DIFENDERE LA VERA FEDE

Riconobbero Gesù dallo spezzar del pane

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    00 6/15/2010 9:20 AM
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    Da: Soprannome MSN7978Pergamena  (Messaggio originale) Inviato: 15/04/2002 15.24
    Amici, sulla scia della domenica appena trascorsa, vi riporto un testo tratto dalla Liturgia delle Ore di Domenica, un testo antico, della Chiesa nascente...una testimonianza che non si discosta dalla Liturgia odierna.....
     
    Dalla "Prima Apologia a favore dei cristiani" di san Giustino, martire
    (Cap. 66-67; PG 6,427-431)
    La celebrazione dell'eucaristia

    A nessun altro è lecito partecipare all'Eucaristia, se non a colui che crede essere vere le cose che insegniamo, e che sia stato purificato da quel lavacro istituito per la remissione dei peccati e la rigenerazione, e poi viva così come Cristo ha insegnato.
    Noi infatti crediamo che Gesù Cristo, nostro Salvatore, si è fatto uomo per l'intervento del Verbo di Dio. Si è fatto uomo di carne e sangue per la nostra salvezza. Così crediamo pure che quel cibo sul quale sono state rese grazie con le stesse parole pronunciate da lui, quel cibo che, trasformato, alimenta i nostri corpi e il nostro sangue, è la carne e il sangue di Gesù fatto uomo.
    Gli apostoli nelle memorie da loro lasciate e chiamate vangeli, ci hanno tramandato che Gesù ha comandato così: Preso il pane e rese grazie, egli disse: "Fate questo in memoria di me. Questo è il mio corpo". E allo stesso modo, preso il calice e rese grazie, disse: "Questo è il mio sangue" e lo diede solamente a loro.
    Da allora noi facciamo sempre memoria di questo fatto nelle nostre assemblee e chi di noi ha qualcosa, soccorre tutti quelli che sono nel bisogno, e stiamo sempre insieme. Per tutto ciò di cui ci nutriamo benediciamo il creatore dell'universo per mezzo del suo Figlio Gesù e dello Spirito Santo.
    E nel giorno, detto del Sole, si fà l'adunanza. Tutti coloro che abitano in città o in campagna convengono nello stesso luogo, e si leggono le memorie degli apostoli o gli scritti dei profeti per quanto il tempo lo permette.
    Poi, quando il lettore ha finito, colui che presiede rivolge parole di ammonimento e di esortazione che incitano a imitare gesta così belle.
    Quindi tutti insieme ci alziamo ed eleviamo preghiere e, finito di pregare, viene recato pane, vino e acqua. Allora colui che presiede formula la preghiera di lode e di ringraziamento con tutto il fervore e il popolo acclama: Amen! Infine a ciascuno dei presenti si distribuiscono e si partecipano gli elementi sui quali furono rese grazie, mentre i medesimi sono mandati agli assenti per mano dei diaconi.
    Alla fine coloro che hanno in abbondanza e lo vogliono, dànno a loro piacimento quanto credono. Ciò che viene raccolto, è deposto presso colui che presiede ed egli soccorre gli orfani e le vedove e coloro che per malattia o per altra ragione sono nel bisogno, quindi anche coloro che sono in carcere e i pellegrini che arrivano da fuori. In una parola, si prende cura di tutti i bisognosi,
    Ci raduniamo tutti insieme nel giorno del Sole, sia perché questo è il primo giorno in cui Dio, volgendo in fuga le tenebre e il caos, creò il mondo, sia perché Gesù Cristo nostro Salvatore risuscitò dai morti nel medesimo giorno. Lo crocifissero infatti nel giorno precedente quello di Saturno e l'indomani di quel medesimo giorno, cioè nel giorno del Sole, essendo apparso ai suoi apostoli e ai discepoli, insegnò quelle cose che vi abbiamo trasmesso perché le prendiate in seria considerazione.


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    Da: Soprannome MSN7978Pergamena Inviato: 15/04/2002 21.57
     Amici.....tra i beatificati di domenica...vi propongo questo...un laico, medico......guarito per intercessione di Maria.....
    Artemide Zatti (1880-1951)

    Artemide Zatti (1880-1951) 

    Artemide Zatti nacque a Boretto (Reggio Emilia) il 12 ottobre 1880. Non tardò ad esperimentare la durezza del sacrificio, tanto che a nove anni già si guadagnava la giornata da bracciante. Costretta dalla povertà, la famiglia Zatti, agli inizi del 1897, emigrò in Argentina e si stabilì a Bahìa Blanca. Il giovane Artemide prese subito a frequentare la parrocchia retta dai Salesiani, trovando nel Parroco Don Carlo Cavalli, uomo pio e di una bontà straordinaria, il suo direttore spirituale. Fu questi ad orientarlo verso la vita salesiana. Aveva 20 anni quando si recò nell'aspirantato di Bernal.

