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Capitolo III

PRINCIPI TEOLOGICI
PER LA VALUTAZIONE E IL RINNOVAMENTO
DELLA PIETÀ POPOLARE


La vita cultuale: comunione col Padre, per Cristo nello Spirito

76. Nella storia della rivelazione la salvezza dell’uomo è costantemente presentata come un dono di Dio, scaturito dalla sua misericordia, in sovrana libertà e totale gratuità. L’intero complesso degli eventi e delle parole attraverso i quali si manifesta e si attua il piano salvifico[94] si configura come un dialogo continuo tra Dio e l’uomo, dialogo in cui Iddio ha l’iniziativa e che esige da parte dell’uomo un atteggiamento di ascolto nella fede e una risposta di «obbedienza alla fede» (Rm 1, 5; 16, 26).

Singolare importanza nel dialogo salvifico ha l’Alleanza stipulata sul Sinai tra Dio e il popolo eletto (cf. Es 19-24), che fa di quest’ultimo una “proprietà” del Signore, un “regno di sacerdoti e una nazione santa” (Es 19, 6). Ed Israele, che pur non fu sempre fedele all’Alleanza, trovò in essa ispirazione e forza per modellare il suo comportamento sul comportamento di Dio stesso (cf. Lv 11, 44-45; 19, 2) e sui contenuti della sua Parola.

In particolare il culto di Israele e la sua preghiera hanno come oggetto soprattutto la memoria dei mirabilia Dei, cioè degli interventi salvifici di Dio nella storia; ciò mantiene viva la venerazione per gli eventi in cui si sono attuate le promesse di Dio e che costituiscono pertanto il punto di riferimento costante sia per la riflessione di fede sia per la vita di preghiera.

77. Conformemente al suo disegno eterno, «Dio che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha costituito erede di tutte le cose e per mezzo del quale ha fatto anche il mondo» (Eb 1, 1-2). Il mistero di Cristo, soprattutto la sua Pasqua di Morte e di Risurrezione, è in effetti la piena e definitiva rivelazione e attuazione delle promesse salvifiche. Poiché Gesù, «l’unigenito Figlio di Dio» (Gv 3, 18), è colui nel quale il Padre ci ha donato tutto, senza risparmio alcuno (cf. Rm 8, 32; Gv 3, 16), è evidente che il punto di riferimento essenziale per la fede e la vita di preghiera del popolo di Dio risiede nella persona e nell’opera del Cristo: in lui abbiamo il Maestro di verità (cf. Mt 22, 16), il Testimone fedele (cf. Ap 1, 5), il sommo Sacerdote (cf. Eb 4, 14), il Pastore delle nostre anime (cf. 1 Pt 2, 25), il Mediatore unico e perfetto (cf. 1 Tm 2, 5; Eb 8, 6; 9, 15; 12, 24): per mezzo di lui l’uomo va al Padre (cf. Gv 14, 6), sale a Dio la lode e la supplica della Chiesa e discende sull’umanità ogni dono divino.

Sepolti con Cristo e risuscitati con lui nel battesimo (cf. Col 2, 12; Rm 6, 4), sottratti al dominio della carne e introdotti in quello dello Spirito (cf. Rm 8, 9), siamo chiamati allo stato perfetto nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo (cf. Ef 4, 13); in Cristo abbiamo il modello di un’esistenza di cui ogni momento riflette l’atteggiamento di ascolto della parola del Padre e di accoglienza del suo volere, come un “sì” incessante alla sua volontà: «Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato» (Gv 4, 34).

Cristo dunque è il modello perfetto della pietà filiale e del colloquio incessante con il Padre, ossia il modello di una ricerca ininterrotta del contatto vitale, intimo e confidente con Dio, che illumina, sorregge e guida l’uomo durante tutta la sua esistenza.

78. Nella vita di comunione con il Padre i fedeli sono guidati dallo Spirito (cf. Rm 8, 14), che è stato dato loro perché li trasformi progressivamente in Cristo; infonda in essi lo «spirito di figli adottivi», per cui assumano l’atteggiamento filiale di Cristo (cf. Rm 8, 15-17) e i suoi stessi sentimenti (cf. Fil 2, 5); renda presente ad essi l’insegnamento di Cristo (cf. Gv 14, 26; 16, 13-25), perché alla sua luce interpretino le vicende della vita e gli avvenimenti della storia; li conduca alla conoscenza delle profondità di Dio (cf. 1 Cor 2, 10) e li abiliti a fare della propria vita un “culto spirituale” (cf. Rm 12, 1); li sostenga nelle contraddizioni e nelle prove che devono affrontare nel faticoso processo di trasformazione in Cristo; susciti, alimenti e diriga la loro preghiera: «Lo Spirito di Dio viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio» (Rm 8, 26-27).

