00 12/6/2017 12:02 PM

Il "Non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal Male" - frase che non deve essere separata.....: ha un punto di partenza che è l’affrancamento da ogni schiavitù di male e il superamento delle tentazioni (leggasi IL CATECHISMO) CHE DIO PERMETTE AFFINCHE' SUPERIAMO LA PROVA , come insegna il Libro di Giobbe NON continuate a leggere la frase come un errore di traduzione, la teologia cattolica l'ha sempre letta come dottrina del fatto che DIO PERMETTE LA CROCE E LA SOFFERENZA, pensate a Gesù al Getsemani... Non era certo il Padre a portare Gesù alla tentazione, ma Gesù DOVEVA SUPERARE QUELLA PROVA, QUELLA TENTAZIONE: Padre NON la mia, ma la tua volontà..."

E ANCORA: GESU' PORTATO DALLO SPIRITO SANTO NEL DESERTO PER ESSERE TENTATO.... E' LA REALTA' DELLA FRASE DEL PADRE NOSTRO, CHE ATTENDE OGNUNO DI NOI NELLA VITA....  l'obbedienza di Gesù al Padre si sviluppa e si applica SULLA CROCE, LA PROVA CHE DIO PADRE VUOLE DA OGNUNO DI NOI Tentare di modificare la TRADUZIONE del testo, significa solo voler modificare LA DOTTRINA SULLA SOFFERENZA dell'uomo....PENSATECI bene! QUANTO A RATZINGER, LEGGETE IL GESU' DI NAZARETH DOVE NON DICE AFFATTO CHE LA TRADUZIONE E' ERRATA, MA DOVE SPIEGA IL SENSO, IL SIGNIFICATO DELLA TENTAZIONE.... 

I santi e il Padre nostro

Il Vangelo in una sola preghiera
di Antonio Gentili

Se i commenti al Padre nostro sono innumerevoli, non è stata invece rivolta molta attenzione all’impatto che la "preghiera di Gesù" ha avuto sulla vita di molti santi. In queste pagine ci accingiamo a ripercorrere a grandi linee una storia ancora per certi aspetti inedita, ma molto ricca di fascino. Lo facciamo, ricercando nelle pagine dell’agiografia cristiana tracce, vistose o comunque significative, dell’"impronta" lasciata dalla preghiera cristiana per eccellenza – definita da Tertulliano il «compendio di tutto il Vangelo» – nella vita di quanti, lungo i secoli, hanno saputo prendere sul serio il Vangelo.

Difficile pensare a una preghiera che goda della diffusione e della notorietà del Padre nostro, non fosse che per il fatto di essere comune a un quarto dell’umanità, tanti sono i seguaci di Gesù nel mondo, secondo le diverse confessioni cristiane. Inoltre, la "preghiera del Signore" ha da sempre costituito un passaggio obbligato nell’iniziazione cristiana: ne veniva fatta consegna ai candidati al battesimo, dopo che il testo era stato adeguatamente illustrato. E non c’è catecheta, dagli antichi Padri ai moderni maestri spirituali, che non si sia sentito in dovere di spiegare l’orazione definita da Tertulliano «il compendio di tutto il Vangelo».

Se i commenti al Padre nostro sono innumerevoli, a quanto ci risulta, però, non è stata rivolta molta attenzione all’impatto che la preghiera di Gesù ha avuto sull’animo e sulla vita dei santi, o in ogni caso di persone impegnate in un serio cammino spirituale. Sant’Agostino considerava il Padre nostro alla stessa stregua dei sacramenti, ossia alla stregua di parolesegni che operano quanto dicono. È possibile – ci siamo chiesti – ritrovare nelle sterminate pagine dell’agiografia cristiana tracce, vistose o comunque significative, dell’"impronta" lasciata dalla preghiera cristiana per eccellenza nella vita di quanti hanno preso sul serio il Vangelo?

Accingiamoci a ripercorrere a grandi linee una storia ancora per certi aspetti inedita, ma molto ricca di fascino. Passeremo in rassegna personaggi la cui vita attraversa la storia della Chiesa dal tempo dei Padri a oggi. Di alcuni illustreremo ampiamente la testimonianza, ad altri faremo riferimento nei veloci richiami in testa alle pagine del dossier. Troveremo, accanto ai santi più famosi, testimoni che meritano un primo incontro.

