DIFENDERE LA VERA FEDE

ATTACCO A RATZINGER ED ALLA CHIESA, un libro che svela alcuni fatti (qui altri libri su Ratzinger)

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    Caterina63
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    00 9/1/2010 12:55 PM

    UNA RIUNIONE SEGRETISSIMA

    Ho appena finito di leggere con attenzione l'ultimo di libro di Andrea Tornielli e Paolo Rodari "Attacco a Ratzinger. Accuse e scandali, profezie e complotti contro Benedetto XVI" (Edizioni Piemme, pp. 322 – euro 18). Lo trovo estremamente interessante per diversi motivi: ripercorre con precisione i momenti più difficili dei primi 5 anni di pontificato di Benedetto XVI (dal caso Ratisbona agli scandali pedofilia), raccontandone i dietro le quinte e allo stesso tempo analizzando la gestione della comunicazione della Santa Sede in questi "momenti d'emergenza".
    Ne viene fuori un quadro inedito, condito da retroscena che dimostrano come in Vaticano manchino delle strategie comunicative per affrontare gli attacchi della stampa, spesso inconsapevolmente autoinnescati.

    Tornielli e Rodari raccontano, come dicevo, molti retroscena, anche sul caso Williamson.

    Il 24 gennaio 2009, la Sala Stampa del Vaticano, distribuisce ai giornalisti il testo del decreto, firmato dal Cardinale Giovanni Battista Re, in cui, per volontà di Benedetto XVI, si revoca la scomunica, comminata nel 1988, ai quattro vescovi consacrati illecitamente da Mons. Marcel Lefebvre. Qualche giorno prima, una tv svedese, aveva mandato in onda un'intervista a Mons. Williamson (uno dei quattro lefebvriani) durante la quale il vescovo negava l'uso di camere a gas nei campi di concentramento nazisti.
    Il Papa revoca la scomunica a un vescovo che fa affermazioni simili? Benedetto XVI spiegherà qualche mese dopo di non esser stato assolutamente al corrente di quell'intervista, facendosi carico di ogni colpa.

    Il decreto, come dicevo, viene reso pubblico il 24 gennaio ma 2 giorni prima, cioè il 22 gennaio 2009 (l'intervista negazionista è già stata ripresa in tutto il mondo) si tiene in Vaticano una riunione segretissima per decidere come comunicare all'esterno la revoca della scomunica.
    Il Segretario di Stato, Card. Tarcisio Bertone, convoca:
    • Il Card. Dario Castrillón Hoyos, presidente della Pontificia Commissione "Ecclesia Dei";
    • il Card. William J. Levada, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede;
    • Il Card. Giovanni Battista Re, Prefetto della Congregazione per i Vescovi;
    • Il Card. Claudio Hummes, Prefetto della Congregazione per il Clero;
    • Mons. Francesco Coccopalmerio, Presidente del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi;
    • Mons. Fernando Filoni, Sostituto della Segreteria di Stato;
    Durante la riunione si discute sui contenuti del decreto, se allegare una nota esplicativa e soprattutto come comunicare la revoca. Nel verbale della riunione si legge: "(...) Si è anche deciso che Mons. Coccopalmerio appronti un articolo da pubblicare su "L'Osservatore Romano" nei prossimi giorni. Si è escluso di rilasciare interviste, come pure di presentare alla Stampa il documento, che di per sé appare sufficientemente chiaro...".

    Nonostante tutto il mondo sappia già dell'intervista di Mons. Williamson, cardinali e vescovi, con due giorni d'anticipo alla pubblicazione del decreto, non ritengono ci sia nulla da spiegare alla stampa. L'argomento non viene minimamente sfiorato e, raccontano Tornielli e Rodari, Padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa Vaticana, non è nemmeno presente alla riunione.

    In Vaticano si poteva immaginare che le scandalose parole di Williamson (rese note proprio nei giorni della revoca della sua scomunica) potevano innescare polemiche e forti critiche. Ma nessuno, tra i partecipanti alla riunione, ha sentito l'esigenza di affrontare l'argomento. Perchè?

    Tornielli e Rodari, affrontano questo e altri argomenti.



    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
    Maestro dell’Ordine)
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    Caterina63
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    00 9/1/2010 12:57 PM

    I tre nemici del Papa. "Attacco a Ratzinger" di Paolo Rodari e Andrea Tornielli

    di Massimo Introvigne
    .

    Attacco a Ratzinger. Accuse, scandali, profezie e complotti contro Benedetto XVI (Piemme, Milano 2010) dei vaticanisti Paolo Rodari e Andrea Tornielli non è né una storia né un'analisi sociologica del pontificato di Benedetto XVI. Si tratta invece di eccellente giornalismo, e di una cronaca attenta ai particolari e ai retroscena degli attacchi contro Benedetto XVI, che dal 2006 a oggi ne hanno fatto il Pontefice più sistematicamente aggredito da un'incessante campagna mediatica degli ultimi anni.

    Rodari e Tornielli elencano dieci episodi principali, e a proposito di ognuno forniscono dettagli in parte inediti. La prima offensiva contro il Papa inizia con il discorso di Ratisbona del 12 settembre 2006, il quale contiene una citazione dell'imperatore bizantino Manuele II Paleologo (1350-1425) giudicata da alcuni offensiva nei confronti dell'islam e dei musulmani. Ne nasce una grande campagna contro Benedetto XVI, alimentata sia da organi di stampa occidentali sia dal fondamentalismo islamico, che degenera in episodi violenti. A Mogadiscio, in Somalia, è perfino uccisa una suora.

    Già in questo primo episodio l'analisi degli autori mostra all'opera tutti gli ingredienti delle crisi successive. Un buon numero di media, anzitutto occidentali, estrapolano la citazione dal contesto e sbattono la notizia della presunta offesa ai musulmani in prima pagina. Al coro di questi media - secondo elemento, che non va mai trascurato - si uniscono esponenti cattolici ostili al Papa, in questo caso personaggi come l'islamologo gesuita Thomas Michel, rappresentante a suo modo tipico di un establishment del dialogo interreligioso smantellato da Benedetto XVI per il suo buonismo filo-islamico tendente al relativismo. Intervistati dalla stampa internazionale questo cattolici lanciano un "attacco frontale a Benedetto XVI" (p. 26), essenziale per rendere credibili le polemiche della stampa laicista. Ma in terzo luogo Rodari e Tornielli non mancano di rilevare una certa debolezza nel sistema di comunicazione vaticano, molto lento rispetto alla velocità delle polemiche nell'era di Internet e non sempre capace di prevedere in anticipo le conseguenze delle parole più "forti" del Papa, prendendo per tempo le necessarie contromisure.

    Tornando però dal discorso di Ratisbona come evento mediatico al discorso di Ratisbona come documento, gli autori riportano l'opinione dello specialista gesuita padre Khalil Samir Khalil secondo cui non si è trattato affatto di una gaffe del Papa bisognosa di correzione, ma di un passaggio integrale e ineludibile in un'analisi sui problemi dell'islam contemporaneo e sulla sua difficoltà a impostare correttamente il rapporto fra fede e ragione. Paradossalmente, rilevano gli autori, queste motivazioni profonde del passaggio sull'islam nel testo di Ratisbona sono state comprese da molti intellettuali musulmani, ma rimangono ostiche o ignorate per la grande stampa dell'Occidente.

    Emerge dunque uno schema in tre stadi - errori di comunicazione della Santa Sede, aggressione della stampa laicista, ruolo essenziale di cattolici ostili a Benedetto XVI nel supportare quest'aggressione - che si ritrova in tutti gli altri episodi, con poche varianti. Il ruolo del dissenso progressista appare particolarmente cruciale nelle campagne successive al motu proprio del 2007 Summorum Pontificum, che liberalizza la Messa con il rito detto di san Pio V, e alla remissione della scomunica nel 2009 ai quattro vescovi a suo tempo consacrati da mons. Marcel Lefebvre (1905-1991). Nel primo caso Rodari e Tornielli descrivono un quadro sconfortante di resistenza di liturgisti, riviste cattoliche, intellettuali con un accesso diretto ai grandi media come Enzo Bianchi ma anche vescovi e intere conferenze episcopali che si agitano, si riuniscono, arruolano la stampa laicista e tramano in mille modi per sabotare il motu proprio. La posta in gioco, notano giustamente gli autori che si riferiscono in particolare a uno studio di don Pietro Cantoni pubblicato sulla rivista di Alleanza Cattolica Cristianità, non è solo la liturgia ma l'interpretazione del Concilio Ecumenico Vaticano II. Chi combatte il motu proprio difende l'egemonia di quell'interpretazione del Vaticano II in termini di discontinuità e di rottura con tutta la Tradizione precedente che Benedetto XVI ha tentato in molti modi di correggere e scalzare.

    Il caso della remissione della scomunica ai vescovi "lefebvriani" si è trasformato come è noto nel "caso Williamson". Il Papa è stato oggetto di durissimi attacchi quando è emerso che uno dei quattro vescovi consacrati da mons. Lefebvre, mons. Richard Williamson, è un sostenitore di tesi in tema di Olocausto che negano l'esistenza delle camere a gas e riducono il numero di ebrei uccisi dal nazional-socialismo a non più di trecentomila. Al di là del merito della questione, è evidente che la Santa Sede non condivide queste tesi - lo stesso Benedetto XVI le ha ripetutamente condannate - e che qualunque persona dotata di buon senso sarebbe stata in grado di rendersi conto che un provvedimento in qualche modo favorevole a un sostenitore della posizione "revisionista" sull'Olocausto non avrebbe mancato di scatenare una tempesta mediatica. Il problema, dunque, è quando la Santa Sede è venuta a conoscenza delle tesi di mons. Williamson in tema di Olocausto.

    Rodari e Tornielli ricostruiscono la vicenda in modo minuzioso, e concludono che un appunto sul tema era stato indirizzato da vescovi svedesi tramite la nunziatura apostolica in Svezia - il Paese dove nel novembre 2008 mons. Williamson aveva rilasciato a un'emittente televisiva non l'unica ma la più recente e articolata sua intervista sull'argomento - alla Segreteria di Stato, dove era stato sottovalutato nella sua potenziale portata e gestito da funzionari minori responsabili dei rapporti con la Scandinavia. Quando dalla televisione svedese la notizia passa sul settimanale tedesco Spiegel e di lì ai media di tutto il mondo, il 21 gennaio 2009, il decreto di remissione della scomunica non è ancora stato pubblicato, è vero, ma è già stato trasmesso il 17 gennaio ai vescovi "lefebvriani" interessati. Non è dunque più possibile ritirarlo o modificarlo. Secondo gli autori ha tuttavia costituito un errore di comunicazione da parte della Santa Sede non accompagnare immediatamente la pubblicazione, avvenuta il 24 gennaio 2009, con una chiara precisazione sul fatto che la remissione delle scomuniche non ha nulla a che fare con le tesi di Williamson sull'Olocausto, che il Papa in nessun modo condivide. Questa precisazione è venuta solo diversi giorni dopo, dando l'impressione che la Santa Sede si trovasse in imbarazzo e sulla difensiva. Inoltre, come il Papa stesso ha rilevato nella sua lettera dell'11 marzo 2009 sul tema, già prima dell'intervista rilasciata in Svezia le posizioni di mons. Williamson comparivano su diversi siti Internet e "seguire con attenzione le notizie raggiungibili mediante l'Internet avrebbe dato la possibilità di venir tempestivamente a conoscenza del problema. Ne traggo la lezione che in futuro nella Santa Sede dovremo prestar più attenzione a quella fonte di notizie".

    Dalla lettera di Benedetto XVI, notano gli autori, emergono altri due elementi. Il primo è la grandezza d'animo di un Papa che si assume personalmente la responsabilità di ogni errore eventualmente commesso, rompendo con una lunga prassi secondo cui in questi casi ogni colpa è attribuita ai collaboratori. Il secondo è che, pur essendo evidente che al momento della firma del decreto Benedetto XVI non conosceva le posizioni di mons. Williamson sull'Olocausto, anche in questo caso la campagna della stampa laicista ha avuto successo a causa dell'immediato attacco al Papa da parte di noti esponenti cattolici che hanno inteso così "vendicarsi" del motu proprio. Scrive lo stesso Pontefice: "Sono rimasto rattristato dal fatto che anche cattolici, che in fondo avrebbero potuto sapere meglio come stanno le cose, abbiano pensato di dovermi colpire con un'ostilità pronta all'attacco".