Dallo Spirito trae origine e impulso il culto cristiano, nello Spirito si svolge e si compie. Si può dunque affermare che senza la presenza dello Spirito di Cristo non vi è genuino culto liturgico, ma neppure può esprimersi l’autentica pietà popolare.

79. Alla luce dei principi finora esposti appare necessario che la pietà popolare si configuri e costituisca un momento del dialogo tra Dio e l’uomo per Cristo nello Spirito Santo. Non vi è dubbio che essa, nonostante le carenze che qua e là si riscontrano - come ad esempio la confusione tra Dio Padre e Gesù -, reca in sé un’impronta trinitaria.

La pietà popolare infatti è molto sensibile al mistero della paternità di Dio: si commuove di fronte alla sua bontà, ne ammira la potenza e la sapienza; si allieta per la bellezza della creazione e ne loda il Creatore; sa che Dio Padre è giusto e misericordioso, ed ha cura dei poveri e degli umili; proclama che Egli comanda di fare il bene e premia coloro che vivono con onestà seguendo la retta via, mentre aborrisce il male e allontana da Sé coloro che si ostinano nel seguire la via dell’odio e della violenza, dell’ingiustizia e della menzogna.

La pietà popolare si concentra volentieri sulla figura di Cristo, Figlio di Dio e Salvatore dell’uomo: si commuove al racconto della sua nascita e intuisce l’amore immenso che si sprigiona da quel Bambino, Dio vero e vero fratello nostro, povero e perseguitato fin dalla sua infanzia; gode di rappresentarsi numerose scene della vita pubblica del Signore Gesù, il Buon Pastore che avvicina i pubblicani e i peccatori, il Taumaturgo che guarisce gli infermi e soccorre i bisognosi, il Maestro che parla con verità; e soprattutto ama contemplare i misteri della Passione di Cristo, perché in essi avverte il suo sconfinato amore e la misura della sua solidarietà con la sofferenza umana: Gesù tradito e abbandonato, flagellato e incoronato di spine, crocifisso tra i malfattori, deposto dalla croce nel grembo della terra, pianto da amici e discepoli.

La pietà popolare non ignora che nel mistero di Dio vi è la persona dello Spirito Santo. Essa infatti crede che «per opera dello Spirito Santo» il Figlio di Dio «si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo»[95] e che agli albori della Chiesa lo Spirito fu dato agli Apostoli (cf. At 2, 1-13); sa che la potenza dello Spirito di Dio, il cui sigillo è impresso in modo particolare nei cristiani mediante la confermazione, è viva in ogni sacramento della Chiesa; sa che «nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo» inizia la celebrazione dell’Eucaristia, viene conferito il battesimo e dato il perdono dei peccati; sa che nel nome delle tre Divine Persone si compie ogni forma di preghiera della comunità cristiana ed è invocata sull’uomo e su tutte le creature la benedizione divina.

80. Occorre dunque che nella pietà popolare si rafforzi la coscienza del riferimento alla Santissima Trinità che, come si è detto, essa reca in sé, seppure in germe. A questo scopo vengono date alcune indicazioni:

- è necessario illuminare i fedeli sull’impronta peculiare della preghiera cristiana, che ha come destinatario il Padre, per la mediazione di Gesù Cristo, nella potenza dello Spirito Santo.

- E’ necessario che le espressioni della pietà popolare mettano in più chiara luce la persona e l’azione dello Spirito Santo. La mancanza di un “nome” per lo Spirito di Dio e l'abitudine di non rappresentarLo con immagini antropomorfiche hanno determinato, almeno in parte, una certa assenza dello Spirito Santo nei testi e negli altri moduli espressivi della pietà popolare, pur non dimenticando la funzione della musica e dei gesti del corpo per manifestare la relazione con lo Spirito. Tale assenza può essere colmata attraverso l’evangelizzazione della pietà popolare, di cui più volte ha trattato il Magistero della Chiesa.