    Assistendo un giovane sacerdote affetto da tbc, ne contrasse la malattia. L'interessamento paterno di Don Cavalli – che lo seguiva da lontano – fece sì che si scegliesse per lui la Casa salesiana di Viedma dove c'era un clima più adatto e soprattutto un ospedale missionario con un bravo infermiere salesiano che in pratica fungeva da «medico»: Padre Evasio Garrone. Questi invitò Artemide a pregare Maria Ausiliatrice per ottenere la guarigione, suggerendogli di fare una promessa: «Se Lei ti guarisce, tu ti dedicherai per tutta la tua vita a questi infermi». Artemide fece volentieri tale promessa e misteriosamente guarì. Dirà poi: «Credetti, promisi, guarii». La sua strada ormai era tracciata con chiarezza ed egli la intraprese con entusiasmo. Accettò con umiltà e docilità la non piccola sofferenza di rinunziare al sacerdozio. Emise come confratello laico la sua prima Professione l'11 gennaio 1908 e quella Perpetua l'8 febbraio 1911. Coerentemente alla promessa fatta alla Madonna, egli si consacrò subito e totalmente all'Ospedale, occupandosi in un primo tempo della farmacia annessa, ma poi quando nel 1913 morì Padre Garrone, tutta la responsabilità dell'ospedale cadde sulle sue spalle. Ne divenne infatti vicedirettore, amministratore, esperto infermiere stimato da tutti gli ammalati e dagli stessi sanitari che gli lasciavano man mano sempre maggiore libertà d'azione.

    Il suo servizio non si limitava all'ospedale ma si estendeva a tutta la città anzi alle due località situate sulle rive del fiume Negro: Viedma e Patagones. In caso di necessità si muoveva ad ogni ora del giorno e della notte, con qualunque tempo, raggiungendo i tuguri della periferia e facendo tutto gratuitamente. La sua fama d'infermiere santo si diffuse per tutto il Sud e da tutta la Patagonia gli arrivavano ammalati. Non era raro il caso di ammalati che preferivano la visita dell'infermiere santo a quella dei medici.

    Artemide Zatti amò i suoi ammalati in modo davvero commovente. Vedeva in loro Gesù stesso, a tal punto che quando chiedeva alle suore un vestito per un nuovo ragazzo arrivato, diceva: «Sorella, ha un vestito per un Gesù di 12 anni?». L'attenzione verso i suoi ammalati era tale che raggiungeva delicate sfumature. C'è chi ricorda di averlo visto portar via sulle spalle verso la camera mortuaria il corpo di un ricoverato morto durante la notte, per sottrarlo alla vista degli altri malati: e lo faceva recitando il De profundis. Fedele allo spirito salesiano e al motto lasciato in eredità da Don Bosco ai suoi figli – «lavoro e temperanza» – egli svolse un'attività prodigiosa con abituale prontezza d'animo, con eroico spirito di sacrificio, con distacco assoluto da ogni soddisfazione personale, senza mai prendersi vacanze e riposo. C'è chi ha detto che gli unici cinque giorni di riposo furono quelli trascorsi... in carcere! Sì, egli conobbe anche la prigione a causa della fuga di un carcerato ricoverato in Ospedale, fuga che si volle attribuire a lui. Ne uscì assolto e il suo ritorno a casa fu un trionfo.

    Fu un uomo di facile rapporto umano, con una visibile carica di simpatia, lieto di potersi intrattenere con la gente umile. Ma fu soprattutto un uomo di Dio. Egli Lo irraggiava. Un medico dell'Ospedale piuttosto incredulo, dirà: «Quando vedevo il signor Zatti la mia incredulità vacillava». E un altro: «Credo in Dio da quando conosco il signor Zatti».

    Nel 1950 l'infaticabile infermiere cadde da una scala e fu in quella occasione che si manifestarono i sintomi di un cancro che egli stesso lucidamente diagnosticò. Continuò tuttavia ad attendere alla sua missione ancora per un anno, finchè dopo sofferenze eroicamente accettate, si spense il 15 marzo 1951 in piena coscienza, circondato dall'affetto e dalla gratitudine di un'intera popolazione. 