    I tempi del caso Williamson non sono casuali. Gli autori ricordano come sia stata ipotizzata nella diffusione mondiale delle notizie sul vescovo "revisionista" proprio in concomitanza con la remissione della scomunica la regia di una coppia di giornaliste lesbiche francesi note per le loro campagne anticlericali e per la "vicinanza al Grande Oriente di Francia" (p. 99), cioè alla direzione della massoneria francese, Fiammetta Venner e Caroline Fourest. Secondo Rodari e Tornielli l'intervista svedese con mons. Williamson "non è concordata in precedenza. Il giornalista si presenta al seminario e riesce a ottenere il colloquio con Williamson" (p. 88). Sembra dunque che mons. Williamson non abbia "organizzato" l'episodio. Tuttavia alla data dell'intervista la notizia secondo cui il Papa stava per firmare il decreto di remissione delle scomuniche circolava già su Internet. Gli autori si chiedono chi abbia armato il microfono dell'oscuro giornalista svedese Ali Fegan. Personalmente mi pongo qualche interrogativo anche su mons. Williamson, il quale sapeva certamente dell'imminente remissione delle scomuniche, è notoriamente critico su ogni ipotesi di compromesso con Roma della Fraternità San Pio X di mons. Lefebvre e come minimo si è comportato con il cronista svedese in modo davvero molto imprudente.

    Il ruolo dei cattolici progressisti era già emerso in altre due campagne contro Benedetto XVI, particolarmente gravi perché coronate da successo. Due vescovi regolarmente scelti dal Papa avevano dovuto rinunciare alle cariche: mons. Stanislaw Wielgus, nominato primate di Polonia, a causa della scoperta di documenti relativi a una sua collaborazione giovanile con i servizi segreti del regime comunista, e mons. Gerhard Wagner, nominato vescovo ausiliare di Linz, in Austria, contro cui si erano sollevati il clero e anche molti vescovi austriaci a causa di dichiarazioni sulla natura di castigo di Dio dell'uragano Katrina, sul carattere satanico dei romanzi del ciclo di Harry Potter e sulla possibilità di curare l'omosessualità tramite terapie riparative. Come notano gli autori, le opinioni di mons. Wagner su tutti e tre i temi sono condivise da molti nella Chiesa - lo stesso cardinale Ratzinger aveva espresso simpatia nel 2003 per un libro critico su Harry Potter di una studiosa tedesca sua amica, pur ammettendo di non avere letto i relativi romanzi - ma è anche vero che il prelato austriaco le aveva espresse in toni particolarmente accesi.

    I due casi, spiegano gli autori, sono meno lontani di quanto sembri a prima vista. Anche mons. Wielgus, per quanto denunciato per la prima volta da "cacciatori di collaborazionisti" di destra, è stato poi attaccato sistematicamente da una stampa polacca che lo avversava non tanto per il suo passato di collaboratore con i servizi segreti comunisti - un passato condiviso da oltre centomila persone in Polonia, tra cui numerosi sacerdoti e diversi vescovi - quanto per il suo presente di vescovo particolarmente conservatore. Se nel caso di mons. Wielgus, che aveva maldestramente cercato di nascondere documenti sul suo passato, l'accettazione delle dimissioni era inevitabile, non si possono non condividere alcune perplessità degli autori sul caso di mons. Wagner. Cedere alle pressioni di una parte del clero e dell'episcopato austriaco - guidato nel caso Wagner da un sacerdote che poco dopo ha ammesso pubblicamente di vivere da anni in una situazione di concubinato - ha innescato in Austria una contestazione globale nei confronti della Santa Sede, in cui sono sempre più apertamente coinvolte le massime gerarchie cattoliche del Paese e che a tutt'oggi non appare risolta.

    Nel marzo 2009 con il viaggio del Papa in Africa l'attacco entra in una fase nuova. Sull'aereo che lo porta in Camerun come di consueto Benedetto XVI risponde alle domande dei giornalisti. A un cronista francese che gli pone una domanda sull'AIDS il Papa risponde che la distribuzione massiccia di preservativi non risolve ma aggrava il problema. Il Papa, rilevano gli autori, tecnicamente ha ragione e nei giorni successivi lo confermeranno fior di immunologi: favorendo la promiscuità sessuale e creando una falsa illusione di sicurezza le politiche basate sul preservativo hanno regolarmente aggravato il problema AIDS nei Paesi dove sono state sperimentate. Ma la risposta del Papa occupa le cronache internazionali per tutto il viaggio, facendo ignorare almeno in Europa e negli Stati Uniti i profondi insegnamenti sulla crisi del continente africano - e la puntuale denuncia delle malefatte delle istituzioni internazionali e di alcune multinazionali in Africa: che fosse proprio questo lo scopo?

    Non sorprende ormai più la discesa in campo contro il Papa dei soliti teologi progressisti. Ma il fatto nuovo è l'intervento dei governi: Spagna, Francia e Germania chiedono al Papa di scusarsi, al Parlamento Europeo una mozione di censura del Pontefice non passa ma raccoglie comunque 199 voti. In Belgio una mozione analoga è invece votata dal Parlamento e provoca una dura risposta vaticana, innescando una crisi diplomatica senza precedenti tra i due Paesi che prepara gli atteggiamenti maneschi della polizia belga nella successiva vicenda dei preti pedofili.

    Due attacchi citati da Rodari e Tornielli sono interessanti perché non vengono "da sinistra" ma "da destra", e mostrano che anche persone di solito rispettose sono indotte dal clima generale a usare nei confronti del Papa e dei suoi collaboratori un linguaggio che in altri tempi non si sarebbero permesso. Si tratta delle critiche di un mondo cattolico conservatore in tema di economia all'enciclica Caritas in veritate del 2009, giudicata da studiosi statunitensi come George Weigel e Michael Novak ingiustamente ostile al modello di capitalismo prevalente negli Stati Uniti, e delle polemiche sul terzo segreto di Fatima e sull'asserita esistenza di una parte del testo tenuta ancora segreta dal Vaticano. Sul merito si può certo discutere - anche se sull'enciclica gli studiosi americani sembrano soprattutto stizziti per non essere stati consultati, com'era invece avvenuto per testi di Giovanni Paolo II - ma il tono e i veleni sono comunque segnali di un clima malsano.

    La stessa apertura agli anglicani che, delusi dalle aperture della loro comunità al sacerdozio femminile e al matrimonio omosessuale, tornano a Roma, se è avversata "da sinistra" come pericolosa per l'ecumenismo - ma quale ecumenismo è possibile con chi celebra in chiesa matrimoni gay? - è attaccata anche "da destra" perché, prevedendo percorsi di accoglienza nella Chiesa Cattolica di sacerdoti anglicani sposati, sembra compromettere la difesa del celibato. Anche qui quella che è più grave è l'incomprensione del carattere globale dell'attacco al Papa da parte di certi sedicenti "conservatori", che gettano benzina anziché acqua sul fuoco.

    Le altre nove crisi impallidiscono comunque di fronte alla decima, relativa ai preti pedofili. Dal momento che gli autori citano ampiamente e riprendono materiale dal mio libro Preti pedofili (San Paolo, Cinisello Balsamo 2010), sostanzialmente condividendone l'impostazione, forse non debbo qui riassumere l'ampia sezione del libro dedicata al tema e posso permettermi di rimandare al mio testo. Il libro di Rodari e Tornielli ribadisce, contro le critiche assurde che purtroppo sono venute anche da vescovi e cardinali, quanto anch'io ho sottolineato: se c'è stato nella Chiesa un prelato durissimo nei confronti dei preti pedofili, tanto da essere accusato di violare il loro diritto alla difesa e di essersi scontrato sul punto con numerosi colleghi vescovi, questi è stato il cardinale Ratzinger quando era prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Presentarlo al contrario come tollerante sul punto è semplicemente ridicolo, eppure trova talora credito tra i lettori meno informati dei quotidiani.

    Semmai gli autori si chiedono se gli ostacoli che il cardinale Ratzinger ebbe a incontrare negli ultimi anni del pontificato di Giovanni Paolo II - quando le sue richieste di ancor maggiore severità non sempre furono accolte - non gettino un'ombra sul grande Papa polacco e non rischino perfino di compromettere la sua causa di beatificazione. In effetti nella causa in corso il problema è stato affrontato. Ma si è concluso, giustamente, che taluni freni all'opera del cardinale Ratzinger risalgono agli ultimi anni del pontificato wojtyliano, quando Giovanni Paolo II, sempre più gravemente malato, non seguiva più personalmente queste vicende delegandole a collaboratori cui vanno dunque girate eventuali critiche.

    In conclusione Rodari e Tornielli si chiedono se si possa parlare di un complotto contro il Papa, citando varie opinioni tra cui la mia in un'intervista che ho loro rilasciato specificatamente per questo volume. La loro conclusione è che ci siano in atto tre diversi attacchi a Benedetto XVI da parte di tre diversi nemici. Il primo è costituito dalla galassia di lobby laiciste, omosessuali, massoniche, femministe, delle case farmaceutiche che vendono prodotti abortivi, degli avvocati che chiedono risarcimenti miliardari per i casi di pedofilia. Questa galassia, troppo complessa perché si possa ritenere che risponda a una sola regia, dispone però grazie alle nuove tecnologie dell'informazione di un potere che nessun altro nemico della Chiesa ha avuto nell'intera storia umana e vede nel Papa il principale ostacolo alla costruzione di una universale dittatura del relativismo in cui Dio e i valori della vita e della famiglia non contano. Un ostacolo che dev'essere spazzato via a tutti i costi e con ogni mezzo.

    Queste lobby hanno successo perché hanno arruolato un secondo nemico del Papa costituito dal progressismo cattolico e da quei cattolici e teologi - tra cui non pochi vescovi - i quali vedono la loro autorità e il loro potere nella Chiesa minacciato dallo smantellamento da parte di Benedetto XVI di quella interpretazione del Concilio in termini di discontinuità e di rottura con la Tradizione su cui hanno costruito per decenni carriere e fortune. Le interviste ai cattolici progressisti permettono ai media laicisti di rappresentare la loro propaganda non come anticattolica ma come sostegno contro il Papa reazionario che vuole "abolire il Concilio", cioè mettere in discussione il suo presunto "spirito", dal momento che la lettera dei documenti conciliari dai giornalisti anticattolici non è neppure conosciuta e dai loro compagni di strada "cattolici adulti" è giudicata irrilevante.

    In terzo luogo, Benedetto XVI ha anche un terzo nemico, inconsapevole e involontario ma non per questo meno pericoloso. Ci sono "'attacchi' involontariamente autoprodotti a causa delle numerose imprudenze e dei frequenti errori dei collaboratori" (p. 313) del Papa. Gli autori riportano diversi pareri sulla difficoltà di comunicazione della Santa Sede nell'epoca non solo di Internet ma di Facebook e di una telefonia mobile collegata al Web che fa sì che le notizie arrivino a centinaia di milioni di persone - per esempio i cinquecento milioni di utenti Facebook attivi ogni giorno - pochi secondi dopo essere state lanciate e siano archiviate come vecchie dopo qualche ora. Se una notizia falsa non è smentita entro due o tre ore, se a un attacco non si risponde al massimo entro ventiquattr'ore le possibilità di replica efficace si riducono a poco più di zero.

    Se tutto questo è vero, le opinioni di chi, intervistato dagli autori, rimpiange il precedente portavoce pontificio, il laico dottor Joaquín Navarro Valls, giudicandolo più scaltro del suo successore gesuita padre Federico Lombardi, possono essere dibattute all'infinito ma forse non vanno al cuore del problema. È il modo di comunicare che è cambiato radicalmente, ed è cambiato dopo la morte di Giovanni Paolo II perché il problema non è Internet ma il numero sempre maggiore di persone - centinaia di milioni, appunto, non piccole élite - che a Internet sono collegate ventiquattro ore su ventiquattro tramite gli smartphone, i netbook o i vari iPad, e hanno un tempo di reazione a richieste o provocazioni che si misura in minuti e non più in ore. Sul punto il libro del giornalista italiano Marco Niada Il tempo breve (Garzanti, Milano 2010) dovrebbe forse essere letto anche da qualche vaticanista.