- È necessario altresì che le espressioni della pietà popolare mettano in risalto il valore primario e fondante della Risurrezione di Cristo. L’amorosa attenzione rivolta all’umanità sofferente del Salvatore, tanto viva nella pietà popolare, deve essere sempre congiunta alla prospettiva della sua glorificazione. Solo a tale condizione verrà esposto nella sua integrità il disegno salvifico di Dio in Cristo e sarà colto nella sua inscindibile unità il Mistero pasquale di Cristo; solo così sarà delineato il volto genuino del cristianesimo, che è vittoria della vita sulla morte, celebrazione di Colui che «non è Dio dei morti, ma dei vivi» (Mt 22, 32), del Cristo, il Vivente, che era morto ed ora vive per sempre (cf. Ap 1, 28) e dello Spirito «che è Signore e dà la vita».[96]

- Infine è necessario che la devozione alla Passione di Cristo conduca i fedeli ad una partecipazione piena e consapevole all’Eucaristia, in cui è dato in cibo il corpo di Cristo offerto in sacrificio per noi (cf. 1 Cor 11, 24); ed è dato come bevanda il sangue di Gesù versato sulla croce per la nuova ed eterna Alleanza e per la remissione di tutti i peccati. Tale partecipazione ha il suo momento più alto e significativo nella celebrazione del Triduo pasquale, culmine dell’Anno liturgico, e nella celebrazione domenicale dei santi Misteri.

La Chiesa, comunità cultuale

81. La Chiesa, «popolo adunato nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo»,[97] è una comunità di culto. Per volontà del suo Signore e Fondatore, essa compie numerose azioni rituali che hanno per scopo la gloria di Dio e la santificazione dell’uomo,[98] e che sono, tutte, in vario modo e in grado diverso, celebrazione del Mistero pasquale di Cristo, volte alla realizzazione del volere divino di riunire i figli dispersi nell’unità di un solo popolo.

Nelle varie azioni rituali, infatti, la Chiesa annunzia il Vangelo della salvezza e proclama la Morte e la Risurrezione di Cristo, attuando attraverso i santi segni la sua opera di salvezza. Nell’Eucaristia celebra il memoriale della beata Passione, della gloriosa Risurrezione e dell’ammirabile Ascensione, e dagli altri sacramenti attinge altri doni dello Spirito, che scaturiscono dalla Croce del Salvatore. La Chiesa glorifica il Padre con salmi e inni per le meraviglie da lui operate nella Morte e nell'Esaltazione del Cristo suo Figlio e lo supplica perché il mistero salvifico della Pasqua raggiunga tutti gli uomini; nei sacramentali, istituiti per soccorrere i fedeli in varie situazioni e necessità, supplica il Signore perché tutta la loro attività sia sorretta e illuminata dallo Spirito della Pasqua.

82. Nella celebrazione della Liturgia non si esaurisce tuttavia il compito della Chiesa rispetto al culto divino. I discepoli di Cristo, infatti, secondo l’esempio e l’insegnamento del Maestro, pregano anche nel segreto della loro camera (cf. Mt 6, 6); si riuniscono a pregare secondo forme create da uomini e donne di grande esperienza religiosa, che hanno colto alcune istanze dei fedeli e ne hanno orientato la pietà verso aspetti particolari del mistero di Cristo; pregano secondo strutture sorte quasi anonimamente dal fondo della coscienza collettiva cristiana, nelle quali le esigenze della cultura popolare si compongono armonicamente con i dati essenziali del messaggio evangelico.

83. Le forme genuine della pietà popolare sono anch’esse frutto dello Spirito Santo e devono ritenersi espressione della pietà della Chiesa: perché compiute da fedeli viventi in comunione con essa, nell’adesione alla sua fede e nel rispetto della sua disciplina cultuale; perché non poche di esse sono state esplicitamente approvate e raccomandate dalla Chiesa stessa.[99]

84. In quanto espressione di pietà ecclesiale la pietà popolare è sottoposta alle leggi generali del culto cristiano e all’autorità pastorale della Chiesa, che esercita su di essa un’azione di discernimento e di autenticazione, e la rinnova ponendola in fecondo contatto con la Parola rivelata, la tradizione, la stessa Liturgia.