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    Da: Soprannome MSN7978Pergamena Inviato: 14/04/2004 15.21
     
    Gi evangelisti ci consegnano, condensata in un racconto, l’esperienza pasquale che porta una risposta sempre nuova a coloro che si interrogano.
    San Luca racconta dei due discepoli in cammino il giorno di Pasqua: lontano da Gerusalemme e dalla comunità degli altri. Essi vogliono lasciare dietro di sé il passato che li lega a Gesù, ma non possono impedirsi di parlare senza sosta del peso che hanno sul cuore: Gesù è stato condannato, è morto sulla croce... non può essere lui il Salvatore promesso. Tutti e due, immersi in se stessi, non riconoscono colui che li accompagna sul loro cammino di desolazione. La fede nella potenza di Dio non basta loro per superare la morte. Ed è per questo che non capiscono cosa egli vuole dire quando fa allusione a Mosè e ai profeti.
    È a sera, nell’ora della cena, mentre egli loda il Signore spezzando e dividendo il pane, che i loro occhi e i loro cuori si aprono. Anche se non vedono più Gesù, sono sicuri che è rimasto là, vivo; che lo si può incontrare attraverso la parola, e le cene. Con questa certezza, fanno marcia indietro per ritornare a Gerusalemme, nella comunità dei discepoli. È qui che si riuniscono e discutono gli avvenimenti di Pasqua, sui quali si basano i principi della fede. “È risuscitato e apparso a Simone” (il primo degli apostoli): ecco una delle frasi nelle quali si inserisce l’incontro pasquale dei due discepoli di Emmaus.
     
    Lc 24,13-35
    Riconobbero Gesù nello spezzare il pane....
     
    Padre Lino Pedron
    Commento su Luca 24, 13-35

    Questo episodio è una pagina esemplare per mostrarci come il Signore risorto è presente ancora oggi nella nostra vita di credenti e come possiamo incontrarlo. I due viandanti sono figura della Chiesa. Essa cambia cuore, volto e cammino quando incontra il suo Signore nella Parola e nel Pane.

    Centro del racconto è il Cristo morto e risorto davanti al quale ogni uomo "è senza testa e lento di cuore a credere" (v.25).

    Potremmo anche noi, come le donne e come Pietro, andare al sepolcro. Come loro, lo troveremmo vuoto. Non è lì il Vivente. E' per le strade del mondo in cerca dei fratelli smarriti. Li segue, li incontra, li accompagna per trasformare la loro fuga da Gerusalemme in pellegrinaggio verso il Padre.

    Come ai due discepoli di Emmaus, Cristo si fa vicino a tutti noi. Ci incontra nella nostra vicenda quotidiana di viandanti della vita e si associa al nostro cammino, ovunque andiamo. Egli non si allontana da noi anche se noi ci allontaniamo da lui. E' venuto per cercare e salvare ciò che era perduto (cfr Lc 5,32; 19,10).

    Cristo in persona ci spiega le Scritture e ci apre gli occhi. Anche se rimane invisibile, lo percepiamo con l'occhio della fede. Tutti possono giungere a lui attraverso l'annuncio che lo rivela risorto e il gesto dello spezzare il pane.

    La Parola e il Pane, con cui egli resta nel nostro spirito e nella nostra carne, sono il viatico della Chiesa fino alla fine dei tempi. La Parola e il corpo di Cristo ci assimilano a lui, donandoci lo Spirito, che è la forza per vivere da figli del Padre e fratelli tra di noi.

    Il messaggio della risurrezione avanza attraverso la celebrazione dell'Eucaristia. E' qui che la Chiesa fa esperienza che Cristo è il Vivente. L'annuncio della risurrezione, che si era aperto con diffidenza all'inizio del racconto (v.23), dopo l'incontro con il Cristo che spiega le Scritture e spezza il Pane si trasmette da una Chiesa all'altra con partecipazione e gioia (v.35).

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    Da: Soprannome MSN7978Pergamena Inviato: 14/04/2004 16.30

    IL VIVENTE NON SI FERMA AI FUNERALI

    Quando una volta le storie si raccontavano accanto al fuoco, con la famiglia riunita e il televisore non c'era.....Proviamo a spegnere la televisione ogni tanto, e raccontiamo questi fatti veri ai figli.....

    Due dei discepoli erano in cammino per un villaggio di­stante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Em­maus, e conversavano di tutto quanto era accaduto. Men­tre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo...

    .... Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi e' accaduto in questi giorni?...

    Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece l'atto di voler proseguire. Ma essi insistettero: « Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino ».

    Egli entrò per rimanere con loro... Luca 24, 13-35

    L'avventura capitata ai due discepoli di Emmaus è addirittura paradossale.

    Credo non sia mai successo a nessuno di raccontare all'interes­sato la sua... morte e di fargli il resoconto dettagliato dei suoi funerali e incolparlo, in un certo senso, dell'imbarazzo in cui ha messo i suoi amici!

    Un bel pasticcio, questa morte!

    « Che razza di discorsi sono questi che state facendo fra voi durante il cammino? »

    Sono i nostri discorsi.

    I discorsi di morte fatti al Vivente.

    Un quadro nero della situazione presentato a Colui che è « la luce del mondo ».

    Uno squallido elenco di sconfitte, delusioni, amarezze, sgranato davanti al Vincitore.