    Benedetto XVI non è inconsapevole di questi attacchi. È molto interessato alle nuove tecnologie e alla necessità di migliorare le strategie di comunicazione della Santa Sede. Ma, concludono Rodari e Tornielli, è anche molto sereno. È disponibile a seguire i problemi che la rivoluzione delle comunicazioni - una rivoluzione forse non meno importante di quella degli anni 1960 in tema di morale e di crisi dell'autorità - pone alla Chiesa, ma non a inseguirli. Insiste sul fatto che la salvezza della Chiesa perseguitata non verrà dalle strategie, dalle diplomazie, dalle tecnologie - per quanto queste siano importanti e non vadano trascurate - ma dalla fedeltà alla preghiera, alla meditazione, al Cristo crocefisso. È probabile che abbia ragione non solo, com'è ovvio, sul piano spirituale ma anche su quello culturale e sociologico, dove alla Chiesa non si chiede d'imitare i modelli dominanti ma di essere se stessa. Non tutti, anche tra i cattolici, sembrano averlo compreso.

    Fonte:
    Cesnur


    Fraternamente CaterinaLD

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    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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    00 11/15/2010 9:49 AM

    Il colloquio tra il Papa e il suo confessore ex-comunista. Presto in libreria l'intervista di Peter Seeward, rinato cattolico, al Santo Padre (Affaticati). Da assaporare!

    L'INTERVISTA DI BENEDETTO XVI CON PETER SEEWALD, "LUCE DEL MONDO. IL PAPA, LA CHIESA E I SEGNI DEI TEMPI": LO SPECIALE DEL BLOG

    Su segnalazione di Alessia leggiamo:

    Il Papa e il ritrattista

    B-XVI e il suo confessore ex comunista. Un colloquio

    Presto in libreria la nuova intervista a Ratzinger di Peter Seewald, rinato cattolico dopo una vita da ribelle. L’errore di Ratisbona. Aids e profilattico

    di Andrea Affaticati

    Si iniziò per caso quella che a Peter Seewald piace definire un’avventura, la più affascinante della sua vita. Un’avventura che dura da quasi vent’anni e che ha al suo centro Joseph Ratzinger. “Io credo nel destino, e in un certo qual modo potrei dire che Ratzinger è diventato il mio destino”.
    Lì per lì, quando quell’avventura cominciò nel lontano 1993, lui, Seewald non vi diede poi tanta importanza. L’occasione l’aveva creata il quotidiano Süddeutsche Zeitung che da qualche anno allegava al sabato anche un magazine. Di soldi ce n’erano parecchi, a patto che le idee e il lavoro fossero di qualità, fuori dagli schemi. Così a qualcuno venne in mente di intervistare il cardinale Joseph Ratzinger.

    Già potentissimo uomo di chiesa, ai tempi prefetto della congregazione per la Dottrina della fede, bavarese purosangue. Personaggio non proprio amato dalla sua città. Durante gli anni del suo episcopato di Monaco e Frisinga, gli avevano affibbiato il soprannome di Panzerkardinal, poi, con la chiamata a Roma, si era aggiunto quello del grosse Inquisitor. Comunque per quella missione giornalistica fu scelto Seewald. “Allora bastava conoscere nemmeno tutti i dieci comandamenti per passare per esperto di teologia”. Il giornalista, che aveva 39 anni, non poteva certo sapere che con quella “chiamata” sarebbe iniziato un lungo percorso a due. All’intervista seguì, nel 1996, il libro “Il Sale della terra”; poi “Dio e il mondo” (2000) e ora è in arrivo il terzo “La luce del mondo”. La presentazione ufficiale avverrà il 23 novembre in Vaticano, in Italia lo pubblica Libreria Editrice Vaticana, in Germania Herder (oltre venti le traduzioni previste). L’idea iniziale era stata quella di tracciare un bilancio dei primi cinque anni di pontificato di Benedetto XVI. Ma non solo.

    Il Papa torna anche sui quesiti fondamentali che riguardano l’esistenza umana: il senso della vita, cos’è il progresso, quali sono i valori, l’importanza dell’educazione. E ancora su tematiche escatologiche: la fine del mondo, il ritorno di Cristo, tabù anche nella chiesa di oggi. Seewald dice che “sarà un libro coinvolgente, soprattutto perché arriva in un momento di grande cambiamento; in un momento particolarmente delicato per la chiesa, la fede. Sarà un libro che a molti dispiacerà: ad alcuni per le posizioni ribadite dal Papa, ad altri perché l’immagine che riflette di Benedetto XVI non corrisponde affatto a quella che si sono fatti, a quella veicolata da tanta stampa; e non piacerà nemmeno a una parte del mondo ecclesiastico”. In compenso “La luce del mondo” catturerà molti, assicura l’autore, “per la chiarezza delle tesi, per la verità che propugna, per il verbo profetico che contiene”.

    Un onore raro quello che Ratzinger ha concesso questa volta, come le tre precedenti, al giornalista tedesco. E per questo non c’è da stupirsi se lui ormai per tutti è il biografo ufficiale di Benedetto XVI. Fama, si potrebbe dire, suffragata anche dal suo bellissimo “Benedikt XVI: Ein Porträt aus der Nähe” (Benedetto XVI: un ritratto da vicino) uscito nel 2007, libro nel quale racconta la sua avventura con Ratzinger, sempre sulle tracce di questo figlio della Baviera cattolicissima, di una famiglia di umili origini, profondamente credente, tanto credente che non solo lui, Joseph, ma anche il fratello Georg e la sorella Maria hanno dedicato la loro vita alla chiesa. “Biografo ufficiale mi pare esagerato”, ribatte Seewald, anche se, a parte la definizione, è un dato di fatto che con nessun altro Ratzinger si è aperto così tanto; a nessun altro ha concesso un maggior attestato di fiducia. Vero è peraltro, e di questo anche Seewald è consapevole, che non vi sarà un’altra situazione straordinaria come quella di Montecassino, l’ambiente in cui nacque il secondo libro. Allora, nel 2000 aveva trascorso una settimana intera con Ratzinger nell’abbazia. “E lì, durante quegli incontri, ho parlato con Ratzinger anche di Papa Gregorio Magno. Proprio dai colloqui di quel grande Pontefice – oggi si direbbe interviste – con il diacono Pietro, nacquero i quattro libri dei “Dialoghi”, il secondo dei quali è interamente dedicato alla vita di Benedetto da Norcia. Ora, io mi chiamo Peter, è vero non sono diventato diacono, ma ho scritto libri su religiosi, e il mio interlocutore di allora, cinque anni dopo è diventato Papa, scegliendo il nome di Benedetto”.

    Tutto questo accadeva dieci anni fa. Molte cose sono cambiate nella vita di Seewald, e molte in quella di Joseph Ratzinger. Il filo che unisce però queste due persone non si è mai spezzato. “Con questo, non è che ci sentiamo tutti i giorni, non è che sto seduto nella sua anticamera. Ciò nonostante continuo a ricevere telefonate di persone che vogliono essere aggiornate sulle ultimissime notizie riguardanti il Papa. Prima di rivederci per ‘La luce del mondo’ sono trascorsi cinque anni”. E comunque, per quest’ultimo incontro non gli è stato concesso il tempo di Montecassino. Si sono visti l’ultima settimana di luglio durante il soggiorno del Papa a Castel Gandolfo. Sei giorni di fila, un’ora al giorno. “E lì ho fatto un errore madornale”, racconta Seewald. “Per paura che qualcosa potesse incepparsi, di registratori ne avevo portati quattro. Tre digitali, uno vecchio, di quelli con la cassetta. Io avevo sperato di poter aggiungere a ogni incontro almeno dieci minuti, così alla fine, mi sarei ritrovato con sette ore di registrazione. Peccato che quando la cassetta da un’ora finiva, il registratore faceva un inconfondibile clac. E il Papa, uomo assai disponibile ma anche preciso, mi dava appuntamento al giorno dopo”. Ma al di là di questo “incidente”, la cosa straordinaria di questo ultimo libro è che, per la prima volta nella storia del Vaticano, un Papa ha accettato di rispondere direttamente alle domande, senza averle volute prima leggere. E’ vero, ci sono stati altri libri simili, ricorda Seewald. Quello di Paolo VI con Jean Guitton, dove le risposte vengono però solo in parte riportate letteralmente (cioè a memoria). Giovanni Paolo II aveva accettato di farsi intervistare da André Frossard e da Vittorio Messori. Le domande erano state però inviate per iscritto e anche le risposte erano state messe nero su bianco. “Nel mio caso invece si è trattato di un moderno faccia a faccia. Un’assoluta novità per il Vaticano”.
    Seewald svela le tre parti che compongono il libro di imminente uscita. La prima, “segni del tempo”, si concentra sulle domande attuali che riguardano la chiesa, la crisi in cui versa e i due casi che hanno maggiormente danneggiato il suo pontificato: gli scandali degli abusi sessuali e il caso Williamson. Nella seconda parte il Papa fa un bilancio di questo quinquennio.

    Delle cose fatte. “Un capitolo particolarmente importante, soprattutto se penso alla Germania. Qui la stampa è unidirezionale e a volte ci si chiede: ‘Ma il Papa esiste ancora?’. Il Vaticano di norma fa notizia solo se c’è da riportare qualcosa di negativo”. Anche la Conferenza episcopale tedesca non è proprio quello che si può definire un alleato di ferro del Papa. “Va ovviamente ricordato che siamo il paese della divisione della chiesa, della Riforma. Questo ha dato vita a un’ostilità che non si è mai spenta. C’è poi un’istintiva prevenzione riguardo a tutto quello che arriva da Roma. E infine, siamo un paese che ha ridotto la propria storia ai dodici anni bui del nazismo. Dobbiamo ricostruire la nostra storia, una storia che comprende anche un millennio in cui la Germania è stata sede del Sacro Romano Impero”.

    La terza parte del libro punta lo sguardo in avanti, pone la domanda: dove andiamo, dove va la chiesa? “Qui ho riproposto tutte le domande che animano da sempre il dibattito attorno al cattolicesimo: il celibato, l’ordinazione delle donne, il rapporto con i divorziati, insomma tutti i punti che proverebbero la resistenza da parte del Vaticano a qualsiasi riforma. Anche se, tengo a precisare, personalmente non mi pare che siano questi i veri quesiti che possono far fare un passo avanti”. Per questo, riassume Seewald, il nuovo libro, che non è una disputa teologica, ma una discussione aperta sulla crisi della chiesa, sui problemi della società, vuole essere soprattutto un appello accorato alle istituzioni ecclesiastiche, così come al mondo e a ogni singolo individuo, che non si può andare avanti così, che l’umanità si trova a un punto di svolta. “Il Papa stesso dice: ‘Ci sono così tanti problemi che devono essere risolti, ma che non possono essere risolti se al centro non c’è Dio, se Dio non torna visibile”.
    Si sa che anche Messori, autore del primo libro intervista con Ratzinger, “Rapporto sulla Fede”, scritto nel 1985, a quattro anni da quando Ratzinger era stato chiamato da Giovanni Paolo II a capo della congregazione per la Dottrina della fede, nel 2008 aveva chiesto a Benedetto XVI di poterlo incontrare per sottoporgli qualche nuova domanda. Il Papa allora fece sapere che troppi erano gli impegni. Secondo qualcuno il motivo del rifiuto poteva essere anche l’impostazione troppo politica delle domande di allora, benché il Rapporto sia passato alla storia come un documento decisivo nella vita della chiesa cattolica della fine di secolo. “Non credo proprio”, ribatte Seewald “anch’io nello stesso periodo avevo chiesto di poter fare di nuovo una lunga chiacchierata con lui. Avevo ricevuto la stessa risposta”. Seewald sa però bene che il privilegio alla fine accordatogli ha messo in moto anche speculazioni e qualche veleno. “C’è addirittura chi dice che sono affiliato all’Opus Dei. Beh, si sbaglia. Anzi, dirò di più, nonostante il successo da bestseller del “Sale della terra”, nonostante il successo anche del mio ultimo libro “Gesù Cristo - Una biografia” (un reportage sulle orme di Gesù di Nazaret, ndr), fino a oggi non c’è stato uomo di chiesa tedesco che mi abbia mai invitato a parlare, a discutere dei temi trattati nei miei libri o in generale di questioni attorno alla fede e alla chiesa”.

