DIFENDERE LA VERA FEDE

Curiosità .... Cattoliche e dalla Città del Vaticano... (2)

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    Caterina63
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    00 10/6/2010 7:11 PM
     ATTENZIONE!!!

    Visto il successo riscosso dal thread:
    Curiosità .... Cattoliche e dalla Città del Vaticano...  
    (con oltre 3mila visite)
    e avendo esso raggiunto i 30 messaggi dopo dei quali si va alla seconda pagina, l'apriamo qui con un nuovo thread per avere una lettura diretta e immediata....

    comincia qui, dunque, una nuova raccolta di notizie interne alla Città del Vaticano, aneddoti e curiosità varie...
    Buona lettura!




    La festa del Corpo della Gendarmeria

    Fedele servizio al Papa


    Celebrata martedì 5 ottobre in Vaticano la tradizionale festa del Corpo della Gendarmeria in occasione della solennità del patrono san Michele arcangelo.

    Una festa svoltasi in tre momenti:  al mattino la messa celebrata dal cardinale Lajolo nella cappella del Governatorato, nel pomeriggio la parata dei reparti del Corpo, sul piazzale del Governatorato, e l'incontro conviviale nel suggestivo scenario della terrazza della Pinacoteca. Numerosi gli invitati.

    Tra le autorità religiose erano i cardinali Tarcisio Bertone, Giovanni Lajolo, Angelo Comastri, Eduardo Martínez Somalo, Giovanni Battista Re, Jean-Louis Tauran, e Bernard Francis Law; molti arcivescovi e vescovi, tra i quali il sostituto della Segreteria di Stato Fernando Filoni, il quale ha dato lettura di un telegramma augurale di Benedetto XVI, e il segretario generale del Governatorato Carlo Maria Viganò, e diversi prelati della curia. Significativa la presenza di monsignor Georg Gänswein, segretario particolare del Papa.

    Tra le autorità civili erano il sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei Ministri italiano, Gianni Letta, numerosi ambasciatori accreditati presso la Santa Sede, il direttore delle Ville Pontificie Saverio Petrillo, il vice direttore e il direttore del nostro giornale. Presenti ufficiali della Guardia Svizzera Pontificia, con il comandante Daniel Rudolf Anrig, e le più alte cariche della Polizia di Stato, dell'Arma dei Carabinieri, della Guardia di Finanza, della Polizia Penitenziaria e dei Vigili Urbani di Roma.

    Nel suo discorso il comandante della Gendarmeria, Domenico Giani, dopo aver ringraziato le autorità presenti, ha voluto sottolineare lo spirito di collaborazione che unisce il Corpo della Gendarmeria con la Guardia Svizzera, con la quale condivide la responsabilità quotidiana della sicurezza del Pontefice e dei confini dello Stato, ma anche con le autorità di polizia italiane e internazionali. Infine ha ricordato l'alto profilo professionale raggiunto dal Corpo, ormai al passo con gli apparati di sicurezza di ogni altro Paese. Da parte sua, il cardinale Lajolo ha espresso i sentimenti di gratitudine del Vaticano per il fedele e apprezzato servizio reso quotidianamente dalla Gendarmeria.



    (©L'Osservatore Romano - 7 ottobre 2010)

    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
    Maestro dell’Ordine)
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    Caterina63
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    00 10/22/2010 6:22 PM
    Dal cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato

    Inaugurati i locali dell'Elemosineria apostolica


    È il luogo in cui si esercita quotidianamente il servizio della carità del Pontefice, quello di andare incontro a quanti gli si rivolgono in cerca di un aiuto fraterno: 
    per questo stamane, venerdì 22 ottobre, è stato il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato, a benedire e inaugurare gli uffici rinnovati dell'Elemosineria apostolica.
     
    "Con la sua presenza - ha detto l'arcivescovo Félix del Blanco Prieto, elemosiniere di Sua Santità, rivolgendosi al porporato - siamo anche consapevoli di avere vicino Benedetto XVI, sicuri di rendergli cosa gradita il lavoro compiuto".

    Il cardinale Bertone da parte sua ha sottolineato come "questa speciale comunità di lavoro che ha sede nella Città del Vaticano realizza in maniera esemplare" il mandato della carità "ed è molto vicina al Santo Padre".
     
    L'Elemosineria infatti è anche delegata a concedere la benedizione apostolica a mezzo di diplomi in pergamena. Il segretario di Stato ha poi ricordato come nello scorso anno ben settemila persone si siano rivolte a quella che ha definito "un terminale delle sofferenze umane", che ha erogato oltre un milione di euro nel 2009. Infine ha espresso riconoscenza per la capacità di accoglienza e per la pazienza "a tutta prova" di chi deve confrontarsi ogni giorno con il peso dei problemi personali e familiari di quanti si rivolgono all'Elemosineria.

    La ristrutturazione dei locali al cortile Sant'Egidio è stata ultimata dopo due anni, durante i quali le attività erano state temporaneamente trasferite al palazzo San Carlo. L'arcivescovo del Blanco Prieto - al quale si è unito l'arcivescovo Oscar Rizzato, già elemosiniere - ha voluto perciò ringraziare quanti hanno reso possibile l'opera:  l'Apsa che l'ha finanziata e il Governatorato - rappresentato dal segretario generale, arcivescovo Carlo Maria Viganò - che con le sue maestranze ha realizzato ambienti accoglienti e funzionali.


    (©L'Osservatore Romano - 23 ottobre 2010)

    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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    Caterina63
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    00 11/27/2010 12:15 AM
    Intervista al presidente dell'Associazione Santi Pietro e Paolo

    Servizio e accoglienza
    nella Casa del Papa


    di Gianluca Biccini


    È la prima associazione di volontariato di istituzione pontificia. Ma è anche l'erede diretta di un corpo armato che è stato demilitarizzato; in pratica un antico esercito, che oggi si occupa di accoglienza e assistenza.

    Si può riassumere così la storia dell'Associazione Santi Pietro e Paolo, che si appresta a celebrare un duplice anniversario:  il quarantesimo di fondazione e i 160 anni dalla nascita della Guardia Palatina, da cui ha raccolto il testimone nel segno della continuità. Nella sede al Cortile di San Damaso abbiamo incontrato il presidente Calvino Gasparini. Quasi inevitabile chiedergli anzitutto il perché di quel nome piuttosto inusuale. "È una storia personale legata ai miei antenati - spiega - che non ha niente a che vedere con il protestantesimo. Pensi che sono entrato nella Guardia Palatina nel 1962. Avevo diciassette anni e operavo nel gruppo ragazzi di cui era responsabile Gianluigi Marrone, il primo presidente dell'associazione".

    È stato proprio a lei a raccoglierne l'eredità lo scorso anno.

    Sì, nel maggio 2009 dopo la morte di Marrone, a lungo Giudice unico dello Stato della Città del Vaticano. Nelle elezioni è stato rinnovato l'intero consiglio di presidenza, visto che lo statuto datoci da Papa Montini nel 1971 prevedeva una sorta di referendum, legando tutto il consiglio alla presidenza. Il mese seguente, a giugno, la Segreteria di Stato ha approvato l'elezione.

    Ci spieghi meglio il legame con la Guardia Palatina.

    Quando Paolo VI, con lettera del 14 settembre 1970, comunicò al cardinale Villot, suo segretario di Stato, la decisione di sciogliere i corpi militari pontifici a eccezione dell'antichissima Guardia Svizzera, in pratica azzerò la Guardia Palatina, ma non sciolse i suoi membri dal giuramento di fedeltà al Papa e ai suoi successori. Questo comportò la conservazione di quel legame e diede vita alla prima associazione di volontariato di istituzione pontificia. Per evitare sovrapposizioni con il Circolo San Pietro, Villot suggerì il titolo di Associazione Santi Pietro e Paolo. Il primo animatore e assistente fu monsignor Giovanni Coppa, oggi cardinale, al quale va tutta la nostra riconoscenza. Poi Giovanni Paolo II ci chiamò l'Associazione della Casa del Papa. Forse siamo un caso unico nella storia:  un corpo militare che è stato demilitarizzato, per svolgere incarichi di servizio e per l'accoglienza nelle celebrazioni pontificie e in San Pietro. Credo che nessun esercito al mondo abbia subito un cambiamento del genere, così radicale.

    Nella nascita dell'associazione appare evidente il ruolo della Segreteria di Stato. C'è ancora questo collegamento?

    Certo. Basti pensare che essa nomina il nostro assistente spirituale, scegliendolo tra suoi officiali. Attualmente è monsignor Joseph Murphy, che ha come vice monsignor Mitja Leskovar. L'assistente emerito è monsignor Alfred Xuereb - oggi nella segreteria particolare di Benedetto XVI - che a sua volta era il vice di monsignor Francesco Follo, attuale Osservatore permanente della Santa Sede presso l'Unesco a Parigi.

    Camminando nella sede dell'associazione notiamo alcune antiche uniformi, persino armi d'epoca. Viene da chiedere:  allora eravate soldati a tutti gli effetti?

    La Guardia Palatina d'onore fu istituita dal beato Pio IX con regolamento emanato il 14 dicembre 1850 attraverso la fusione di due corpi armati civili - la Milizia Urbana e la Civita Scelta - già esistenti da secoli nello Stato pontificio. Entrambi avevano compiti nell'Urbe e, a conferma che la Guardia ne era la continuatrice, venne nominato primo comandante palatino Giuseppe Guglielmi. Fu lui a comunicare ai militari che il Papa aveva decorato il Corpo con il titolo "d'onore" per la fedeltà dimostrata e il servizio prestato. Papa Mastai Ferretti, inoltre, nella stessa circostanza concesse il Concerto musicale, rimasto ancora oggi il corpo bandistico ufficiale dello Stato della Città del Vaticano, anche se assorbito dalla prefettura della Casa Pontificia in occasione della riforma di Paolo VI. Questo perché la Guardia Svizzera non possedeva una banda musicale propria per i cerimoniali con le udienze ad ambasciatori e capi di Stato.

    In pratica la banda musicale è stata distaccata da voi?

    Noi come associazione possiamo chiedere alla Prefettura, per concessione di affinità, i servizi della banda due volte l'anno:  a Pasqua e in occasione della nostra festa patronale del 29 giugno, come già faceva la Guardia Palatina che, in quelle date, solennizzava l'avvenimento rinnovando sulla tomba di san Pietro il giuramento di fedeltà al suo successore. Attualmente stiamo ricostituendo un piccolo gruppo di ottoni per i nostri momenti liturgici o per particolari occasioni. Durante la festa dell'associazione, nel giugno scorso, questo gruppo ha eseguito la famosa Marcia delle trombe d'argento per Pio IX alla presenza di noi tutti.

    Abbiamo parlato delle uniformi e della banda. Per completare un esercito mancano le armi e la bandiera.

    Pio IX concesse il vessillo su cui campeggiava lo stemma del Pontefice fondatore. Questa bandiera è conservata al Museo lateranense, in quanto ha una particolare rilevanza storica:  è l'unica dello Stato pontificio ancora esistente. Quanto alle armi in dotazione la logica ottocentesca era quella di porre livelli successivi di difesa. All'esterno del Palazzo Apostolico vi erano la Guardia Svizzera e la Gendarmeria, mentre al piano terra del Palazzo, nei Cortili di San Damaso, del Belvedere e della Pigna, c'era la Guardia Palatina:  circa cinquecento romani, che nel Cortile del Triangolo avevano persino due cannoni. Infine al primo piano c'era la Guardia Nobile. Altra funzione aveva il servizio di "anticamera":  nella Sala Clementina c'era la Guardia Svizzera, poi nella seconda sala c'era la Gendarmeria, nella terza che era d'angolo c'eravamo noi, nella quarta i Bussolanti, poi i Camerieri di cappa e spada, e prima dello Studio privato del Pontefice la Guardia Nobile. Fino allo scioglimento facevamo servizio di anticamera e la nostra sede era, come già detto, nella Sala d'Angolo, con una sentinella nella sala dei Gendarmi, alla porta della chiocciola che scende nel Cortile sistino. Nel dopoguerra, a partire dal 1947, siamo passati alla sistemazione attuale. Il quartiere andava dall'ingresso nel cortile di san Damaso, che è quello che usiamo ora, a quello ordinario nel cortile del Triangolo, che dava accesso alle camerate e ai locali di servizio. All'uniforme si associava, come arma, il moschetto Remington a retrocarica con baionetta, dono dei cattolici belgi nel 1868.

    Poi ci fu la trasformazione voluta da Papa Montini. Quante guardie divennero soci?

    Nel 1970 la Guardia Palatina d'onore costituiva in Vaticano una realtà che si era arricchita di ausiliari nel corso dell'ultimo conflitto mondiale per i servizi di vigilanza anche nelle zone extraterritoriali, raggiungendo il numero di 1.500 unità. Durante l'avanzata delle truppe alleate, soprattutto a Castel Gandolfo le guardie si distinsero per coraggiose iniziative di soccorso e solidarietà alle numerose vittime della guerra. Tra questi volontari, che ebbero anche scontri con le ss e le milizie fasciste, ricordiamo il professor Salvatore Canalis, allievo ausiliario palatino, che il 24 marzo 1944 venne trucidato nell'eccidio delle fosse Ardeatine. Nel 1971, con l'approvazione dello statuto dell'Associazione Santi Pietro e Paolo, aderirono la maggior parte dei membri della Palatina e, passato il periodo in cui parlare della Guardia significava voler fare del revanscismo, iniziammo ad ammettere cattolici romani che - come recita lo Statuto - "nel desiderio di rendere particolarmente testimonianza di vita cristiana e di fedeltà alla Sede di Pietro" dedicano una parte del loro tempo libero alle attività dell'Associazione. Oggi delle cinquecento guardie originarie siamo rimasti in duecento, per questioni naturali di età, ma integrati da circa trecento nuovi soci.

    Come si entra a farne parte?

    Vengono accolte non più di venti domande di ammissione l'anno. Ora vorremmo lavorare più sui giovani. I nuovi soci prima di essere ammessi seguono una formazione spirituale e umana di due anni. Tra soci attivi, soci sostenitori e gruppo anziani, abbiamo raggiunto la cifra di circa novecento persone. Consideri che il nostro carico di lavoro per una celebrazione pontificia - si scende in basilica tre o quattro ore prima dell'orario d'inizio, per poi ritirarsi quando tutti i fedeli hanno lasciato il sagrato o la basilica - ha un impegno che va dalle sei alle otto ore.

    Fermiamoci un momento e spieghiamo in dettaglio che cosa fate esattamente.

    L'Associazione, che fonda le sue basi sul motto già appartenuto alla Guardia Palatina Fide constamus avita, svolge  il proprio operato attraverso tre sezioni:  liturgia, cultura e carità.

    Iniziamo dall'ultima.

    Essa risale a un'antica tradizione. La Santa Sede dava alla Guardia Palatina un piccolo appannaggio, che ordinariamente veniva devoluto per la dote delle ragazze bisognose assistite da ordini religiosi. Questa pratica è rimasta in uso fino al 1870. Poi si passò ad altre forme di autosostegno, che nel 1936 si concretizzarono nella fondazione di una conferenza di San Vincenzo de' Paoli. Nello spirito vincenziano, uno dei compiti delle reclute consisteva nel recarsi tutte le domeniche presso il vicino ospedale di Santo Spirito in Sassia per distribuire la stampa cattolica - in particolare L'Osservatore Romano e Famiglia Cristiana - e consegnare quei beni di prima necessità che le suore infermiere ci richiedevano per i ricoverati. La conferenza di San Vincenzo è ancora attiva. Oggi siamo passati a progetti di più ampio respiro, come quello che ci sta impegnando per il sostegno del seminario dell'arcidiocesi di Ranchi, in India. Molte sono anche le famiglie da noi assistite grazie a uno stile fatto di dialogo, prima che di elemosina. Infine svolgiamo un piccolo servizio alla mensa della casa Dono di Maria e alcuni nostri volontari medici e odontoiatri collaborano attivamente con il dispensario pediatrico Santa Marta per la cura dei bambini e, qualche volta, anche dei genitori.

    Ma gli abiti blu, con le cravatte a righe giallorosse dell'associazione, si vedono soprattutto nelle messe del Papa.

    E di questo si occupa la sezione liturgia, che su richiesta dei superiori partecipa a tutte le celebrazioni pontificie in Vaticano e, in particolari occasioni, al Laterano. In alcuni casi lo facciamo anche a San Paolo fuori le Mura. Svolgiamo inoltre un servizio continuo quotidiano di accoglienza nella basilica di San Pietro. Infine, vorrei ricordare il ruolo, ormai storico, svolto durante la processione del Corpus Domini da San Giovanni a Santa Maria Maggiore, che ci vede tutti impegnati. Fu Papa Wojtyla a dirci una volta:  "Voi che sapete stare in riga perché non fate una bella processione?".

    E la commissione culturale?