    « Tu solo sei così forestiero...da non sapere... »

    Ci pensiamo noi a informarTi delle brutte cose di quaggiù, delle tristi notizie che ci riguardano.

    Soltanto « cattive notizie » abbiamo da comunicare a Colui che ci ha recato una straordinaria « lieta novella ».

    Possibile che non abbiamo niente di bello, di allegro, di con­solante da raccontarGli?

    C'è gente che prova un gusto particolare - quasi sadico - nel ragguagliare gli altri circa i motivi di sgomento e di sconforto. Si direbbero

    « specialisti dello sconforto ».

    « Noi speravamo... Con tutto ciò son passati tre giorni...

    Ecco la lunghezza della nostra speranza!

    Ecco la consistenza della nostra fede!

    Tre giorni ci sembrano un’eternità.

    Non sappiamo attendere.

    Non riusciamo, come dicono gli arabi, a « morire di pazienza ».

    Non sappiamo pagare il prezzo della pazienza per gli ideali che ci stanno a cuore.

    Una momentanea smentita da parte della realtà fa crollare tutto.

    Siamo incapaci di soffrire in silenzio.

    Abbiamo bisogno di veder subito riconosciute, applaudite, trion­fanti le nostre idee.

    La nostra speranza ha il fiato corto. E una speranza con il fiato corto non è più speranza, è calcolo umano, prudenza « della car­ne », meschina contabilità burocratica.

    La nostra prospettiva non si spinge di una spanna al di là della punta del nostro naso. Siamo incapaci di vedere « oltre ». Oltre l'ostacolo, oltre l'insuccesso immediato, oltre l'incomprensione, ol­tre il rifiuto, oltre la confusione.

    Nel mezzo del tunnel oscuro non riusciamo a indovinare la luce che ci investirà soltanto dopo quella inevitabile e tormentosa purificazione degli occhi.

    « Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo ».

    Ma che modi sono questi! Perché questa... sfacciata discrezio­ne? Devi presentarti, esibire il tuo biglietto da visita, portare le prove... Dirci subito chi sei, evitarci il fastidio del riconoscimento, non lasciarci incappare in disdicevoli equivoci.

    Conosciamo troppo bene il nostro buio per saper « riconosce­re » la luce.

    Conosciamo troppo le nostre debolezze per sapere « ricono­scere » la forza.

    Conosciamo troppo la nostra solitudine per avvertire questo discreto compagno di viaggio che cammina accanto a noi, proprio quando si fa il vuoto attorno a noi.

    Fa lo sconosciuto. Irriconoscibile dalla nostra stanchezza, dalla nostra pesantezza, dalle nostre puerili scadenze.

    E Lui rimane sconosciuto. Perché sappiamo tante cose. Ci fac­ciamo tante idee sul suo conto. Ma non Lo conosciamo veramente.

    « Sciocchi e tardi di cuore a credere alla parola dei profeti ».

    Quando mai abbiamo preso sul serio la tua Parola? Quando ci siamo specializzati in quella Parola, attraverso una lettura, un approfondimento, una riflessione, una preghiera, un confronto as­siduo, scarnificante, quotidiano, ostinato, appassionato? Quando abbiamo mai preso sul serio la Chiesa che da Maestra ci inserisce mediante la Parola nella vita di ogni giorno che dovremmo testimoniare da cristiani?

    E allora non dobbiamo lamentarci se non riusciamo a leggere gli avvenimenti che ci riguardano. O li leggiamo in chiave sbagliata, con le lenti deformanti del pessimismo, dei pregiudizi, dei dogma­tismi, delle false sicurezze, dello scandalo a buon mercato.

    « E cominciando da Mosè... »

    Sì. Bisogna riprendere da capo. Occorre ripartire da una spie­gazione della nostra vita attraverso la « fonte » per eccellenza:

    la Parola di Dio. Senza troppe mediazioni ingombranti, senza inutili  ricette moralistiche, senza i nostri pron­tuari con  risposte prefabbricate per ogni genere di problemi estrapolate qua e là dalla Parola stessa.

    Lasciamoci istruire da Dio. Ridiventiamo scolari del Vangelo, alla scuola della Chiesa che Gesù ha posto quale guida e Maestra: troppi maestri e troppi falsi professori si spacciano per laureati e finiscono per tenere il Vangelo sulla cattedra ma senza aprirlo, senza averne ricevuto il mandato. In questa scuola di Dio c'è solo un Testo e c'è un Corpo d'Insegnanti inviati da Lui: il Testo è la Bibbia, il Corpo d'Insegnanti è la Chiesa nel suo Magistero. Allora si, possederemo forse meno risposte sicure e « rassicuranti », ma in compen­so, sapremo vedere meglio, capire di più, renderci conto di ciò che avviene. Non subiremo gli avvenimenti. Ma diventeremo prota­gonisti.