    Quello che lega questi due uomini è un’alchimia squisitamente umana. Facilitata dalla comune madrelingua, così come dalla stessa terra di provenienza. Non tanto la Germania, quanto la Baviera, il land al quale Ratzinger è rimasto sempre fortemente legato. Seewald parla di assoluta fascinazione verso Benedetto XVI. Ratzinger di “provvidenza”, questa infatti è la parola usata quando all’uscita del “Sale della terra”, qualcuno gli chiese come mai si fosse concesso proprio a una persona con un passato comunista, a una persona che a 19 anni era uscita dalla chiesa cattolica. “Ratzinger aveva risposto che era stata la provvidenza a mettermi sul suo cammino e lui l’aveva letto come un’occasione”. Quando Seewald incontra il cardinale per la prima volta, nel 1993, ha 39 anni, e da molto tempo non mette più piede in una chiesa. Ma Seewald ha un passato di credente, aveva pure servito messa da bambino. Era cresciuto a Passau, Bassa Baviera, famiglia cattolica. “Allora tutto quello che aveva a che fare con la chiesa mi affascinava sinceramente. Addirittura dicevo che da grande avrei voluto diventare o prete o scrittore. Pare che ora sia diventato entrambe le cose”, aggiunge ridendo.

    Seewald lo incontriamo a casa sua. Abita nel centro di Monaco, poco distante dalla Marienplatz, in una casa d’epoca, quattro piani a piedi. E’ un uomo cortese, si scusa perché ha già ripetuto molte volte la sua storia, quella sua lenta conversione, che deve appunto al caso, a quel caso che gli ha fatto incontrare il Panzerkardinal. Si scusa, anticipatamente, se le sue risposte non dovessero essere sempre lucidissime: è che la sera prima c’è stata la partita di Champions League e i bavaresi le hanno date di santa ragione ai rumeni del Cfr Cluj. 4 a 0, roba da festeggiare poi per bene con i figli. Ma è una preoccupazione inutile, parlare del Papa gli toglie subito ogni segno di stanchezza e quel poco che rimane viene combattuto bevendo un espresso dopo l’altro.
    Seewald è un signore di 55 anni, statura imponente. Dice che lui e “Ratzinger si sono subito presi” pur ammettendo che, se allora avesse potuto scegliere, beh, avrebbe voluto intervistare Giovanni Paolo II, “lo sentivo molto più sulla mia lunghezza d’onda, mentre Ratzinger non era proprio il mio tipo”. Invece è stata sintonia sin dal primo momento. Seduto nel luminoso salotto di casa sua, dove solo una piccola foto in bianco e nero, che lo mostra diversi anni fa in colloquio con il cardinale, testimonia del suo rapporto personale con il Santo Padre, Seewald ripercorre la lunga strada che l’ha portato prima, all’età di diciannove anni, a uscire dalla chiesa, a votarsi al marxismo, a fondare nel 1976 anche un settimanale di estrema sinistra, e poi a intraprendere la lenta e faticosa strada del ritorno.

    “Da tempo mi sentivo senza casa né chiesa, per dirla concisamente. Chiusa l’esperienza del mio giornale, avevo chiuso anche con l’avventura politica”. Ma mentre del credo politico non gli restava nulla, qualcosa degli anni trascorsi a stretto contatto con la religione continuava ad agitarsi in lui. In redazione, dove si occupava principalmente di questioni politiche, gli piaceva fare proposte del tipo: “Dov’è Dio, a qualcuno importa ancora saperlo?”. Mentre alle cene si intrometteva nelle discussioni affermando: “Non è detto che la chiesa abbia sempre torto. Ogni tanto perfino il Papa potrebbe aver ragione”. In un’intervista del 2003 alla televisione bavarese Seewald racconta che, nonostante la sua città, Passau, l’avesse ostracizzato, non gli avesse più dato opportunità di lavoro costringendolo ad emigrare ad Amburgo per lavorare allo Spiegel, qualcosa dei suoi anni giovanili gli era comunque rimasto. Non solo le sue radici cattoliche, ma anche il ricordo di una singolare esperienza. “A Passau, nella parte austriaca, c’era un convento di Salvadoriani. Varie volte mi ero detto: ‘Come sarebbe bello salire lì su e farmi finalmente una bella dormita’. Così un giorno sono veramente salito. Ho un po’ barato dicendo che mi sarebbe piaciuto partecipare agli esercizi spirituali. Il frate che mi aveva accolto, e che si era a sua volta guardato dal dirmi chi era veramente facendosi passare invece per il giardiniere, mi aveva però detto: ‘No, quello da noi non si può fare’. Io, a voler essere onesti, avevo tirato un sospiro di sollievo, in fondo avevo solo bisogno di dormire un po’. Da quell’incontro nacque però una relazione duratura con quel convento, alla fine avevo ottenuto pure una stanza tutta per me”. Ai tempi dell’Sdz magazine dunque, qualcosa già gli ribolliva dentro, ma quando il giornale propone a lui di intervistare il Panzerkardinal, la sua prima reazione istintiva è di rifiuto. La cosa, dice, non lo interessa. Poi però abbocca. “Ben inteso, non è che abbia dovuto fare violenza su di me. Da tempo seguivo gli scritti di Ratzinger. E a distanza di dieci anni dai primi, potevo vedere che fino a quel momento aveva avuto puntualmente ragione in tutte le sue previsioni”. Così inizia a leggere tutto quello che trova sul cardinale, rendendosi però ben presto conto che quasi tutti scrivono la stessa cosa. “Ratzinger alla stampa tedesca faceva l’effetto di un drappo rosso davanti agli occhi di un toro. E ancora oggi è così. Prendiamo la visita, di inizio settembre, del capo di stato israeliano Shimon Peres a Benedetto XVI a Castel Gandolfo. Uscendo da quell’incontro Peres dice che è dai tempi di Cristo che le relazioni tra Israele e Vaticano non sono così buone. Ora, tralasciando il fatto che ai tempi di Cristo non esistevano né lo stato israeliano né il Vaticano, a me è sembrata una dichiarazione importantissima. La Sdz invece che ha fatto? Giusto due colonne, riempite per due terzi con materiale preconfezionato, insomma con l’elenco degli annosi punti di dissidio – la preghiera del Venerdì santo, l’Olocausto – e un terzo con la notizia della visita, ma omettendo la frase di Peres. A mio avviso questa è un’inquietante e pericolosa mancanza di etica professionale”.
    Torniamo però all’anno della svolta, il 1993. Seewald, una volta dato il suo assenso, si butta a capofitto nello studio del personaggio. Va a parlare con i sostenitori del cardinale, così come con i suoi detrattori. Accumula una mole imponente di notizie. “Mi ricordo quella sera a Roma prima dell’incontro. Ero seduto sulla terrazza dell’albergo. Davanti a me un bicchiere di vino rosso. Avevo la testa talmente piena di cose lette che mi sembrava scoppiasse. Poi d’un tratto ho capito. Dovevo lasciar perdere tutto, nozioni, informazioni. Dovevo affrontarlo in modo diverso. Dovevo fargli domande semplici, chiare, solo così avrei ottenuto risposte veramente nuove”. Oggi ripensando a quella prima intervista, Seewald dice che un po’ si vergogna di certe domande provocatorie che aveva posto (“è che non volevo fare un ritratto di corte, e nemmeno volevo che i lettori si domandassero come mai non avessi osato di più”). L’impressione più forte che però si porta via dall’incontro è che Ratzinger non sia proprio l’uomo descritto da uno dei suoi più acerrimi oppositori, lo psicoanalista e teologo cattolico Eugen Drewermann. Questi durante un incontro con Seewald l’aveva dipinto come “un uomo senza sangue nelle vene, senza calore. Un uomo assetato di una vita che gli è preclusa, perché è vietato toccarlo. Non oso nemmeno immaginare quanto cinismo debba abitare in una persona che si rende conto che le domande sulla fede diventano solo questioni di ordinaria amministrazione e di potere”. Ma agli occhi di Seewald, l’uomo Ratzinger è tutt’altra cosa. Non il grande inquisitore, l’uomo di chiesa che aveva rinnegato il suo iniziale entusiasmo e impegno progressista per diventare ultraconservatore. “Certo Ratzinger è conservatore, nel senso però che resta fedele al Vangelo, alla tradizione della chiesa, a quello che hanno detto i grandi padri. E’ vero, non è disposto a buttare via ciò che si è mostrato valido; non ama gli esperimenti teologici. Ma è assolutamente moderno nella sua voglia di andare in fondo alle cose, nel suo chiedersi per esempio, quali aspetti della chiesa dipendono esclusivamente da un dato momento storico, dunque si possono superare, e quali no”.

    E qui, tornando al libro in uscita “La luce del mondo”, Seewald svela qualche altro dettaglio. Non vi è contenuto alcun dietrofront per quel che riguarda il celibato, l’ordinazione delle donne. “D’altro canto non è che tutto si può ridurre all’essere sempre più simili alla chiesa protestante. Anche perché se fossero veramente questi i problemi, allora la chiesa protestante dovrebbe da decenni conoscere un boom di fedeli”. Così non è, anzi, le chiese evangeliche hanno perso più fedeli di quella cattolica. E’ sbagliato, secondo Seewald, porsi la domanda nei termini di quanto debba essere attraente la fede. In tutte le epoche ci sono stati momenti di grandi abbandoni della chiesa, come racconta anche il Vecchio Testamento. “Ratzinger non sarà l’inventore di una nuova chiesa cattolica. Ma certo metterà i suoi accenti. L’ha già fatto con il suo profondo atteggiamento di umiltà, mostrando maggior disponibilità al dialogo interreligioso, così come con vescovi e cardinali. E lo lascerà anche in tema di morale sessuale”. Per esempio? “Riguardo al problema dell’Aids e all’uso del profilattico”, risponde Seewald.

    C’è nel libro una parte importante su come la chiesa vede se stessa e sui compiti che le spettano. La sollecitazione da parte di Ratzinger di smettere di occuparsi di se stessa e di tornare a interrogarsi sul mistero del Vangelo in tutta la sua grandezza. “La chiesa deve prendere atto di non essere detentrice unica della cultura e dell’etica sociale in certi paesi. Un tempo si parlava di nazioni cattoliche, l’Italia, la Spagna. Oggi non è più così. La comunità di fedeli si è rimpicciolita, lo dice anche il Papa. Proprio per questo il compito è: mostrare all’uomo Dio, enunciargli la verità. La verità sul mistero del creato. La verità sull’esistenza umana che va ben oltre quella terrena. C’è bisogno di una nuova professione di fede, una professione che richiede a ognuno uno sforzo assai maggiore che in passato”. “Lo si accusa – chiude Seewald – di non aver proseguito lungo la strada delle riforme imboccate in gioventù. Ma con il senno di poi, si può solo dire che questa è stata una grande fortuna. Con il suo potenziale intellettuale, ben superiore a quello di alcuni suoi critici, per esempio Hans Küng, si sarebbe probabilmente arrivati a uno scisma”.

    Alla rottura Ratzinger ha sempre preferito il dialogo, come dimostra anche il suo confrontarsi con l’islam, il recente sinodo dove hanno preso la parola turchi e musulmani di ogni provenienza “una cosa impensabile solo venti-trent’anni fa”.
    E ancora l’integrazione delle diverse correnti che animano la chiesa. “Prendiamo la reintroduzione della messa tridentina. Anche questa decisione è agli occhi di molti la prova provata della sua posizione reazionaria. Ma riammettere un rito secolare, che è parte integrante della chiesa, vuol dire invece allargare lo spazio liturgico”. Un altro che la pensa così è un ex compagno di classe di Ratzinger, lo scrittore e commediografo Georg Lohmeier che puntualizza: “E’ un conservatore in questi tempi incerti, ma non un reazionario”. Nonostante tutti i dubbi e le perplessità che assillano Seewald sul risultato della prima intervista con il cardinale, poco dopo la pubblicazione si fa vivo un editore che propone al giornalista di fare ora un libro-intervista. Lui da una parte è attratto, dall’altra non crede proprio che dopo quel primo incontro ve ne possa essere un altro. “E invece due anni dopo, perché con lui, con la chiesa ci si deve innanzitutto armare di santa pazienza, arriva la risposta. Ratzinger dice sì”. Seewald stesso non si sa spiegare fino in fondo perché nel frattempo sia riuscito a fare ben tre libri di interviste con Ratzinger. Una trilogia che corona anche un suo sogno, anche se, racconta, l’idea per “La luce della terra” era nata ancora durante il pontificato di Giovanni Paolo II. Seewald voleva fare con lui questo libro. Ratzinger stesso era interceduto in suo favore, a Wojtyla infatti era piaciuto molto “Il sale della terra”. Ma poi aveva preferito lasciar perdere, troppo faticoso per un uomo già molto malato. “Perché Benedetto XVI ha scelto di nuovo me? Forse era rimasto colpito dal fatto che per la prima volta si trovava di fronte un giornalista non prevenuto (anche se pure io lo ero un po’), uno che si era confrontato con la sua persona, aveva studiato il suo percorso di vita. E che non si era presentato con un lungo elenco di domande molto dotte”.
    “Da un certo punto in poi il lavoro e il riavvicinarmi alla chiesa sono andati di pari passo. Ho iniziato a chiedermi: cos’è la religione per me? Com’è possibile che un ex comunista torni alla chiesa? E poi un giorno ho capito che gli ideali che mi avevano affascinato da giovane li ritrovavo tutti nel messaggio di Cristo. Basta leggere il Vangelo. Lì ci sono le risposte alle domande di un tempo, risposte molto più radicali di quelle che si trovano nel manifesto di Marx. Prendiamo solo l’ammonimento a non adattarsi mai, a non lasciar andare le cose per il loro corso. Soprattutto a cercare sempre la ragione ultima del creato perché solo così ci si rende conto che questo creato segue una legge divina, e che se si prova a infrangerla tutto si ferma”.