    Uno dei nostri cappellani, monsignor Amleto Tondini, segretario dei brevi ai Principi, vedeva la necessità che le guardie palatine fossero formate nel modo di vivere della realtà vaticana, sotto tutti gli aspetti, soprattutto artistico e storico:  diceva che solo immedesimandosi in quel tipo di cultura si capiva in quale ambiente ci si muoveva. Era indiscutibilmente vero, tanto che l'abbiamo riportato poi nello statuto dell'Associazione. Per dare sostegno all'informazione e al legame dei palatini, monsignor Tondini nel 1945 fondò il giornale Vita Palatina, che mensilmente faceva la cronaca degli avvenimenti vaticani e del magistero pontificio. Tale tradizione è proseguita con Incontro, il trimestrale dell'Associazione. Ora la sezione culturale svolge attività di formazione e informazione indirizzata soprattutto ai nuovi soci, ma organizza anche conferenze, mostre, pellegrinaggi e stimola la partecipazione di tutti a queste attività. Il frutto di questa cultura, che nasce dal motto palatino, chiarisce come si sia potuti passare dalla Guardia all'Associazione senza traumi:  è fondamentale la volontà degli aderenti - fondata su una sincera vocazione cristiana - che illuminati dalla luce della carità del magistero pontificio sono pronti a tutte le prove. Del resto, lo stile dell'Associazione è quello di sempre:  "Umile nei suoi compiti, grande nel suo animo, assoluta nella sua fede".



    (©L'Osservatore Romano 22 agosto 2010)
    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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    Caterina63
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    00 11/27/2010 12:13 PM

    L'USO DELLE TROMBE D'ARGENTO

    Mons. Guido Marini e don Massimo Palombella S.D.B.
    Il complesso musicale detto “Trombe d’argento” accompagnava le Celebrazioni Pontificie nella Basilica Vaticana suonando dal primo loggiato del tamburo della cupola o dalla loggia interna dell’Aula delle Benedizioni.


    Esso suonava la “Marcia Solenne” all’ingresso e all’uscita del Sommo Pontefice (dalla Loggia interna dell’Aula delle Benedizioni) e il “Largo Religioso” al momento dell’Elevazione (dal primo loggiato del tamburo della cupola).

    Le due composizioni – che risalgono al 1846 – sono opera di due Guardie Nobili: il Conte Domenico Silveri e il Marchese Giovanni Longhi. Esse ebbero larghissima fama, tanto che qualche inglese finì con il confondere il nome di Silveri con la voce “silver” che significa argento.

    Tuttavia il nome “Trombe d’argento” derivava non tanto dalla materia di cui erano composti gli strumenti quanto dal loro suono puro, dolce e squillante che si fruiva nella Basilica di San Pietro.
    L’uso delle “Trombe d’argento” è rimasto anche dopo la Riforma Liturgica avviata dal Concilio Vaticano II, ma solo per alcune particolari Celebrazioni.

    Oggi, nel processo di sviluppo armonico della Liturgia papale, in piena sintonia con la Riforma Liturgica e nel radicamento della più significativa tradizione romana,  le “Trombe d’argento” vengono nuovamente usate nelle Celebrazioni più solenni del Sommo Pontefice al momento dell’ingresso nella Basilica di San Pietro. Al suono delle “Trombe d’argento” seguirà il canto del “Tu es Petrus” da parte della Cappella Musicale Pontificia detta “Cappella Sistina”.

    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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    00 12/2/2010 8:09 PM

    Dall'Alto Adige a San Pietro l'albero di Natale


    È giunto in Vaticano all'alba di questa mattina, giovedì 2 dicembre, dall'Alto Adige - precisamente da Luson, un comune in provincia di Bolzano, a tredici chilometri da Bressanone - l'albero di Natale che quest'anno abbellirà piazza San Pietro.

    Si tratta di un abete alto circa 34 metri, di 94 anni di età e dal peso di cinque tonnellate, scelto tra le centinaia del maso Lengerei, una tenuta di proprietà di Martin Ragginer che si trova a un'altitudine di 1.150 metri. Venerdì 3, alle 7, verrà innalzato al centro della piazza, accanto all'obelisco e al presepe in fase di allestimento.

    Tiraggio, messa in opera e in sicurezza, e interventi di innesto per riparare i danni del trasporto sono a cura di Marco Bargellini, direttore del servizio dell'edilizia interna della Direzione dei Servizi Tecnici del Governatorato.

    Successivamente il laboratorio elettrotecnico ed elettronico della stessa Direzione provvederà all'allestimento, decorandolo con circa 3.000 sfere di colore oro e argento unitamente a circa 1.500 led luminosi bianchi e gialli, dotati di maggiore efficienza in termini di consumo e manutenzione rispetto alla tradizionale illuminazione. L'impianto sarà completato dall'installazione di festoni per tutta l'altezza dell'albero. Alla sua cima verrà collocata una grande stella a luce pulsante. Nel pomeriggio di venerdì 17 dicembre, il cardinale Giovanni Lajolo, presidente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, presiederà la cerimonia di inaugurazione. Il comune di Luson ha anche donato una cinquantina di abeti più piccoli destinati a decorare sale e ambienti della Città del Vaticano.

    È giunto in Vaticano all'alba di questa mattina, giovedì 2 dicembre, dall'Alto Adige - precisamente da Luson, un comune in provincia di Bolzano, a tredici chilometri da Bressanone - l'albero di Natale che quest'anno abbellirà piazza San Pietro. Si tratta di un abete alto circa 34 metri, di 94 anni di età e dal peso di cinque tonnellate, scelto tra le centinaia del maso Lengerei, una tenuta di proprietà di Martin Ragginer che si trova a un'altitudine di 1.150 metri. Venerdì 3, alle 7, verrà innalzato al centro della piazza, accanto all'obelisco e al presepe in fase di allestimento.

    Tiraggio, messa in opera e in sicurezza, e interventi di innesto per riparare i danni del trasporto sono a cura di Marco Bargellini, direttore del servizio dell'edilizia interna della Direzione dei Servizi Tecnici del Governatorato. Successivamente il laboratorio elettrotecnico ed elettronico della stessa Direzione provvederà all'allestimento, decorandolo con circa 3.000 sfere di colore oro e argento unitamente a circa 1.500 led luminosi bianchi e gialli, dotati di maggiore efficienza in termini di consumo e manutenzione rispetto alla tradizionale illuminazione. L'impianto sarà completato dall'installazione di festoni per tutta l'altezza dell'albero. Alla sua cima verrà collocata una grande stella a luce pulsante. Nel pomeriggio di venerdì 17 dicembre, il cardinale Giovanni Lajolo, presidente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, presiederà la cerimonia di inaugurazione. Il comune di Luson ha anche donato una cinquantina di abeti più piccoli destinati a decorare sale e ambienti della Città del Vaticano.


    (©L'Osservatore Romano - 3 dicembre 2010)




    Nuovo dirigente all'Ispettorato presso il Vaticano





    Raffaele Aiello è il nuovo dirigente generale dell'Ispettorato italiano di Pubblica Sicurezza presso lo Stato della Città del Vaticano. Succede al dirigente Giulio Callini, che ha recentemente concluso il suo servizio in Polizia.

    Sessant'anni, tre figli, laureato in giurisprudenza e formatosi tra le file dell'Azione Cattolica Italiana, il nuovo dirigente generale è originario di Rocca Piemonte, una cittadina della provincia di Salerno. Dopo aver frequentato l'accademia di Polizia ha prestato servizio presso diversi reparti mobili e diverse questure prima di assumere l'incarico di capo di Gabinetto della questura di Salerno. Nel 1998 è stato dirigente del reparto mobile di Napoli e nel 2002 questore di Benevento. Trasferito a Roma ha ricoperto diversi incarichi di alta responsabilità.

    È stato anche docente in materia di ordine e sicurezza pubblica presso istituti di alta formazione e di perfezionamento per le forze di polizia e per funzionari. "Oltreché un grande onore - ha detto commentando la sua nomina - per me è il coronamento di una vita vissuta seguendo i dettami del nostro Credo. Ho costruito la mia esistenza sui principi appresi negli anni della mia militanza nell'Azione Cattolica, dunque con una particolare attenzione agli insegnamenti della fede e di quel magistero che ora sono chiamato a servire nella figura del Papa".

    Al dottor Raffaele Aiello giungano i più cordiali auguri di buon lavoro dalla direzione e dalla redazione de "L'Osservatore Romano".


    (©L'Osservatore Romano - 5 dicembre 2010)



    [Edited by Caterina63 12/4/2010 6:17 PM]
    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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    00 12/15/2010 6:33 PM
    Animali e simbologie della basilica Vaticana

    Bestiario sacro


    Un insolito percorso tra le colonne della basilica Vaticana. Un viaggio alla ricerca degli animali che si mimetizzano nella solennità di un'immensa opera d'arte e che raccontano storie antiche di secoli. È in libreria il volume Gli animali nell'arte religiosa. La basilica di San Pietro in Vaticano (Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2010, pagine 239, euro 33). Pubblichiamo quasi integralmente la prefazione e, sotto, l'introduzione scritta dall'autore del libro.

    di Paolo Portoghesi

    La basilica di San Pietro così come è giunta fino a noi, con la sua navata, la sua cupola, la sua piazza, è l'immagine più chiara ed evidente dell'universalità della Chiesa cattolica. Orientata verso il sole nascente, essa possiede un respiro cosmico in quanto abbraccia la volta celeste come ideale copertura della piazza e la rappresenta in astratto nell'invaso azzurro della cupola decorato con fasci di stelle ascendenti. Michelangelo, con la marcata struttura cruciforme, ha legato l'edificio al simbolo della passione di Cristo, e Paolo v, con l'aiuto di Carlo Maderno, prolungando la navata ha dato allo spazio interno il senso del popolo di Dio in pellegrinaggio verso la salvezza.

    In un edificio siffatto che, come il tempio di Gerusalemme, incarna la lode di Dio, come potrebbe non rispecchiarsi l'immagine del creato? E difatti lo scenario naturale, attraverso la ricchezza della decorazione, entra a pieno titolo come fattore di bellezza e di complessità in quel meraviglioso repertorio iconografico che irrora di significati l'interno della basilica.

    Il mondo vegetale appare nella veste decorativa degli ordini architettonici classici e nelle immagini che caratterizzano gli stucchi e i mosaici delle pale d'altare. Ancora più ricca è poi la presenza del mondo animale, che nessuno finora si era assunto il compito di illustrare sistematicamente. Lo ha fatto con risultati sorprendenti Sandro Barbagallo, accompagnandoci in una visita ideale della basilica alla scoperta della sua smagliante veste simbolica.

    Tra i meriti del libro va riconosciuta la capacità di offrire, con il linguaggio eloquente delle immagini, un importante argomento per chiarire il rapporto tra il cristianesimo e il mondo animale che in tempi recenti ha nutrito l'equivoco di una connessione causale fra la tradizione giudaico-cristiana e l'atteggiamento occidentale verso la natura che negli ultimi secoli ha prodotto l'attuale crisi degli equilibri ecologici.

    Per la Chiesa di oggi il "rispetto del creato", secondo la felice espressione usata da Benedetto XVI nell'enciclica Caritas in veritate, è divenuto un imperativo, ma questo atteggiamento non è un fatto nuovo ed è in piena sintonia con le Sacre Scritture. All'inizio della Genesi all'uomo è affidato, prima del peccato originale, il compito di nominare, presiedere e "signoreggiare" tutti gli animali, ma questo non significa che l'uomo possa abusare di questo potere ignorando l'amore e la soddisfazione espressa dal Creatore nei confronti del creato.

    Nella Bibbia gli animali sono presenti in modo pervasivo e Noè, in prossimità del diluvio che segue un periodo paragonabile a quello in cui viviamo, in cui "la terra era corrotta davanti a Dio e piena di violenza e ogni uomo aveva pervertito la sua condotta" (Genesi, 6, 11-12), riceve da Dio stesso l'invito a ospitare nell'arca ogni sorta di animali. Più volte nella storia sacra tra uomini e animali si descrive un rapporto  attivo  di  solidarietà  in cui si rivela un piano divino. È il caso dell'asina  che salva la vita a Balaam, perché si arresta di fronte all'angelo (Numeri, 22, 33); è il caso del corvo che si prende cura di Elia (1 Re, 17, 6); è il caso di Giona rigettato dalla balena (Giona, 2ss).

    Nel libro di Daniele (3, 52-90) si inscrive il Cantico dei tre giovani nella fornace, salvati per la loro fede dal fuoco che avrebbe dovuto bruciarli. In quaranta versetti Sadrach, Mesach e Abdenego celebrano ogni aspetto della creazione, anticipando il Cantico delle creature di san Francesco, citando tutti gli esseri viventi:  "Benedetto sei tu, Signore Dio dei padri nostri e benedetto è il santo nome della tua Gloria (...) Benedetto il Signore, o pesci con tutto quel che si muove nelle acque; lodatelo ed esaltatelo nei secoli. Benedite il Signore, uccelli del cielo; lodatelo ed esaltatelo nei secoli. Benedetto il Signore, fiere e armenti; lodatelo ed esaltatelo nei secoli".

    Nel Nuovo Testamento gli animali sono chiamati in causa come testimonianza dell'amore di Dio per tutte le sue creature e la superiorità dell'uomo è affermata attraverso un supplemento di amore divino:  "Considerate i corvi; essi non seminano, non mietono, non hanno dispensa né granaio, eppure Dio li nutre. Quanto voi siete da più degli uccelli?". L'attenzione del Creatore non si limita agli uomini ma riguarda la totalità del creato. "Cinque passeri non si vendono forse per due assi? - si chiede Gesù - Eppure nemmeno uno di questi è dimenticato davanti a Dio".

    Nel tempo che Gesù trascorre in solitudine nel deserto, dopo aver ricevuto il battesimo, Marco racconta che "stava con le fiere e gli angeli lo servivano" (1, 13), come a rappresentare, nel rapporto con gli animali, una condizione di riconciliazione cosmica.

    Il rispetto e l'amore per il creato suggeriscono a san Paolo la speranza che gli stessi esseri creati saranno liberi dalla schiavitù della corruzione verso la libertà della gloria dei figli di Dio, lasciando pensare che anche gli animali possano condividere in qualche modo il destino della risurrezione. "Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino a oggi nelle doglie del parto; essa non è sola, ma anche noi che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l'adozione a figli, la redenzione del nostro corpo" (Romani, 8, 22-23). Per Paolo il Cristo è una realtà cosmica in cui tutte le cose si ricapitolano, "quelle del cielo come quelle della terra" (Efesini, 1, 1-9).

    In continuità con l'insegnamento paolino i primi cristiani vedono degli animali il volto amichevole e protettivo. A contatto con gli eremiti i leoni diventano vegetariani. Il leone di Gerasimo, nel deserto giordano, protegge l'asino del suo benefattore e lo rimpiazza alla bisogna. La stessa connivenza si produce presso gli eremitaggi occidentali, dove il ruolo dei leoni è svolto dagli orsi.

    Toccherà a Francesco d'Assisi tradurre in linguaggio poetico la fratellanza universale e la possibilità di rivolgersi agli animali con amore, e questa sensibilità si ritrova in molti santi dei secoli successivi come Giovanni della Croce, Francesco di Sales, Filippo Neri, mentre si generalizzava l'idea cartesiana dell'animale-macchina assorbita anche dai giansenisti, e un filosofo come Malebranche, pur essendo oratoriano, poteva pronunciare la celebre sentenza:  "Gli animali mangiano senza piacere, gridano senza dolore, crescono senza sapere; non desiderano nulla, non temono nulla, non conoscono nulla".
     
    La sensibilità barocca però non risente minimamente della tesi meccanicista e celebra nella pittura, nella scultura, nella decorazione architettonica il mondo della creazione come una foresta di simboli che aiutano l'uomo a capire il messaggio divino che la sottende, e la basilica di San Pietro, come dimostra l'attento studio del Barbagallo, è specchio fedele di questa sensibilità.
    La cultura illuminista creò le basi per l'avvento della società industriale disegnando la natura come risorsa inesauribile da sfruttare oltre che come soggetto di ricerca scientifica e di classificazione, e il romanticismo riproponendone la sacralizzazione non riuscì ad arrestare un processo che avrebbe creato il conflitto attuale che rischia di compromettere il futuro dell'umanità.

    Rimangono numerose testimonianze toccanti del richiamo all'origine divina nella cultura europea e americana del secolo xix, prima ancora che nel xx nascesse la coscienza della responsabilità umana verso il creato. È doveroso ricordare in questo senso le pagine dei Fratelli Karamazov di Dostoevskij (1880) in cui lo starec Zosima esorta al rispetto religioso della natura:  "Amate tutta la creazione divina nel suo insieme e in ogni granello di sabbia; amate ogni fogliolina, ogni raggio di sole! Amate gli animali, amate le piante. Se amerai tutte le cose, coglierai in esse il mistero di Dio. Una volta coltolo, comincerai a conoscerlo senza posa ogni giorno di più e più profondamente e finirai per amare tutto il mondo di un amore ormai totale e universale (...) Tutto è innocente, all'infuori dell'uomo e Cristo è con essi (gli animali) ancor prima che con noi. (...) Ma è possibile che Cristo sia anche con essi? E come potrebbe essere altrimenti? Gli dico io, il Verbo è infatti per tutti:  ogni creatura, ogni essere, ogni fogliolina aspira al Verbo, canta la gloria di Dio, piange inconsapevolmente rivolgendosi al Cristo, e così fa per il mistero della sua esistenza senza peccato".

    Nella Caritas in veritate Benedetto XVI dà voce attuale a una eredità di pensiero e di amore che abbiamo cercato di sintetizzare, ed esprime con cristallina chiarezza la responsabilità dei credenti.
    Nella natura il credente riconosce il meraviglioso risultato dell'intervento creativo di Dio, che l'uomo può responsabilmente utilizzare per soddisfare i suoi legittimi bisogni - materiali e immateriali - nel rispetto degli intrinseci equilibri del creato stesso. Se tale visione viene meno, l'uomo finisce o per considerare la natura un tabù intoccabile o, al contrario, per abusarne. La natura è espressione di un disegno di amore e di verità. Essa ci precede e ci è donata da Dio come ambiente di vita. Ci parla del Creatore (cfr. Romani, 1, 20) e del suo amore per l'umanità".

