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Indicazioni della storia: cause di squilibrio

48. La storia mostra anzitutto che il corretto rapporto tra Liturgia e pietà popolare viene turbato allorché nei fedeli si attenua la coscienza di alcuni valori essenziali della Liturgia stessa. Tra le cause di tale affievolimento vengono segnalate:

- la debole consapevolezza o la diminuzione del senso della Pasqua e del posto centrale che essa occupa nella storia della salvezza, della quale la Liturgia cristiana è l'attualizzazione; dove ciò accade, i fedeli orientano quasi inevitabilmente la loro pietà, senza tener conto della “gerarchia delle verità”, verso altri misteri salvifici della vita di Cristo e verso la beata Vergine, gli Angeli e i Santi;

- l’affievolimento del senso del sacerdozio universale in virtù del quale i fedeli sono abilitati a «offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo» (1 Pt 2, 5; cf. Rm 12,1) e a partecipare pienamente, secondo la loro condizione, al culto della Chiesa; tale affievolimento, accompagnato spesso dal fenomeno di una Liturgia guidata da chierici anche in parti non riguardanti le funzioni proprie dei sacri ministri, fa sí che talora i fedeli si orientino verso la pratica dei pii esercizi, dei quali si sentono partecipanti attivi;

- la non conoscenza del linguaggio proprio della Liturgia - la lingua, i segni, i simboli e i gesti rituali…- , per cui ai fedeli sfugge in gran parte il significato della celebrazione. Ciò può ingenerare in essi l’impressione di essere estranei all’azione liturgica; allora sono facilmente indotti a preferire i pii esercizi, il cui linguaggio è più conforme alla loro formazione culturale, o le particolari devozioni più rispondenti a esigenze e situazioni concrete della vita quotidiana.

49. Ognuno di questi fatti, che non di rado coesistono in uno stesso ambiente, produce uno squilibrio nel rapporto tra Liturgia e pietà popolare, a detrimento della prima e ad impoverimento della seconda. Pertanto essi dovranno essere corretti attraverso un'accorta e perseverante azione catechetica e pastorale.

Per converso, i movimenti di rinnovamento liturgico e l’accrescimento del senso liturgico nei fedeli danno luogo ad un ridimensionamento della pietà popolare nei confronti della Liturgia. Ciò si deve ritenere un fatto positivo, conforme all’orientamento più profondo della pietà cristiana.

Nella luce della Costituzione liturgica

50. Nel nostro tempo il tema del rapporto tra Liturgia e pietà popolare va guardato soprattutto alla luce delle direttive impartite dalla Costituzione Sacrosanctum Concilium, le quali sono ordinate alla ricerca di un rapporto armonico tra ambedue le espressioni di pietà, in cui tuttavia la seconda sia oggettivamente subordinata e finalizzata alla prima.[42]

Ciò significa che bisogna anzitutto evitare di porre la questione del rapporto tra Liturgia e pietà popolare in termini di opposizione, come pure di equiparazione o di sostituzione. Infatti la coscienza dell’importanza primordiale della Liturgia e la ricerca delle sue più genuine espressioni non devono condurre a trascurare la realtà della pietà popolare e tanto meno a disprezzarla o a ritenerla superflua o addirittura dannosa per la vita cultuale della Chiesa.

La non considerazione o la disistima nei confronti della pietà popolare denunciano una inadeguata valutazione di alcuni fatti ecclesiali e sembrano suggerite più da pregiudizi ideologici che non dalla dottrina della fede. Esse costituiscono un atteggiamento che:

- non tiene conto che la pietà popolare è anch’essa una realtà ecclesiale promossa e sorretta dallo Spirito,[43] sulla quale il Magistero esercita la sua funzione di autenticazione e di garanzia;

- non considera sufficientemente i frutti di grazia e di santità che la pietà popolare ha prodotto e continua a produrre nella compagine ecclesiale;

- è non di rado espressione di una ricerca illusoria della “Liturgia pura” la quale, a parte la soggettività dei criteri con cui viene stabilita la puritas, è – come insegna l’esperienza secolare – più un’aspirazione ideale che una realtà storica;

- è portato a confondere una nobile componente dell’animo umano, ossia il sentimento, che legittimamente permea molte espressioni della pietà liturgica e della pietà popolare, con la sua degenerazione, cioè il sentimentalismo.