    Seewald non ha mai pensato di aver tradito gli ideali di un tempo, anzi secondo lui gli ideali del cattolicesimo sono molto più rivoluzionari. Nel “Sale della Terra” Seewald cita il giornalista ebreo Franz Oppenheim che scriveva: “Le democrazie sono nate nel mondo ebraico-cristiano d’occidente. Questo sviluppo è uno dei presupposti che stanno alla base del nostro mondo pluralistico”. Sempre in quel libro ricordava al cardinale anche l’appello che Pier Paolo Pasolini parlando della chiesa di Paolo VI lanciava nel 1974: “In una prospettiva radicale, forse utopistica… Essa dovrebbe passare all’opposizione… Riprendendo una lotta che è peraltro nelle sue tradizioni (la lotta del Papato contro l’Impero) ma non per la conquista del potere, la chiesa potrebbe essere la guida grandiosa ma non autoritaria, di tutti coloro che rifiutano il nuovo potere consumistico che è completamente irreligioso”.
    Peccato – commenta Seewald, “che la chiesa e il cristianesimo abbiano perso nel corso dei secoli questo potenziale. Bisognerebbe chiedersi, e io lo chiedo al Papa, perché è diventata così codarda, imborghesita, perché si è così adattata”. Ricorda quali erano le parole di battaglia del suo periodo comunista: liberarsi dalle catene, liberare l’uomo dalla sottomissione al capitale, alla chiesa, alle forze politiche. Solo che, ragiona oggi, il mondo non era diventato più giusto, più sociale. La perdita del rapporto con la chiesa, con il cristianesimo, ha fatto solo scendere la cultura sotto il livello di guardia. Ha creato solo un vuoto occupato oggi dal predominio dell’economia, della scienza. “Il mio punto di partenza è stato questo. Mi sono chiesto cosa significa fede, cultura per la nostra società”. E poi c’erano i suoi figli, cresciuti al di fuori della chiesa, dei pagani, così li definisce lui stesso. “Trovavo terribile che non avessero accesso a questa cultura secolare. Che, paradossalmente, un giorno non avrebbero potuto nemmeno fare la scelta che avevo fatto io molti anni prima, cioè uscire dalla chiesa”.

    Seewald rientrerà nella chiesa ufficialmente tempo dopo la pubblicazione del primo libro, anche perché non voleva che la sua conversione si trasformasse in una sorta di trovata promozionale.
    Ai figli, allora di cinque e dieci anni, sottopone i suoi dubbi e il suo desiderio. Loro accettano, l’idea di servire messa sembra tra l’altro prenderli di più che l’ora di etica che facevano in sostituzione di quella di religione. “Dubbi ne ho avuti per lungo tempo anche se non è che un bimbo lo si può portare in grembo per l’eternità. Ma nel caso della fede mi tormentavano pensieri del tipo: ‘Dio mio, non è che puoi proprio sottoscrivere tutto quello che dice la chiesa’. Cosa che, detto per inciso, penso ancora oggi. Solo che, come per il matrimonio, una parte di dubbi ce li si porta sempre dietro. Bisogna capire a chi si vuole dare ascolto, alla ragione o al cuore”. Ad aiutarlo nella decisione, saranno gli incontri con il Papa. Ratzinger stesso, nel libro in uscita, spiega che l’uomo ha sempre dubbi, che la fede non può esserne esente, anzi che il dubbio ne è una parte imprescindibile. Così come gli errori. Errori che anche un Papa può fare. “Per esempio quello di Ratisbona. Nel libro racconta che allora, ai tempi di quella lectio magistralis, non aveva ancora realizzato appieno che il discorso di un Papa viene inteso sempre e comunque anche come discorso politico. Per lui invece, quella volta, doveva trattarsi di un discorso eminentemente scientifico. Una lezione dolorosa, che però non gli fa riscrivere cento volte un discorso, non gli ha fatto perdere il coraggio di poter pure sbagliare”.

    Benedetto XVI in questo primo quinquennio del suo pontificato è cambiato, è diventato in tutto il suo comportamento più diplomatico. Ma non per questo è diventato un uomo di potere. Certo, alla domanda, sulle forze in campo nel Vaticano, non risponderebbe più come rispose nel 1996, che ne era troppo fuori per poterne parlare.

    “Non è un uomo di potere nell’accezione corrente, certo sa cos’è il potere”. Con questo distinguo Seewald si riferisce anche ai non pochi incidenti diplomatici che hanno caratterizzato questi primi anni: Ratisbona appunto e il caso Williamson. Non sempre l’entourage del Vaticano si è mostrato all’altezza della situazione. “Ma sotto di lui non ci saranno mai licenziamenti. Prima di far cadere qualche testa, il Papa si dice: ‘Se il Signore sa scrivere dritto su una linea storta, dovrò accontentarmi e lavorare con quel che mi è stato dato’. Sempre nella convinzione di essere, per quanto Papa, solo un semplice servo di questa chiesa guidata però da un altro”. Il Papa, secondo Seewald non si pone la domanda di chi verrà dopo di lui. Certo è che in tempi di crisi profonda della chiesa, della fede, è stato eletto al Sacro Soglio uno degli ultimi grandi intellettuali, un uomo di smisurato sapere e al contempo un uomo di infinita spiritualità. Un uomo che sa parlare al mondo di oggi, che definisce il cristianesimo “la religione del logos”. “Ed è affascinante come questo Papa sappia seguire i suoi percorsi intellettuali senza mai perdere il contatto con il terreno. Come sia capace di argomentare, di insegnare.

    Ratzinger non è un mistico. E questo è in fondo uno dei pochi appunti che gli faccio. Perché non tutto si può spiegare con la ragione, abbiamo bisogno anche di una componente mistica per credere. Ciò nonostante, essere guidati in un’epoca così fortemente segnata dal credo assoluto nella scienza, da un Papa con questo potenziale intellettuale, da un Papa che non è solo il capo spirituale della chiesa, ma anche uno dei più grandi pensatori del suo tempo, è non solo un dono divino per la chiesa, ma anche un grandioso completamento con il suo predecessore”. Ratzinger, il grande pensatore che nel suo intimo però è rimasto soprattutto quello degli inizi, l’insegnante, il professore.

    E infine Ratzinger, l’uomo e basta. L’incontro di quest’estate con Seewald a Castel Gandolfo si chiude con un aneddoto che ne è la migliore delle testimonianze: “Il Papa non è una persona gioviale, nel senso che non si lascia andare a gesti come una pacca sulle spalle. Ma non è inavvicinabile. Avevo promesso ai miei figli di portare loro qualcosa del Papa. Prima di accomiatarmi me ne ricordai e gli chiesi se potevo registrare una sua frase per loro. Lui disse subito di sì. E così oggi sulla segreteria telefonica dei miei ragazzi si può sentire la voce del Papa”.

     Il Foglio, 12 novembre 2010

    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
    Maestro dell’Ordine)
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    La copertina di «Luce del mondo. Il Papa, la Chiesa e i segni dei tempi», libro-intervista di Peter Seewald al Papa

    Benedetto XVI (Joseph Ratzinger), Peter Seewald, " Luce del mondo - Un colloquio con Peter Seewald", Libreria Editrice Vaticana 2010
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    L'INTERVISTA DI BENEDETTO XVI CON PETER SEEWALD, "LUCE DEL MONDO. IL PAPA, LA CHIESA E I SEGNI DEI TEMPI": LO SPECIALE DEL BLOG
    [Edited by Caterina63 11/21/2010 12:39 AM]
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    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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    OTTIMO ANCHE L'INTERVENTO DI MESSAINLATINO:


    Il Papa sui profilattici: parole di buon senso

    L'Osservatore romano odierno riporta in anteprima alcuni brani del libro-intervista di Peter Seewald al Santo Padre, La luce del mondo. Due punti, in particolare, ci hanno colpito. Del secondo, diremo in un prossimo post.
    Il primo invece, inerente i preservativi e la lotta all'aids, finirà sicuramente sulle prime pagine dei giornali. Non perché il Papa abbia cambiato una virgola dell'insegnamento tradizionale sugli anticoncezionali (né potrebbe farlo); semplicemente, perché ricorda alcuni principi, come quello del male minore, che spesso, per timore di intaccare sotto il profilo pratico e mediatico i precetti morali ribaditi dalla profetica enciclica di Paolo VI
    Humanae vitae, sono stati sottaciuti. 
    Con effetti a mio avviso controproducenti: ossia quelli di favorire attacchi ad un preteso atteggiamento disumano (o addirittura omicida) della Chiesa, allorché è vero il contrario, ossia che l'insegnamento cattolico sulla sessualità serve proprio ad umanizzare quest'ultima e ad emanciparla dall'arbitrio degl'istinti.
    L'uso di anticoncezionali artificiali, sia pure al fine nobile di evitare un contagio, è e resta pur sempre un male, l'unico comportamento lecito nel caso essendo l'astinenza. Ma se si sceglie la strada sbagliata, almeno non la si aggravi con un contagio volontario; come dire: se proprio si decide di commettere una rapina, almeno si eviti di sparare al cassiere.
    Ma ecco le parole del Papa:

    Concentrarsi solo sul profilattico vuol dire banalizzare la sessualità, e questa banalizzazione rappresenta proprio la pericolosa ragione per cui tante e tante persone nella sessualità non vedono più l'espressione del loro amore, ma soltanto una sorta di droga, che si somministrano da sé. Perciò anche la lotta contro la banalizzazione della sessualità è parte del grande sforzo affinché la sessualità venga valutata positivamente e possa esercitare il suo effetto positivo sull'essere umano nella sua totalità.

    Vi possono essere singoli casi giustificati, ad esempio quando una prostituta utilizza un profilattico, e questo può essere il primo passo verso una moralizzazione, un primo atto di responsabilità per sviluppare di nuovo la consapevolezza del fatto che non tutto è permesso e che non si può far tutto ciò che si vuole. Tuttavia, questo non è il modo vero e proprio per vincere l'infezione dell'Hiv. È veramente necessaria una umanizzazione della sessualità.

    Da notare che il testo dell'Osservatore parla di "una prostituta". Per contro i dispacci di agenzia in inglese, e di conseguenza i commentatori stranieri, riportano allo stesso punto del discorso la locuzione "male prostitute". La differenza non è di poco conto, poiché nel caso di un rapporto tra uomini l'utilizzo del profilattico non suscita il problema morale (ulteriore rispetto alla grave peccaminosità intrinseca della fornicazione, per giunta contro natura) dell'utilizzo di un sistema anticoncezionale, non essendovi in quel caso alcuna potenzialità procreativa. Non così, invece, nel meretricio secondo natura: in effetti il preservativo in questo caso ha una funzione, oltre che protettiva dal contagio, pure anticoncezionale, lo si voglia o meno. Se il testo corretto è quello dell'Osservatore, l'apertura del Papa sul punto è dunque ancora più significativa. E sapete una cosa? Ce la aspettavamo, da un Pontefice aperto alla Tradizione, la quale è sempre il miglior antidoto del cieco moralismo.