Francesco d’Assisi

È probabile che i nostri lettori vadano quasi istintivamente con il pensiero a san Francesco d’Assisi (1182-1226). Leggiamo dunque subito un breve squarcio biografico del Poverello, che ci ricorda il gesto clamoroso con il quale si denudò alla presenza del proprio padre e del vescovo della città, nelle cui mani consegnava la sua vita. Dopo aver deciso di lasciare casa e beni paterni, «davanti a molti che si erano riuniti e stavano in ascolto, esclamò: "D’ora in poi potrò dire liberamente: Padre nostro che sei nei cieli, non padre Pietro di Bernardone. Ecco, non solo gli restituisco il denaro, ma gli rendo pure tutte le vesti". Così andò nudo incontro al Signore». E, rivolto al padre: «Finora ho chiamato te mio padre sulla terra; d’ora in poi posso dire con tutta sicurezza: "Padre nostro che sei nei cieli, perché in lui ho riposto ogni mio tesoro e ho collocato tutta la mia fiducia e la mia speranza"».

La preghiera di Gesù, in colui che ne sarebbe diventato un modello vivente, acquista una portata nuova, inedita, e costituirà un punto di riferimento costante nella vita e nell’insegnamento del santo assisiate.

Egli dettò anche una parafrasi del Padre nostro e, quando insegnava a pregare ai frati, raccomandava soprattutto di non cessare di dire il Padre nostro, così che quanti non erano forniti di "lettere" recitavano una specie di salterio sostitutivo comprendente 24 Pater a Mattutino, 5 alle Lodi, 7 per le singole quattro Ore diurne (Prima, Terza, Sesta e Nona), 12 ai Vespri e 7 a Compieta. Nella Lettera ai fedeli addita nel Padre nostro la formula di orazione continua: «Eleviamo a lui lodi e preghiere giorno e notte, dicendo Padre nostro che sei nei cieli, poiché bisogna che noi preghiamo senza stancarci».

Angela da Foligno

Negli annali francescani non è meno celebre il caso di una tra le più illustri seguaci del Poverello, la beata Angela da Foligno (1248 ca.-1309). Sposa e madre, fattasi poi terziaria e dedita alla più squisita pratica della carità, dettò un Memoriale in cui erano riprese le sue straordinarie esperienze mistiche. Ascoltiamo la sua stessa testimonianza: «Una volta ero andata in chiesa e avevo pregato Dio che mi facesse qualche grazia. E mentre pregavo, mi pose nel cuore il Pater noster con una grandissima e chiara intelligenza della bontà divina e della mia indegnità. E dicevo quel Pater noster oralmente con tale lentezza e con tale cognizione di me medesima, che, benché da una parte piangessi amaramente per i peccati e per la mia indegnità che allora venivo conoscendo, tuttavia ebbi proprio da lì una gran consolazione; e allora cominciai a gustare qualche poco della dolcezza divina, perché conoscevo meglio la bontà divina lì che in qualunque altra cosa; ma ora la trovo in modo anche migliore. Tuttavia, siccome in quel Pater noster mi fu scoperta la mia indegnità e i miei peccati, cominciai a esser assalita dalla vergogna, e in modo tale che non osavo alzare gli occhi. Ma feci ricorso alla beata Vergine, perché lei impetrasse per me il perdono dei peccati. Ed ero ancora nell’amarezza a causa dei peccati. E in qualunque dei passi sopraddetti fui fermata per un buon tempo prima di potermi muovere verso un altro passo. Ma in un passo dimorai più a lungo, in un altro meno» (Il Libro dell’esperienza, 1992). Risulta evidente quali risonanze avesse suscitato nella beata la preghiera di Gesù e come essa venne a costituire il punto di partenza di una sempre più elevata esperienza della bontà divina. In seguito però Angela la trovò «in modo anche migliore» di quanto non le risultasse attraverso la recitazione di una formula sia pure così penetrante.