    La chiave di lettura per il sacro bestiario della basilica Vaticana è in queste parole illuminate e illuminanti.


    (©L'Osservatore Romano - 16 dicembre 2010)
    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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    00 12/15/2010 6:35 PM

    Tra miti e leggende


    di Sandro Barbagallo

    Circa dieci anni fa, mentre giravo per la basilica di San Pietro per studiarne i capolavori, mi capitò di imbattermi in un pipistrello appollaiato sulla porta della sacrestia.

    Questa strana apparizione divenne come per magia la lente di ingrandimento che mi fece riconoscere l'incredibile quantità di rappresentazioni zoomorfe contenute nella basilica. Ma compresi subito che quelle immagini avevano un senso preciso. Bastava cercarlo, decifrarlo e quindi scriverlo.

    Cominciai la ricerca. Più raccontavo, più aguzzavo l'occhio, più indagavo, più quel bestiario vaticano si infoltiva di nomi e significati.
    Mi resi rapidamente conto che la rappresentazione di molti animali era di due tipi:  per il novanta per cento aveva una funzione simbolica o allegorica, per il restante dieci per cento puramente decorativa, come avrebbe potuto essere per intenderci una foglia d'acanto.

    Andare a caccia di animali, comprendere il significato segreto della loro collocazione o vicinanza a un personaggio piuttosto che un altro, è diventato un libro, il cui interesse e la cui utilità non si ferma a una pura curiosità per eruditi, ma colma lacune dovute alla trasformazione in atto nella cultura corrente. Cultura sempre meno alimentata da una conoscenza approfondita sia della letteratura greco-latina sia della Bibbia, a cui quasi sempre le immagini da me trattate si riferiscono.

    Gran parte del mio lavoro si è basato infatti sulla ricucitura di uno strappo che permette di capire e di riconoscere cosa c'è dietro alle rappresentazioni di animali come una lucertola o un delfino, un'aquila o un leone. Ho rintracciato storie antiche, leggende, favole e miti, prima pagani e poi cristiani, ho cercato insomma di ridare voce a un mondo che era diventato muto a causa della trasformazione di una società più abituata a consultare mezzi informatici che a entrare in una biblioteca per aprire un libro.
    Senofane racconta in pochi versi un episodio riguardante Pitagora:  "Vide passando, percuotere un cane. Si dice che n'ebbe pena e che parlò così:  "Basta, non battere più, che lì c'è l'anima d'uno che m'è caro, lo sento dalla voce"".

    Sicuramente il cardinale Mario Nasalli Rocca ignorava questo episodio quando si oppose con veemenza alla commissione dei cardinali ab eo creati che doveva approvare il bozzetto dello scultore Emilio Greco per il monumento di Papa Giovanni xxiii. Il progetto, infatti, mostrava in primo piano un bel cane che se ne stava accucciato tra le pieghe del piviale del Papa. "Non voglio vedere cani nel più grande tempio cristiano".

    Fu allora che monsignor Giovanni Fallani, presidente della Commissione per la tutela dei Monumenti Storici e Artistici della Santa Sede, intervenne dicendo:  "Eminenza, perché se la prende con la bestiola scolpita da Emilio Greco? Non sa che in San Pietro esistono altri tre cani:  uno con la fiaccola in bocca fa compagnia alla statua di san Domenico nell'abside della basilica; un altro custodisce il sarcofago di Papa Clemente x; un terzo è in alto tra le statue dei santi fondatori di ordini religiosi, ed è compagno fidato di san Guglielmo abate... Come vede, eminenza, la bella bestiola scolpita da Greco è proprio l'ultima arrivata. E poi, in San Pietro ci sono talmente tanti animali che è quasi uno zoo sacro".

    Dopo questa perorazione il cardinale Nasalli Rocca non ebbe più nulla da ribattere ed Emilio Greco poté realizzare la sua opera con il cane, dove ancora oggi si può ammirare. Ma quale pregiudizio o quale tabù verso gli animali può aver ispirato le parole del cardinale?

    Forse la radice va ricercata nell'epoca in cui gli animali venivano più usati che rispettati. Infatti, anche al tempo di Aristotele, che fu il primo a occuparsi di scienze naturali, gli animali esistevano in funzione dell'uomo che aveva il diritto di servirsene. Questo principio, derivato dalla Bibbia, influenzerà anche il cristianesimo:  "Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro:  "Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra"".

    Da un lato, quindi, ci sono gli studiosi di scienze naturali, dall'altro filosofi o scrittori come Plinio il Vecchio che vede la natura in senso antropocentrico. Amore e odio, simpatia e antipatia. Anche per lui, infatti, gli esseri della natura esistono solo in funzione dell'uomo.

    Interessante, poi, è la visione fiabesca di autori come Esopo o Fedro (i secolo dell'era cristiana) che umanizzarono gli animali, prestando loro reazioni e sentimenti. Gli animali delle loro favole sono metafore dei vizi e delle virtù umane, poiché spesso mostrano comportamenti simili ai nostri. Bisognerebbe rileggere quelle favole alla luce delle più recenti ricerche scientifiche sul comportamento degli animali.

    L'atteggiamento dell'uomo nei confronti della natura, nei secoli passati, è sempre stato ambiguo. L'uomo si è sentito partecipe, ma al tempo stesso padrone della natura, senza prestare attenzione ai propri limiti e a quelli del suo ambiente.
    L'amore e il rispetto per gli animali è stato invece più sentito da quei filosofi o da quegli scrittori che credevano nella metempsicosi. Molti di loro erano spinti da motivi religiosi, altri ancora da pura zoofilia. È comunque interessante notare come i pitagorici, ancor prima dei cristiani, dicessero che:  "La bontà verso gli animali è un utile esercizio per rafforzare la filantropia e la compassione".

    La presenza in un racconto mitologico o biblico (ma anche nella vita di un santo) di un animale piuttosto che d'un altro, è legata al significato simbolico che gli antichi gli attribuivano. Nell'iconografia tradizionale molti animali si sono trasformati in simboli, poi stratificatisi nell'immaginario collettivo tanto da divenire archetipi della cultura occidentale. Un esempio per tutti, il cane simbolo di fedeltà.

    Accingendomi ad affrontare questa sorta di "safari mistico", ho capito che sarebbe un'impresa troppo vasta redigere un censimento dell'intero bestiario presente in Vaticano (nei suoi Musei, vi è persino una Sala degli animali). Così, per non perdere l'interesse dei lettori, ho voluto restringere il campo alla basilica di San Pietro e alla sua piazza.

    Ed è proprio dalla bella piazza di Bernini che partirà il nostro viaggio alla ricerca di un animale che si mimetizza, o si nasconde, nella maestosa solennità di un'opera d'arte.


    (©L'Osservatore Romano - 16 dicembre 2010)
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    00 12/23/2010 6:33 PM
    Cinquantaquattro rappresentazioni artistiche da diversi Paesi del mondo

    Tutti i presepi
    del segretario di Stato



    di Nicola Gori

    Sono in legno, avorio, oro, argento, pietre preziose, ma anche in ceramica, cera, marmo, ferro, stoffa, cartapesta. Si spazia dai colori più tenui a quelli più sgargianti, dalle dimensioni in stile bonsai a quelle quasi ad altezza naturale.

    Troviamo ambientazioni esotiche, rupestri, di borgata. Dai tempi antichi ai nostri giorni, passando per il medioevo e l'età moderna. Provengono dalle più disparate località di tutto il mondo:  dalle Ande, dalla Terra Santa, dalle Filippine, dalla Colombia, dal Nicaragua, dal Kenya, dal Panama, dal Messico, dalla Polonia, dalla Sicilia, dalla Campania, dal Piemonte. Sono i cinquantaquattro presepi ospitati nell'appartamento del segretario di Stato.
     
    Piccoli capolavori artigianali simbolo della tradizione cristiana, che assumono un valore particolare per la loro significativa collocazione, come ha spiegato il cardinale Bertone al nostro giornale. "La policromia e universalità dei presepi allestiti alla prima Loggia - ci ha detto - rappresentano l'universalità della Chiesa e la fitta rete delle relazioni internazionali che caratterizzano l'attività del segretario di Stato e di tutti i miei eccellenti collaboratori. Nell'interscambio di rapporti e di indirizzi rimane lineare la convergenza all'unico superiore centro di riferimento:  il Principe della pace, che irradia a tutto il mondo il messaggio di amore, di giustizia e di pace. Così il presepio è la prima cattedra del Maestro divino".

    Si comincia dal presepe allestito all'esterno della porta di ingresso da suor María del Carmen Aparicio, una delle religiose dell'appartamento. Per farlo si è ispirata a quello ideato dai bambini di una scuola di Bogotá, in Colombia, tenuta dalle suore cappuccine della Madre del Divino Pastore, a cui appartiene. Si tratta di una sessantina di ritagli di cartoncino color oro avvolti a forma di cono e disposti come tanti raggi di sole, che provengono dal centro della scena, dove stanno Gesù, Maria e Giuseppe. Quasi come una stella dorata che focalizza l'attenzione sulla natività. Dato che le statuette sono collocate su una colonna, è stata posta anche una scala che permette idealmente di raggiungere Gesù.

    Passiamo poi al presepe in cartapesta allestito con i personaggi che si trovavano esposti nell'appartamento privato di Giovanni Paolo ii durante gli anni del suo pontificato. Sfondo in mattoncini, scene di vita quotidiana, e Gesù che nasce in mezzo allo scorrere della vita nella città. Basta fare pochi metri e troviamo una copia in calco - eseguita nei laboratori dei Musei Vaticani - del più antico presepe realizzato da Arnolfo di Cambio nel 1291, a quasi settanta anni da quello "vivente" di Greccio del 1223. Era stato scolpito per essere collocato nella cappella Sistina della basilica di Santa Maria Maggiore in Roma, dove si conservano le reliquie della culla di Gesù.

    Sempre dai laboratori dei Musei Vaticani arriva una copia in calco del frammento di coperchio di sarcofago rappresentante la scena dell'Epifania, rinvenuto presso la Necropoli vaticana e risalente al 380 circa. È immortalato il momento dell'arrivo dei tre re magi - Gaspare, Melchiorre e Baldassarre - che recano oro, incenso e mirra. Poco più in là, Gesù giace nella mangiatoia, circondato da Maria e Giuseppe, e riscaldato dal bue e dall'asinello.

    Troviamo poi una serie di presepi provenienti da Caltagirone:  alcuni sono fatti in ceramica, altri in terracotta e stoffa, e uno in lamine d'oro e argento donato a Giovanni Paolo ii. Sempre in terracotta è esposto un simpatico gruppo di statuine di dimensioni lillipuziane che provengono da León, in Nicaragua. Si respira aria di montagna, invece, davanti al presepe in legno della Val Gardena. Ancora in legno è la rappresentazione della natività che viene dal Kenya, esattamente da Isiolo, il vicariato apostolico che riceve aiuti dal centro missionario dell'arcidiocesi di Vercelli, dove il cardinale Bertone fu arcivescovo dal 1991 al 1995. Un'altra creazione artistica prodotta in Kenya è quella in ebano, il cui colore conferisce un tono particolare a tutta la scena della natività.

    Dal Piemonte, in particolare da Alessandria, arriva un caratteristico presepe in iuta, dono delle suore carmelitane. Al periodo in cui il cardinale è stato arcivescovo di Genova risale il gruppo di statue in terracotta regalatogli nel 2003 dall'Associazione medici cattolici italiani. Da Pozzuoli arriva un tradizionale presepe napoletano in ceramica e stoffa, dono della diocesi e dell'Azione Cattolica ragazzi per il Natale 2007.

    Ancora alla tradizione napoletana si ispira quello creato dall'architetto Aniello D'Antonio in memoria di Giovanni Paolo ii e donato nel 2008 al segretario di Stato da Angela, Angelo e Carlo Di Maio e don Tommaso Raiola. La particolarità di questo presepe è che mancano i pastori tradizionali, perché - nelle intenzioni degli ideatori - i pastori sono in realtà tutti quelli che si avvicinano alla mangiatoia di Gesù per rivivere il mistero di quella notte. Sullo sfondo di questa creazione artistica si vedono la basilica di San Pietro e la torre campanaria di Romano Canavese, il paese natale del cardinale Bertone.

    È realizzato con materiali di recupero artisticamente assemblati e plasmati a forma di statuine il presepe di Ciro Cipolloni, della cittadella internazionale dei focolari di Loppiano. Dalla Colombia, invece, è giunto un minuscolo presepe in smeraldi e vetro. È del Portorico un'elegante scena della natività realizzata in legno, accanto alla quale sono stati posti dei variopinti pappagalli del Paese caraibico.

    Da Betlemme troviamo alcune rappresentazioni della nascita di Gesù in legno e madreperla e in legno e olivo. Dal Messico, un presepe in terracotta e uno in cera proveniente dallo Stato di Guanajuato, che quest'anno ha offerto il presepe per l'Aula Paolo vi. Non manca nemmeno una raffigurazione cara alla tradizione orientale. Si tratta di un uovo argentato:  su di un lato è raffigurata la natività, sull'altro la risurrezione.

    E, infine, una creazione la cui ambientazione è stata ricavata da una radice di olivo vecchia più di duecento anni della varietà Rosciola, proveniente dalla collina nella contrada Le Coste, di Olevano Romano, donato dalla tenuta della famiglia Minosse nel 2009. Avvicinandosi si percepisce come un richiamo a immergersi nella natura, si sente ancora l'odore di legno e di muschio. La Sacra Famiglia ha trovato riparo sotto l'imponente radice che la protegge e le offre un ambiente accogliente. Sulle piccole fessure del legno sono stati posti i personaggi:  angeli, pastori, pecorelle. Anche una piccola formica fa capolino dall'interno della radice, conferendo all'insieme un tocco di autenticità.


    (©L'Osservatore Romano - 24 dicembre 2010)
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    00 12/29/2010 7:11 PM
    Nei Musei Vaticani la mostra "La via del mare" e il nuovo spazio espositivo della collezione etnologica

    Tutte le barche di Pietro


    All'ingresso dei Musei Vaticani è stato inaugurato uno spazio espositivo intitolato "La via del mare". L'ideatore - curatore del Dipartimento etnologico dei Musei Vaticani - ne illustra i contenuti.

    di Nicola Mapelli


    Con i suoi sessanta modelli di imbarcazioni questa mostra accompagna i primi passi dei visitatori alla scoperta dei tesori custoditi nei Musei Vaticani. I modellini collocati lungo la rampa elicoidale provengono da tutto il mondo e sono stati realizzati circa un secolo fa, poi inviati in Vaticano quali doni a Papa Pio xi in occasione della grande Esposizione missionaria del 1925. Le piccole imbarcazioni sono inserite tra grandi immagini fotografiche in bianco e nero - realizzate anch'esse oltre un secolo fa - raffiguranti volti ed episodi di vita quotidiana dei popoli del mondo, e una serie di remi a grandezza naturale.

    Alla base della rampa, il visitatore viene accolto dall'unica barca di dimensioni reali dell'esposizione:  una grande piroga melanesiana - circa 10 metri di lunghezza - proveniente dalle Isole Salomone, donata a Pio xi nel 1929. La piroga ha potuto essere presentata al pubblico grazie a un lungo, attento e paziente lavoro di restauro realizzato dal Laboratorio Polimaterico dei Musei Vaticani, coordinato da Stefania Pandozy. Fanno da cornice alla piroga otto sezioni di agate brasiliane, dai colori screziati e variopinti che rimandano alle infinite sfumature della sabbia e dei fondali marini, donate da Primo Rovis.

    Il viaggio prosegue con due velieri, uno inglese e uno giapponese, collocati in un'unica vetrina a significare l'incontro e l'unione fra i popoli, e continua con modelli di imbarcazioni dell'Asia, dell'Oceania, dell'America e dell'Africa. Chiudono la mostra tre splendidi modelli di imbarcazioni della popolazione Yoruba, in Nigeria, dell'arcivescovo Carlo Maria Viganò. Il mare, le navi, hanno da sempre simboleggiato il desiderio dell'uomo di uscire dai confini della propria terra e incontrare altri popoli e culture:  è significativo che, al termine della "Via del mare", il visitatore dei Musei Vaticani sia accolto dalla visione della cupola di San Pietro.

    La Chiesa, "barca di san Pietro", è pronta ad accogliere ognuno nel suo viaggio. Un viaggio che, se il visitatore lo vorrà, potrà condurlo a visitare non solo Michelangelo e Raffaello, ma anche il nuovo spazio espositivo del Museo Etnologico, inaugurato lo scorso 15 ottobre con una mostra dedicata agli aborigeni australiani e alle popolazioni dell'Oceania.

    I modelli esposti sono infatti parte di una più vasta collezione di modelli di imbarcazione - oltre duecento - che, a sua volta, è solo una piccola goccia all'interno del grande mare rappresentato dalle collezioni custodite in questi spazi. Il Museo Etnologico dei Musei Vaticani è stato fondato per volontà di Pio xi con il motu proprio Quoniam tam praeclara il 12 novembre 1926 per accogliere i materiali giunti a Roma in occasione della grande Esposizione missionaria organizzata nell'Anno santo del 1925.