    **********************************************

    Grazie Enrico, e grazie alla Redazione tutta per aver riportato con parole davvero PASTORALI L'AUTENTICO "STARE CON IL PAPA"!  
    qui siamo all'ennessima follia mediatica, all'ennesimo strafalcione giornalistico che sa manipolare bene perchè il PADRE DELLA MENZOGNA è sempre in agguato!!  
     
    E' così che si difende davvero il Papa, ribadendo la sana Dottrina Cattolica per una morale per altro che NON è un suo monopolio, ma appartiene AD OGNI UOMO sparso nel mondo e di qualunque dottrina....  
     
    Proprio ieri il Papa al Concistoro ribadiva le parole di Pietro: SEMPRE PRONTI A DARE RAGIONE DELLA SPERANZA CHE E' IN NOI, ossia , della VERITA' che non teme menzogne....  
     
    Già il blog di Cordialiter ieri sera aveva fatto anch'egli il suo appunto, così qui.....  
    coraggio allora, la lotta è davvero sempre più dura!

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    Nota ufficiale della Santa Sede con P.Lombardi sulle parole del Papa sulla questione dei profilattici

    Alla fine del capitolo 10 del libro “Luce del mondo”, il Papa risponde a due domande circa la lotta contro l’AIDS e l’uso del profilattico, domande che si ricollegano alla discussione seguita ad alcune parole pronunciate dal Papa sul tema nel corso del suo viaggio in Africa nel 2009.

    Il Papa ribadisce chiaramente che egli allora non aveva voluto prendere posizione sul problema dei profilattici in generale, ma aveva voluto affermare con forza che il problema dell’AIDS non si può risolvere con la sola distribuzione di profilattici, perché bisogna fare molto di più: prevenire, educare, aiutare, consigliare, stare vicini alle persone, sia affinché non si ammalino sia nel caso che siano ammalate.
    Il Papa osserva che anche nell’ambito non ecclesiale si è sviluppata una analoga consapevolezza, come appare dalla cosiddetta teoria ABC (Abstinence – Be Faithful – Condom), in cui i primi due elementi (astinenza e fedeltà) sono molto più determinanti e fondamentali per la lotta all’AIDS, mentre il profilattico appare in ultimo luogo come scappatoia, quando mancano gli altri due. Deve essere quindi chiaro che il profilattico non è la soluzione del problema.

    Il Papa allarga poi lo sguardo e insiste sul fatto che concentrarsi solo sul profilattico equivale a banalizzare la sessualità, che perde il suo significato come espressione di amore fra persone e diventa come una “droga”.

    Lottare contro la banalizzazione della sessualità è “parte del grande sforzo perché la sessualità venga valutata positivamente e possa esercitare il suo effetto positivo sull’essere umano nella sua totalità”.
    Alla luce di questa visione ampia e profonda della sessualità umana e della sua problematica odierna, il Papa riafferma che “naturalmente la Chiesa non considera i profilattici come la soluzione autentica e morale” del problema dell’AIDS.

    Con ciò il Papa non riforma o cambia l’insegnamento della Chiesa, ma lo riafferma mettendosi nella prospettiva del valore e della dignità della sessualità umana come espressione di amore e responsabilità.

    Allo stesso tempo il Papa considera una situazione eccezionale in cui l’esercizio della sessualità rappresenti un vero rischio per la vita dell’altro. In tal caso, il Papa non giustifica moralmente l’esercizio disordinato della sessualità, ma ritiene che l’uso del profilattico per diminuire il pericolo di contagio sia “un primo atto di responsabilità”, “un primo passo sulla strada verso una sessualità più umana”, piuttosto che il non farne uso esponendo l’altro al rischio della vita.

    In ciò, il ragionamento del Papa non può essere certo definito una svolta rivoluzionaria.
    Numerosi teologi morali e autorevoli personalità ecclesiastiche hanno sostenuto e sostengono posizioni analoghe; è vero tuttavia che non le avevamo ancora ascoltate con tanta chiarezza dalla bocca di un Papa, anche se in una forma colloquiale e non magisteriale.

    Benedetto XVI ci dà quindi con coraggio un contributo importante di chiarificazione e approfondimento su una questione lungamente dibattuta. E’ un contributo originale, perché da una parte tiene alla fedeltà ai principi morali e dimostra lucidità nel rifiutare una via illusoria come la “fiducia nel profilattico”; dall’altra manifesta però una visione comprensiva e lungimirante, attenta a scoprire i piccoli passi – anche se solo iniziali e ancora confusi - di una umanità spiritualmente e culturalmente spesso poverissima, verso un esercizio più umano e responsabile della sessualità.

    Bollettino Ufficiale Santa Sede


    ************************************************

    Non dimentichiamo che trattasi della stessa questione della PILLOLA (non del "giorno dopo" attenzione, ma di quella detta contraccettiva che sistema le questioni associate al ciclo mestruale ed alle cisti-ovariche che una volta venivano tolte chirurgicamente, con la pillola si è evitato che la donna ogni volta finisse sotto il bisturi) se questa pillola è presa per questioni CURATIVE, essa è accettabile e per lo stretto periodo di tempo atto a risolvere il problema MEDICO....
    ed è ovvio che viene condannato l'uso contraccettivo che se ne vuole fare
    ....


    [Edited by Caterina63 11/21/2010 3:36 PM]
    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
    Maestro dell’Ordine)
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    00 11/21/2010 6:53 PM

    «Il suo è realismo La dottrina resta contraria»

    intervista a Giovanni Maria Vian a cura di Gian Guido Vecchi


    in “Corriere della Sera” del 21 novembre 2010

    «Se si rappresenta la Chiesa come chiusa, retrograda, spietata, sorda e insomma nemica dell’uomo

    allora sì, c’è una svolta clamorosa. Solo che così non si rappresenta la realtà...».

    E qual è la realtà,
    professor Vian?

    «C’è una bella parola greca che descrive due realtà importanti: oikonomia. Alla

    lettera sta per la "legge" che governa l’oikos, la casa. Ma in senso teologico indica il piano di

    salvezza di Dio per l’uomo e quindi l’atteggiamento della Chiesa nei confronti dell’umanità: come

    Dio ama l’uomo, la Chiesa che ama Dio ama ed è amica dell’uomo».

    Giovanni Maria Vian,
    direttore dell’Osservatore romano, non si scompone. In fondo, dopo le polemiche su preservativi e Aids nate durante il viaggio in Africa per una frase del Papa («Non si può superare questo dramma con la distribuzione dei preservativi, che al contrario aumentano il problema»), fu proprio il

    quotidiano della Santa Sede a parlare dei «buoni» risultati ottenuti in Uganda con il metodo «Abc»:

    «abstinence», «be faithful» e «condom», ovvero astinenza, fedeltà e solo da ultimo il preservativo.

    Ciò che il Papa dice nel libro aiuta anche a capire quella frase che scatenò polemiche

    planetarie?

    «Certo. Direi piuttosto che va vista alla luce dello stravolgimento che fu fatto delle parole di

    Benedetto XVI. Il Papa spiegava come fosse illusorio e pericoloso pensare che si potesse debellare

    l’Aids con i preservativi, quanto si rischiasse di peggiorare la situazione diffondendo una mentalità

    irresponsabile e inefficace mentre invece erano necessarie prevenzione e ricerca e assistenza. Non a

    caso, gli africani per primi si rivoltarono contro una mistificazione che oscurava il senso del viaggio

    e la volontà di mettere in primo piano il loro Continente». Però un’apertura c’è, no? «La dottrina in

    sé non cambia, la morale cattolica resta contraria all’uso del preservativo: nel libro, teniamolo

    presente, il Papa ribadisce che "le prospettive della Humanae Vitae restano valide"...».

    E quindi il divieto dei metodi contraccettivi contenuto nell’enciclica di Paolo VI...

    «Sì, ma aggiunge che "altra cosa è trovare le strade umanamente percorribili"».

    Il realismo della Chiesa?

    «È il realismo del pastore. Resta l’obiettivo morale alto, il discorso più ampio sui rischi di una

    sessualità banalizzata e non a misura umana. E insieme c’è la consapevolezza che siamo peccatori,

    anche se questo fatto non dovrebbe essere assunto come un’istanza contro la verità».

    Ma «i casi singoli giustificati» come un possibile «primo passo»?

    «Appunto: il Papa non è certo un pelagiano, conosce e ama troppo Sant’Agostino per esserlo! E la

    natura umana è ferita dal peccato originale. Ma attenzione, nel testo ci sono analisi impressionanti:

    la condanna del turismo sessuale, della droga, la denuncia di un Occidente che ha oscurato Dio...».

    L’Osservatore, comunque, aveva scritto: molti resteranno sorpresi.

    «Sono innumerevoli i temi che colpiranno. Viene confermato il rapporto specialissimo con

    l’ebraismo, e tra l’altro il Papa spiega perché preferisce usare l’espressione "padri nella fede"

    piuttosto che "fratelli maggiori", una definizione che in Giovanni Paolo II si spiegava all’interno

    della mistica slava ma che al mondo ebraico può non piacere, visto che i fratelli maggiori nella

    Bibbia non fanno una bella figura. E poi, ancora, l’importanza dei simboli religiosi, che spiega le

    considerazioni sul burqa, e insieme il porre la questione della libertà di culto e di religione nel

    mondo islamico. Ma la sorpresa dipenderà forse da altro».

    E cioè?

    «La Chiesa e Joseph Ratzinger soffrono pregiudizi tenaci. Questo libro, come i suoi precedenti,

    serve a scardinarli, e del resto basterebbe seguire il suo magistero. Benedetto XVI, proseguendo e

    innovando una strada già tracciata da Paolo VI e da Giovanni Paolo II, non si sottrae a nessuna

    domanda e lo fa con un linguaggio molto semplice e chiaro, senza strategie comunicative. Difatti

    nel libro si legge che è stato provvidenziale sia stato eletto Papa un professore».

    E perché?

    «Perché al centro c’è la necessità di porre al mondo la questione di Dio, quella che può disinnescare

    lo scontro di civiltà: le altre culture del mondo sono e restano scandalizzate e impaurite dal

    comportamento dell’Occidente, che prima ha diffuso il materialismo teorico attraverso il marxismo

    e ora esporta un materialismo pratico. Per questo è decisivo riuscire a dare ragione della propria

    fede, che pure è un dono di Dio, e saperla spiegare razionalmente».

    ************************************************


    PRO-MEMORIA:  
    il Messaggio del Papa ai Vescovi tratto in video con sottofondo dell'Inno Cattolico, anche se il Messaggio riguarda la Liturgia, c'è una frase specifica che vale PER TUTTA LA DOTTRINA CATTOLICA, non solo per la Liturgia:  
     
    " Ogni vero riformatore infatti, è un obbediente della fede: non si muove in maniera arbitraria"  
     
    Nessuno dunque, neppure un Papa può modificare la dottrina e la morale cattolica..perchè questa NON è inventata dalla Chiesa, ma è proveniente dal Vangelo e dalle Leggi di Dio in materia morale ed etica ed appartiene a tutti i Popoli e non è monopolio della Chiesa, la Chiesa infatti non inventa MA TRASMETTE..... non c'è altra chiave per interpretare correttamente ciò che un Papa dice o fa....  
    Amen!




    [Edited by Caterina63 11/22/2010 1:08 AM]
    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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    00 11/22/2010 10:52 AM
     
      OTTIME LE RIFLESSIONI DI:

    Il Papa, il preservativo e gli imbecilli

    pubblicata da Massimo Introvigne
    il giorno lunedì 22 novembre 2010 alle ore 2.34

    In settimana, quando esce il libro-intervista del Papa, ne parleremo come merita.
     Oggi invece parliamo di imbecilli.
    Dalle associazioni gay a qualche cosiddetto tradizionalista, tutti a dire che il Papa ha cambiato la tradizionale dottrina cattolica sugli anticoncezionali. Titoli a nove colonne sulle prime pagine. Esultanza dell’ONU.

    Commentatori che ci spiegano come il Papa abbia ammesso che è meglio che le prostitute si proteggano con il preservativo da gravidanze indesiderate: e però, se si comincia con le prostitute, come non estendere il principio ad altre donne povere e non in grado di allevare figli, e poi via via a tutti?

    Peccato, però, che – come spesso capita – i commentatori si siano lasciati andare a commentare sulla base di lanci d’agenzia, senza leggere la pagina integrale sul tema dell’intervista di Benedetto XVI, che pure fa parte delle anticipazioni trasmesse ai giornalisti.
     
