di Francesco De Sanctis, non apoteosi dell'effimera gloria del re di Francia, ma intenzionale glorificazione, nella volontà del suo architetto, della Trinità divina.

    A questa piazza, attraversata innumerevoli volte nel silenzio deserto, terso e pulito del primo mattino per ascendere alla chiesa che la sovrasta, Antonazzi, prendendo avvio dai versi di Trilussa, arriva a dedicare una poesia appassionata (che io sappia l'unica resa pubblica, all'interno di una produzione forse più vasta):  "bellezza antica / e nova, / sempre vestita a festa, / come 'na donna quanno s'innamora", "sta piazza tra incantata e trasognata:  / io piano piano / cammino / su li serci e le strisce, come avessi paura de sveialla", "sta piazza fatta solo pe' li fiori:  / uno spazzino, / fischianno / j'ha rifatto toletta / dopo che l'antri l'hanno spettinata".
     
    Ma Roma non è solo nelle sue notorie grandezze:  è anche la città minore di porte e portoncini, di meridiane e orologi, di ponti e scale, epigrafi e fontane, tutti più o meno dimenticati nel frastuono di un teatro nel quale i riflettori sono sempre puntati su altre scene.

    La Roma di Antonazzi è una città vissuta camminando, incontrata, scoperta e amata passeggiando nel silenzio e nella solitudine della calura estiva, magari dicendo il rosario o con una guida in mano. E poi vi è la città delle tradizioni popolari, dalle feste di Testaccio al Carnevale, "quando a Roma era ... una cosa seria"; la Roma dei santi (da Alessio a Francesca Romana, da Filippo Neri a Benedetto Giuseppe Labre), dei pellegrini (con particolare predilezione per quel John Henry Newman, che fu ospite del Collegio di Propaganda dal novembre 1846 al giugno 1847 e che nel collegio fu ordinato e celebrò la sua prima messa il 3 giugno 1847), dei giubilei, ma anche degli attori, come Ettore Petrolini, che dalle "pajacciate" passa con serietà alla devozione alle Madonnelle e alla carità per gli orfani.

    E poi quasi naturalmente lo scenario della città si restringe (o si allarga?) a quel singolare microcosmo che è la Curia romana, che Antonazzi ha conosciuto dall'interno, per oltre tre decenni, incontrando grandi e luminose figure di prelati, come il prefetto di Propaganda Fide Pietro Fumasoni Biondi, il "suo" cardinale, con la cui morte (12 luglio 1960) finì l'epoca dell'humanitas in rebus humanis, o il rettore del Collegio Urbano Felice Cenci (1898-1980), un altro amico di De Luca, nativo di Sant'Oreste sul Soratte. Alla luce dei fatti e dell'esperienza Antonazzi si batte contro "l'abusato cliché di una Curia covo soltanto di ambiziosi e di vanesii", mentre vi rivendica la presenza di "non pochi uomini tanto altamente dotati quanto ignorati e umili", dei quali spesso solo a distanza di decenni è concesso misurare meriti e statura. Come quell'Alessandro Volpini, di Montefiascone, segretario di Leone XIII, cesellatore dello splendido latino della Rerum novarum, prete eccellente e fedele servitore della Chiesa, che Antonazzi nel 1968 paragonerà, con malcelato orgoglio di conterraneo, "al Bembo e agli altri del Rinascimento".

    Ma la Curia, come Roma, è una complexio oppositorum. Nulla di agiografico o di banalmente apologetico nelle pagine di Antonazzi, che sa bene che "dietro il sipario" non mancano fatti, figure e situazioni meno edificanti. Nella sua considerazione della Curia e del mondo vaticano non vi è sussiegoso e felpato timore reverenziale, ma una franchezza sincera ed esplicita, talvolta sorprendente e quasi brutale, che pure è solo il rovescio della medaglia di una fedeltà a tutta prova. Si può criticare un certo carrierismo o la degenerazione di una burocrazia che rischia di perdere il senso dei suoi fini, si può prendere le distanze dalla mutazione formale dei titoli de "L'Osservatore Romano" o dall'illusione delle adunate oceaniche che inseguono più i numeri e le statistiche che le coscienze e i cuori; si può discutere liberamente di nomine e dimissioni, dell'internazionalizzazione della Curia o dell'ecumenismo; e si può perfino constatare che la Rerum novarum è raramente conosciuta dagli ecclesiastici che la citano e che il documento leonino è più applicato all'esterno che all'interno della Civitas Vaticana, dalla quale pure uscì. Ma lo si fa sempre percependo e amando di questa augusta e veneranda Madre che è la Chiesa di Roma, immaculata ex maculatis, più in profondità delle debolezze e miserie umane, il mistero salvifico e redentore.