    Pio xi volle infatti che tutto quel materiale - oltre 100.000 manufatti - non si disperdesse alla chiusura dell'esposizione ma rimanesse a Roma per divenire un "libro aperto" sui popoli del mondo, la loro cultura e l'opera dei missionari. La sede originaria era nel Palazzo del Laterano. Lo studio e l'ordinamento scientifico del materiale vennero affidati al noto etnologo verbita Guglielmo Schmidt, che fu anche il primo direttore del Museo, ufficialmente inaugurato il 20 dicembre 1927.

    Nel 1963 il Museo è stato chiuso al pubblico e i suoi materiali, per volontà di Papa Giovanni xxiii, trasferiti temporaneamente presso il Palazzo di San Callisto nell'attesa che si realizzasse uno spazio permanente all'interno della Città del Vaticano presso i Musei Vaticani. Qui, nel 1973, il Museo fu riaperto al pubblico su una superficie totale di oltre 7.000 metri quadrati e un percorso di circa 700 metri suddiviso in venticinque sezioni, corrispondenti ad altrettante aree geo-culturali.

    Il nucleo principale delle collezioni è costituito da 40.000 oggetti dell'Esposizione missionaria del 1925. A questo nucleo originario si sono aggiunti nel tempo oggetti e collezioni frutto di acquisti, ma soprattutto di donazioni private fatte ai Pontefici, in particolare in occasione dei loro viaggi apostolici.

    Tra i primi lotti venuti ad accrescere le collezioni si segnalano quelli provenienti dal Museo Borgia, circa duemila, che da oltre due secoli custodiva oggetti inviati a Roma dai missionari nel corso dei loro primi viaggi.

    Attualmente il museo custodisce oltre 80.000 oggetti e opere d'arte. Buona parte è dedicata all'Asia, seguono Africa, America e Oceania. Vi è inoltre una ricca collezioni di reperti preistorici e altri oggetti straordinari come per esempio un antico calendario runico:  veri e propri tesori continuamente richiesti per mostre internazionali.

    Chiuso e riaperto più volte nel corso degli anni per motivi legati allo stato di conservazione delle opere, lo scorso 15 ottobre il museo ha definitivamente riaperto i battenti inaugurando - all'interno di una sezione ricavata dal vecchio percorso e ora dedicata alle mostre temporanee - una mostra dedicata agli aborigeni australiani dal titolo "Rituals of Life".

    La mostra vuole contribuire a far conoscere ai visitatori quella che è fra le culture più antiche, se non la più antica in assoluto, dell'umanità con l'esposizione di oltre cento opere donate al Pontefice un secolo fa. Gli aborigeni australiani, che hanno abitato ininterrottamente la loro terra per oltre 40.000-60.000 anni, sono custodi di un'antica sapienza che è possibile cogliere e apprezzare attraverso le opere esposte.

    Sono presenti, per esempio, le più antiche pitture "portatili" su pietra e corteccia realizzate dagli aborigeni australiani:  opere uniche al mondo.

    Per realizzare questa mostra, io stesso mi sono recato presso le comunità degli aborigeni che decenni fa hanno donato le loro opere al Vaticano. L'esperienza ha permesso di ricollegare le opere con i discendenti degli artisti, tutti orgogliosi che quanto è stato realizzato dai loro avi sia ora esposto nel museo del Papa e commossi per la riscoperta, attraverso le immagini a loro mostrate, dei capolavori realizzati dai loro padri.

    La stessa commozione si avvertiva quando un gruppo di aborigeni ha accompagnato il cardinale George Pell e molti altri rappresentanti del mondo ecclesiastico australiano il giorno dell'inaugurazione della mostra. Alla cerimonia era presente anche il ministro degli esteri australiano, Kevin Rudd, oltre che l'ambasciatore dell'Australia presso la Santa Sede, Timothy Andrew Fischer, che ha dato il suo prezioso supporto per l'intera durata del progetto che ha coinvolto, fra gli altri, il National Museum of Australia, in particolare Katherine Aigner, e i collaboratori del Museo Etnologico, tra cui Nadia Fiussello.

    La mostra "Rituals of Life" è accompagnata da un'esposizione di oltre cinquanta opere d'arte provenienti dall'Oceania, tra cui statue dell'Isola di Pasqua, un grande copricapo in piume  della  Papua  Nuova  Guinea, tre preziosissime statue dell'isola di Mangareva nella Polinesia Francese, una Madonna in legno con Bambino delle Isole Salomone, e molto altro ancora.
    L'Oceania è il grande continente dell'acqua e ci riporta alle imbarcazioni della mostra "La via del mare". Appartiene infatti a questo vasto e affascinante continente la grande piroga delle Isole Salomone, stupendo gioiello di abilità marina, con la quale abbiamo aperto questo articolo. I Musei Vaticani sono fra i pochi musei al mondo a possedere una di queste straordinarie imbarcazioni delle Isole Salomone, per la costruzione della quale si impiegavano mesi, se non anni.

    La piroga Ivukapi - questo il nome presente sull'imbarcazione - viene dalla piccola isola di Choiseul, dove a partire dagli inizi del xx secolo operavano i missionari Maristi. Lunga 10 m, con la prua e la poppa che raggiungono quasi i 2,5 metri di altezza, riccamente decorata da frammenti di conchiglia, la piroga è arricchita da altre decorazioni in legno:  due uccelli a prua, ove si trova - lungo la linea di galleggiamento - una testa rappresentante presumibilmente lo spirito protettore, e a poppa una scultura raffigurante un volto umano.

    Dopo aver ammirato la lunga piroga, il visitatore potrà iniziare il suo cammino verso le altre zone dei Musei Vaticani passando davanti ai sessanta modelli di imbarcazioni di tutto il mondo. L'internazionalità dei Musei del Papa è così espressa fin dall'inizio del percorso di visita:  uno sguardo sul mondo che accoglie visitatori da tutto il mondo.


    (©L'Osservatore Romano - 30 dicembre 2010)

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    00 1/8/2011 6:33 PM
    Storia di un antico simbolo del buon odore di Cristo

     

    La “Rosa d’oro” alla Basilica di Gostyń

     

     

    Roma, 25 marzo 2012

     

    Il P. Procuratore Generale ha l’onore di comunicare a tutte le Congregazioni che Sua Santità Benedetto XVI, nel Cinquecentesimo della approvazione data dal Vescovo di Poznan ai miracoli da cui sorse il Santuario di N. S. “Rosa Mystica”, si è degnato di concedere la “Rosa d’oro” al Santuario-Basilica retto dalla Congregazione dell’Oratorio di Gostyń, la prima sorta in Polonia (1668).

     

    Ringraziando il Sommo Pontefice per il gesto di sovrana benevolenza che rallegra l’intera Confederazione Oratoriana, il P. Procuratore Generale si unisce ai Confratelli della Congregazione per esprimere a Sua Santità i più filiali sentimenti di tutti i figli di San Filippo Neri. La solenne esecuzione dell’Atto Pontificio si terrà nella Basica-Santuario di Gostyń il prossimo 24 giugno.
     

     

    Breve Pontificio
     

    Benedictus PP. XVI
    ad futuram rei memoriam.


    In Monte Sancto Gostyni Sanctuarium Dei Matri, Rosae Mysticae, dicatum universos Poloniae apud fideles conspicuum nomen locumque obtinet. Etenim frequentes ad id omne genus peregrinatores caelestem Matrem veneraturi ac petituri superna beneficia, tum corporis tum spiritus, confluere solent. Inibi Confoederationis Oratorii S. Philippi Nerii sodales congruam operam dant ut per Ecclesiae sacramenta, Dei verba, fidelis populus convenienter colatur. Sanctuarii ipsius antiquitas, claritas et origo incitamento sunt, ut vita accomodatior teneatur ad Evangelii praescripta. Cum vero iam appetat quingentesima anniversaria memoria ex quo tempore Venerabilis Frater Joannes Lubrański, Episcopus Posnaniensis, Decretum evulgavit, quo miracula, eaque in isto Sancto Monte effecta, confirmata sunt. Saeculorum decursu locis iste veluti propugnaculum extitit catholicae fidei, quam Deiparae cultus confirmatus tutius est. Superioribus temporibus idem Sanctuarium B.M.V. - Rosae Mysticae - Venerabili Servo Dei Paulo VI, Decessore Nostro, annuente, ad altiorem gradum est evectum, scilicet ad Basilicae Minoris dignitatem, ut, amplificato honore, pietas pariter augeretur. Ut autem haec Aedes congruentius extollatur atque nihil in eo loco ornando, colendo, praetermittere cupientes ac postulationibus subvenientes Venerabilis Fratris Stanislai Gadecki, Archiepiscopi Metropolitae Posnaniensis, Nos Rosam ex aureo conflatam magna cum animi affectione harum Litterarum vi tribuimus et donamus, quae inibi exinde servabitur, peculiaris Nostrae benevolentiae veluti signum ac spectabile documentum, quo Sanctuarii huius praestantiam augere cupimus. Quae vero in sollemni benedictionis rosae caerimonia a Deo, Patre misericordiarum, efflagitavimus, ea rursus ab Eo postulamus ut omnibus hominibus bonae voluntatis affatim impertiat eosque supernis cumulet donis. Datum Romae, apud Sanctum Petrum, sub anulo Piscatoris, die XIV mensis Februarii, in SS. Cyrilli et Methodii die festo, anno MMXII, Pontificatus Nostri septimo 
     

    Benedictus PP. XVI

     

     

    La rosa d'oro del Papa

    Benedetto XVI, visitando alcuni insigni santuari mariani, ha donato una rosa d'oro quale segno di pietà e devozione. Si tratta di un gesto antico, riservato al Papa e mai caduto in disuso: Paolo vi donò la rosa d'oro al santuario di Fátima nel 1965 e a quello della Vergine di Guadalupe nel 1966, mentre Giovanni Paolo ii la inviò alla Madonna nera di Jasna Góra nel 1982. 
     

    L'accento posto, nel corso dei secoli, sul dono pontificio ha messo in ombra l'originario significato del gesto, che si inquadrava nella liturgia stazionale romana. Analogamente ad altri riti e tradizioni papali, anche per la rosa d'oro, possiamo distinguere due periodi: prima di Avignone e dopo il rientro dei Papi a Roma. 
     

    Nel primo periodo, la rosa d'oro veniva benedetta durante la statio della domenica di Quaresima, che si teneva a Santa Croce in Gerusalemme. Nel corso della liturgia della domenica Laetare, il Papa portava nella mano sinistra, dopo averla benedetta, la rosa d'oro, che deponeva poi sull'altare della basilica sessoriana. Al termine della celebrazione eucaristica, il Pontefice la riprendeva e la portava fino al rientro nel patriarchio lateranense, donandola, infine, al prefetto dell'Urbe, che aveva partecipato al rito a nome della città. 
     

    L'Ordo XI descrive la celebrazione nei dettagli. Il Papa si recava con solenne cavalcata, dal palazzo lateranense alla basilica di Santa Croce, dove cantava la messa, predicava tenendo in mano la rosa d'oro benedetta e, dopo essersi soffermato sulla liturgia del giorno, la mostrava al popolo, istruendolo sul suo mistico significato. Al termine della celebrazione ritornava al Laterano in cavalcata con la rosa in mano. Al portico della basilica, vestito di porpora con calze color oro, il prefetto di Roma - che lo aveva accompagnato a piedi, fungendo da palafreniere - lo aiutava a scendere da cavallo sostenendogli la staffa. Smontato dalla cavalcatura, il Papa gli donava la rosa, che egli riceveva genuflesso, baciando subito dopo il piede del Pontefice. 
     

    Al rientro da Avignone si cominciò a benedire la rosa d'oro nel palazzo lateranense. A partire dalla metà del Quattrocento si destinò a tale scopo la sala dei Paramenti. Il cerimoniale di Patrizi Piccolomini e del Burcardo, pubblicato poi da Cristoforo Marcello, descrive la sequenza rituale, rimasta, con qualche piccola variazione, immutata fino al secolo scorso. Il testo ricorda che è consuetudine per il Papa nella quarta domenica di Quaresima, nella quale si canta Laetare Hierusalem, benedire la rosa d'oro. Destinata poi a essere donata dallo stesso Pontefice, immediatamente dopo la celebrazione della messa, a un principe, se presente al sacro rito, o a essere inviata a qualche personalità o istituzione dopo aver consultato i cardinali "in circolo nella sua camera o dove ad egli più piacerà".
     

    All'inizio del rito la rosa d'oro veniva posta su un piccolo altare, appositamente allestito nella sala dei Paramenti, con due candelieri accesi. Il Papa, dopo aver indossato il camice, la stola, il manto e la mitra, si avvicinava all'altare dove era collocata la rosa. E deposta la mitra, iniziava il rito con il versetto Adiutorium nostrum in nomine Domini, il saluto liturgico e l'orazione di benedizione. Terminata la quale, un chierico di camera, in cotta e rocchetto, reggeva la rosa dinanzi al Pontefice, che la ungeva con il balsamo e introduceva una piccola parte di unguento, misto a muschio tritato, nel bocciolo più grande, dov'era stato ricavato un piccolo serbatoio. Balsamo e muschio gli venivano presentati dal sacrista pontificio.
     

    Subito dopo, infuso l'incenso portogli dal cardinale primo dei preti, il Papa aspergeva con l'acqua benedetta la rosa e la incensava. Il chierico di camera la consegnava quindi al cardinale diacono che a sua volta la dava al Papa, il quale si recava ad assistere alla cappella con la rosa nella mano sinistra e la destra benedicente. Giunto al faldistorio davanti all'altare, prima di inginocchiarsi per un breve momento di adorazione, il Papa porgeva nuovamente al cardinale diacono la rosa, che veniva consegnata al chierico di camera, il quale la poneva sull'altare, nel mezzo, su un velo rosaceo ricamato in oro.
     

    Al termine della messa, ripetuta l'orazione al faldistorio davanti all'altare, il Papa riprendeva la rosa con le stesse modalità e ritornava nella sala dei Paramenti, o nei suoi appartamenti, dove veniva ammesso il principe o il personaggio a cui la rosa era destinata. Questi genuflesso ai piedi del Pontefice riceveva il dono con queste parole: Accipe rosam de manibus nostris, qui licet immeriti locum Dei in terris tenemus, per quam designatur gaudium utriusque Hierusalem, triumphantis scilicet et militantis Ecclesiae, per quam omnibus Christi fidelibus manifestatur flos ipse speciosissimus, qui est gaudium, et coronam sanctorum omnium suscipe hanc tu dilectissime fili, qui secundum saeculum nobilis, potens ac multa virtute praeditus es, ut amplius omni virtute in Christo Domino nobiliteris tamquam rosa plantata super rivos aquarum multarum, quam gratiam ex sua ubertati clementia tibi concedere dignetur, qui es trinus et unus in saecula saeculorum. Amen. In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti ("Ricevi dalle nostre mani, quale immeritato vicario di Cristo in terra, la rosa, con la quale è reso manifesto il gaudio delle due Gerusalemme, della Chiesa trionfante come di quella militante, e per la quale a tutti i fedeli di Cristo è significato Egli stesso, il fiore più splendente, che è la gioia e la corona di tutti i santi: accettala, Tu, o dilettissimo figlio, che in terra sei nobile, potente e ricco di virtù, affinché, come la rosa piantata lungo copiosi corsi d'acqua, così tutte le tue virtù siano in Cristo Signore nobilitate. A te, dalla sua infinita clemenza, si degni di concedere tale grazia, Colui che è uno e Trino nei secoli dei secoli. Amen. Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo"). 
     

    Qualora il destinatario non fosse presente, la rosa veniva fatta pervenire per mezzo di un'apposita legazione, della quale facevano parte anche i latori della rosa d'oro, membri del patriziato romano, la cui carica era prevista sino alla riforma della cappella e della famiglia pontificia compiuta da Paolo vi. La consegna della rosa era accompagnata da una lettera apostolica che ne illustrava il significato e da un'apposita istruzione dei maestri di cerimonia apostolici sui riti da osservare.
     

    La benedizione della rosa era riservata sempre e solo al Papa. Infatti, quando egli era fuori Roma - come accadde nel corso della visita di Pio vi a Vienna nel 1782 - la rosa non veniva benedetta, ma si esponeva nella cappella papale quella benedetta l'anno precedente. Qualora nel corso dell'anno non fosse stata donata, si benediceva nuovamente la stessa rosa. Nel caso, invece, di impedimento del Pontefice, per malattia o per l'età avanzata, la rosa veniva benedetta nella cappella privata. Alcune volte, in ragione del calendario che faceva coincidere la quarta domenica di Quaresima con la solennità dell'Annunciazione, la rosa si benediceva nella sagrestia della basilica di Santa Maria sopra Minerva, dove si teneva la cappella papale. 
     

    Originariamente la rosa d'oro indicava principalmente gioia e allegrezza per la Pasqua imminente, e aveva un profondo significato cristologico, in quanto - come recitava la preghiera di benedizione - essa rappresentava il giglio delle valli, il fiore di campo: cioè Cristo. All'unico Signore si chiedeva che la Chiesa, per mezzo delle buone opere, potesse associarsi alla fragranza di quel fiore e spandere il buon profumo di Cristo nel mondo. Così, a chi la riceveva in dono, veniva riconosciuto il compito di portare il buon odore di Cristo, con la vita e le opere al servizio della Chiesa. Anche il dono a una chiesa o a un santuario mariano riconduceva allo stesso significato: portare Cristo al mondo.
     