    Il Papa, in tema di lotta all’AIDS,  afferma che la «fissazione assoluta sul preservativo implica una banalizzazione della sessualità», e che «la lotta contro la banalizzazione della sessualità è anche parte della lotta per garantire che la sessualità sia considerata come un valore positivo».

     Nel paragrafo successivo – traducendo correttamente dall’originale tedesco – Benedetto XVI continua:
    «Ci può essere un fondamento nel caso di alcuni individui, come quando un prostituto usi il preservativo (wenn etwa ein Prostituierter ein Kondom verwendet), e questo può essere un primo passo nella direzione di una moralizzazione, una prima assunzione di responsabilità, sulla strada del recupero della consapevolezza che non tutto è consentito e che non si può fare ciò che si vuole. Ma non è davvero il modo di affrontare il male dell'infezione da HIV. Questo può basarsi solo su di una umanizzazione della sessualità».


    Non so se il testo italiano che uscirà tradurrà correttamente «un prostituto», come da originale tedesco, o riporterà – come in alcune anticipazioni giornalistiche italiane - «una prostituta». «Prostituto», al maschile, è cattivo italiano ma è l’unica tradizione di «Prostituierter», e se si mette la parola al femminile l’intera frase del Papa non ha più senso. Infatti le prostitute donne ovviamente non «usano» il preservativo: al massimo lo fanno usare ai loro clienti.  

    Il Papa ha in mente proprio la prostituzione maschile, dove spesso – come riporta la letteratura scientifica in materia – i clienti insistono perché i «prostituti» non usino il preservativo, e dove molti «prostituti» - clamoroso il caso di Haiti, a lungo un paradiso del turismo omosessuale – soffrono di AIDS e infettano centinaia di clienti, molti dei quali muoiono
    Qualcuno potrebbe dire che «prostituto» si applica anche al gigolò eterosessuale che si accompagna a pagamento con donne: ma l’argomento sarebbe capzioso perché è tra i «prostituti» omosessuali che l’AIDS è notoriamente epidemico.

    Stabilito dunque che le gravidanze non c’entrano, perché dalla prostituzione omosessuale è un po’ difficile che nascano bambini, il Papa non dice nulla di rivoluzionario.
    Un «prostituto» che ha un rapporto mercenario con un omosessuale – per la verità, chiunque abbia un rapporto sessuale con una persona dello stesso sesso – commette dal punto di vista cattolico un peccato mortale.
    Se però, consapevole di avere l’AIDS, infetta il suo cliente sapendo d’infettarlo, oltre al peccato mortale contro il sesto comandamento ne commette anche uno contro il quinto, perché si tratta di omicidio, almeno tentato.
    Commettere un peccato mortale o due non è la stessa cosa, e anche nei peccati mortali. c’è una gradazione. L’immoralità è un peccato grave, ma l’immoralità unita all’omicidio lo è di più.

    Un «prostituto» omosessuale affetto da AIDS che infetta sistematicamente i suoi clienti è un peccatore insieme immorale e omicida. Se colto da scrupoli decide di fare quello che – a torto o a ragione (il problema dell’efficacia del preservativo nel rapporto omosessuale non è più morale ma scientifico) – gli sembra possa ridurre il rischio di commettere un omicidio non è improvvisamente diventato una brava persona, ma ha compiuto «un primo passo» - certo insufficiente e parzialissimo – verso la resipicenza.
     
    Di Barbablù (Gilles de Rais, 1404-1440) si dice che attirasse i bambini, avesse rapporti sessuali con loro e poi li uccidesse. Se a un certo punto avesse deciso di continuare a fare brutte cose con i bambini ma poi, anziché ucciderli, li avesse lasciati andare, questo «primo passo» non sarebbe stato assolutamente sufficiente a farlo diventare una persona morale. Ma possiamo dire che sarebbe stato assolutamente irrilevante? Certamente i genitori di quei bambini avrebbero preferito riaverli indietro vivi.

    Dunque se un  «prostituto» assassino a un certo punto, restando «prostituto», decide di non essere più assassino,  questo «può essere un primo passo».  «Ma – come dice il Papa - questo non è davvero il modo di affrontare il male dell'infezione da HIV».

    Bisognerebbe piuttosto smettere di fare i «prostituti», e di trovare clienti. Dove stanno la novità e lo scandalo se non nella malizia di qualche commentatore? Al proposito, vince il premio per il titolo più imbecille il primo lancio della Associated Press, versione in lingua inglese (poi per fortuna corretto, ma lo trovate ancora indicizzato su Yahoo con questo titolo): «Il Papa: la prostituzione maschile è ammissibile, purché si usi il preservativo».


                                                                 

    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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    00 11/24/2010 12:55 AM
    Presentato il libro di Benedetto XVI con Peter Seewald "Luce del mondo. Il Papa, la Chiesa, i segni dei tempi"

    Uno strumento
    per la nuova evangelizzazione


    "Luce del mondo. Il Papa, la Chiesa, i segni dei tempi", il libro di Benedetto XVI con Peter Seewald, è stato presentato stamane, martedì 23 novembre, nella Sala Stampa della Santa Sede. Alla presenza di monsignor Georg Gänswein, segretario particolare del Pontefice, e degli editori dell'opera in diverse lingue, sono intervenuti con l'autore, l'arcivescovo Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, il giornalista e scrittore Luigi Accattoli, il salesiano don Giuseppe Costa, direttore della Libreria Editrice Vaticana, e il gesuita Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa. Dopo una breve introduzione di quest'ultimo e gli interventi di monsignor Fisichella e di Accattoli - che pubblichiamo in pagina - una ventina di giornalisti hanno rivolto domande a nome dei numerosissimi operatori dell'informazione presenti.

    di mons. Rino Fisichella

    Licht der Welt. Luce del mondo. La grafia del Papa è inconfondibile e trovarla impressa sulla prima pagina del volume fa un certo effetto. Lui stesso, con estrema probabilità, ha scelto il titolo e questo è significativo. In un'intervista si suppone che il ruolo centrale spetti all'intervistato; in questo caso, però, non è così.

    Il titolo scelto non permette che ci si fermi sulla persona del Papa, ma rimanda oltre, a chi ancora dopo duemila anni illumina la storia, perché aveva detto di essere la "luce del mondo". Protagonista di queste pagine, comunque, appare da subito la Chiesa. Le tante domande che compongono il colloquio, non fanno che evidenziare la natura della Chiesa, la sua presenza nella storia, il servizio che il Papa è chiamato a svolgere e, cosa non secondaria, la missione che ancora oggi deve continuare per essere fedele al suo Signore. "Viviamo un'epoca nella quale è necessaria una nuova evangelizzazione. Un'epoca nella quale l'unico Vangelo deve essere annunciato nella sua razionalità grande e immutata, ed insieme in quella potenza che supera quella razionalità, in modo tale da giungere in modo nuovo al nostro pensare e alla nostra comprensione... È importante intendere la Chiesa non come un apparato che deve fare di tutto, bensì come organismo vivente che proviene da Cristo stesso" (pagine 193-194).

    Alla luce di questo riferimento, è facile percepire l'obiettivo che segna questi anni del pontificato tesi a mostrare quanto sia decisivo per l'uomo di oggi saper cogliere la presenza di Dio nella sua vita per poter rispondere in modo libero - questo in effetti comporta la continua sottolineatura della razionalità - alla domanda qualificante sul senso della propria esistenza. Il raggio d'azione su cui verte l'intervista è vasto, sembra che nulla sfugga alla curiosità di Peter Seewald che vuole entrare fino nelle pieghe della vita personale del Papa, nelle grandi questioni che segnano la teologia del momento, le diverse vicende politiche che accompagnano da sempre le relazioni tra diversi Paesi e, infine, gli interrogativi che spesso occupano gran parte del dibattito pubblico. Siamo dinanzi a un Papa che non si sottrae a nessuna domanda, che tutto desidera chiarificare con un linguaggio semplice, ma non per questo meno profondo, e che accetta con benevolenza quelle provocazioni che tante questioni possiedono.

    Ridurre, tuttavia, l'intera intervista a una frase estrapolata dall'insieme del pensiero di Benedetto XVI sarebbe un'offesa all'intelligenza del Papa e una gratuita strumentalizzazione delle sue parole.

    Ciò che emerge dal quadro complessivo di queste pagine, invece, è la visione di una Chiesa chiamata ad essere Luce del mondo, segno di unità di tutto il genere umano - per usare una nota espressione del concilio Vaticano ii - e strumento per cogliere l'essenziale della vita. Anche se appare ai nostri occhi come una Chiesa che dà scandalo, che non vuole adeguarsi ai comportamenti di moda, che appare incomprensibile nei suoi insegnamenti e che, forse, lascia intravvedere possibili trame interne di uomini che ne adombrano la sua santità. In ogni caso, sull'insegnamento del Maestro "luce del mondo", città posta sopra la montagna per essere vista da tutti. Segno di contraddizione che ha la missione di mantenere viva nel corso dei secoli la fede nel Signore Risorto fino al suo ritorno:  "Guardiamo a Cristo che viene. È in questa prospettiva che viviamo la fede, rivolti al futuro" (pagina 97)
    .

    Licht der Welt, ovviamente, non è un volume scritto da Benedetto XVI; eppure, qui si condensa il suo pensiero, le sue preoccupazioni e sofferenze di questi anni, il suo programma pastorale e le aspettative per il futuro. L'impressione che si ricava è quella di un Papa ottimista sulla vita della Chiesa, nonostante le difficoltà che l'accompagnano da sempre:  "La Chiesa cresce ed è viva, è molto dinamica. Negli ultimi anni il numero dei sacerdoti è aumentato in tutto il mondo e anche il numero dei seminaristi" (pagina 28).
     
    Come dire:  la Chiesa non può essere identificata solo nel frammento di una zona geografica; essa è un tutto che fonda, abbraccia e supera ogni parte. Una Chiesa composta anche da peccatori; eppure, senza minimizzare il male, egli può giustamente affermare che "se la Chiesa non ci fosse più, interi ambiti di vita andrebbero al collasso" (pagina 54), perché il bene che compie è davanti agli occhi di tutti nonostante si voglia spesso volgere lo sguardo altrove.

    Pagina dopo pagina si nota la pazienza di voler rispondere con chiarezza a ogni interrogativo che viene posto. Benedetto XVI apre il cuore della sua vita quotidiana, così come esprime con la dovuta parresia i problemi che sono sul tappeto della storia di questi anni. Se, da una parte, sembra farci entrare nel suo appartamento, condividendo con il lettore i ritmi della sua giornata, dall'altra evoca immagini che ben descrivono lo stato d'animo dei mesi passati:  "Sì, è una crisi grande, bisogna dirlo. È stato sconvolgente per tutti noi. All'improvviso tutta quella sporcizia. È stato come se il cratere di un vulcano avesse improvvisamente eruttato una grossa nube di sporcizia che insudiciava e rabbuiava tutto" (pagina 44).
     
    Il tono semplice delle sue risposte si fa forte della plasticità delle immagini che spesso ricorrono, permettendo di comprendere a pieno il dramma di alcuni fatti. Eppure, dalla pacatezza delle risposte e dallo sviluppo del suo argomentare, ciò che emerge in maniera netta è soprattutto la spiritualità che caratterizza la sua vita tanto da lasciare ammutoliti. "Fin dal momento in cui la scelta è caduta su di me, sono stato capace soltanto di dire solo questo:  Signore, cosa mi stai facendo? Ora la responsabilità è tua. Tu mi devi condurre. Io non ne sono capace. Se tu mi hai voluto, ora devi anche aiutarmi" (pagina 18; cfr. pagina 33). Chi legge si arrende. O si accetta la visione della fede come un autentico abbandonarsi in Dio che ti trasporta dove vuole lui, oppure ci si lascia andare alle interpretazioni più fantasiose che caratterizzano spesso il chiacchiericcio clericale e non solo. La verità, però, sta tutta in quelle parole.

    Se si vuole capire Benedetto XVI, la sua vita e il suo pontificato, bisogna ritornare a questa espressione. Qui si condensa la vocazione al sacerdozio come una chiamata alla sequela; qui si comprende il perché di una traiettoria che non può essere modificata nella sua visione del mondo e dell'agire della Chiesa; qui si coglie la prospettiva attraverso la quale è possibile entrare nella profondità del suo pensiero e nell'interpretazione di alcuni suoi atti. C'è un termine in tedesco che sintetizza tutto questo:  Gelassenheit, cioè l'abbandono fiducioso usque ad cadaver. Esso esprime la scelta decisiva di libertà come un radicale svuotamento di sé per lasciarsi plasmare e condurre dove vuole il Signore; insomma, il Papa si identifica più di tutti gli altri come un "povero mendicante davanti a Dio" (pagina 35).