    Non si tratta di avere le risposte pronte. Ma tenere lo sguardo, il cervello e il cuore pronti. Pronti a credere e ad accogliere e a Dio piacendo, pronti anche a capire.

    Cristo non rimprovera i due viaggiatori perché non hanno le soluzioni pronte. Li rimprovera perché non usano l'intelligenza e non hanno il cuore pronto! « Sciocchi e tardi di cuore... » In altre parole:

    sono colpevoli di « non comprensione, di non usare i talenti che Dio dona a tutti, di non usare le capacità di cui siamo forniti.... ».

    « Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al de­clino ».

    Finalmente hanno azzeccato la parola giusta, la frase sensata, probabilmente dettata da un istinto.

    Sette miglia di cammino con quello sconosciuto che è « al­l'oscuro di tutto » per rendersi conto che sono loro, in realtà, ad essere disinformati, perché sono all'oscuro del significato degli avvenimenti che sapevano soltanto raccontare. Sapevano le Scritture a memoria, ma non le avevano capite. I due viandanti sono la prefigurazione di noi cristiani in cammino per il mondo che vogliono fare a meno della Chiesa; Gesù che spiega è la Chiesa, il Buon Pastore che va in cerca delle pecore sperdute, è il Maestro che spiega, è il Capo della Chiesa che delega i "Suoi" a questo mandato.

    Sette miglia di cammino con quel compagno di viaggio per ammettere di non poter più fare a meno di lui.

     Egli entrò per rimanere con loro...

    Sì. Ha deciso di restare.

    D'ora in poi lo potremo trovare sulle nostre strade in incognito. E' uno qualsiasi. Ha il volto comune del mio prossimo che incontro o che mi ferma. E' lì che mi attende nel Tabernacolo, sotto i veli Eucaristici; nella Messa dove l'incontro Eucaristico diventa fusione con il divino.

    Ci aspetta all'appuntamento della Mensa. Esige la prova dell'attenzione, della fede, della fiducia.

    Si rivela attraverso il « sacramento dell'Eucarestia ».

    Lui rimane in mezzo a noi: noi dobbiamo «riconoscerlo ».

    Gesù sa che la Scrittura non basta, i due viandanti dopo la lunga spiegazione hanno sentito il desiderio di averlo con loro, ma ancora non l'hanno riconosciuto, manca "qualcosa".

    (Lc.24,30)

    <....prese il pane, pronunciò la benedizione, lo spezzò e lo distribuì loro. Allora si aprirono loro occhi e lo riconobbero. Ma Egli disparve ai loro occhi...>

    Ogni incontro può essere incontro col Vivente, col Risorto. E' quindi una sorpresa, una sconvolgente novità, se l'Eucarestia non produce questo effetto, non abbiamo allora incontrato il Risorto, ma solo una sua immagine riflessa, magari nelle Scritture, ma sempre una immagine riflessa e non viva e vera , INCARNATA.

    Ogni incontro può essere un'apparizione.

    Allora i loro occhi si aprirono e lo riconobbero...

    Pasqua è il dono della luce.

    Ma è un dono che si riceve... con gli occhi prima del cuore, della mente, poi con la visibilità.

    Quando è arrivato in mezzo a noi, « il mondo non lo riconob­be » (Gv 1, 10).

    Adesso che ha deciso di rimanere, il peccato per eccellenza di­venta quello degli « occhi chiusi », così si finisce per non riconoscerlo "allo spezzare il pane", così non si crede all'Eucarestia.

    Noi che ci sentiamo in diritto spesso e volentieri di masticare amarezza per le sue assenze e i suoi ritardi, in realtà siamo colpe­voli recidivi di non-riconoscimento. Ci accontentiamo di un "surrogato" del Risorto, ci accontentiamo per sentirci tranquilli, ma quanto è vana questa falsa serenità? Ce lo dicono i divorzi, gli aborti, le violenze, la depressione, l'omosessualità vista come un diritto, l'adulterio visto e vissuto come dirittto di libertà, i poveri che aumentano, la disobbedienza alla Chiesa, il volersi far passare tutti per insegnanti delle Scritture....Tutti surrogati di una falsa visione del Risorto!

    La luce splende nelle tenebre ma le tenebre non l'hanno accolta  (Gv 1, 5).

    Allora, però, non abbiamo più diritto di lamentarci per il buio.

    Se « si fa sera », la colpa è soltanto nostra.