    Circa l'origine del rito sappiamo che Leone ix (1049-1054) chiese ai monasteri da lui fondati in Alsazia di far giungere ogni anno a Roma una rosa d'oro già fusa, o il quantitativo d'oro sufficiente a confezionarla. La rosa doveva arrivare in città in tempo per la statio quaresimale della domenica Laetare. Dunque, durante il pontificato di Leone ix la cerimonia della rosa d'oro era data già in uso. Un erudito del Settecento, Francesco Annivitti, riprodusse il testo di un manoscritto conservato nel monastero di Santa Croce in Gerusalemme, contenente l'omelia di Onorio iii in occasione della domenica Laetare del 1217, che attribuiva ad un beato Gregorio Papa l'introduzione del rito. Chi fosse questo beato è difficile dire. 
     

    A Benedetto XIV - sulla cui opera anche in campo liturgico non si è forse scritto e investigato abbastanza - dobbiamo molte notizie utili sull'argomento. Nella sua lettera Quarta vertentis, del 24 marzo 1751, troviamo un piccolo trattato sulla rosa d'oro, che egli mandava alla metropolitana di Bologna, sua antica sede episcopale. Papa Lambertini, infatti, fece studiare a fondo il significato e l'origine della rosa, promuovendo anche alcune accademie, svoltesi alla sua presenza. Molti scrittori sono concordi nel narrare che l'alsaziano Leone ix, volle sottoporre immediatamente alla Sede romana, esentandolo dalla giurisdizione del vescovo locale, il monastero di Santa Croce nella diocesi di Tulle. E a ricordo di questa libertà, impose di mandare al Papa, ogni anno, otto giorni prima della quarta domenica di Quaresima, una rosa d'oro o due oncie romane dello stesso metallo. Il pagamento di tale quantità di oro verrà puntualmente registrata nel Liber censuum di Cencio Camerario. 
     

    Monsignor Lonigio, maestro di cerimonie sotto Paolo v, narra invece che Leone ix avrebbe chiesto il pagamento della rosa d'oro alla badessa del monastero di Bamberga, a ricordo dell'esenzione dalla giurisdizione dell'ordinario. Il Besozzi, altro erudito che aveva scritto sull'argomento, osservava che se Leone ix obbligò le monache di Bamberga a mandare la rosa d'oro, la tradizione di benedire la rosa esisteva già da qualche tempo. Benedetto xiv sposò questa affermazione, non ritenendo Leone ix autore del rito, in quanto la rosa d'oro era già consuete portari nella quarta domenica di Quaresima: parole che dimostrerebbero come il rito fosse stato precedentemente introdotto e che il Pontefice alsaziano ne avesse solo addossato la spesa al suo monastero.
     

    Possiamo, pertanto, convenire con Benedetto xiv che si tratta di un rito particolarmente antico, già in uso al tempo di Leone ix. Gaetano Moroni sembra accogliere l'ipotesi che "questo sagro donativo vuolsi dai Papi surrogato a quello delle chiavi d'oro e d'argento, che con la limatura delle catene di san Pietro solevano benedire e inviare in dono ai grandi personaggi". 
     

    Anche la forma della rosa mutò con il tempo. Originariamente era composta da un solo fiore, tinto di rosso nel bocciolo. Il rosso fu poi sostituito da un rubino e da altre pietre preziose. Successivamente la rosa assunse la forma di un ramo spinoso con più fronde, fiorito e con in cima una rosa più grande, in oro puro. Nel mezzo della principale era inserita una piccola coppa, con un coperchio o una sottile lamina forata, nella quale il Papa versava il balsamo e il muschio tritato, rito introdotto per imitare la fragranza soave della rosa e anche per sottolineare il profondo significato cristologico che le veniva attribuito. Infine, a partire dal XVI secolo, si cominciò a inserire il ramo di rose in un vaso e a sostituire l'oro con argento dorato. L'introduzione del vaso renderà scomodo al Papa reggerla nella mano sinistra e per questo il chierico di camera che presentava al Pontefice la rosa avrà il compito di portarla nel tragitto dalla sala dei Paramenti alla cappella, precedendo il Pontefice. 
     

    Scorrendo la lunga lista degli oltre 180 destinatari della rosa d'oro, possiamo leggere anche una singolare storia del papato, che si interseca con avvenimenti grandi e piccoli, oltre che con note di colore. La prima rosa consegnata fuori Roma toccò a Fulcone d'Angers, che aveva dato ospitalità a Urbano ii (1088-1099). Le rose date ai dogi di Venezia erano, invece, considerate non come dono alla persona, ma alla Repubblica. Quella che Benedetto xi inviò nel 1304 al convento dei domenicani di Perugia fu ben presto venduta per sopperire alla necessità dei poveri. Enrico viii d'Inghilterra ne ricevette ben due: la prima da Giulio ii, l'altra da Leone x. Quelle donate da Martino v alla basilica vaticana e da Clemente vii alla confraternita del Gonfalone saranno parte del bottino dei lanzichenecchi nel sacco di Roma del 1527. 
     

    Nel 1462 Pio ii la donò a Tommaso Paleologo, fratello di Costantino XI, ultimo imperatore di Costantinopoli, che il 29 maggio 1453 aveva trovato la morte sulle mura della città, ormai caduta in mano turca. Fu l'estremo omaggio del Papa umanista alla cultura di Bisanzio. Una certa eccentricità mostrò Sisto IV, che volle inviare alla sua città di Savona non una rosa d'oro, ma un ramo di rovere, allusivo al suo cognome e al suo stemma. Alessandro vi, invece, la concesse a Cesare Borgia. 
     

    Alcune rose d'oro segnarono il restauro o l'abbellimento delle grandi basiliche romane, come quella donata da Paolo v alla basilica vaticana per la traslazione dei Papi santi di nome Leone nel 1608. Molte furono, poi, inviate alle cattedrali dove i Pontefici erano stati precedentemente vescovi: Innocenzo xii a Napoli, Urbano viii a Spoleto, Benedetto xiv a Bologna, solo per citarne alcuni. Tra i santuari mariani, quello di Loreto ne ricevette il maggior numero. Pio ix la mandò a Maria Adelaide di Savoia, consorte di Vittorio Emanuele ii, mentre Leone xiii ne fece dono a Mary Caldwell, unica borghese ad averla ottenuta, per i meriti acquisiti nella fondazione dell'università cattolica di Washington. L'ultima sovrana italiana a riceverla sarà la regina Elena, sposa di Vittorio Emanuele III di Savoia, nel 1937, da parte di Pio XII.
     

    Infine, è significativo notare come, a partire dalla metà del Seicento, la rosa d'oro diventerà sempre più un dono destinato ai santuari mariani, alle regine o a personalità femminili, preferendosi per gli uomini altre distinzioni cavalleresche, in particolare lo stocco ed il berrettone, che si benedicevano a Natale: segno, anche questo, del mutare della percezione del valore simbolico del rito.

     

    Stefano Sanchirico 
    (©L'Osservatore Romano - 9 gennaio 2011)



    Benedetto XVI consegna la Rosa d'Oro alla Madonna del Rosario di Pompei





    Cingoli : pellegrinaggio dei nostri gruppi in occasione delle celebrazioni in onore di Pio VIII Castiglioni





    La splendida Città di Cingoli, provincia di Macerata, si appresta a varare il programma per ricordare il suo figlio più illustre : Pio VIII, Francesco Saverio Castiglioni, nato il 20 novembre 1761, da nobilissima famiglia milanese trapiantata nel sec.XIV in territorio cingolano.
    Il 31 marzo 1829, il cardinale Castiglioni salì al Soglio Pontificio a 68 anni, con il nome di Pio VIII.
    L’attuale capo della Casata Castiglioni, Francesco Saverio Marchese di Botontano, si vanta che la Famiglia non ricavò alcun beneficio dall’ascesa al soglio pontificio del loro Avo che aveva scritto ai suoi parenti : “Nessun posto, nessuna pompa, nessuna elevazione!

    Pio VIII morì a Roma il 30 novembre 1830 e sepolto in San Pietro dopo 20 mesi di pontificato.
    Durante tutte le fasi della sua carriera ecclesiastica Francesco Saverio Castiglioni elargì dei preziosi e significativi doni al Capitolo della Cattedrale Cingolana che saranno esposti durante le prossime celebrazioni in suo onore.

    Il gesto più prestigioso che Papa Pio VIII destinò alla sua città natale è il dono della Rosa d’Oro: un’antica consuetudine , riservata al Papa , mai caduta in disuso, che si inquadrava nella liturgia stazionale romana.
    Anticamente il Papa benediva la rosa d'oro durante la statio della domenica detta di Laetare la IV di Quaresima, che si teneva a Santa Croce in Gerusalemme. Dopo la cattività avignonese la Rosa d’oro venne benedetta nel palazzo lateranense e successivamente in Vaticano con un cerimoniale che è rimasto immutato fino al secolo scorso. Il Papa nella quarta domenica di Quaresima, nella quale si canta Laetare Jerusalem, benedice la rosa d'oro, destinata poi a essere donata dallo stesso Pontefice, immediatamente dopo la celebrazione della messa, a un principe, se presente al sacro rito, o a essere inviata a qualche personalità o istituzione.

    La Rosa d'Oro destinata alla Città e Diocesi di Cingoli fu consegnata il 21 marzo 1830, IV domenica di Quaresima, da monsignor Filippo Appignanesi, su incarico dello stesso Pio VIII, che volle accludere una sua lettera in cui spiegava il significato che intendeva dare a questo oggetto "Simbolo di Cristo Re dei Re, e Signore dei dominanti" e con le indicazioni per la consegna della rosa d'oro che avrebbe dovuta essere custodita nel monastero di Santa Caterina. ( Monastero cistercense fra i più importanti d’Italia, purtroppo è stato soppresso dallo stato unitario 150 anni fa e trasformato in Ospedale, il prezioso archivio rimasto è oggetto di studi e pubblicazioni).
    Le Marche potevano vantare tre Rose d’Oro consegnate a Loreto, Urbino e Cingoli.

    La Rosa d’Oro di Urbino fu consegnata ai francesi invasori dall’Arcivescovo
    filo-napoleonico Mons. Spiridione Berioli nonostante le proteste spontanee dei fedeli e del Clero che volle rispondere fieramente alla linea conciliante dell’Arcivescovo verso gli invasori con l'assoluta intransigenza. Il Capitolo Metropolitano non volle assistere alla messa in suffragio del Ministro del Culto Giovanni Bovara.
    Per questo tutti i dodici Canonici furono esiliati ad Ancona per 234 giorni.
    L'Arcivescovo Berioli, ai cui Pio VII donò il perdono, dovette fare, per penitenza pubblica: ogni giorno, fino alla morte, dovette servire, come un semplice sagrestano, tutte le Messe che si celebravano nel Duomo di Urbino.
    Ritorniamo alla bellissima Rosa d’Oro di Cingoli che è costituita “ ...da un cespo di rose, montato su un vaso, foggiato ad anfora, e su un basamento a sezione triangolare. Il tutto poggia, mediante tre piedini a disco, su un gradino liscio, che funge da supporto al basamento. Questo elemento in bronzo dorato presenta tre zampe leonine desinenti a voluta fogliacea alla base, spigoli smussati percorsi da festoni, e le raffigurazioni delle Virtù teologali, Fede, Speranza e Carità sulle tre facce. Dal bordo superiore del basamento, caratterizzato negli smussi angolari da tre teste di caprone, si diparte poi un ulteriore piedistallo su cui poggia un vaso, finemente decorato nella parte inferiore da un cespo di foglie d'acanto e, nel corpo centrale, da una cornice a girali e da festoni fogliacci pendenti da due protomi leonine. Dalla bocca del vaso, adorna tutt'intorno di palmette stilizzate, esce il cespo di rose. I fiori sono imitati con perfetta verosimiglianza, tutti in oro laminato sottile, con le foglie assai fitte. Le rose sono tredici: quella alla sommità ha una teca interna chiusa da un piccolo coperchio bucherellato che serviva per sprigionare profumi, le altre dodici, uguali, sono più piccole. Pare volessero significare Cristo e gli apostoli. Sulle foglie del cespo di rose si rilevano due bolli a garanzia della bontà superiore dell'oro a ventidue carati. La presenza di questi bolli non è usuale, visto che di regola non venivano mai bollate le oreficerie di provenienza papale. Quanto all'autore del raffinatissimo oggetto, data la mancanza di marchi personali, non è possibile avere certezze. Andrà comunque ricercato nell'ambito degli orafi ufficiali della corte pontificia, a cui venivano tradizionalmente affidati gli incarichi per l'esecuzione di queste particolarissime onorificenze. Comunque è logico supporre che anche questo spettacolare oggetto sia stato realizzato nella bottega orafa di Giuseppe e Pietro Paolo Spagna, a cui Pio VIII come s'è visto, era solito rivolgersi per commissionare le preziose suppellettili sacre.” Gabriele Barucca, Il Tesoro della Concattedrale di Cingoli e i doni di Pio VIII. Le Cattedrali, Macerata Tolentino Recanati Cingoli Treia, Fondazione Cassa di Risparmio della Provincia di Macerata, 2010.
    Fino a qualche decennio fa la Rosa d’Oro veniva custodita a turno dai Canonici della Cattedrale. Poco prima della Messa Solenne dell’Assunta il Canonico Camerlengo la esponeva in cattedrale con la vigile presenza dei Carabinieri.
    Successivamente per motivi di sicurezza ed anche perchè in Canonici son tutti morti le forze dell’ordine hanno preso in custodia il prezioso dono.
    Scompare in questo modo l’immagine del Canonico, rivestito di ampio mantello, che riusciva a nascondere dagli occhi, terminata l'ostensione, la valigia che conteneva la Rosa d’Oro.
    Diversi miei ex alunni dell’allora Istituto Magistrale mi hanno suggerito di organizzare un pellegrinaggio a Cingoli dei gruppi legati alla Tradizione litugica, recentemente esaltata dal Motu Proprio “Summorum Pontificum” e dall’Istruzione “Universae Ecclesiae”, con alcune tappe “obbligate” : il Santuario di Santa Sperandia, l’Insigne Collegiata di Sant’Esuperanzio Vescovo e la Concettedrale di Santa Maria Assunta.
    Sarò lieto, non appena verificata la possibilità di alloggio per tutti, di rivolgere l’invito a tutti i gruppi legati all'antica tradizione liturgica "Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande" ( Benedetto XVI, 7-7-2007) di venire in pellegrinaggio a Cingoli nel ricordo di Pio VIII.
    Buona calda giornata a tutti !
    Andrea Carradori


    Foto : Arredo per l'altare della Cattedrale, attr. scuola degli Spagna ( Roma)

    La celebre "Rosa d'Oro" donata nel 1830 a Cingoli

    Monumento a Pio VIII nella Cattedrale di Cingoli

    Il ritratto di Pio VIII conservato a Palazzo Castiglioni ( Cingoli visitabile su prenotazione )


    [Edited by Caterina63 7/20/2014 2:35 PM]
    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
    Maestro dell’Ordine)
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    Caterina63
    Post: 39,847
    Gender: Female
    00 1/20/2011 6:45 PM
    Le suore della Sacra Famiglia di Nazareth li preparano per la benedizione

    Due agnelli in ricordo
    del martirio di sant'Agnese


    di Nicola Gori

    Li lavano, li asciugano, li nutrono, li coccolano, li adornano a festa. A occuparsi dei due agnelli che venerdì 22 gennaio, memoria liturgica di sant'Agnese, verranno presentati al Papa - e la cui lana sarà usata per confezionare i sacri palli - sono le suore della Sacra Famiglia di Nazareth, che da quasi 130 anni svolgono questo singolare e discreto compito. Un incarico che si inserisce nel carisma della congregazione - come ci ha detto la superiora Maria Solecka - quello cioè di vivere secondo lo stile della Sacra Famiglia, nel nascondimento e nel servizio alla Chiesa. Ce ne parla in questa intervista al nostro giornale suor Hanna Pomnianowska, una tra le religiose che vivono da più tempo nella comunità romana dell'Esquilino
    .


    Da quanti anni vi occupate della preparazione degli agnelli?

    Ha cominciato la nostra madre fondatrice, la beata Frances Siedliska nel 1884. A quel tempo, vi erano delle suore di un'altra congregazione che si occupavano della preparazione degli agnelli per la festa di sant'Agnese, ma si trattava di una comunità di religiose ormai anziane. La loro casa confinava con quella che la Siedliska aprì sull'Esquilino, a Roma. Dato che la nostra prima comunità era formata da molte giovani, quelle suore chiesero alla fondatrice se era disposta a prendersi quell'incarico. E lei accettò molto volentieri. Da allora, la tradizione si ripete:  salvo alcuni anni nel periodo della seconda guerra mondiale, abbiamo sempre provveduto a preparare gli agnelli per il rito.

    Cosa avviene quando ricevete gli agnelli?