A questo punto ci si domanderà se e come sia possibile operare perché in chi si accinge alla preghiera ci siano le debite disposizioni, così che il Signore «ponga nel cuore il Pater noster».

Ignazio di Loyola

E qui dobbiamo dare la parola a quel grande maestro di preghiera che è sant’Ignazio di Loyola (1491-1556). Il fondatore della Compagnia di Gesù riprende e riduce a sistema la pratica degli esercizi spirituali. Nell’aureo libretto che porta questo titolo, dedica non poco rilievo a come pregare il Padre nostro e illustra due diverse modalità: di chi si sofferma sulle singole parole e di chi le scandisce sul ritmo respiratorio.

Vale quindi la pena di rileggere l’insegnamento del santo. Una prima indicazione prescrive: «La persona, in ginocchio o seduta, come meglio si sente e secondo la devozione che ha, terrà gli occhi chiusi o fissi in un punto, senza girarli qua e là, e dirà Padre riflettendo su questa parola per tutto il tempo che, nelle considerazioni pertinenti a tale parola, troverà significati, paragoni, gusti e consolazioni. Faccia poi lo stesso con ogni parola del Padre nostro...»(Esercizi spirituali). Dopo questa indicazione di massima, Ignazio detta tre regole pratiche. Eccole: «La prima regola è che impiegherà, nella maniera già detta, un’ora per tutto il Padre nostro... La seconda regola è che, se la persona che contempla il Padre nostro trovasse in una o due parole molta materia di meditazione, insieme a gusto e consolazione, non si dia pensiero di passare oltre, anche se dovesse impiegare in quello che ha trovato tutta l’ora; finita la quale, dirà il resto del Padre nostro... La terza regola è che, se si è intrattenuto per un’ora intera su una o due parole del Padre nostro, un altro giorno, quando vorrà tornare su quella preghiera, dica le suddette una o due parole secondo il solito, e cominci a contemplare, come si è spiegato nella seconda regola, dalla parola che segue immediatamente...». Che un simile modo di pregare potesse esigere anche un tempo prolungato, lo ricaviamo da un’osservazione scritta quasi en passant: «C’è da dire che, finito in uno o più giorni il Padre nostro...».

La seconda modalità con cui entrare nella preghiera del Padre nostro,leggiamo sempre negli Esercizi spirituali, «consiste nel fatto che a ogni respirazione o movimento respiratorio si deve pregare mentalmente pronunciando una parola del Padre nostro..., in modo tale che una singola parola venga detta tra un respiro e un altro. Mentre poi dura il tempo tra un respiro e l’altro, si badi principalmente al significato di tale parola, o alla persona a cui si rivolge la preghiera, o alla propria pochezza, o alla differenza tra quella altezza e la propria bassezza. Seguendo lo stesso modo, si andrà avanti con le altre parole del Padre nostro».

Teresa di Gesù

Coeva a sant’Ignazio fu Teresa di Gesù (1515-1582). Dottore della Chiesa, raccolse nel Cammino di perfezione «qualche considerazione sulle parole del Pater, perché molte volte sembra che con tanti libri si vada perdendo la devozione di una preghiera di cui importa molto essere devoti». E, dopo averla ampiamente commentata, conclude: «Non pensavo nemmeno che questa preghiera potesse racchiudere così grandi segreti. Eppure contiene tutta la vita spirituale, dal suo punto di partenza fino a quello in cui l’anima si immerge in Dio, e Dio l’abbevera in abbondanza di quell’acqua viva che si trova soltanto al termine del cammino».

Sembra che Teresa abbia "scoperto" la ricchezza del Padre nostro mentre si industriava a spiegarlo alle sue discepole. Alle quali, di conseguenza, trasmise ciò che ella stessa aveva sperimentato in prima persona. Nel recitare il Padre nostro, la santa tiene anzitutto lo sguardo fisso simultaneamente sul Padre e su Cristo dal quale abbiamo imparato a recitarlo: «Quando dico il Padre nostro, mi sembra che l’amore esiga che io intenda chi sia questo Padre e chi il Maestro che ci ha insegnato tale preghiera». Ritiene inoltre che il Padre nostro possa bastare da solo per nutrire un’intera ora di orazione: «Se nello spazio di un’ora non recitassimo il Pater che una volta, sarebbe già sufficiente per farci ascoltare (da Dio), sempre inteso che da parte nostra comprendiamo di parlare con lui, conosciamo il valore delle nostre domande e pensiamo al desiderio che egli ha di esaudirci».