51. Ma nel rapporto tra Liturgia e pietà popolare si riscontra anche il fenomeno opposto, cioè una tale valutazione della pietà popolare che in pratica è a scapito della Liturgia della Chiesa.

Non si può tacere che dove ciò avvenga, o per una situazione di fatto o per una pretesa scelta teorica, si dà luogo a una grave deviazione pastorale: la Liturgia non sarebbe più «il culmine verso cui tende la vita della Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana la sua virtù»,[44] ma una espressione cultuale ritenuta estranea alla comprensione e alla sensibilità del popolo e che, quindi, viene negletta, relegata a un ruolo secondario, oppure riservata a gruppi particolari.

52. La encomiabile intenzione di avvicinare l’uomo contemporaneo, soprattutto chi non ha ricevuto sufficiente istruzione catechetica, al culto cristiano e la constatata difficoltà, da parte di determinate culture, di assimilare alcuni elementi e strutture della Liturgia, non devono avere come conseguenza la svalutazione teorica o pratica dell’espressione primaria e fondamentale del culto liturgico. In questo modo, invece di affrontare con lungimiranza e perseveranza le difficoltà reali, si pensa di poterle risolvere in modo semplicistico.

53. Là dove gli esercizi della pietà popolare vengono praticati a scapito delle azioni liturgiche, accade di udire affermazioni quali:

- la pietà popolare è uno spazio adeguato per celebrare in modo libero e spontaneo la “Vita” e le sue molteplici espressioni; la Liturgia invece, centrata sul “Mistero di Cristo” e anamnetica per sua natura, inibisce la spontaneità e risulta ripetitiva e formalistica;

- la Liturgia non riesce a coinvolgere il fedele nella totalità del suo essere, nella sua corporeità e nel suo spirito; la pietà popolare invece, parlando direttamente all’uomo, ne coinvolge il corpo, il cuore, lo spirito;

- la pietà popolare è uno spazio reale e genuino per la vita di preghiera: attraverso i pii esercizi infatti il fedele dialoga veramente con il Signore, con parole che egli comprende pienamente e che sente proprie; la Liturgia al contrario, ponendo sulle sue labbra parole non sue e spesso estranee al suo mondo culturale, più che un mezzo si rivela un impedimento per la vita di preghiera;

- la ritualità in cui si esprime la pietà popolare è recepita e accolta dal fedele, perché vi è corrispondenza tra il suo mondo culturale e il linguaggio rituale; la ritualità propria della Liturgia è invece incompresa, perché i suoi moduli espressivi provengono da un mondo culturale che il fedele sente diverso e lontano.

54. In tali affermazioni viene accentuato in modo esagerato e dialettico il divario che – non lo si può negare – esiste in alcune aree culturali tra le espressioni della Liturgia e quelle della pietà popolare.

È certo però che là dove queste opinioni si esprimono, esse sono segno che il genuino concetto della Liturgia cristiana è fortemente compromesso se non del tutto svuotato dei suoi contenuti essenziali.

Contro tali opinioni bisogna ricordare la parola grave e meditata dell’ultimo Concilio ecumenico: «Ogni celebrazione liturgica, in quanto opera di Cristo sacerdote e del suo Corpo, che è la Chiesa, è azione sacra per eccellenza, e nessun’altra azione della Chiesa, allo stesso titolo e allo stesso grado, ne uguaglia l’efficacia».[45]

55. L’unilaterale esaltazione della pietà popolare senza tener conto della Liturgia non è coerente col fatto che gli elementi essenziali di quest’ultima risalgono alla volontà istitutiva di Gesù stesso e non ne sottolinea, come di dovere, l’insostituibile valore soteriologico e dossologico. Dopo l’ascensione del Signore alla gloria del Padre e il dono dello Spirito, la perfetta glorificazione di Dio e la salvezza dell’uomo avvengono primariamente attraverso la celebrazione liturgica,[46] la quale esige l’adesione della fede e inserisce il credente nell’evento salvifico fondamentale: la Passione, Morte e Risurrezione di Cristo (cf. Rm 6, 2-6; 1 Cor 11, 23-26).

La Chiesa, nell’autocomprensione del suo mistero e della sua azione cultuale e salvifica, non dubita di affermare che «mediante la Liturgia, specialmente nel divino sacrificio dell’Eucaristia, “si compie l’opera della nostra redenzione”»;[47] ciò non esclude l’importanza di altre forme di pietà.