    Il 20 gennaio di ogni anno i trappisti delle Tre Fontane ci portano i due agnelli. Appena ricevuti, li portiamo all'ultimo piano della nostra casa, dove abbiamo un grande terrazzo con la lavanderia. Potete immaginare che essi diventano la gioia di tutta la comunità, specialmente delle suore più giovani. La suora incaricata della cura dei due agnelli è Wanda Baran che, da quando è arrivata a Roma negli anni della seconda guerra mondiale, si occupa di loro. In genere è aiutata da altre tre o quattro suore. La prima cosa che facciamo è lavarli. Li mettiamo in un lavatoio e con del sapone per bambini eliminiamo delicatamente lo sporco. In questo modo, facciamo risplendere il bianco della loro lana. Poi li asciughiamo:  una volta si faceva con dei panni ora con il phon. Stiamo molto attente a non lasciare umido il loro manto, perché sono piccoli e potrebbero ammalarsi. Per questo riscaldiamo bene l'ambiente. Dopo l'asciugatura, li mettiamo all'interno di una vasca ricoperta di paglia e chiusa con dei teli, perché non prendano freddo. Diamo loro da mangiare del fieno e a questo punto sono pronti per trascorrere la notte nella lavanderia.

    In che modo vengono adornati?

    Al mattino successivo, cioè il giorno della festa di sant'Agnese, mettiamo loro una specie di mantello sul dorso. Per un agnello è di colore rosso, in ricordo del martirio della santa, per l'altro è bianco, in ricordo della sua verginità. Sui due mantelli ci sono tre lettere:  da una parte, s.a.v., che sta per sant'Agnese vergine, e dall'altra s.a.m., cioè sant'Agnese martire. Poi intrecciamo due corone di fiori - una di colore rosso e una bianca - e gliele poniamo sul capo. Mettiamo loro anche dei fiocchetti alle orecchie. Dopo questa sorta di vestizione, i due agnelli vengono posti ognuno dentro una cesta. Siamo costretti a legarli per evitare che scappino:  una volta, infatti, ho visto un agnello fare un salto e scappare dall'altare. I due animali sono così pronti per la cerimonia.

    Dopo cosa succede?

    Verso le nove del mattino vengono da noi alcuni addetti della basilica Lateranense, che portano i due agnelli a Sant'Agnese fuori Le Mura, sulla via Nomentana. Appena giunti, vengono messi sull'altare della santa e benedetti con il tradizionale rito. Terminata la cerimonia nella basilica di Sant'Agnese, alcuni sediari pontifici portano con un furgone i due agnelli nel Palazzo Apostolico, dove vengono presentati al Papa.

    Voi siete presenti anche al rito in Vaticano?

    Due nostre consorelle, quelle che in genere festeggiano il giubileo di professione religiosa, sono ammesse nella cappella di Urbano VIII del Palazzo Apostolico, alla presenza del Papa, dove assistono personalmente alla cerimonia.

    Quali altre attività svolgete in comunità?

    Siamo 15 suore nella casa madre di Roma. Abbiamo una scuola materna composta da due classi divise per età. Potete immaginare che l'arrivo degli agnelli diventa una festa per tutti i bambini, ma non solo, perché l'avvenimento è seguito anche dagli abitanti del quartiere. La gente si assiepa intorno alla casa per vedere i due agnelli. Non c'è la folla che accorreva quando sono arrivata qui a Roma, nel 1947, ma si tratta comunque di una tradizione ancora molto sentita.



    (©L'Osservatore Romano - 21 gennaio 2010)


                                        


    [Edited by Caterina63 1/21/2011 2:45 PM]
    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
    Maestro dell’Ordine)
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    00 1/24/2011 1:04 PM

    C'E' UNO ZOO IN SAN PIETRO

    Sul numero di Panorama in edicola questa settimana, racconto di questo "zoo sacro" che si trova dentro la Basilica di San Pietro.
    Lo storico dell'arte
    Sandro Barbagallo ha censito tutte le specie animali presenti nelle opere d'arte della Basilica e ha pubblicato un volume "Gli animali nell'arte religiosa. La Basilica di San Pietro in Vaticano". Libreria Editrice Vaticana, 240 pagine, 33 euro.



                                               articolo

    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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    00 2/17/2011 12:11 PM

    Gli Appartamenti di Giulio III tra nostalgia e mistero


    Ne “Le Stanze Nuove del Belvedere nel Palazzo Apostolico Vaticano”


    di Sergio Mora

    ROMA, mercoledì, 16 febbraio 2011 (ZENIT.org).- Giulio III, uno dei Papi della Controriforma, decise di ritagliarsi uno spazio di tre stanze all'interno del Palazzo Apostolico del Vaticano, nelle cui pitture si riflettessero la sua nostalgia per il fausto del Rinascimento e il suo rimpianto del braccio armato in favore della Chiesa.

    Questi sono alcuni dei punti emersi martedì durante la presentazione del volume della Libreria Editrice Vaticana dal titolo “Le Stanze Nuove del Belvedere nel Palazzo Apostolico Vaticano”.

    Le stanze sono state costruite sotto la sovrintendenza di Michelangelo e sono state ridisegnate in seguito sia nell’architettura che nelle decorazioni da Papa Urbano VIII.

    Non si conoscono i nomi di tutti gli autori, alcuni dei quali lavoravano a giornata. Tra i più notabili figura il romano Guido Ubaldo Abbatini, prima apprendista nella bottega del Bernini, e poi collaboratore di Giovanni Battista Calandra. Mentre dai pagamenti fatti nel 1637 si risale al fiorentino Simone Lagi e a Marco Tullio Montagna nato a Cori.

    L’opera è stata presentata dal prof. Antonio Paolucci, Direttore dei Musei Vaticani, e da mons. Vincenzo Francia, Officiale della Congregazione delle Cause dei Santi e curatore del volume.

    Le Stanze Nuove oggi ospitano diversi uffici della Segreteria di Stato vaticana. Per questo, nel corso della presentazione i relatori hanno espresso il desiderio che queste opere possano in futuro essere aperte al pubblico.

    “Le Stanze Nuove hanno opere di inestimabile valore, anche se in una città come Roma, accanto a uno splendore come quello della Loggia di Raffaello entrano in un cono d’ombra”, ha detto il direttore dei Musei Vaticani.

    Le pitture restituiscono immagini di una Roma antica, con il Castel Sant’Angelo illuminato dalle torce e dai fuochi d’artificio, la Basilica di San Pietro in costruzione senza neanche la facciata conclusa, così come si presentava quando morì Michelangelo, o senza la cupola ma con i campanili oggi non più esistenti, o con il cupolone ma senza il colonnato del Bernini.

    Altri quadri rappresentano figure così come volevano essere immaginate, e quindi vediamo Carlo Magno nell'anno '800 che fa il suo ingresso a Roma assieme al Papa Leone III, mentre sullo sfondo si vede la Basilica di San Pietro con il cupolone (concluso nel 1602).

    La presentazione coordinata dalla Presidente dell’Associazione Internazionale dei Critici Letterari, Neria De Giovanni, è stata accompagnata da una proiezione delle opere esistenti nelle stanze e commentate da mons. Francia.

    Il volume contiene studi inediti di quattro giovani studiosi: Flaminia Enea, Alessandro Lusana, Patrizia Papini e Antonio Cataldi.




    Un convegno storico e il rilancio del gruppo giovani

    Quarant'anni dell'Associazione
    Santi Pietro e Paolo



    Due iniziative caratterizzano la fase iniziale delle celebrazioni per il quarantennale dell'Associazione Santi Pietro e Paolo: un colloquio storico che si terrà sabato prossimo, 19 febbraio, e il ritorno del gruppo allievi che - come fu già per la Guardia palatina d'onore - cura la formazione delle giovani generazioni, in particolare i ragazzi dai 15 ai 18 anni di età.

    "Fedeltà palatina da Pio IX a Benedetto XVI" è il tema dell'incontro che si svolgerà sabato mattina, con inizio alle ore 10.30, nell'Aula vecchia del Sinodo. Dopo i saluti del presidente Calvino Gasparini, interverranno l'arcivescovo Antonio Guido Filipazzi, nunzio apostolico, che tratterà "Dallo Stato Pontificio alla Città del Vaticano", il sacerdote Roberto Regoli, docente alla Pontificia Università Gregoriana, che parlerà su "La Santa Sede in epoca contemporanea", e il professor Antonio Martini, della Fondazione Marco Besso, che approfondirà l'argomento "Dalla Guardia palatina d'onore all'Associazione Santi Pietro e Paolo". Modererà il dibattito il direttore del nostro giornale.

    L'avvenimento culturale è stato preceduto dalla rinascita del gruppo giovanile, fortemente voluto dall'assistente spirituale, monsignor Joseph Murphy. Ricevuta l'approvazione del cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone, il quale ha anche suggerito modifiche allo statuto e al progetto formativo, il gruppo è stato intitolato al beato Pier Giorgio Frassati, il giovane torinese modello di impegno cristiano.

    La sezione allievi - di cui è stato nominato supervisore Eugenio Cecchini - offre ai ragazzi una formazione umana integrale, curando l'aspetto religioso e spirituale, e fornendo anche preparazione culturale, musicale, caritativa e sportiva. Tra l'altro i primi allievi hanno partecipato a un corso per diventare arbitri di calcio.
    Dal 1970 - quando con lo scioglimento della Guardia palatina ebbe termine anche l'esperienza del gruppo allievi - è la prima volta che in Vaticano c'è una realtà formativa e ricreativa dedicata ai ragazzi. Infatti - a eccezione del preseminario San Pio X, che ha comunque una propria connotazione specifica - non esisteva qualcosa di simile per i figli dei dipendenti vaticani. Il gruppo allievi è nato dunque anche per colmare questa "lacuna".

    Partito quest'anno ad experimentum con cinque ragazzi, avrà dal prossimo settembre venti allievi per anno, per tre anni di formazione con un numero di sessanta giovani a regime. Possono diventare allievi - con tanto di uniforme - non solo figli e nipoti dei soci del sodalizio, ma tutti i figli dei dipendenti dell'amministrazione dello Stato della Città del Vaticano che ne faranno domanda. Il cardinale Angelo Comastri, responsabile pastorale della Città del Vaticano, e Saverio Petrillo, decano dei direttori del Governatorato, si sono già detti entusiasti dell'iniziativa.



    (©L'Osservatore Romano - 18 febbraio 2011)

                                                    
    cittadinanza, residenza e accesso città del vaticano
     
    CITTA' DEL VATICANO, 1 MAR. 2011 (VIS). Il 22 febbraio scorso, festa della Cattedra dei San Pietro Apostolo, il Santo Padre Benedetto XVI ha promulgato la "Legge sulla cittadinanza, la residenza e l'accesso" alla Città del Vaticano, legge che entra in vigore oggi, 1 marzo 2011.
     
      La presente normativa sostituisce la precedente "Legge sulla cittadinanza e permanenza" del 1929, anno in cui furono firmati i Patti Lateranensi.
     
      Il capitolo 1° della nuova legge definisce il profilo del cittadino dello Stato della Città del Vaticano; nel capitolo II, l'articolo 6 regola la condizione di residente e le relative autorizzazioni per risiedere nello Stato; nel capitolo III, l'articolo 9 ha per oggetto il titolo di accesso, cioè il permesso di cui deve munirsi chi, non essendo cittadino o residente, ha qualche motivo per accedere alla Città del Vaticano; il capitolo IV riguarda gli alloggi e le sanzioni da applicare in caso di violazione delle disposizioni della legge.



    Promulgata da Benedetto XVI lo scorso 22 febbraio

    Nuova legge su cittadinanza residenza e accesso in Vaticano


    di GIORGIO CORBELLINI

    Vescovo titolare di Abula
    Vice segretario generale del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano

    Il 22 febbraio del corrente anno 2011, giorno della festa della Cattedra di San Pietro, il Sommo Pontefice Benedetto XVI ha promulgato la legge sulla cittadinanza, la residenza e l'accesso, n. CCXXXI, disponendone l'entrata in vigore il successivo 1° marzo.
    Attesa l'importanza, soprattutto pratica, della nuova legge, sembra opportuno ricordare l'iter di elaborazione del testo, ed offrire qualche considerazione sui contenuti del testo medesimo.

    Il 26 novembre 2000 ed il 1° ottobre 2008 furono promulgate, rispettivamente da Giovanni Paolo II e dall'attuale Sommo Pontefice, la nuova legge fondamentale dello Stato della Città del Vaticano e la nuova legge sulle fonti del diritto, in sostituzione delle precedenti omonime leggi, entrambe in data 7 giugno 1929. Dopo l'emanazione di tali importanti disposizioni, è sembrato importante procedere anche alla revisione della legge sulla cittadinanza e il soggiorno, 7 giugno 1929, n. III.

    A nessuno sfugge l'opportunità di adeguare le leggi vaticane all'attuale situazione, tenendo conto dei profondi mutamenti che si sono verificati dal 1929 ad oggi; in tal senso, va ricordata anche la legge sul governo dello Stato della Città del Vaticano, che è stata emanata il 16 luglio 2002.
    La legge sulla cittadinanza e il soggiorno del 7 giugno 1929 risultava ampiamente superata sotto molti aspetti.

    Era intervenuta, ad esempio, una disposizione di Pio XII, del 6 luglio 1940, ai sensi della quale al personale delle rappresentanze pontificie (nunziature, internunziature, delegazioni apostoliche) era conferita durante munere la cittadinanza vaticana. In tale materia, la condizione delle persone di cittadinanza italiana facenti parte delle suddette rappresentanze aveva costituito l'oggetto di uno scambio di note tra la Santa Sede e l'Italia, in date 23 luglio/17 agosto 1940.

    Anche per l'accesso e il soggiorno e per l'accesso con veicoli (capitoli II e III) le situazioni si presentavano profondamente cambiate, soprattutto a livello pratico.
    Pertanto, il Santo Padre Benedetto XVI ha deciso l'istituzione di una commissione, incaricata di preparare il progetto della nuova legge.
    Chi scrive queste righe è stato chiamato a presiedere la commissione, della quale hanno fatto parte i monsignori Ettore Balestrero e Sergio Felice Aumenta, e i signori Claudio Ceresa, Vincenzo Mauriello, Carlo Carrieri, Raffele Ottaviano e Costanzo Alessandrini. Monsignor Balestrero, sotto-segretario per i Rapporti con gli Stati, è subentrato al suo predecessore in tale carica, Monsignor Pietro Parolin, che è stato nominato nunzio apostolico in Venezuela.

    La commissione iniziò i lavori il 23 aprile 2009; il successivo 1° luglio, dopo quattro adunanze plenarie e cinque riunioni di un gruppo ristretto, costituito all'interno della commissione medesima, risultò elaborata una prima bozza dell'intero testo normativo.
    La bozza fu sottoposta all'esame di esperti in materie giuridiche, che fecero pervenire i loro suggerimenti; nell'ottobre 2009 furono ripresi i lavori, e, dopo nove riunioni plenarie, risultò elaborato il progetto definitivo, che fu trasmesso il 16 giugno 2010 al cardinale segretario di Stato. Tale testo è stato approvato dal Santo Padre.

    Sembra ora opportuno sottolineare alcuni dati relativi al contenuto della nuova disposizione.
    Anzitutto, il titolo è Legge sulla cittadinanza, la residenza e l'accesso, mentre quello del testo normativo del 1929 era Legge sulla cittadinanza e il soggiorno.
    Deve essere rilevato, al riguardo, che la figura del "residente" ha acquistato importanza sempre maggiore nella realtà vaticana; nel corso degli anni, molte persone abitanti nello Stato hanno preferito, pur avendone i requisiti, non assumere la condizione di cittadino, che, nella legge del 1929, era considerata la situazione normale di quanti vivevano nella Città del Vaticano.

    Nel preambolo, è sottolineato che la nuova legge viene ad inserirsi nell'adeguamento normativo che è attualmente in corso di elaborazione; sono ricordate, in tal senso, la legge fondamentale e la legge sulle fonti del diritto, e viene richiamata la particolare natura dello Stato e della realtà di fatto ivi esistente. La precedente legge era suddivisa in tre capitoli, ai quali si aggiungeva la rubrica Disposizioni generali e transitorie; nel complesso, gli articoli erano in numero di 33.

    La nuova legge è suddivisa in quattro capitoli, dedicati, rispettivamente, a Cittadinanza (artt. 1-5); Residenza (artt. 6-8); Accesso alla Città del Vaticano (artt. 9-13); Disposizioni generali (artt. 14-16). Gli articoli sono dunque soltanto 16, e, in effetti, il testo ha subito una notevole semplificazione; in alcuni casi, la legge opera un rinvio a determinazioni lasciate all'attività regolamentare. Del resto, anche la nuova legge sulle fonti del diritto è composta di 13 articoli, mentre la precedente ne comprendeva 25. A seguito della citata disposizione di Pio XII del 6 luglio 1940 e dello scambio di note del 23 luglio - 17 agosto 1940 è stata prevista, nella nuova legge, l'attribuzione della cittadinanza vaticana al personale diplomatico della Santa Sede.

    Nel capitolo I, all'art. 1 (Acquisto della cittadinanza) viene precisato che sono cittadini dello Stato della Città del Vaticano i cardinali residenti nella Città del Vaticano o in Roma; viene così inserita nella legge una disposizione prevista nell'art. 21 del Trattato Lateranense. Sono anche cittadini vaticani, come già si è accennato, i diplomatici della Santa Sede, e coloro che risiedono nella Città del Vaticano in quanto vi sono tenuti in ragione della carica o del servizio.
    L'articolo indica poi quali persone, pur non essendo cittadini di diritto, possono chiedere la cittadinanza vaticana; si tratta, in ogni caso, di persone residenti nello Stato.
    Gli artt. 2 e 3 sono dedicati all'autorizzazione a risiedere ed alla perdita della cittadinanza; il 4 e 5 regolano la tenuta del registro dei cittadini ed il rilascio della carta d'identità.