    Anche in questo Antonazzi è stato un vero "prete romano" perché a Roma - ha scritto Tardini - "si può criticare senza perdere il rispetto:  si può prendere in giro senza perdere la stima; si può mettere in caricatura senza intaccare l'affetto. È una condizione e una contraddizione più unica che rara. Il forestiero che viene a stabilirsi a Roma rimane sul principio come sconcertato di fronte a un metodo così spicciativo, che sembra tutto demolire e niente risparmiare". E tale libertà di giudizio e di espressione si estende naturalmente anche ad altri campi, quando, per esempio, rievocando la tragedia dell'attacco a New York dell'11 settembre 2001, Antonazzi non esita a considerare atti di terrorismo i bombardamenti di Castel Gandolfo, Montecassino, Hiroshima, Nagasaki compiuti dagli anglo-americani nell'ultima guerra.

    A ben vedere, Roma e la sua Chiesa, la città degli antichi e quella dei Papi, in Antonazzi non possono essere separate. E l'odio per Roma, il sempre diffuso sentimento antiromano si alimenta sempre per lui di radici più o meno scopertamente anticristiane. Significativa è la sua reazione al volume, pubblicato nel 1975 da Bompiani, dal trasparente titolo Contro Roma. A questo concentrato di pregiudizi, di luoghi comuni, di autentiche follie inanellate da nomi illustri - e probabilmente sopravvalutati - come Alberto Moravia ed Eugenio Montale (Roma, metà museo e metà periferia sudamericana, sede di una corte decrepita che inietta i difetti senili della sua sclerosi nell'intero paese; la potenza del papato ridotta alla sua banca o alla Rota), al senatore a vita insignito del Nobel proprio nel 1975, nato a Genova e vissuto fra Firenze e Milano, che ha annunciato di non aver mai pensato di trasferirsi a Roma, Antonazzi reagisce con uno scatto di rabbia e di irrisione.
     
    "Ha fatto bene", perché "è aria tremenda questa di Roma". Un'aria, ricorda il prete di Morlupo citando un passo della premessa di De Luca a un volume del 1948 su Gregorio XVI, che, "senza parere, in poco spazio di tempo affloscia i palloni gonfi di vento, e spegne, senza soffiarvi su, le vampe dei fuochi fatui. A Roma non si può parere, senza essere, grandi; e in nessun'altra città uno sciocco sembra tanto sciocco, quanto a Roma". E riprendendo un brano del diario di Tardini (4 giugno 1934) il vecchio curiale rammenta al letterato romafobico che "Roma è una grande... livellatrice e che il Vaticano è fatto apposta per... sgonfiare i palloni".

    A chi rifletta sul cammino di Antonazzi, tutta la sua esistenza appare coerentemente ed equilibratamente giocata tra la fedeltà al particolare e l'aspirazione all'universale, dove il particolare è rappresentato dalla sua Morlupo, l'alto Lazio, l'area flaminia tiberina, e l'universale è costituito da Roma e, in un indissolubile intreccio, dalla sua Chiesa che, attraverso la missione, tende a divenire ciò che nativamente già è, cioè cattolica; e poi dalla cultura che, ancora una volta cattolicamente, tutto abbraccia e ripensa nella dimensione della storia della pietà. Fra Morlupo e Propaganda Fide, appunto; e come il primo dista da Roma solo una trentina di chilometri di una delle più antiche e battute strade consolari, la Flaminia, così in Antonazzi le due realtà si compenetrano, i due poli, particolare e universale, naturalmente s'incrociano e reciprocamente si sostengono.