È necessario d’altra parte che le espressioni della pietà popolare siano sempre illuminate dal “principio ecclesiologico” del culto cristiano. Ciò consentirà alla pietà popolare di:

- avere una visione corretta dei rapporti tra Chiesa particolare e Chiesa universale; la pietà popolare infatti è portata a concentrarsi prevalentemente sui valori locali e sulle necessità immediate, rischiando di chiudersi ai valori universali e alle prospettive ecclesiologiche;

- situare la venerazione della beata Vergine, degli Angeli, dei Santi e Beati, e il suffragio per i defunti nel vasto ambito della Comunione dei Santi e all’interno dei rapporti intercorrenti tra la Chiesa celeste e la Chiesa tuttora pellegrina sulla terra;

- comprendere in modo fecondo il rapporto tra ministero e carisma; il primo, necessario nelle espressioni del culto liturgico; il secondo, frequente nelle manifestazioni della pietà popolare.

Sacerdozio comune e pietà popolare

85. Con i sacramenti dell’iniziazione cristiana il fedele entra a far parte della Chiesa, popolo profetico, sacerdotale e regale, cui spetta di rendere a Dio il culto in spirito e verità (cf. Gv 4, 23). Egli esercita tale sacerdozio per Cristo nello Spirito Santo non solo in ambito liturgico, soprattutto nella celebrazione dell’Eucaristia, ma anche in altre espressioni della vita cristiana, tra le quali le manifestazioni della pietà popolare. Lo Spirito Santo infatti gli conferisce la capacità di offrire sacrifici di lode a Dio, di elevare a lui preghiere e suppliche e, in primo luogo, di fare della propria vita un «sacrificio vivente, santo e gradito a Dio» (Rm 12, 1; cf. Eb 12, 28).

86. Su questo fondamento sacerdotale la pietà popolare aiuta i fedeli a perseverare nella preghiera e nella lode di Dio Padre, a rendere testimonianza a Cristo (cf. At 2, 42-47) e, sostenendo la vigilanza nell’attesa della sua gloriosa venuta, dà ragione, nello Spirito Santo, della speranza della vita eterna (cf. 1 Pt 3, 15); e, mentre conserva aspetti qualificanti del proprio contesto culturale, esprime quei valori di ecclesialità che caratterizzano, sia pure in vario modo e grado, tutto ciò che nasce e si sviluppa all’interno del Corpo mistico di Cristo.

Parola di Dio e pietà popolare

87. La Parola di Dio, consegnata nella Sacra Scrittura, custodita e proposta dal Magistero della Chiesa, celebrata nella Liturgia, è strumento privilegiato e insostituibile dell’azione dello Spirito nella vita cultuale dei fedeli.

Poiché nell’ascolto della Parola di Dio si edifica e cresce la Chiesa, il popolo cristiano deve acquistare familiarità con la Sacra Scrittura e imbeversi del suo spirito,[100] per tradurre in forme idonee e conformi ai dati della fede il senso di pietà e di devozione che scaturisce dal contatto con il Dio che salva, rigenera e santifica.

Nella parola biblica la pietà popolare troverà una fonte inesauribile di ispirazione, insuperabili modelli di preghiera e feconde proposte tematiche. Inoltre il costante riferimento alla Sacra Scrittura costituirà un’indicazione e un criterio per moderare l’esuberanza con cui non di rado si manifesta il sentimento religioso popolare, dando luogo ad espressioni ambigue e talora perfino non corrette.

88. Ma «la lettura della Sacra Scrittura dev’essere accompagnata dalla preghiera, affinché possa svolgersi il colloquio tra Dio e l’uomo»;[101] pertanto è assai raccomandabile che le varie forme in cui si esprime la pietà popolare prevedano di norma la presenza di testi biblici, opportunamente scelti e debitamente commentati.

89. A tale scopo gioverà il modello offerto dalle celebrazioni liturgiche, le quali comportano costitutivamente la presenza della Sacra Scrittura, proposta in vari modi per i diversi tipi di celebrazione. Ma poiché alle espressioni della pietà popolare si riconosce una legittima varietà di disegno e di articolazione, non è certo necessario che in esse la disposizione delle pericopi bibliche ricalchi in tutto le strutture rituali con cui la Liturgia proclama la Parola di Dio.