    Nel capitolo II, l'art. 6 regola la condizione di residente, e le relative autorizzazioni; gli artt. 7 e 8 sono relativi a due argomenti che riguardano i residenti non cittadini: il registro di anagrafe ed il rilascio della tessera di riconoscimento.
    Nel capitolo III, l'art. 9 ha per oggetto il titolo di accesso, cioè il permesso di cui deve munirsi chi, non essendo cittadino o residente, ha qualche motivo per accedere alla Città del Vaticano. Nella parte iniziale dell'articolo, è ricordato che esiste una parte del territorio vaticano nella quale è consentito il libero accesso. In concreto, la piazza San Pietro, parte integrante del territorio dello Stato, è ordinariamente accessibile a tutti, senza alcuna formalità, non diversamente da qualsiasi piazza di Roma.

    Discorso analogo deve farsi per la basilica di San Pietro, anche se, dopo l'acuirsi dei pericoli del terrorismo internazionale, la prudenza esige una serie di controlli, prima non praticati. Anche l'accesso ai Musei Vaticani non comporta formalità diverse da quelle esistenti per gli altri musei; ampi spazi del territorio vaticano, quindi, sono accessibili senza speciali autorizzazioni.

    I successivi articoli sono dedicati alle tessere di accesso e permessi permanenti (art. 10), ai soggetti non tenuti al permesso (art. 11) ed al divieto di accesso in presenza di giusti motivi (art. 12); il divieto temporaneo di accesso può essere disposto per decreto del Giudice Unico, come si evince dal richiamo alla legge 14 dicembre 1994, n. CCXXVII, con la quale si è proceduto a semplificare la legislazione penale. Ai sensi dell'art. 13, i veicoli condotti da chi non è cittadino o residente possono entrare nella Città del Vaticano previa autorizzazione, la circolazione dei veicoli all'interno dello Stato è disciplinata da apposita normativa.
    Nel capitolo IV, gli artt. 14 e 15 riguardano gli alloggi. L'art. 16, relativo alle sanzioni da applicare in caso di violazione delle disposizioni della legge che stiamo esaminando, si limita ad indicare che tali sanzioni sono stabilite con legge o regolamento.

    Come sempre, il sistema migliore per conoscere in modo adeguato la nuova disposizione è quello della lettura diretta e attenta; le considerazioni qui formulate hanno voluto offrire uno sguardo d'insieme, ma non danno certo la possibilità di una conoscenza completa del provvedimento normativo Ci si augura, comunque, che queste brevi note abbiano permesso di cogliere i contenuti essenziali del testo, e la sua rispondenza alle situazioni ed alle esigenze relative alle materie che in esso sono disciplinate.

    (L'Osservatore Romano - 2 marzo 2011)


    [Edited by Caterina63 3/1/2011 6:17 PM]
    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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    00 3/12/2011 12:46 PM

                Pope Benedict XVI walks in a procession from Sant'Anselmo basilica to Santa Sabina basilica before leading the Ash Wednesday service on March 9, 2011 in Rome. Ash Wednesday opens the liturgical 40 day period of Lent.ROME, ITALY - MARCH 9: Pope Benedict XVI leads the Ash Wednesday service at the Santa Sabina Basilica on March 9, 2011 in Rome, Italy. Ash Wednesday opens the liturgical 40-day period of Lent, a period of prayer, fasting, penitence and alms giving leading up to Easter.


    Esercizi spirituali in Vaticano

    Un percorso iniziato nel 1925

    Nel 1983 li guidò Ratzinger

    L’ istituzione degli esercizi spirituali in Vaticano per il Papa e i suoi più stretti collaboratori risale al 1925 con Pio XI, che poi nel 1929, con l’enciclica Mens nostra, stabilisce si svolgano puntualmente ogni anno. Si tratta di un appuntamento inizialmente fissato nel periodo dell’Avvento ma che, dal 1964, viene spostato nella prima settimana di Quaresima. I predicatori chiamati a guidarli con Pio XI sono soprattutto gesuiti, ma anche oblati di Rho, cappuccini e redentoristi.

    Pio XII sceglie di nominare solo padri gesuiti con l’eccezione del 1941.
    Giovanni XXIII sceglie un gesuita, il vescovo Angrisani, il parroco romano Scavizzi e il predicatore apostolico padre Ilarino.
    Paolo VI inaugura le sue scelte – nel 1964 – con il redentorista tedesco Häring, rompendo così la consuetudine che aveva visto finora nell’elenco solo ecclesiastici italiani.
    Il primo cardinale chiamato a predicare gli esercizi è stato Karol Wojtyla nel 1976, due anni prima di diventare Giovanni Paolo II. Non pochi hanno ricevuto la porpora dopo aver predicato (ricordando solo i viventi: Martini, Cottier, Tonini, Medina Estevez, Schoenborn, Comastri).
     
    Benedetto XVI nei primi anni di pontificato ha scelto cardinali, per così dire, a «fine carriera» (Cè, Biffi, Vanhoye e Arinze). Lo scorso anno, in occasione dell’Anno Sacerdotale, è stato nominato un prete, il salesiano don Enrico dal Covolo, che nel frattempo è diventato vescovo dopo essere nominato rettore della Pontificia Università Lateranense.
    Quest’anno è toccato al carmelitano scalzo Francois-Marie Lethel.

    Una curiosità riguardante l’attuale Pontefice. In una
    intervista concessa al mensile 30 Giorni da cardinale ha rivelato che alcuni anni prima della sua nomina ad arcivescovo di Monaco del 1977, «forse nel 1975», Paolo VI lo «aveva invitato a predicare gli esercizi spirituali in Vaticano».
    «Ma – aggiunge Ratzinger – non mi sentivo sufficientemente sicuro né del mio italiano né del mio francese per preparare e osare una tale avventura e così avevo detto di no». Ma fu un «no» provvisorio. Nel 1983 dopo essere stato chiamato a Roma da Giovanni Paolo II il cardinale Ratzinger viene chiamato a predicare gli esercizi. E accetta. 

    Avvenire, 12 marzo 2011


    SI LEGGA ANCHE:

    Mens Nostra Lettera Enciclica di Pio XI sull'importanza degli ESERCIZI SPIRITUALI

    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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    00 3/19/2011 11:49 AM
    A colloquio con il vescovo Vittorio Lanzani, delegato della Fabbrica

    Gli operai di San Pietro


    di NICOLA GORI

    I "sanpietrini". Un nome, una professione. Fuori Roma in molti si domanderanno chi sono: pochissimi, li conoscono. Ma nella Città eterna di loro si sente parlare sin dal Settecento. In Vaticano sono di casa. Falegnami, muratori, fabbri, stuccatori, verniciatori, idraulici, elettricisti, marmisti, decoratori, pontaroli, addetti alla sorveglianza: una piccola truppa di un'ottantina di operai specializzati che hanno il compito di mantenere intatto lo splendore della basilica Vaticana. Ecco, sono loro, i "sanpietrini", inseriti in quella realtà altrettanto famosa - almeno nei confini romani - che si chiama Fabbrica di San Pietro. Si occupano quotidianamente di tutto quanto è necessario per rendere agevole e perfettamente fruibile la visita di quanti, per devozione o per semplice curiosità turistica, si avvicinano alla tomba di Pietro. Abbiamo chiesto al vescovo Vittorio Lanzani, delegato della Fabbrica di San Pietro, di spiegarci l'attività dei sanpietrini e di condurci alla scoperta della Fabbrica.

    Come mai è stato mantenuto il nome di "Fabbrica di San Pietro" nonostante siano passati più di cinquecento anni dalla posa della prima pietra della basilica?

    È l'istituzione che storicamente si è occupata della ricostruzione prima, e della conservazione poi, della grande basilica di San Pietro. Le sue origini risalgono al 18 aprile del 1506, quando Giulio II Della Rovere pose la prima pietra per la riedificazione del "nuovo tempio Vaticano", nel luogo dell'attuale pilone di Santa Veronica, che all'epoca si trovava all'esterno dell'antica basilica, quella edificata dall'imperatore Costantino sulla sepoltura del principe degli apostoli. La nuova basilica - consacrata il 18 novembre 1626 - è il risultato di una lunga e complessa vicenda costruttiva, alimentata dai sentimenti di profonda devozione che in ogni epoca ispirarono l'opera dei successori dell'apostolo. Ancora oggi la Fabbrica di San Pietro continua a provvedere, autonomamente, alla conservazione e alla manutenzione del più grande tempio della cristianità.

    Chi sono i sanpietrini?

    In ogni angolo di San Pietro e dietro ogni opera d'arte si nasconde l'impegno di tutto il personale della Fabbrica e delle maestranze conosciute con il nome di sanpietrini: uomini che con il loro quotidiano lavoro rendono possibile la visita e, in un certo modo, la vita della Basilica, le cui straordinarie dimensioni - oltre 20.000 metri quadrati di superficie coperta - e l'incessante afflusso quotidiano di fedeli e visitatori provenienti da ogni parte del mondo, richiedono premurose attenzioni e costanti lavori di manutenzione di ogni tipo. A questo provvedono i sanpietrini. Non va inoltre dimenticata la loro azione di oculata custodia e attenta sorveglianza per il rispetto del luogo sacro e delle opere d'arte. In questo sono affiancati dagli ispettori della Fabbrica di San Pietro, dai volontari dell'Associazione dei Santi Pietro e Paolo e da giovani studenti ausiliari, chiamati saltuariamente a collaborare con il personale della Fabbrica al servizio d'ordine in basilica. Fanno capo all'Ufficio tecnico della Fabbrica. Un architetto - coadiuvato per i sopralluoghi, le verifiche e le relazioni tecniche da un geometra - si occupa tra l'altro di quanto attiene la sicurezza sul lavoro, secondo le normative vigenti in Vaticano. Vi è poi un soprastante, che, in collaborazione con l'architetto e il geometra, coordina e assiste concretamente le attività dei sanpietrini. Qualsiasi lavoro nella basilica - dalle opere di ordinaria manutenzione ai restauri affidati a personale esterno specializzato - viene seguito in ogni sua fase dai superiori della Fabbrica di San Pietro, che, in periodiche riunioni settimanali, valutano con il capo ufficio, il personale dell'Ufficio tecnico e il soprastante dei sanpietrini le problematiche dei lavori in corso d'opera e da eseguire. Di ogni lavoro un incaricato della Fabbrica provvede alla realizzazione della necessaria documentazione fotografica.

    Quali sono le origini dei sanpietrini e chi fu il fondatore?

    La formazione del gruppo dei sanpietrini risale agli inizi del Settecento, quando la Fabbrica si trovò a dover rispondere con sollecitudine alle esigenze pratiche di una basilica, che, oltre ai sempre più impegnativi lavori di manutenzione, si arricchiva di nuovi monumenti e decorazioni. Fu Nicola Zabaglia, manovale con innate capacità tecniche, a costituire, di fatto, l'elemento galvanizzante per la costituzione del gruppo dei sanpietrini. Zabaglia e gli altri manovali al servizio della Fabbrica diedero avvio a nuove sperimentazioni e realizzazioni: vennero allora ideati e costruiti arditi e ingegnosi ponteggi per lavorare celermente e in sicurezza. La straordinaria inventiva e le non comuni capacità organizzative di Nicola Zabaglia destarono l'ammirazione dei contemporanei e il ricordo dei posteri: le sue opere sono commentate e illustrate nel grande volume Castelli e Ponti di Maestro Niccola Zabaglia, edito a Roma nel 1743 e ristampato nel 1824. In tale contesto Zabaglia riuscì a scuotere gli altri manovali della Fabbrica, infondendo in loro l'orgoglio di lavorare in un luogo ineguagliabile e favorendo la costituzione di uno spirito di corpo. Segnale evidente di un desiderio di distinzione e di un chiaro sentimento di appartenenza, fu la richiesta nel 1757, da parte di tutti i manovali della Fabbrica, di ottenere una divisa che li differenziasse dai pellegrini e li facesse riconoscere come preposti alla cura della basilica. Ed è proprio in questo momento che le maestranze al servizio della Fabbrica di San Pietro, fino ad allora indicate con il termine generico di manuali, assunsero il titolo di sanpietrini. Il senso di appartenenza a una istituzione simile a una grande famiglia, che ha saputo tramandare alle nuove generazioni l'esperienza maturata in cinque secoli di continui lavori, si coglie in particolare nel fiero e commosso ricordo di alcuni sanpietrini, ora in pensione, che hanno partecipato all'illuminazione della basilica. Si calarono dai costoloni della cupola e dagli aggetti architettonici della facciata per posizionare prima e accendere poi, simultaneamente, migliaia di fiaccole mentre le campane di San Pietro suonavano a distesa.

    Se dovesse citare una mansione particolarmente delicata che essi svolgono, su quale si soffermerebbe?

    La cura della basilica è continua e comunque impegnativa. Ci sono locali, attrezzature, oper d'arte che richiedono una cura tutta particolare, apparecchiature, macchinari che richiedono interventi di precisione: per esempio, quelli che azionano il movimento delle campane e degli orologi. E poi ci sono le grandi celebrazioni da preparare, come la Pasqua, il Natale del Signore, la festa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo. Tra i lavori più impegnativi e appariscenti, condotti negli ultimi anni dai sanpietrini, si ricorda la collocazione delle grandi statue di santi fondatori di ordini religiosi sulle nicchie esterne della basilica. Infine, non di rado ci si imbatte in sanpietrini intenti alla preparazione degli altari - collocazione di artistici paliotti, trasporto e posizionamento dei candelieri - o a portare enormi e pregevoli tappeti per l'ornamento della Confessione, o a collocare più di cento candele di cera sul monumento del Bernini per la Cattedra di San Pietro nella ricorrenza liturgica del Natale Petri de cathedra, il 22 febbraio. Un altro compito affidato ai sanpietrini è la preparazione della basilica per le beatificazioni e le canonizzazioni: in occasione di queste cerimonie, i sanpietrini trasportano e collocano sulle logge della facciata gli arazzi con le immagini dei servi di Dio che saranno proclamati beati e santi di fronte alla moltitudine dei fedeli raccolta in Piazza San Pietro. E poi sono tra i primi a entrare nella basilica e tra gli ultimi a uscire. Provvedono infatti ad aprire le porte di San Pietro al mattino e a chiuderle la sera, dopo aver effettuato - in collaborazione con la Gendarmeria vaticana - un'accurata ispezione a cominciare dalla cupola fino alle Grotte Vaticane e alla necropoli.

    La Basilica è un cantiere in continua attività. Quali sono attualmente le opere di restauro?

    Nel linguaggio di ogni giorno per indicare un lavoro che sembra non avere mai termine si usa, soprattutto a Roma, l'espressione "Fabbrica di San Pietro". Il confronto è certamente appropriato perché nella basilica Vaticana i lavori non finiscono mai a causa della vita stessa della basilica, delle straordinarie dimensioni dell'edificio e delle opere d'arte in esso presenti: statue, mosaici, stucchi, affreschi, dipinti su tela e su tavola, sculture in bronzo e marmoree, opere in legno, tessuti, documenti cartacei. Così ai lavori e alle opere di ordinaria e straordinaria manutenzione, si aggiunge la predisposizione di sofisticati sistemi di controllo e verifica ambientale, statica e microclimatica che richiedono l'intervento di diverse figure professionali, chiamate, di volta in volta, a collaborare con la Fabbrica di San Pietro. Similmente per le diverse opere di restauro ci si avvale del parere di qualificati consulenti e di personale esterno altamente specializzato e di comprovata esperienza. Così in questo periodo, sotto la direzione tecnica e scientifica della Fabbrica di San Pietro, una squadra di restauratori con specifiche competenze nel restauro di superfici lapidee, è impegnata nella delicata pulitura di un settore del prospetto esterno sud della basilica, oltre 4.000 metri quadri. Contemporaneamente altre persone, altamente specializzate in interventi conservativi in ambiente ipogeo, procedono con la paziente opera di restauro delle decorazioni pittoriche del mausoleo Phi nella necropoli romana, sotto il pavimento delle sacre Grotte, mentre, in basilica, altri validi restauratori intervengono sul celebre monumento funebre in bronzo di Innocenzo VIII. Vanno infine ricordati i restauri di singole opere d'arte custodite in vari locali della basilica Vaticana, opere che sempre più spesso vengono presentate in mostre internazionali alle quali la Fabbrica di San Pietro partecipa volentieri offrendo il necessario sostegno scientifico, al fine di condividere con un più vasto pubblico la fruizione di beni storici e artistici altrimenti difficilmente accessibili.

    Sono possibili visite alla necropoli, alle grotte e alla cupola?

    La Fabbrica di San Pietro provvede con un proprio Ufficio scavi e con il personale in esso impiegato, alla gestione e alla organizzazione di visite guidate nella necropoli romana esistente sotto il pavimento delle Grotte Vaticane, in corrispondenza della navata centrale della basilica. Sono più di 200 le persone che giornalmente accedono agli scavi vaticani, suddivise in gruppi di circa 12 visitatori, che, accompagnati da guide specializzate, risalgono l'antico sentiero del Colle Vaticano per giungere alla venerata sepoltura di San Pietro. La visita agli scavi si conclude nelle Grotte, dove ogni giorno, dall'anno 2005, transitano migliaia di fedeli per sostare in preghiera davanti alla tomba di Giovanni Paolo II. Il personale della Fabbrica di San Pietro provvede inoltre all'organizzazione delle visite alla cupola Vaticana, alla quale accedono ogni anno migliaia di persone.