    Non avrebbe senso l'uno senza l'altro, come sbaglierebbe chi considerasse la vita di don Giovanni rigidamente bipartita dallo spartiacque del ritiro nel 1975. Perché se vi è un luogo ove particolare e universale, sacro e profano, mistico e carnale, infimo e sublime, repulsione e fascino, s'intrecciano, questo è proprio Roma, città di incredibili contrasti pacificamente risolti, che agli occhi di Antonazzi, come a quelli del Palazzeschi di Roma (1953), deve essere apparsa, nel suo mistero, "giovane e decrepita, povera e miliardaria, intima e spampanata, angusta e infinita".

    Non molto diversamente si esprimeva ancora don De Luca scrivendo ad André Baron il 29 agosto 1951:  "Maledetta Roma, cloaca delle più fetide miserie; benedetta Roma, empireo terrestre della Chiesa di Cristo:  non si riesce ad aver l'una senza l'altra, e non si può né bestemmiarla né esaltarla. Si può soltanto soffrirla, come una madre mal circondata".


    (©L'Osservatore Romano - 16 giugno 2010)
    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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    00 9/6/2010 11:58 AM

    Dal Blog amico Messainlatino, nell'approfondire il magistero sociale della Chiesa nell'Enciclica di Leone XIII, un blogghista giustamente chiedeva:


    Sarebbe interessante se si facesse un articolo sulla Rerum Novarum, la prima grande enciclica sociale, per ricordare questo grande Pontefice. Purtroppo io non ho passato l'esame su Leone XIII, e dovrò ripeterlo, per cui non sarei in grado di fare una sintesi degna. Qualcuno è in grado di proporcela?


     rispondo a questa domanda con questo modesto contributo....


    La Rerum Novarum possiamo dire che è diventata un simbolo della Dottrina Sociale della Chiesa perchè è il primo Documento, sociale appunto, che affronta il problema  non semplicemente da un punto affaristico, monetario, o semplicemente economico, ma inserendolo all'interno del contesto DELLA DIGNITA' UMANA  nel rapporto fra  l'operaio e il datore di lavoro, il padrone...
    In sostanza, con l'avanzare della questione Sociale che fino a quel momento era stato affrontato COME UNA LOTTA nella quale Carlo Marx da origine al "proletariato" CONTRO I PADRONI visti solo come sfruttatori, e dall'altra le risposte che venivano imponevano ai padroni sempre più un profilo di superiorità attraverso la quale difendere il diritto dello sfruttamento... ecco che Papa Leone XIII viene letteralmente a stravolgere I CONTENZIOSI....

    Vale la pena di ricordare, leggendo la Rerum Novarum che è del 1891, che non era la prima volta che la Chiesa DIFENDEVA il diritto dell'operaio, tuttavia è la prima volta che il Papa compone una Enciclica esclusivamente per affrontare il problema...
    L'epoca in questione era già avviata verso il trionfo dell'industrializzazione ed era l'epoca, la prima, nella quale si vedevano intere MASSE DI PERSONE muoversi verso questo NUOVO modo di vivere lavorando...
     alla Chiesa interessano LE PERSONE, e per questo interviene il Papa a difenderne I DIRITTI ma attenzione, ricordando che la questione sociale NON si risolve muovendo guerra al padrone il quale per altro garantisce l'industria e paga i salari... bensì, ENTRANDO IN DIALOGO CON IL PADRONE, per comprendere non tanto le imposizioni quanto LE ESIGENZE DEI LAVORATORI e, attenzione, anche il lavoratore deve saper comprendere le esigenze del padrone...

    Ma c'è anche un altro aspetto importante di questo Documento, è il primo Documento Ufficiale che parlando della questione sociale non si rivolge solo agli "italiani" o solo ai "cattolici" o solo agli "Stati Pontifici"....
    infatti era già passata la breccia di Porta Pia e nonostante le ferite ancora aperte, la Chiesa scrive un testo che riguarda IL MONDO INTERO...RIGUARDA TUTTI GLI UOMINI E LE DONNE....

    Questa è dunque la chiave di lettura della Rerum Novarum: APERTURA AL DIALOGO...un dialogo non fine a se stesso, ma che promuova LA DIGNITA' DELLA PERSONA, scrive infatti:

    2. Comunque sia, è chiaro, ed in ciò si accordano tutti, come sia di estrema necessità venir in aiuto senza indugio e con opportuni provvedimenti ai proletari, che per la maggior parte si trovano in assai misere condizioni, indegne dell'uomo.

    non ci dimentichiamo che Leone XIII era stato Nunzio in Belgio quando le MINIERE DI CARBONE  erano il sostentamento degli operai come dei padroni.... egli aveva ben conosciuto la nuova situazione lavorativa che si andava delineando non solo alla fine dell'800 ma anche all'inizio del nuovo Secolo, il Novecento...conobbe le "misere condizioni" degli operai....