La santa sostiene che l’orazione vocale può condurre alla contemplazione: «Non è poco il profitto che si ha nel far bene l’orazione vocale. Anzi, può darsi che recitando il Padre nostro... si venga elevati a contemplazione perfetta», e racconta come una persona «in certi Padre nostro che recitava... durava alle volte per ore intere (e) che con la sola recita del Padre nostro arrivava alla pura contemplazione e come talvolta il Signore l’univa a sé nell’unione».

Che la finalità della preghiera vocale consista nello spianare la via a quella interiore, lo ricorda dicendo: «Val molto di più una sola parola del Padre nostro detta di quando in quando, che non recitarlo per intero molte volte e in fretta». Non solo, ma una corretta recitazione del Padre nostro ci difende dalle insidie del Maligno: «Tra coloro che recitano come si deve il Padre nostro, sono così pochi quelli che si lasciano ingannare dal demonio».

Adrienne von Speyr

Si pone sulla scia di Teresa d’Avila una mistica nostra contemporanea: Adrienne von Speyr (1902-1967). Di professione medico, coniugata, fu discepola e nello stesso tempo ispiratrice del grande teologo Hans Urs von Balthasar. Il quale scrive di lei: «Adrienne aveva ripetutamente intrapreso il tentativo di stabilire dei contatti con un prete cattolico per istruirsi finalmente sul cattolicesimo, per esprimere il suo desiderio di conversione; tutti i tentativi andarono a vuoto. Negli ultimi anni prima del 1940 pregava ancora di più, ma un oscuro scoraggiamento s’impadronì della sua anima. Con la morte di Emil Durr (il vedovo con due figli da lei sposato, che spirò nel 1934) aveva fatto la scoperta che veramente non poteva più garantire la piena veracità della domanda del Padre nostro "sia fatta la tua volontà". Aveva accettato certamente fin da principio la morte di Emil, ma successivamente s’insinuò la sensazione che questo consenso le fosse stato in certo modo carpito, non lo avesse offerto a Dio nella piena libertà» (a cura di B. Albrecht, Adrienne von Speyr. Mistica oggettiva, Milano 1975).

Cosa implicasse per Adrienne la preghiera del Padre nostro, con quale serietà ella facesse propria l’orazione del Signore, è spiegato in questa pagina tratta da Il mondo della preghiera (Milano 1982) sulla "Natura della preghiera" vocale: «Le preghiere vocali possiedono una specie di sintesi nel Padre nostro che il Figlio di Dio ci ha insegnato e che è quindi espressione del suo stesso atteggiamento di preghiera dinanzi al Padre, della sua completa disponibilità a servire il Padre. Noi ci sforziamo di ripetere queste parole come il Figlio le ha intese, come lui desidera ascoltarle da noi; sappiamo che per la prima volta Dio Padre ha sentito questa preghiera dalla bocca di suo Figlio e che egli adesso la vuole ascoltare in grazia da noi e la vuole ricevere sulla base di quel sentire. E noi comprendiamo che queste parole contengono tutto quello che il Figlio ci raccomanda di dire al Padre, che esse non ci sarebbero mai venute in mente nella pienezza e semplicità che possiedono, ma portano l’impronta del Figlio, e capiamoanche che il Figlio ci mette a disposizione il suo santo Spirito affinché noi riusciamo a pronunciarle col suo animo filiale. E quando incominciamo a dire: Padre nostro, ci rammentiamo che egli pone in un’unità le due parole – Padre nostro – e desideriamo perciò ritrovare in ogni frase e in ogni domanda il senso che il Figlio diede ad esse, in modo da farlo rivivere in noi affinché Dio le ascolti come vive», e da consentirci un rinnovato «accesso a lui».