56. La disistima teorica o pratica nei confronti della Liturgia conduce inevitabilmente a oscurare la visione cristiana del mistero di Dio, che si china misericordiosamente sull’uomo caduto per attirarlo a Sé con l’incarnazione del Figlio e il dono dello Spirito Santo; a non percepire il significato della storia della salvezza e il rapporto esistente tra l’Antica e la Nuova Alleanza; a sottovalutare la Parola di Dio, la sola Parola che salva, di cui si nutre e a cui incessantemente si riferisce la Liturgia; ad attenuare nell’animo dei fedeli la coscienza del valore dell’opera di Cristo, Figlio di Dio e Figlio della Vergine Maria, il solo Salvatore e unico Mediatore (cf. 1 Tm 2, 5; At 4,12); a smarrire il sensus Ecclesiæ.

57. L'accento posto esclusivamente sulla pietà popolare, la quale per altro – come è stato detto – deve muoversi nell’ambito della fede cristiana,[48] può favorire un processo di allontanamento dei fedeli dalla rivelazione cristiana e di riassunzione in modo indebito o distorto di elementi della religiosità cosmica e naturale; può determinare l’introduzione nel culto cristiano di elementi ambigui provenienti da credenze pre-cristiane o che siano unicamente espressione della cultura o della psicologia di un popolo o di una etnia; creare l’illusione di raggiungere il trascendente attraverso esperienze religiose inquinate;[49] compromettere il genuino senso cristiano della salvezza quale dono gratuito di Dio, proponendo una salvezza che sia conquista dell’uomo e frutto del suo sforzo personale (non si deve dimenticare il pericolo spesso reale della deviazione pelagiana); può infine far sì che la funzione dei mediatori secondari, quali la Beata Vergine Maria, gli Angeli, i Santi e talora i protagonisti della storia nazionale, sovrasti nella mentalità dei fedeli il ruolo dell’unico Mediatore, il Signore Gesù Cristo.

58. Liturgia e pietà popolare sono due espressioni legittime del culto cristiano, anche se non omologabili. Esse non sono da opporre, né da equiparare, ma da armonizzare come viene descritto nella Costituzione liturgica: «I pii esercizi del popolo cristiano [...] siano ordinati in modo da essere in armonia con la sacra Liturgia, da essa traggano in qualche modo ispirazione, e ad essa, data la sua natura di gran lunga superiore, conducano il popolo cristiano».[50]

Liturgia e pietà popolare sono quindi due espressioni cultuali da porre in mutuo e fecondo contatto: in ogni caso tuttavia la Liturgia dovrà costituire il punto di riferimento per «incanalare con lucidità e prudenza gli aneliti di preghiera e di vita carismatica»[51] che si riscontrano nella pietà popolare; dal canto suo la pietà popolare, con i suoi valori simbolici ed espressivi, potrà fornire alla Liturgia alcune coordinate per una valida inculturazione e stimoli per un efficace dinamismo creatore.[52]

L’importanza della formazione

59. Alla luce di quanto richiamato, la via per risolvere motivi di squilibrio o di tensione tra Liturgia e pietà popolare è quella della formazione, sia del clero che dei laici. Insieme alla necessaria formazione liturgica, opera di lungo respiro, sempre da riscoprire e approfondire,[53] a complemento di essa e in vista di una spiritualità armonica e ricca, si impone anche la formazione alla pietà popolare.[54]

Infatti, poiché «la vita spirituale non si esaurisce nella partecipazione alla sola Liturgia»,[55] il limitarsi esclusivamente all’educazione liturgica non soddisfa ogni ambito di accompagnamento e di crescita spirituale. Del resto, l’azione liturgica, specie la partecipazione all’Eucaristia, non può permeare un vissuto dal quale è assente la preghiera individuale e sono carenti i valori veicolati dalle tradizionali forme di devozione del popolo cristiano. Il rivolgersi odierno a pratiche “religiose” di provenienza orientale, variamente rielaborate, è indice di una ricerca di spiritualità dell’esistere, del soffrire, del condividere. Le generazioni post-conciliari – a seconda dei paesi - non hanno l’esperienza delle forme di devozione che avevano le generazioni precedenti: ecco perché, la catechesi e l’azione educativa non possono trascurare, nella proposta di una spiritualità vissuta, il riferimento al patrimonio rappresentato dalla pietà popolare, in modo speciale dai pii esercizi raccomandati dal Magistero.


Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)