    Un altra considerazione che dobbiamo fare è che, soprattutto agli inizi, l'era industriale, detta per certi versi la "nuova età dell'oro", aveva però dato origine anche a moltissimi problemi e non soltanto nel rapporto fra operai e padroni, ma anche problemi edilizi, abitativi, di SPOSTAMENTI, qui cominciano infatti i primi esodi di massa di migranti per cercare lavoro.... buttare tutte le responsabilità sui padroni, non era giusto, così come era giusto il salvaguardare l'operaio dai padroni profittatori di quelli più deboli e non difesi da nessuno... l'era industriale aveva infatti generato anche molto DEGRADO umano e  perfino ambientale....  tutto questo spinge la Chiesa a dare delle indichiazioni chiarissime...

    Alla Chiesa, nella Persona del Sommo Pontefice Vicario di Cristo interessava innanzi tutto chiarire il pericolo dello SFRUTTAMENTO SPIRITUALE DEGLI OPERAI....cosa significa?
    Che la "febbre" del lavoro spingeva gli Uomini a non curare più se stessi, ne la propria spiritualità intesa anche come TALENTO E DOTI CREATIVE
    ... l'operaio, denuncia il Pontefice, rischia di diventare un mezzo per la riproduzione...negli ingranaggi di una industria, ANNIENTANDOLO NELLE SUE QUALITA' DI UOMO PENSANTE....dalle fabbriche infatti ERA ESCLUSA ogni iniziativa personale...ed estromessa ogni esperienza personale...insomma, l'uomo rischiava di diventare UNA MACCHINA PER LA MACCHINA...e questo la Chiesa NON lo poteva accettare...

    Così Papa Leone XIII spiega che se per il marxismo la soluzione doveva essere radicale con l'annientamento del padrone e del "privato" e l'operaio doveva diventare semplicemente uno strumento per lo Stato, per la Chiesa tra l'operaio e il padrone DOVEVA INNESCARSI invece UNA COLLABORAZIONE, UN DIALOGO ONESTO nel quale l'operaio poteva salvaguardare sia il suo stipendio quanto la sua CAPACITA' CREATRICE ED IL PERSONALE TALENTO....

    Nell'enciclica il Papa rammenta che se è vero che l'operaio è anche strumento di produzione, non va tuttavia dimenticato che egli porta con se un bagaglio spirituale, VIVE DI EMOZIONI E DI SENSIBILITA', forma una famiglia....e di conseguenza il salario non doveva tenere conto esclusivamente dell'operaio, MA ANCHE DELLA FAMIGLIA per consentirle di vivere dignitosamente...
    Insomma, il tema, per Leone XIII non poteva avanzare solo da un punto di vista, quello sociale e per giunta marxista, ma doveva gioco forza allargarsi a tutto ciò che l'Uomo è....

    Se per il marxismo il salario doveva essere uguale per tutti, non così la pensava la Chiesa....e puntando sul più evangelico motto che "l'operaio ha diritto alla sua mercede" Essa difenderà proprio il diritto CONTRATTUALE... per spiegarla in un termine che comprendiamo tutti, possiamo dire che la Chiesa difendeva: "tanto mi dai, tanto ti do"....ma giustamente regolarizzato DA UN CONTRATTO che potesse salvaguardare non soltanto l'operaio nel suo dare e avere, ma anche tenendo conto della sua Famiglia, dei suoi Figli....

    dice infatti nell'Enciclica:

    3. A rimedio di questi disordini, i socialisti, attizzando nei poveri l'odio ai ricchi, pretendono si debba abolire la proprietà, e far di tutti i particolari patrimoni un patrimonio comune, da amministrarsi per mezzo del municipio e dello stato. Con questa trasformazione della proprietà da personale in collettiva, e con l'eguale distribuzione degli utili e degli agi tra i cittadini, credono che il male sia radicalmente riparato. Ma questa via, non che risolvere le contese, non fa che danneggiare gli stessi operai, ed è inoltre ingiusta per molti motivi, giacché manomette i diritti dei legittimi proprietari, altera le competenze degli uffici dello Stato, e scompiglia tutto l'ordine sociale.