    *******************

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    00 6/15/2010 9:33 AM
    I discepoli di Emmaus non sono tanto discepoli storici, quanto principalmente un segno per ogni uomo nel suo proprio tempo..... Non ci interesserebbe ciò che potevano provare o cosa avrebbero potuto aver sentito in quel misterioso incontro con Gesù se non fosse perché esprimono in qualche modo uno stato d’animo presente in ognuno di noi: una dimensione profonda della fede e della speranza cristiana dinanzi alla notte oscura della disperazione e della frustrazione...

    I discepoli di Emmaus, infatti più che andare ad Emmaus, fuggivano da Gerusalemme. «Ferito il pastore, si disperdevano le pecore». Non volevano più saper nulla di ciò che avevano vissuto in Gerusalemme, era troppo grande la delusione: IL MAESTRO ERA MORTO!: lì tutto era finito male; «tutto ciò che riguardava Gesù Nazareno» (24,19) si era rivelato un disastro. E loro avevano definitivamente abbandonato ogni illusione su Gesù. Avevano pensato, come tanti altri, che «egli avrebbe liberato Israele» (24,21). Probabilmente l’avevano acclamato quando era entrato trionfante a Gerusalemme i giorni della Pasqua. Si erano convinti che il Regno sarebbe arrivato da un momento all’altro. Tutto il popolo era «in ansiosa attesa», come ci dice Luca in un altro passo del suo vangelo (3,15). Tutto però era andato a monte DAVANTI A QUELLA CROCIFISSIONE.... ed essi avevano ripreso la strada verso la loro casa...

    Frustrazione, delusione, sconforto… erano i sentimenti che li opprimevano. Lasciavano Gerusalemme e con Gerusalemme ogni cosa, tutto. Fuggivano. Storditi dalla depressione, volevano soltanto dimenticare. «Tutto è stato un sogno - diranno, come la Maddalena del Gesù Cristo Superstar - è ora di risvegliarsi alla vita reale e di abbandonare le utopie»......

    «Conversavano di tutto quello che era accaduto, mentre discorrevano e discutevano insieme» (24,14-15) è evidente che "qualcosa" comunque teneva accesa in loro una speranza: "COMPRENDERE".....

    Non era un conversare qualsiasi; era una conversazione "fissata" su «tutto quello che era accaduto», come un trauma che rimane impresso nell’anima e impedisce alla mente di pensare ad altre prospettive. Possiamo immaginare i due discepoli che camminano, cercando di allontanare i fantasmi della morte del loro messia, però soccombendo continuamente imprigionati dalla delusione e dall’insistenza dei ricordi, «serbando tutte queste cose nel loro cuore» (Lc 2,51). La loro conversazione, anche se era a due, era soltanto la continuazione di un monologo, incatenato ad alcuni pensieri dolorosi, carichi di delusione......E tale chiusura impediva loro di comprendere le Scritture...

    Anonimo, sconosciuto, «Gesù in persona si avvicinò e cominciò a camminare insieme a loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo» (24,15-16).

    «Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?» (24,17).

    Interessante la pedagogia che Luca indica a Gesù: comincia ad avvicinarsi a loro, mettendosi sulla loro strada, METTENDOSI IN MEZZO E ANCORA UNA VOLTA ANDANDO LORO INCONTRO, L'INIZIATIVA LA PRENDE GESU'.....si muove al loro stesso passo e domandando, interessandosi della «loro conversazione»… Vuol condividere il loro stato d’animo, la loro delusione, non vuol dare, per ora, una lezione né parlare prima di ascoltare, prima di sapere quali sono gli interrogativi concreti che essi si pongono....

    Teologicamente è la dinamica dell’Incarnazione; psicologicamente è una terapia di catarsi: Gesù intende ascoltare ciò che già sa perché vuole che i discepoli si esprimano, che facciano uscire dalla loro bocca e rivelino con tutta l’anima l’amarezza e la delusione che provano, la loro incredulità e la loro stanchezza.

    Dopo averli ascoltati attentamente, solo allora Gesù prende la parola e, basandosi sulle Scritture, interpreta tutto quanto era accaduto. Dà una nuova interpretazione dei fatti avvenuti a Gerusalemme. Essi interpretavano la morte di Gesù come un fallimento, come il trionfo del potere del male sull’uomo giusto Gesù. Condividevano la notte scura dei poveri di tutti i tempi, i poveri che vedono frustrate le loro speranze dalla forza dominante del male che trionfa sul bene. Essi interpretavano i fatti come l’inspiegabile disfatta del giusto Gesù. E possiamo immaginare che, alla luce di questa interpretazione, tutta la loro conversazione poteva ridursi ad un circolo vizioso di pensieri distruttivi, con profondi sensi di colpa, che li spingeva ad un senso di disprezzo di se stessi, come se avessero sciupato l’utopia che aveva predicato il maestro galileo adesso scomparso....