    Che ruolo svolge l'Archivio Storico Generale?

    Si tratta di uno dei luoghi più importanti e suggestivi della Fabbrica di San Pietro. Custodisce la memoria storica della ricostruzione della nuova basilica Vaticana, dai primi anni del XVI secolo fino ai giorni nostri. Qui le firme del Sangallo, di Michelangelo, di Bernini, di Maderno, di Vanvitelli - solo per citare i nomi più illustri - si alternano a quelle di tutte quelle persone dimenticate dalla grande storia, ma che hanno dedicato la loro vita alla ricostruzione, decorazione e manutenzione del più grande tempio della cristianità. L'archivio è composto da circa 9.000 unità archivistiche distribuite in 100 armadi e dispone di vari strumenti di ricerca. Il personale si occupa dello studio, della catalogazione e conservazione dei preziosi documenti in esso custoditi. Svolge inoltre, per l'Ufficio tecnico e scientifico della medesima Fabbrica, le necessarie ricerche archivistiche preliminari a ogni intervento di restauro su monumenti e opere d'arte della basilica. Fornisce infine il necessario sostegno per le ricerche condotte da studiosi provenienti da ogni parte del mondo su diversi aspetti legati alla storia della basilica petriana.

    Anche lo Studio del Mosaico Vaticano fa parte della Fabbrica?

    È annesso alla Fabbrica di San Pietro e risale alla seconda metà del 1500, al tempo del pontificato di Gregorio XIII, che per primo diede il via alla decorazione musiva della basilica di San Pietro. L'origine e il carattere dello Studio derivarono dall'esigenza di provvedere appunto alla decorazione musiva del massimo tempio della cristianità e, successivamente, alla conservazione dei mosaici ivi realizzati. Configurato ufficialmente nel 1727, continua ancora oggi la cura dell'apparato iconografico e ornamentale della basilica Vaticana. Attualmente il suo compito non è solo quello di conservare e restaurare il patrimonio musivo della basilica, ma anche quello di creare immagini nuove destinate al servizio del Papa e ad abbellire chiese e altri luoghi. Una caratteristica dello Studio è anche quella di realizzare soggetti di diverso stile figurativo, dall'antichità al moderno, con la prevalenza dei soggetti religiosi che hanno segnato la tradizione cristiana. È presieduto dal delegato della medesima Fabbrica.

    La Fabbrica comprende anche una parte amministrativa e altre attività?

    La complessità e l'entità dei lavori a cui si è accennato, e la molteplicità delle attività connesse alla vita della basilica, richiedono un'attenta e non facile organizzazione amministrativa per la gestione finanziaria. Altrettanto fondamentale è il ruolo ricoperto dall'Ufficio del personale, che segue l'attività di un organico effettivo di circa centoventi persone. Va poi ricordata la funzione svolta dalla Fabbrica con un proprio incaricato a sostegno dell'attività di ricerca di numerosi studiosi italiani e stranieri, favorendo la realizzazione di materiali illustrativi per pubblicazioni scientifiche, per conferenze e convegni internazionali. Un impiegato della Fabbrica fornisce, in accordo e in collaborazione con il Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, il sostegno per la realizzazione di documentari o filmati a tema storico e religioso. La Fabbrica da oltre vent'anni, cura inoltre la pubblicazione di un proprio notiziario mensile dal titolo La Basilica di S. Pietro, per portare, a quanti lo desiderano, l'eco delle attività svolte nella basilica, unitamente a notizie storiche e a riflessioni spirituali sulle diverse opere d'arte e fede in essa custodite. Per quanto riguarda l'aspetto liturgico e devozionale, l'Ufficio delle celebrazioni del Vicariato vaticano presso la Fabbrica coordina le richieste di celebrazioni e di preghiera nella basilica, curando l'accoglienza delle migliaia di fedeli che, sia singolarmente sia in gruppi guidati da vescovi diocesani, parroci e assistenti spirituali, giungono da ogni parte del mondo in devoto pellegrinaggio alla tomba del principe degli apostoli.



    (©L'Osservatore Romano 19 marzo 2011)
    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
    Maestro dell’Ordine)
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    00 4/4/2011 12:34 AM

    Un libro di Stefano e Roberto Calvigioni. Sport all'ombra del Cupolone. Il testo della prefazione di Mons. Georg Gänswein (O.R.)

    Un libro di Stefano e Roberto Calvigioni

    Sport all'ombra del Cupolone

    Viene presentato lunedì pomeriggio, 4 aprile, presso la Radio vaticana, il volume di Stefano e Roberto Calvigioni Lo sport in Vaticano (Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2011, pagine 184, euro 16). Ne pubblichiamo la prefazione scritta dal segretario particolare di Benedetto XVI.

    di mons.Georg Gänswein

    Il libro Lo sport in Vaticano è un'opera straordinaria e, oserei dire, sensazionale, nella sua unicità. Straordinaria perché, se sono ben informato, è la prima volta che un testo letterario viene dedicato espressamente alla realtà dello sport nel più piccolo Stato del mondo. Unica, perché con la combinazione di testi magisteriali, testimonianze personali, immagini e fotografie, riesce a far immergere il lettore in una realtà ampiamente sconosciuta della vita quotidiana del Vaticano.

    Diviso in 10 capitoli, lo scritto riassume, da una parte, una sintesi dell'autorevole voce dei Papi riguardo allo sport e sviluppa, dall'altra, in modo cronologico, il magistero pontificio su questo argomento. Si potrebbe rimanere felicemente sorpresi per quante volte i Romani Pontefici si siano espressi circa lo scopo, la meta, la natura e l'esercizio dello sport. In numerosi messaggi, udienze, discorsi, viene esposta proprio la linea del magistero pontificio relativa a questa materia.

    Fu Papa Leone XIII che inserì lo sport tra i nuovi strumenti di comunicazione di massa e i movimenti cattolici italiani dettero vita, nei primi anni del ventesimo secolo, a una propria organizzazione che ebbe in Papa Pio X un convinto assertore ed uno strenuo sostenitore. Il suo discorso ai giovani italiani l'8 ottobre 1905 lo potremmo quasi considerare una magna charta: «... ammiro e benedico di cuore tutti i vostri giochi e passatempi, la ginnastica, il ciclismo, l'alpinismo, la nautica, il podismo, le passeggiate, i concorsi e le accademie, alle quali vi dedicate; perché gli esercizi materiali del corpo influiscono mirabilmente sugli esercizi dello spirito; perché questi trattenimenti richiedono pur lavoro, vi toglieranno dall'ozio che è padre dei vizi; e perché finalmente le stesse gare amichevoli saranno in voi una immagine dell'emulazione dell'esercizio della virtù».

    Durante il pontificato successivo di Pio XI, il Papa alpinista e scalatore, furono molti gli incontri del Pontefice con il mondo dello sport. Analogamente si può dire di Papa Pacelli che durante un incontro con gli sportivi romani nel maggio 1945 sottolineava: «Ora qual è, in primo luogo, l'ufficio e lo scopo dello sport, sanamente e cristianamente inteso, se non appunto di coltivare la dignità e l'armonia del corpo umano, di sviluppare la salute, il vigore, l'agilità e la grazia?». Rappresentano un suggestivo ricordo della memoria storica le fotografie di Papa Pio XII con alcuni sportivi, famosi e meno famosi.

    Anche i Papi Giovanni XXIII e Paolo VI hanno rivolto la loro voce al mondo dello sport ed hanno incontrato i protagonisti di questa realtà tante volte in Vaticano.
    Con Papa Giovanni Paolo II comincia una novità assoluta: il Papa è sportivo nel duplice significato di appassionato e di praticante. Numerose fotografie danno testimonianza visibile di questa nuova realtà. Tutti noi ricordiamo Papa Wojtyła come sciatore.

    Il Pontefice ha inoltre incontrato atleti famosi e non famosi, ricchi e poveri, squadre calcistiche, tennisti, nuotatori, ciclisti, organizzazioni e dirigenti sportivi. In uno dei suoi numerosi interventi Papa Wojtyła disse: «La giusta pratica dello sport deve essere accompagnata dalla temperanza e dall'educazione alla rinuncia; con molta frequenza essa richiede altresì un buono spirito di squadra, atteggiamenti di rispetto, apprezzamento delle altrui qualità, onestà nel gioco e umiltà per riconoscere i propri limiti...» (Pentecoste 2004).

    Ricordiamo ben 120 discorsi e messaggi di questo Papa sullo sport nel corso del suo lungo pontificato.
    Anche l'attuale Papa Benedetto XVI presta molta attenzione ai valori del mondo sportivo. Ricorda che il gioco insegna disciplina e rigore offrendo la possibilità di vincere e di ricevere libertà. Come gioco di squadra poi, porta l'uomo ad una convivenza disciplinata.

    In modo dettagliato e metodologico vengono poi descritti i diversi tipi di sport praticati attualmente nella Città del Vaticano: il tiro a volo, il judo, il gioco del calcio, il gioco del tennis e il ciclismo. Nell'ultima parte troviamo delle significative riflessioni sulle prospettive future della pratica sportiva nella città del Vaticano e, infine, preziose osservazioni sui mass media del Vaticano e lo sport.

    Mentre vogliamo sottolineare che il libro merita un'attenta ed appassionata lettura, agli autori va riconosciuto il vanto di essersi occupati per primo di un lato del Vaticano finora quasi sconosciuto. Per tal motivo essi meritano una significativa lode, sincero rispetto e riconoscimento per aver dedicato parte del proprio tempo a questa materia interessante ed importante per la vita quotidiana nella Città del Vaticano.

    (©L'Osservatore Romano 3 aprile 2011)



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    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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    00 4/18/2011 9:16 PM
    L'archeologa Hermine Speier venne chiamata da Pio XI per riordinare l'archivio fotografico dei Musei Vaticani

    E nel 1934 il Papa assunse un'ebrea tedesca


    È sepolta in quel "nido di rondini all'ombra del Cupolone" che è il Campo Santo Teutonico
    di PAOLO VIAN

    Su "Il foglio" del 16 aprile Paolo Rodari ha rievocato in un articolo brillante e documentato la figura di Hermine Speier, l'archeologa ebrea tedesca nata nel 1898, a Roma dal 1928, che nel 1934 Pio XI volle introdurre in Vaticano "per riordinare l'archivio fotografico dei nostri musei": quei Musei Vaticani ai quali la Speier avrebbe dedicato il primo volume della fondamentale "Guida alle raccolte pubbliche di arte classica di Roma" (Führer durch die offentlichen Sammlungen klassischer Altertümer in Rom), da lei curata in quattro volumi fra il 1963 e il 1972 come quarta edizione di una fortunata opera di Wolfgang Helbig (1891, 1899) già rifatta nel 1912-1913 da Walther Amelung, Emil Reisch e Fritz Weege.

    Attingendo alla puntuale ricostruzione di Gudrun Sailer, giornalista della sezione tedesca della Radio Vaticana che della Speier ha parlato nel documentario sul "Vaticano segreto" andato in onda domenica sera sul National Geographic Channel, raccogliendo ancora i ricordi di quanti l'hanno conosciuta personalmente (come Oriol Schädel, per molti anni direttore della Libreria Herder a piazza Montecitorio), Rodari delinea un ritratto a tutto tondo di questa "donna piena di vita e insieme di vitalità", figura nuova e atipica in un mondo come quello Vaticano allora chiuso alle presenze femminili.

    La Speier ha lasciato un segno nella memorialistica romana del Novecento, dai Römische Memoiren di Ludwig Pollak (Roma, L'Erma di Bretschneider, 1994) alla Storia della mia vita di Hubert Jedin (Brescia, Morcelliana, 1987), il grande storico del concilio di Trento che la conobbe proprio a Roma, ove i suoi amici tedeschi più vicini erano appunto Ludwig Curtius (1874-1954) e la Speier.

    Dopo la destituzione dalla direzione dell'Istituto Archeologico Germanico (a causa delle sue relazioni con persone non ariane), "Curtius - ricorda Jedin - era potuto rimanere a Roma come vero ambasciatore dello spirito tedesco più autentico. Hermine Speier, sua ex allieva originaria di Francoforte, era stata licenziata, a causa delle sue origini, dal servizio che svolgeva all'Istituto, dove aveva diretto il dipartimento fotografico, che era straordinariamente ampio. Su raccomandazione di Curtius era stata assunta dal direttore generale dei Musei Vaticani, [Bartolomeo] Nogara, per l'istituzione e la sistemazione di un settore fotografico nei Musei Vaticani, in un primo tempo senza un rapporto di lavoro fisso bensì, come lei stessa raccontava, a "paga giornaliera". Essa ha riordinato in maniera esemplare il caos delle migliaia di fotografie di pezzi di museo, antichi e non antichi, che nel corso di decenni si erano accumulate; era però costretta a procurarsi altro denaro per vivere, impartendo lezioni e leggendo ad alta voce presso lo studioso di storia antica Gaetano De Sanctis, che era diventato cieco. In quegli anni essa fu per me un'amica comprensiva e cara, alla quale potevo confidare ogni mia preoccupazione. Dalla terrazza sopra il suo appartamento, vicino a Sant'Onofrio sul Gianicolo, si godeva una vista meravigliosa sulla città di Roma".

    Quando nell'ottobre 1943 la ferocia nazista si accanì contro la comunità ebraica dell'Urbe per Jedin fu un sollievo sapere che la Speier era al sicuro, presso le suore delle Catacombe di Priscilla sulla via Salaria: "aveva provveduto a sistemarla lì il direttore della casa, mons. [Giulio] Belvederi, nipote del cerimoniere pontificio Respighi. Il nascondiglio era estremamente sicuro, poiché in caso di perquisizione lei e gli altri "imboscati" potevano dileguarsi, passando per un accesso segreto nella vicina catacomba, che in questo modo aveva una funzione analoga a quella avuta all'epoca delle persecuzioni dei cristiani".


    Ma un momento solenne e indimenticabile si avvicinava. Il 13 dicembre 1944 Curtius compì settant'anni. "Insieme alla signorina Speier - ricorda Jedin -, a [Bruno] Wüstenberg e a [Paul Georg] Berndorff andai da lui già di buon mattino, alle 8; il "circolo delle memorie" (il gruppo di persone al quale egli leggeva a capitoli le sue memorie pubblicate più tardi) gli aveva preparato a mo' di sorpresa un concerto per flauto di Mozart, che lo commosse fino alle lacrime; la musica, disse alla fine, è l'armonia che non si realizza nella natura. Alle 11 lo accompagnai all'udienza del papa, dalla quale uscì molto soddisfatto, dopo circa venti minuti; nel pomeriggio alle 15, il direttore dell'Istituto svedese, [Erik] Sjoqvist, diede in suo onore un ricevimento, al quale parteciparono circa 120 persone di sedici nazioni diverse.

    In quell'occasione parlarono il direttore generale dei Musei Vaticani Nogara, il signor [Jean Rodolphe] von Salis per la Croce Rossa, [Paolino] Mingazzini per gli italiani, la signorina Speier a nome dei suoi studenti". E Curtius ringraziò con il motto dei Templari tratto dal salmo 115, "Non nobis", ricordando "tutti coloro ai quali doveva la sua vita spirituale, il suo "essere così". In quell'istante storico la festa di Curtius fu molto più di un omaggio alla singola persona: fu un atto di riconoscimento dello spirito tedesco, al di là di tutte le atrocità compiute da Hitler e dai suoi uomini".
    Finita la guerra e terminata la persecuzione, Spinnie - il nomignolo con cui la Speier veniva chiamata dagli amici tedeschi - si converte al cattolicesimo; la famiglia, dispersa fra Inghilterra e Stati Uniti, rompe i rapporti con lei ma nel suo salotto, dove si legge Dante e si discute di Johann Joachim Winckelmann, continua a confluire "il meglio della presenza tedesca a Roma", "notabili, artisti, diplomatici, politici, uomini di varia cultura.

    E anche diversi vescovi e cardinali". Un mondo che, implacabilmente assottigliato, l'accompagna nel 1989 alla sua ultima dimora, nel Campo Santo Teutonico, in quel "nido di rondini all'ombra del Cupolone" (come Anton de Waal definiva il Campo Santo Teutonico), ove i Teutones in pace attendono la resurrezione. La storia della Speier può essere letta in modi diversi e sotto molteplici prospettive, come una pagina dell'emigrazione intellettuale ebraica dalla Germania, come un passo saliente nell'affermazione della presenza femminile in Vaticano, come un momento importante in quell'opera di aiuto e sostegno a minoranze perseguitate che la Santa Sede perseguì fra gli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso (come non ricordare quanto negli stessi anni faceva Giovanni Mercati in Biblioteca Vaticana accogliendo e aiutando, sotto gli occhi e col consenso di Papa Ratti, studiosi ebrei ostracizzati dai loro Paesi?).

    Ma la vicenda dell'archeologa appare più in profondità come una parabola ricca di significati: un'ebrea tedesca, studiosa della classicità, trova rifugio nella notte buia della barbarie novecentesca in Vaticano e scopre proprio all'ombra di San Pietro il luogo in cui serbare e testimoniare il senso di quell'umanesimo che è l'eredità più alta dello "spirito tedesco più autentico". Al di là di ogni comoda semplificazione, questo incontro fra umanesimo tedesco, ebraismo e cristianesimo fa riflettere e meditare.



    (©L'Osservatore Romano 18-19 aprile 2011)

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