    Questa denuncia e presa di posizione chiara, fu la vera grande rivoluzione della Rerum Novarum e sulla quale si regge, ancora oggi, ogni discussione sul salario sui diritti certo, ma anche sui doveri...

    Sarà La Chiesa stessa a spingere gli operai verso le prime forme di AGGREGAZIONI LAVORATIVE per affrontare appunto le dinamiche e le discussioni con il "padrone"...nascono le aggregazioni BIANCHE per i cattolici che forse molti conoscono di più con il termine del "MUTUO SOCCORSO"....e naturalmente quelle ROSSE per i socialisti e comunisti....

    Il primo frutto di questa rivoluzione lanciata dalla Rerum Novarum sono le CASSE RURALI.... le "banche cooperative" (più conosciute oggi in campo comunista), furono di fatto un frutto della Rerum Novarum...

    Un dato statistico riporta che nel 1922 le Casse Rurali sono circa 3000 e circa l'80% sono Cattoliche... MOLTE DELLE QUALI FONDATE DA SACERDOTI CHE APPLICARONO ALLA LETTERA GLI INSEGNAMENTI DEL PONTEFICE.... ma non solo Casse Rurali....alla fine dell'800 e primi del Novecento, vista la forte migrazione DI RAGAZZE spesso sole e indefese....accanto alle fabriche molti sacerdoti avevano dato il via a dei veri e propri villagi e CASE di accoglienza, meglio conosciute come CONVITTI... qui moltissime ragazze poterono essere accolte, ricevere cibi e perfino vestiti e liberarsi dal rischio di essere sfruttate o peggio restare sole per le strade...e spesso qui nei Convitti STUDIAVANO, ricevevano l'istruzione....

    La Rerum Novarum ha il privilegio (da qui il concetto della sua unicità) di non avere la pretesa di risolvere i problemi in modo tecnico o burocratico o sindacale...no, la genialità dell'Enciclica sta NEL METODO....
    Leone XIII, ben conoscitore dei problemi del suo tempo, da saggio intuisce subito che ciò mancano NON sono le idee, MA IL METODO APPLICATIVO di tante idee da mettere in ordine, insieme, DIALOGANDO, PARLANDOSI e non trattare l'argomento come se dall'altra parte ci fossero dei nemici da abbattere...piuttosto egli fa comprendere che il dialogare e il trovare soluzioni adatte, fa crescere il prestigio sia dei lavoratori quanto dei padroni e dell'azienda stessa che in un clima favorevole produce di più e meglio...

    dice il Papa:

    - Certamente la soluzione di si arduo problema richiede il concorso e l'efficace cooperazione anche degli altri: vogliamo dire dei governanti, dei padroni e dei ricchi, come pure degli stessi proletari che vi sono direttamente interessati: ma senza esitazione alcuna affermiamo che, se si prescinde dall'azione della Chiesa, tutti gli sforzi riusciranno vani.
    Difatti la Chiesa è quella che trae dal Vangelo dottrine atte a comporre, o certamente a rendere assai meno aspro il conflitto: essa procura con gli insegnamenti suoi, non solo d'illuminare la mente, ma d'informare la vita e i costumi di ognuno: con un gran numero di benefiche istituzioni migliora le condizioni medesime del proletario; vuole e brama che i consigli e le forze di tutte le classi sociali si colleghino e vengano convogliate insieme al fine di provvedere meglio che sia possibile agli interessi degli operai; e crede che, entro i debiti termini, debbano volgersi a questo scopo le stesse leggi e l'autorità dello Stato.


