00 7/3/2010 3:23 PM
[SM=g1740722] COME DON BOSCO - il genitore

di Marianna Pacucci

[SM=g1740717] “DATE VOI STESSI DA MANGIARE!”
A cosa e a chi pensava Gesù, il giorno della moltiplicazione dei pani e dei pesci?




La mia famiglia è da sempre attenta al cibo e a me piace molto cucinare: mia madre mi ha insegnato che nei saperi e nelle tradizioni della tavola c’è un pezzo significativo dell’identità di una casa, la speranza di dare continuità alla storia del gruppo parentale, la sollecitudine verso le persone a cui si vuol bene, una premessa e promessa di felicità e di benessere domestico.

Tutti questi riferimenti, peraltro, mi sembrano particolarmente importanti e quasi rivoluzionari nella realtà contemporanea, che assiste impotente a patologie inedite come l’anoressia e la bulimia; persevera diabolicamente in modelli alimentari sbagliati; confonde indebitamente il mangiare e il nutrirsi. Sempre più spesso si sviluppa un rapporto insano con il cibo: godimento individuale e attesa di risarcimento delle difficoltà sperimentate quotidianamente, espressione di consumismo o rinuncia drastica in nome di diete quasi sempre squilibrate e inefficaci, è più facile ingurgitarlo che apprezzarlo, sviluppando, anche nei bambini, insoddisfazioni e sensi di colpa di ogni tipo.



Ma se è questo ciò che la cultura sociale propone ed esemplifica, proprio in famiglia si può ritrovare il piacere del cibo e un corretto rapporto con esso. Cominciando, ad esempio, col comprendere che il nutrimento non è soltanto la risposta a un bisogno fisico, ma ascolto e ricerca di sintonia, all’interno della persona, fra il corpo e l’anima, insieme a una sommessa invocazione di affetto e di cura.

Prendere cibo insieme è fare esperienza di un dono e di una condivisione che vengono da lontano: risiedono nel rapporto originario fra una madre e suo figlio e testimoniano della responsabilità che ogni padre ha nei confronti della crescita integrale della sua prole. [SM=g1740738]

C’è però bisogno che i figli non si percepiscano soltanto come destinatari dell’impegno dei propri genitori, ma possano prendere parte attivamente al processo che evidenzia la scelta e l’elaborazione del menù quotidiano. La posta in gioco non è soltanto l’acquisizione di particolari competenze o la trasmissione di un patrimonio alimentare. Imparando a cucinare, i ragazzi possono apprendere abilità raffinate come dosare, accostare, armonizzare elementi differenti; sviluppare atteggiamenti di laboriosità e di pazienza, incentivare la fantasia e la creatività, comprendendo che un risultato apprezzabile non è mai comunque frutto di improvvisazione.

Possono rendersi conto dell’importanza di essere esigenti nella scelta delle materie prime, nello sforzo di non sprecare nulla, nell’attenzione a tirar fuori piatti squisiti anche se a disposizione vi sono solo materiali grezzi e magari di modesto costo. Apprendono come sia impegnativo mettersi alla prova in esercizi di manualità che richiedono precisione e ordine.



Metafora della vita, cucinare e nutrirsi sono le due facce di una stessa medaglia: il saper badare a se stessi e agli altri, autenticando giorno per giorno, nelle grandi questioni e nei minimi dettagli, la disponibilità e la credibilità necessarie per la costruzione della persona e la continua rigenerazione della vita che è in lei.

Se è vero che attraverso il cibo vengono veicolati messaggi fondamentali, l’umile e fondamentale esperienza del cucinare suscita la consapevolezza – cifra distintiva della fede cristiana – che colui che nutre non è soltanto un datore di cibo, ma uno pronto a dare se stesso per la vita degli altri. La cosa straordinaria è che tutte queste verità passano, nella famiglia, con semplicità e naturalezza. In casa non c’è bisogno di discorsi arzigogolati. Basta soltanto la voglia di ritrovarsi insieme a tavola e, magari, prima ancora in cucina, per mescolare antiche sapienze e nuove competenze, per osare accostamenti inediti che possano ricordare che la vita è bella nella sua capacità di sorprendere, per gioire insieme dei profumi che mettono nel cuore la voglia di famigliarità e la storia di un territorio.

Ben venga se tutto questo può essere condito con un po’ di lentezza: la preparazione di un piatto e la sua degustazione hanno bisogno di tempo o comunque di una certa libertà dalla fretta che impone di scappare via rapidamente e rende superficiali e, spesso, maldestri nelle manovre in cucina.

Non dimentichiamo che l’anima si nutre anche della bellezza, trampolino di lancio per transitare dall’estetica all’etica. Quando in casa si fa l’esperienza di nutrirsi e non soltanto di mangiare si modificano significativamente il senso della fame e quello della sazietà. Si gusta e si apprezza quel che la Provvidenza mette ogni giorno a nostra disposizione e si conserva il fondamentale piacere di aver fame di tutto ciò che di bello e di buono può dare qualità all’esistenza. Nel menù quotidiano, dunque, si nascondono e si possono condividere scommesse molto delicate.

Non è detto che bisogna vincerle tutte e subito; l’essenziale è tenerle comunque presenti: anche di una minestra salata o di un arrosto un po’ bruciacchiato si può imparare a sorridere, se la casa non è soltanto un ristorante in cui pretendere un servizio inappuntabile. A cucinare s’impara a poco a poco, anche attraverso gli errori: parola di una cuoca che ha nel suo curriculum non poche distrazioni e incidenti di percorso.



[SM=g1740722] [SM=g1740738] [SM=g1740757]

[SM=g1740748]

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)