Il modello liturgico costituirà, in ogni caso, per la pietà popolare una sorta di salvaguardia di una corretta scala di valori, in cui al primo posto sia l’atteggiamento di ascolto di Dio che parla; insegnerà a scoprire l’armonia tra l’Antico e il Nuovo Testamento e a interpretare l’uno alla luce dell’altro; fornirà soluzioni collaudate da secolare esperienza per attualizzare in modo corretto il messaggio biblico e offrirà un valido criterio per valutare l’autenticità della preghiera.

Nella scelta dei testi è auspicabile che si ricorra a passi brevi, facilmente memorizzabili, incisivi, di facile comprensione anche se di ardua attuazione. Del resto, alcuni esercizi di pietà come la Via Crucis e il Rosario favoriscono la conoscenza della Scrittura: rapportati direttamente a gesti e preghiere imparate a memoria, gli episodi evangelici della vita di Gesù sono più facilmente ricordabili.

Pietà popolare e rivelazioni private

90. Da sempre e in ogni luogo, la religiosità popolare si mostra interessata a fenomeni e fatti straordinari, spesso connessi con rivelazioni private. Pur non circoscrivibile al solo ambito della pietà mariana, è questa ad essere particolarmente toccata a motivo di “apparizioni” e relativi “messaggi”. Valga, al riguardo, quanto ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica: «Lungo i secoli ci sono state delle rivelazioni chiamate “private”, alcune delle quali sono state riconosciute dall’autorità della Chiesa. Esse non appartengono tuttavia al deposito della fede. Il loro ruolo non è quello di “migliorare” o di “completare” la Rivelazione definitiva di Cristo, ma di aiutare a viverla più pienamente in una determinata epoca storica. Guidato dal Magistero della Chiesa, il senso dei fedeli sa discernere e accogliere ciò che in queste rivelazioni costituisce un appello autentico di Cristo e dei suoi Santi alla Chiesa» (n. 67). [102]

Inculturazione e pietà popolare

91. La pietà popolare è naturalmente contrassegnata dal sentire storico e culturale. Ne è indice la varietà di espressioni che la costituiscono, fiorite e affermatesi nelle varie Chiese particolari nel corso del tempo, segno del radicarsi della fede nel cuore di singoli popoli e della sua introduzione nel mondo della quotidianità. Infatti, «la religiosità popolare è la prima e fondamentale forma di “inculturazione” della fede, che si deve continuamente lasciare orientare e guidare dalle indicazioni della Liturgia, ma che a sua volta feconda la fede a partire dal cuore».[103] L’incontro tra il dinamismo innovatore del messaggio del Vangelo e le diverse componenti di una cultura trova pertanto una sua attestazione nella pietà popolare.[104]

92. Il processo di adattamento o di inculturazione di un pio esercizio non dovrebbe presentare particolari difficoltà per quanto attiene al linguaggio, alle espressioni musicali ed artistiche e all’assunzione di gesti e atteggiamenti corporali. I pii esercizi, infatti, da una parte non concernono aspetti essenziali della vita sacramentale, dall’altra sono, in molti casi, originariamente popolari, sorti cioè dal popolo e formulati con il suo linguaggio, ed impostati nella cornice della fede cattolica.

Tuttavia, il fatto che pii esercizi e pratiche di devozione siano espressivi del sentire del popolo non autorizza ad agire in tale materia con fare soggettivo e personalistico. Salva la competenza propria dell’Ordinario del luogo o dei Superiori Maggiori - se trattasi di devozioni connesse con Ordini religiosi -, quando si tratta di pii esercizi che interessano tutta una nazione o una vasta regione di territorio conviene che sia la Conferenza dei Vescovi a pronunciarsi.

E’ necessaria infatti una grande attenzione e un profondo senso di discernimento per impedire che, attraverso le varie forme del linguaggio, si insinuino nei pii esercizi concetti contrari alla fede cristiana o si dia adito a espressioni cultuali viziate da sincretismo.

In particolare è necessario che il pio esercizio oggetto di un processo di adattamento o di inculturazione conservi la sua identità profonda e la sua fisionomia essenziale. Ciò richiede che se ne mantengano sufficientemente riconoscibili l’origine storica e le linee dottrinali e cultuali che lo caratterizzano.

Quanto all’assunzione di forme di pietà popolare nel processo di inculturazione della Liturgia, si rinvia all’Istruzione di questo Dicastero in proposito.[105]



[SM=g1740722] www.vatican.va/roman_curia/congregations/ccdds/documents/rc_con_ccdds_doc_20020513_vers-direttorio...


Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)