    Gesù, però, offre loro un’altra interpretazione; li invita a modificare la loro visione, a educare i loro occhi. C’è un altro modo di guardare; Gesù gliene dà testimonianza: le cose non sono così come appare, se si sa vedere il loro significato profondo......In realtà - dirà loro Gesù - i fatti, i fatti bruti, in se stessi, sembrerebbero dar ragione alla forza e negare la forza della ragione.

    In altre parole, è certo che, materialmente parlando, Gesù è stato sconfitto, è stato espulso da questo mondo dai potenti. Non potendo tollerare la forza della sua utopia, si sono ribellati contro di lui. La sua morte è la dimostrazione che nel mondo non c’è posto per un uomo buono; tra noi non c’è spazio per l’amore, non è questa la sua patria, non è questa la sua casa. L’amore qui è come esiliato ed espulso da questo mondo. Ed i potenti hanno raggiunto il loro scopo: hanno scacciato Gesù. Il mondo non era sufficientemente maturo per accogliere la proposta utopica di Gesù. Lo hanno ucciso. Ha fallito, sì: Dio stesso lo ha abbandonato; è morto bevendo fino in fondo il calice del fallimento. Non è possibile immaginare maggiore disperazione, frustrazione e sconfitta.....

    A questa luce, Dio in verità.... aveva vinto, aveva espresso ciò che voleva esprimere. Ci aveva dato in Gesù la sua Parola: fatta carne e sangue, vita e morte, amore e fedeltà sino alla morte. Sì, aveva vinto Dio: era rimasto chiaro una volta per sempre, per tutta l’umanità, quale era la Verità e quale era la Via.

    La morte di Gesù era stata la vittoria, non soltanto dinanzi ai suoi nemici, ma davanti al male e alla morte, alla disperazione e all’oscurità. «Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». Effettivamente, con qualsiasi altro copione, Dio sarebbe stato meno eloquente, e qui ogni testimone del Risorto VIENE IMMERSO IN QUESTA VERITA': da qui ogni Testimone del Risorto deve RICALCARE IL CALVARIO ED IMITARE IL SUO MAESTRO per rendere testimonianza alla Verità.....

    Guidati dalla parola calda e convincente di Gesù, i discepoli cominciavano a scoprire un orizzonte totalmente nuovo. I loro occhi, ciechi sino ad allora, si aprivano ad una luce diversa, che tutto inondava di speranza, certezza, coraggio. Ardeva il loro cuore; vibravano in sintonia con lui, colmi di sentimenti positivi che curavano la sofferenza del loro cuore ferito.

    Vedevano adesso, IMMERSI NELLA VERITA', quanto era successo; lo guardavano da un’ottica diversa, VERA E VIVA. Guidati da Gesù, avevano potuto reinterpretare e riconoscere un fatto che prima, nella sua nuda materialità, era sembrato impossibile inserire nella loro cosmovisione, nella loro lettura personale. Adesso, non solo lo comprendevano - con la testa - in un modo diverso, ma lo scoprivano anche - con il cuore - con un sapore interamente nuovo. «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino spiegandoci…?» (24,32).

    Arrivata la notte - anche se nel loro cuore stava albeggiando - gli offrirono la loro ospitalità: «Resta con noi» (24,29). Era un invito motivato sia dall’affetto che immediatamente avevano provato per lui che dal loro interesse: resta con noi e prolungheremo questa conversazione che ci fa tanto bene, ANCHE SE NON AVEVANO ANCORA RICONOSCIUTO GESU'....TUTTAVIA STAVANO BENE CON QUESTA PERSONA CHE PARLAVA DI LUI, CHE INFONDEVA LA SPERANZA CON L'INTERPRETAZIONE DEI FATTI.......

    E Gesù si fermò, si fermò PERCHE' DOVEVA COMPLETARSI QUEL RICONOSCIMENTO. «Entrò per rimanere con loro» (24,30). E, «quando fu a tavola con loro… spezzò il pane e lo diede loro» (24,30): finalmente capirono: era Lui! Anche se in quello stesso momento sparì dalla loro vista. Però «si aprirono i loro occhi e lo riconobbero» (24,31).
    Qualcosa li scosse; si impose loro un’evidenza irresistibile: egli non è morto fallito, ha vinto. Non è un condannato: al contrario, è colui che ci giudica, colui che sta giudicando il mondo.Il crocifisso è il glorificato. È «il Signore»! È vivo!

    Lo "ri-conobbero" dunque non durante la conversazione delle scritture, ma nel segno dell'EUCARESTIA, qui essi compresero l'Ultima Cena, compresero la donazione di quel Corpo donato e di quel Sangue versato, qui i due discepoli lo ri-conobbero.