    La spiritualità cristocentrica, che più volte viene richiamata, alimentata da un profondo legame con la liturgia (cfr. pagine 153- 154); permette di comprendere il comportamento di Benedetto XVI. D'altronde egli stesso lo afferma quando, rispondendo alla domanda sul potere che un Papa possiede, attesta:  "Essere Papa non significa porsi come sovrano colmo di gloria, quanto piuttosto rendere testimonianza a Colui che è stato crocifisso e disposto ad esercitare il proprio ministero anche in questa forma in unione con lui" (pagina 26). In questa ottica, diventa almeno paradossale leggere l'espressione successiva che sembra contraddire quanto appena affermato mentre, invece, lo colloca nel suo coerente orizzonte di comprensione:  "Tutta la mia vita è stata attraversata da un filo conduttore, questo:  il cristianesimo dà gioia, allarga gli orizzonti" (pagina 27). Insomma, un Papa che continua ad essere ottimista; non in primo luogo per l'oggettiva dinamicità della Chiesa resa evidente da tante forze di spiritualità, ma soprattutto in forza dell'amore che tutto plasma e tutto vince (pagine 90-91).

    Un'intervista che per molti versi diventa una provocazione a compiere un serio esame di coscienza dentro e fuori della Chiesa per giungere a una vera conversione del cuore e della mente. Le condizioni di vita della società, l'ecologia, la sessualità, l'economia e la finanza, la stessa Chiesa... sono tutti temi che richiedono un impegno particolare per verificare la direzione culturale del mondo di oggi e le prospettive che si aprono per il futuro. Benedetto XVI non si lascia impaurire dalle cifre dei sondaggi, perché la verità possiede ben altri criteri:  "la statistica non è il metro della morale" (pagina 204). È consapevole che siamo dinanzi a un "avvelenamento del pensiero che a priori dà prospettive sbagliate" (pagina 77), per questo provoca a cogliere il cammino necessario verso la verità (cfr. pagine 79-80), per essere capaci di dare genuino progresso al mondo di oggi (cfr. pagine 70-71).

    Queste pagine, comunque, lasciano trasparire con chiarezza il pensiero del Papa e alcuni dovranno ricredersi per le descrizioni avventate date nel passato come di un uomo oscurantista e nemico della modernità:  "È importante che cerchiamo di vivere e di pensare il cristianesimo in modo tale che assuma la modernità buona e giusta" (pagina 87) con le sue conquiste e con i valori che ha saputo raggiungere a fatica:  "Vi sono naturaliter molti temi dai quali emerge per così dire la moralità della modernità. La modernità non consiste solo di negatività. Se così fosse non potrebbe durare a lungo. Essa ha in sé grandi valori morali che vengono proprio anche dal cristianesimo, che solo grazie al cristianesimo, in quanto valori, sono entrati nella coscienza dell'umanità. Là dove essi sono difesi - e devono essere difesi dal Papa - c'è adesione in aree molto vaste" (pagina 40).

    Questi richiami fanno percepire perché il Papa pensi così sovente al tema della nuova evangelizzazione per raggiungere quanti si trovano nella condizione di essere "figli" della modernità avendo colto solo alcuni aspetti del fenomeno, non sempre i più positivi, mentre hanno dimenticato la necessaria ricerca della verità e, soprattutto, l'esigenza di rivolgere la propria vita in una visione unitaria e non contrapposta (cfr. pagina 87). Questo risulta essere uno dei suoi compiti programmatici con i quali saremo chiamati a confrontarci:  "Affrontare con rinnovate forze la sfida dell'annuncio del Vangelo al mondo, impiegare tutte le nostre forze perché vi giunga, fa parte dei compiti programmatici che mi sono stati affidati" (pagina 185; cfr. 193).

    Benedetto XVI ritorna spesso in queste pagine al rapporto tra modernità e cristianesimo. Una relazione che non può né deve essere vissuta parallelamente, ma coniugando in modo corretto fede e ragione, diritti individuali e responsabilità sociale. In una parola, "Rimettere Dio al primo posto" (pagina 96) per contraddire gran parte della cultura dei decenni passati che ha puntato a dimostrare superflua "l'ipotesi di Dio" (pagina 190). Questa è la conversione che Benedetto XVI chiede ai cristiani e a quanti vorranno ascoltare la sua voce:  "Rimettere di nuovo in luce la priorità di Dio.

    La cosa importante oggi è che si veda di nuovo che Dio c'è, che Dio ci riguarda e che ci risponde. E che, al contrario, quando viene a mancare, tutto può essere razionale quanto si vuole, ma l'uomo perde la sua dignità e la sua specifica umanità e così crolla l'essenziale" (pagina 100). È questo il compito che il Papa si prefigge per il suo pontificato e, onestamente, non si può negare quanto esso appaia arduo:  "Comprendere la drammaticità del nostro tempo, rimanere saldi nella Parola di Dio come la parola decisiva e al tempo stesso dare al cristianesimo quella semplicità e quella profondità senza delle quali non può operare" (pagina 101).

    Familiarità, confidenze, ironia, in alcuni momenti sarcasmo ma, soprattutto, semplicità e verità sono i tratti caratteristici di questo colloquio scelto da Benedetto XVI per rendere partecipe il grande pubblico del suo pensiero, del suo modo di essere e del suo modo di concepire la stessa missione che gli è stata affidata. Un'impresa non facile nel periodo della comunicazione che tende spesso a sottolineare solo alcuni frammenti e lascia in ombra la globalità. Un volume da leggere e su cui meditare per comprendere ancora una volta in che modo la Chiesa può essere nel mondo annuncio di una bella notizia che reca gioia e serenità.


    (©L'Osservatore Romano - 24 novembre 2010)



                Pope Benedict XVI poses with his new book "Light of the World: The Pope, the Church, and the Sign of the Times" at the Vatican November 23, 2010. Pope Benedict's landmark acknowledgement that the use of condoms is sometimes morally justifiable to stop AIDS is valid not only for gay male prostitutes but for heterosexuals and transsexsuals too, the Vatican said on Tuesday. The clarification, the latest step in what is already seen as a significant shift in the Catholic Church policy, came at a news conference presenting the pope's new book.Pope Benedict XVI poses with German Catholic journalist Peter Seewald, the writer of pope's new book "Light of the World: The Pope, the Church, and the Sign of the Times", during a meeting at the Vatican November 23, 2010. Pope Benedict's landmark acknowledgement that the use of condoms is sometimes morally justifiable to stop AIDS is valid not only for gay male prostitutes but for heterosexuals and transsexsuals too, the Vatican said on Tuesday. The clarification, the latest step in what is already seen as a significant shift in the Catholic Church policy, came at a news conference presenting the pope's new book.

                                  Pope Benedict XVI holds his new book "Light of the World: The Pope, the Church, and the Sign of the Times" as he poses with the writer German Catholic journalist Peter Seewald (L) and archbishop Rino Fisichella during a meeting at the Vatican November 23, 2010. Pope Benedict's landmark acknowledgement that the use of condoms is sometimes morally justifiable to stop AIDS is valid not only for gay male prostitutes but for heterosexuals and transsexsuals too, the Vatican said on Tuesday. The clarification, the latest step in what is already seen as a significant shift in the Catholic Church policy, came at a news conference presenting the pope's new book.


               Father George Gaenswein (L), personal secretary of Pope Benedict XVI, smiles as he reads a new book about the pope at the Vatican November 23, 2010. Pope Benedict says in the new book, called "Light of the World: The Pope, the Church, and the Sign of the Times", that he would not hesitate to become the first pontiff to resign willingly in more than 700 years if he felt himself no longer able, "physically, psychologically and spiritually", to lead the church. The book, an interview with German Catholic journalist Peter Seewald, has so far made headlines for the pope's cautious opening to the use of condoms to stop AIDS.VATICAN CITY, VATICAN - NOVEMBER 23:  Pope's personal secretary Georg Ganswein holds a copy of 'Light of World'  the book interview with Pope Benedict XVI by German author Peter Seewald during  the presentation at the Holy See Press Office on November 23, 2010 in Vatican City, Vatican. Answering to a question of the German author Pope Benedict has stated that Condoms may sometimes be justified in exceptional circumstances to stop the spread of AIDS.

                 Bishop Rino Fisichella holds a copy in Italian of 'Light of the World: The Pope, the Church and the Signs of the Times' by German journalist Peter Seewald, based on 20 hours of interviews with Pope Benedict XVI during a press conference for the release of the book on November 23, 2010 in John Paul II press room at the Vatican. Publishers released a controversial new book of interviews Tuesday in which Pope Benedict XVI says for the first time he approves of condom use to reduce the risk of sexually transmitted diseases.VATICAN CITY, VATICAN - NOVEMBER 23:  German author Peter Seewald holds his book interview with Pope Benedict XVI 'Light of World' at the end of the presentation at the Holy See Press Office on November 23, 2010 in Vatican City, Vatican. Answering to a question of the German author Pope Benedict has stated that Condoms may sometimes be justified in exceptional circumstances to stop the spread of AIDS.

    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
    Maestro dell’Ordine)
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    Caterina63
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    00 11/26/2010 12:18 AM
    [SM=g1740733]
    Speciale di Mosaico “Dentro la storia”,
    in diretta dalle 17 alle 18, per commentare “Luce del mondo”, il libro intervista a Benedetto XVI del giornalista tedesco Peter Seewald uscito proprio il 23 novembre in contemporanea nelle principali lingue.
    Il Papa parla di pedofilia, Islam, preti sposati, divorzio, contraccezione, riforme della Chiesa, liturgia, rapporti con gli ortodossi, autorità del Pontefice. E si sofferma anche sulla figura del suo predecessore, Giovanni Paolo II.
    Se ne parla con gli ospiti: mons. Pierangelo Sequeri, teologo e liturgista, Luigi Accattoli, vaticanista, Davide Rondoni, scrittore.

    CLICCARE QUI PER IL VIDEO TV2000


    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
    Maestro dell’Ordine)
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    Caterina63
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    00 1/25/2013 10:15 AM
    un libro da meditare

    Eccone una pagina...

    "San Pio X non esitò, come un chirurgo deciso; ma si trattava di un cancro maligno (il modernismo n.d.r): enucleato da dove appariva più sviluppato, si moltiplicò per metastasi in tutto l'organismo, subdolamente durante il pontificato di Pio XII, per protendere poi arditamente i suoi tentacoli in occasione del Vaticano II.

    Non mirò forse il modernismo a infamare la stessa agonia di Pio XII, che lo aveva tenuto a freno? E non si pretese da qualcuno di riformare le stesse strutture della Chiesa, nello spirito del Vaticano II – a sentir loro! – senza mai precisare che si dovesse intendere per strutture, perché si mirava solo a deformare e a distruggere? Che di sano si è lasciato?
    In nome della Bibbia, per fedeltà al Cristo – a sentir loro!
    La novella Pentecoste mirò in realtà a rifare da zero, e quindi innanzi tutto a ridurre a zero, quanto era stato edificato dalla prima e unica vera Pentecoste biblica.
    Nella Chiesa, inondata dallo Spirito Santo della vera, ed unicamente vera, Pentecoste , non si trovò nulla di buono, di evangelico: duemila anni di vita della Chiesa, duemila anni di errori, di infedeltà a Nostro Signore ed al Vangelo; duemila anni di colpe delle quali chiedere perdono, se non a Dio almeno agli uomini"
    (p. 343)


    Un Libro da leggere
    Walter Martin
    Habemus Papam
    Prefazione di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro
    Ed. Fede e Cultura, € 24,00
     
     
    Un thriller che racconta di un Papa vecchio e umile che avrebbe dovuto morire presto senza lasciare il segno ma che diventa un leone della fede. I nemici interni che infangano la Chiesa con eresie e scandali. L’eterna guerra che il Nemico contro la Chiesa. fino a portarla sula soglia degli inferi senza riuscire a vincerla. Una sconvolgente profezia del dramma dell’apostasia nella Chiesa.




    Fraternamente CaterinaLD

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    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
    Maestro dell’Ordine)