Simone Weil

Sulla stessa linea della von Speyr si pone un’altra contemporanea, Simone Weil (1909-1943). Di origine francese, prese parte con i rivoluzionari repubblicani alla guerra civile spagnola e, trasferitasi a Londra, sostenne l’operaismo anarchico diventando, da insegnante, operaia. Cosa che le costò la vita, stanti le disastrose condizioni del lavoro a quell’epoca. Fece dell’"attesa di Dio" la ragion d’essere della propria vita spirituale e approdò alla fede attraverso un’appassionata ricerca che la condusse al battesimo alla fine della sua breve vita.

L’intuizione vivida della portata che riveste il Padre nostro nella sua vita risale all’estate del 1941. Simone a quell’epoca stava studiando greco e aveva fatto per un amico una traduzione letterale del Padre nostro. «Ci eravamo ripromessi di studiarlo a memoria. Credo che lui non l’abbia fatto, e neppure io in quel momento. Ma qualche settimana dopo, sfogliando il Vangelo, mi sono detta che, poiché me l’ero ripromesso ed era una buona cosa, dovevo farlo. E l’ho fatto. La dolcezza infinita del testo greco mi prese a tal punto che per alcuni giorni non potei fare a meno di recitarlo fra me continuamente. Una settimana dopo cominciò la vendemmia, e io recitai il Padre nostro in greco ogni giorno prima del lavoro, e spesso lo ripetevo nella vigna. Da allora mi sono imposta, come unica pratica, di recitarlo ogni mattina con attenzione totale. Se mentre lo recito la mia attenzione si svia o si assopisce, anche solo un poco, ricomincio daccapo sino a quando non arrivo a un’attenzione assolutamente pura. Mi accade talvolta di ripeterlo una seconda volta per puro piacere, ma lo faccio solo se il desiderio mi spinge. Il potere di questa pratica è straordinario e ogni volta mi sorprende, poiché, sebbene lo esperimenti tutti i giorni, esso supera ogni volta la mia attesa. Talora già le prime parole rapiscono il pensiero dal mio corpo e lo trasportano in un luogo fuori dello spazio, dove non esiste né prospettiva né punto di vista. Lo spazio si apre. L’infinità dello spazio ordinario della percezione viene sostituita da un’infinità alla seconda e talvolta alla terza potenza. Nello stesso tempo, questa infinità dell’infinità si riempie, in tutte le sue parti, di silenzio, ma di un silenzio che non è assenza di suono bensì l’oggetto di una sensazione positiva, più positiva di quella di un suono. I rumori, se ve ne sono, mi pervengono solo dopo avere attraversato questo silenzio. Talvolta anche, mentre recito il Padre nostro oppure in altri momenti, Cristo è presente in persona, ma con una presenza infinitamente più reale, più toccante, più chiara, più colma d’amore della prima volta in cui mi ha presa».

Henri Le Saux

In considerazione della straordinaria portata che riveste la preghiera insegnataci da Gesù, viene data molta importanza alle diverse modalità con cui può essere "pregata". Studiare simili modalità rientra in quella serie di insegnamenti e di norme che consentono di condurre l’orante alla comprensione del mistero. Vogliamo ricordare sinteticamente le "lezioni" di due autori contemporanei.

Il primo è Henri le Saux (1910-1973). Benedettino, si ritirò in India per inculturarvi il monachesimo occidentale. Riflettendo sul suo Journal intime, il diario nel quale ha fissato la sconvolgente esperienza dell’incontro tra due universi religiosi per tanti aspetti polari fra loro, si è potuto cogliere un prezioso insegnamento.

La preghiera del Padre nostro, se recitata a ritroso partendo dall’ultimo versetto, con le sue diverse scansioni può costituire un vero e proprio itinerario spirituale che conduce alla piena trasformazione dell’uomo in Cristo (Henri le Saux, Il Padre nostro, Sotto il Monte 1996).