    Non a pochi oggi, che stanno riscoprendo la Rerum Novarum, vien da dire se la Chiesa non si fosse svegliata un pò troppo tardi.... può sembrare ma non è così... il marxismo che aveva affrontato prima della Chiesa la questione operaia, lo aveva fatto però come una LOTTA ARMATA....armata di forconi, ma pur sempre belligerante...e di fatto esasperò gli animi sia degli operai quanto dei padroni... si era finiti in una sorta di vicolo cieco dove per uscirne occorreva sfondare un muro...con molte perdite...
    La Chiesa invece, in qualità proprio di MADRE E MAESTRA, si prese come è solta fare il suo tempo per vagliare la situazione... e potè rispondere al problema solo quando ebbe sottomano tutti gli elementi per farlo... questa è saggezza, non ritardo sui tempi!

    Chi spiega ancor meglio l'interpretazione della Rerum Novarum è il successore di Leone XIII, Papa Pio XI che scrisse la "Quadragesimo anno" ossia, a 40 anni dalla Rerum Novarum, Pio XI ne scrive un altra per spiegarne l'importanza e l'attualità...

    scrisse qui il Papa Pio XI (vale la pena di leggere attentamente per avere la chiave di lettura autentica sulla Rerum Novarum):

    5. Né altrimenti pensavano quei molti cattolici, e sacerdoti e laici, i quali, mossi da un sentimento di una carità certamente ammirabile, si sentivano già da lungo tempo sospinti a lenire l’immeritata indigenza dei proletari, né riuscivano in alcun modo a persuadersi come un così forte e ingiusto divario nella distribuzione dei beni temporali potesse davvero corrispondere ai disegni del sapientissimo Creatore.

    6. In tale disordine lacrimevole della società essi cercavano bensì con sincerità un pronto rimedio e una salda difesa contro i pericoli peggiori: ma per la fiacchezza della mente umana anche nei migliori, vedendosi respinti da una parte quasi perniciosi novatori, dall’altra intralciati dagli stessi compagni di opere buone ma seguaci di altre idee, esitando tra le varie opinioni, non sapevano dove rivolgersi.

    7. In così grande urto e dissenso di animi, mentre dall’una parte e dall’altra si dibatteva, e non sempre pacificamente, la controversia, gli occhi di tutti, come in tante altre occasioni, si volgevano alla Cattedra di Pietro, deposito sacro di ogni verità, da cui si diffondono le parole di salute in tutto il mondo; e accorrendo, con insolita frequenza, ai piedi del Vicario di Cristo in terra, sì gli studiosi di cose sociali, come i datori di lavoro e gli stessi operai, andavano supplicando unanimi perché fosse loro finalmente additata una via sicura.

    8. Tutto ciò il prudentissimo Pontefice ponderò a lungo tra sé al cospetto di Dio, richiese consiglio ai più esperti, vagliò attentamente gli argomenti che si portavano da una parte e dall’altra, e in ultimo, ascoltando "la voce della coscienza dell’ufficio Apostolico", (Enc. Rerum Novarum n. 1). per non sembrare, tacendo, di mancare al proprio dovere, (cf. RN n. 13) deliberò in virtù del divino magistero, a lui affidato, di rivolgere la parola a tutta la Chiesa, anzi a tutta l’umana società.

    **********
    Nel sottolineare alcuni punti fondamentali dell'Enciclica, Pio XI sottolinea:


     - ....con animo invitto prende a tutelare egli stesso in persona la causa degli operai che "le circostanze hanno consegnati soli e indifesi alla inumanità dei padroni e alla sfrenata cupidigia della concorrenza", (RN n. 2) senza chiedere aiuto alcuno né al liberalismo né al socialismo, dei quali l’uno si era mostrato affatto incapace di dare soluzione legittima alla questione sociale, l’altro proponeva un rimedio che, di gran lunga peggiore del male, avrebbe gettato in maggiori pericoli la società umana.

    -  indicò e proclamò "i diritti e i doveri dai quali conviene che vicendevolmente si sentano vincolati e ricchi e proletari, e capitalisti e prestatori d’opera", (RN n. 1). come pure le parti rispettive della Chiesa, dei poteri pubblici e anche di coloro che più vi si trovano interessati.

    (faccio notare che non solo i diritti, ma che tutti abbiamo anche dei DOVERI....)

    - accolsero con giubilo quell’enciclica gli operai cristiani, i quali si sentirono patrocinati e difesi dalla più alta Autorità della terra, e tutti quei generosi, i quali già da lungo tempo sollecitati di recare sollievo alla condizione degli operai, sino allora non avevano trovato quasi altro che la noncuranza degli uni e persino gli odiosi sospetti, per non dire l’aperta ostilità di molti altri. Meritatamente dunque tutti costoro d’allora in poi tennero sempre in tanto onore quell’enciclica che è venuto in uso di commemorarla ogni anno nei vari paesi con varie manifestazioni di gratitudine.