    Scoprirono che quello sconosciuto compagno di strada era un personaggio molto conosciuto da loro; inoltre ora lo "ri-conoscevano", lo conoscevano in un altro modo ossia, GLORIFICATO, VINCENTE, VERAMENTE RISORTO. La spiegazione di Gesù, una reinterpretazione dell’interpretazione che si portavano dentro dal momento del fallimento vissuto in Gerusalemme, trasformava completamente lo scenario.

    Cominciava un’altra storia dove LO SPEZZARE IL PANE, L'EUCARESTIA DIVENTAVA IL SEGNO DI UNA PRESENZA REALE ATTRAVERSO LA QUALE SIAMO INVITATI A RI-CONOSCERE GESU' VIVO E VERO..... Anche se era ancora notte ed i prìncipi delle tenebre agivano ancora seminando la paura e l'angoscia, una potente luce interiore li riportava ad una realtà nuova, differente.

    Adesso sentivano assurda la loro fuga da Gerusalemme. Scappare da cosa? da chi? verso dove? perché? Non c’era più fallimento da cui fuggire....Gesù era veramente Risorto e NELL'EUCARESTIA RI-CONOSCIAMO I SUOI CARATTERI DISTINTIVI CON GLI OCCHI DEL CUORE E DELLA FEDE.....

    Non c'era più da fuggire, al contrario, c’era un appuntamento a cui presentarsi: Gerusalemme stessa, perché la fine della storia non poteva affatto giungere in un venerdì santo. Bisognava continuare la storia. Adesso era chiaro che la Causa di Gesù era ancora viva, ERA APPENA COMINCIATA, NELL'EUCARESTIA ERA DA VIVERE L'INCONTRO E IL RI-CONOSCIMENTO. La sua utopia, tanto assurda umanamente, tanto disprezzata dai potenti, e concretamente schiacciata sulla Croce, risuscitava davanti ai loro occhi, libera e potente più che mai E DOVE IL FULCRO è IN QUELLO SPEZZARE IL PANE PER RI-VIVERE IL SUO MEMORIALE NEL QUALE CRISTO STESSO PRESIEDE LA MENSA ATTRAVERSO I SUOI SACERDOTI CHIAMATI ATTRAVERSO IL MINISTERO DELL'ORDINE SACRO I QUALI DURANTE LA MESSA SONO LA PRESENZA REALE DI GESU' ALLA MENSA, NELLA QUALE RENDE VIVO IL SUO CORPO E IL SUO SANGUE IN NUTRIMENTO PER LA SALVEZZA (cfr. Gv. 6).

    «E, alzatisi, senza indugio fecero ritorno a Gerusalemme» (24,33). Bisognava tornare a Gerusalemme, alla lotta, alla militanza, al luogo dove tanto avevano sofferto, al luogo da cui erano appena fuggiti. Gesù li aveva trasformati, li aveva riscattati dalla disperazione e dalla depressione. Aveva senso la vita, tornava ad aver senso per loro la Causa di Gesù. Dovevano superare la delusione e lo stordimento e iniziare tutto da capo, illuminati da una nuova luce.....

    Dice Luca che si alzarono da tavola e tornarono a Gerusalemme «senza indugio», dopo l'Eucarestia essi "senza indigio" partono per essere TESIMONI DI UN INCONTRO VIVO E VERO....... Sentirono, cioè, tanta urgenza che non vollero neppure passare la notte nella casa in cui erano stati ospitati. Non aspettarono il giorno dopo; non aspettarono l’alba. «Anche se era notte», si misero in cammino, verso Gerusalemme, all’impegno; si devono esser detti: «Gesù vive; la lotta continua, ANZI E' APPENA COMINCIATA, DOBBIAMO VIVERE L'EUCARESTIA, SPEZZARE IL PANE PERCHE' QUI E' IL NOSTRO INCONTRO CON GESU' VIVO E VERO è LUI CHE SPEZZA IL PANE NON NOI, NOI SIAMO I SUOI TESTIMONI E NEI NOSTRI GESTI DI SACERDOTI ORDINATI DAGLI APOSTOLI, CONTINUEREMO QUESTO INCONTRO AD OGNI GENERAZIONE». E lì trovarono gli altri «riuniti con i loro compagni» (24,33), organizzati, condividendo la stessa luminosa esperienza interiore.

    Dicono i Padri della Chiesa che il testo dei discepoli di Emmaus è stato scritto nelle celebrazioni della fede dei primi discepoli, ed è rimasto definito in questa forma che ci permette di leggere noi stessi nel racconto, come simbolo aperto....attraverso il quale il Mistero dell'Eucarestia è pienamente svelato e reso credibile là dove, appunto, la REINTERPRETAZIONE DELLE SCRITTURE ci permette di vedere, nel sacerdote che spezza il Pane, LO STESSO CRISTO VIVO E VERO CHE SI FA PANE PER OGNI UOMO.....

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    Sia lodato Gesù Cristo!

    Fraternamente Caterina