E l’itinerario conoscerà le seguenti tappe, richiamate dalle singole invocazioni del Padre nostroNon ci indurre in tentazione, ma liberaci dal Male: il punto di partenza è l’affrancamento da ogni schiavitù di male e il superamento delle tentazioni. Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori: stante la limitatezza e la colpevolezza dell’essere umano, dobbiamo ricorrere incessantemente alla pratica del perdono, richiesto e offerto. Dacci oggi il nostro pane quotidiano: il nutrimento spirituale dona l’energia divina che sostiene nel cammino spirituale. Sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra: lo Spirito santo, dimorando nel cuore, è la "nuova Legge" del cristiano, che illumina e sostiene nell’adempimento della volontà divina. Venga il tuo regno: unito a Cristo e confermato dallo Spirito, l’uomo è in grado di operare per l’edificazione del regno di Dio. Sia santificato il tuo nome: di conseguenza, il nome di Dio è conosciuto e celebrato nel mondo. Padre nostro che sei nei cieli: a queste condizioni la paternità di Dio si trasferisce dai cieli sulla terra.

Sono svariati i tentativi di rendere la preghiera di Gesù in modo che le singole espressioni risultino immediatamente comprensibili nella loro carica che si può definire esplosiva.

Giovanni Vannucci

Il tentativo forse più riuscito è quello di padre Giovanni Vannucci (1913-1984), il quale era solito dire che «nella Chiesa cattolica il più grande martire è il Padre nostro», a motivo della trascuratezza con cui viene recitato e... vissuto. Padre Giovanni, dell’ordine dei Servi di Maria, fu valente esegeta, e in spirito sinceramente ecumenico visse e operò nell’eremo della Stinche (Firenze). Egli faceva notare che nell’ebraico ci sono due lingue: quella delle comunicazioni ordinarie e quella sacra che, diceva, «va riscoperta pazientemente, tenacemente, attentamente, ma soprattutto nel silenzio e nell’ascesa del nostro essere. Ora, la lingua sacra ebraica conosce soltanto due tempi: lo stato di perfezione e lo stato di imperfezione». Questo, secondo padre Vannucci, si applica anche al Padre nostro, le cui espressioni non indicano un puro desiderio condizionato alla fallibile volontà dell’uomo, ma contengono un’affermazione di fede nella quale si riflettono gli immutabili disegni divini.

Tenendo conto di questo, dovremmo tradurre – precisa padre Vannucci – non "sia santificato il tuo nome", ma santo è il tuo nome; non "venga il tuo regno", ma il tuo regno viene; non "sia fatta la tua volontà...", ma la tua volontà si compie nella terra come nel cielo; non "dacci oggi il nostro pane quotidiano", ma tu doni a noi il pane di oggi e di domani ("quotidiano" traduce un termine che ha il doppio significato di pane terreno e pane celeste). E ancora: tu perdoni i nostri debiti nell’istante in cui li perdoniamo ai nostri debitoritu non ci induci in tentazione, ma nella tentazione tu ci liberi dal male.

Anche per padre Vannucci, come per santa Teresa d’Avila, questa fu una vera e propria scoperta. «Dovete scusarmi, ma prima d’ora non me ne ero accorto», furono le parole pronunciate sommessamente, e con un accenno di sorriso che chiedeva comprensione, alcuni mesi prima della morte. Secondo padre Giovanni Vannucci, questa versione nel nostro idioma della preghiera di Gesù, così diversa da quella che solitamente siamo abituati a recitare, era più fedele all’autentico senso originario della lingua parlata da Cristo ed era coerente con altre parole di lui riportate nei racconti evangelici: «Padre nostro che sei nei cieli, / santo è il Tuo Nome, / il Tuo Regno viene, / la Tua volontà si compie / nella terra come nel cielo. / Tu doni a noi il pane di oggi / e di domani. / Tu perdoni i nostri debiti / nell’istante in cui / li perdoniamo ai nostri debitori. / Tu non ci induci in tentazione, / ma nella tentazione / tu ci liberi dal male».

Antonio Gentili
   

San Vittore, sacerdote ed eremita della Gallia (secolo VII).Mentre si avviava per la celebrazione eucaristica, e dopo aver vegliato in orazione lungo la notte, si fermò all’ascolto di una turba di angeli che recitavano la preghiera del Signore nella sua interezza, fino al "liberaci dal male". «Ah!, Signore Gesù», esclamò, «come sono fatto degno di sentire con le mie orecchie dalle voci celestiali degli angeli la preghiera che tu, Signore, hai insegnato ai tuoi discepoli?» (Acta sanctorum). 