    - Tuttavia la dottrina di Leone XIII, così nobile, così profonda e così inaudita al mondo, non poteva non produrre anche in alcuni cattolici una certa impressione di sgomento, anzi di molestia e per taluni anche di scandalo. Essa infatti affrontava coraggiosamente gli idoli del liberalismo e li rovesciava, non teneva in nessun conto pregiudizi inveterati, preveniva i tempi oltre ogni aspettazione; ond’è che i troppo tenaci dell’antico disdegnavano questa nuova filosofia sociale, i pusillanimi paventavano di ascendere a tanta altezza; taluno anche vi fu, che pure ammirando questa luce, la riputava come un ideale chimerico di perfezione più desiderabile che attuabile.



    *************


    Vorrei concludere queste riflessioni con un passo assai eloquente della Rerum Novarum, dice così Leone XIII:


    - Le cose del tempo non è possibile intenderle e valutarle a dovere, se l'animo non si eleva ad un'altra vita, ossia a quella eterna, senza la quale la vera nozione del bene morale necessariamente si dilegua, anzi l'intera creazione diventa un mistero inspiegabile. Quello pertanto che la natura stessa ci detta, nel cristianesimo è un dogma su cui come principale fondamento poggia tutto l'edificio della religione: cioè che la vera vita dell'uomo è quella del mondo avvenire.
    Poiché Iddio non ci ha creati per questi beni fragili e caduchi, ma per quelli celesti ed eterni; e la terra ci fu data da Lui come luogo di esilio, non come patria. Che tu abbia in abbondanza ricchezze ed altri beni terreni o che ne sia privo, ciò all'eterna felicità non importa nulla; ma il buono o cattivo uso di quei beni, questo è ciò che sommamente importa. Le varie tribolazioni di cui è intessuta la vita di quaggiù, Gesù Cristo, che pur ci ha redenti con redenzione copiosa, non le ha tolte; le ha convertite in stimolo di virtù e in maniera di merito, tanto che nessun figlio di Adamo può giungere al cielo se non segue le orme sanguinose di Lui.
    Se persevereremo, regneremo insieme (7). Accettando volontariamente sopra di sé travagli e dolori, egli ne ha mitigato l'acerbità in modo meraviglioso, e non solo con l'esempio ma con la sua grazia e con la speranza del premio proposto, ci ha reso più facile il patire. Poichè quella che attualmente è una momentanea e leggera tribolazione nostra, opera in noi un eterno e sopra ogni misura smisurato peso di gloria (8).
    I fortunati del secolo sono dunque avvertiti che le ricchezze non li liberano dal dolore e che esse per la felicità avvenire, non che giovare, nuocciono (9); che i ricchi debbono tremare, pensando alle minacce straordinariamente severe di Gesù Cristo (10); che dell'uso dei loro beni avranno un giorno da rendere rigorosissimo conto al Dio giudice.



     grazie per l'attenzione...





    [Edited by Caterina63 9/6/2010 5:54 PM]
    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
    Maestro dell’Ordine)
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    Caterina63
    Post: 39,847
    Gender: Female
    00 9/30/2010 8:34 PM

    Papa Pecci e la Settimana Sociale di Reggio Calabria


    ROMA, giovedì, 30 settembre 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l'editoriale di Claudio Gentili che appare sul n 4-5 del 2010 de La Società, rivista scientifica di studi e ricerche sulla dottrina sociale della Chiesa, interamente dedicato alla 46esima Settimana sociale che si terrà a Reggio Calabria dal 14 al 17 ottobre prossimi.



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    Vivere come se Dio ci fosse. Questa la grande sfida che Papa Ratzinger ha lanciato nell’era del relativismo.

    Vivere come se Dio ci fosse, in famiglia, nel mondo della cultura, nel sociale, nella politica. E’ una sfida che ha due destinatari: il mondo laico e i credenti. Sembra che il Papa tedesco voglia parlare, come si dice nel linguaggio comune, “a nuora perché