San Nicola di Flüe (1417-1487). Dopo una vita attiva, si ritirò cinquantenne in un eremo e continuò a operare per il bene della nascente Confederazione elvetica, di cui è il patrono. Si narra che una volta, al suo ritorno da Liestal in patria, abbia recitato, meditando, un solo Padre nostro, e non era ancora giunto alla fine quando arrivò all’alpe di Klyster. I biografi attestano che la recita del Padre nostro lo teneva assorto per ore e ore, e che scrisse una parafrasi di quest’orazione. Le diverse raffigurazioni lo presentano sempre con la corona dei "Pater" in mano. Non è improbabile che l’assidua meditazione del Padre nostro gli abbia ispirato la celebre preghiera che recita: «Mio Signore e mio Dio, / prendi me a me stesso / e dammi tutto a te. / Mio Signore e mio Dio, / prendimi tutto ciò / che mi separa da te. / Mio Signore e mio Dio, / dammi tutto ciò / che mi attira a te».

Beata Giuliana Puricelli di Busto Arsizio (1427-1501).Ventisettenne, si recò di nascosto nel monastero del Sacro Monte di Varese, dove visse in qualità di "conversa", trascorrendo 22 anni in eremitaggio e 25 nel cenobio. Essendo analfabeta, le venne prescritto di recitare unicamente il Padre nostro e l’Angelus Domini, preghiere che le assicurarono un grande progresso spirituale (Acta sanctorum).

San Salvatore de Horta (1520-1567).
Frate francescano, nato in Spagna, di umili origini e analfabeta, fu costretto a continue peregrinazioni a motivo degli straordinari poteri taumaturgici che insospettivano i suoi superiori. Venne esiliato a Cagliari, dove morì. Sedò tempeste suscitate dai demoni e guarì paralitici recitando il Padre nostro e l’Angelus Domini.

San Paolo della Croce (1694-1775).
Fondatore dei Passionisti e grande mistico. «Il nostro padre Paolo mi esortava che facessi la mia orazione sopra queste medesime parole: Pater noster qui es in coelis e poi mi soggiungeva: "Di’ così: Pater noster qui es in coelis, e poi stai zitto e lavora con l’interno"» (I Processi di beatificazione di san Paolo della Croce, Roma 1976).

Beato Luigi Guanella (1842-1915).
Fondatore di due istituti prevalentemente dediti a opere di carità, ma radicati in una forte tensione contemplativa. «Alle suore ripeteva, con espressioni tipiche della sua forza di persuasione: "Voi dovete essere sacchi di Pater noster"» (A. Tamborini-G. Preatoni, Il servo della carità. Beato Luigi Guanella, Milano 1964).

Santa Teresa di Gesù Bambino (1873-1897).
Dottore della Chiesa, autrice di un’autobiografia intitolata Storia di un’anima. «Qualche volta, se il mio spirito è in un’aridità così grande che mi è impossibile trarne un pensiero per unirmi al buon Dio, recito molto lentamente un Padre nostro o l’Angelus Domini... Allora queste preghiere mi rapiscono, nutrono l’anima mia ben più che se le avessi recitate precipitosamente un centinaio di volte» (Manoscritto autobiografico C, 318).

San Giovanni Bosco (1815-1888). 
Fondatore della Società di San Francesco di Sales (Salesiani) e delle Suore di Maria Ausiliatrice. «Appena san Giovanni Bosco fu alla presenza di Pio IX, questi gli disse sorridendo: "Con quale politica vi cavereste voi da tante difficoltà (legate al rapporto Stato-Chiesa, ndr)?". "La mia politica", rispose don Bosco, "è quella di vostra Santità. È la politica del Pater noster. Nel Pater noster noi supplichiamo ogni giorno che venga il regno del Padre celeste sulla terra, che si estenda cioè sempre più, che si faccia sempre più sentito, sempre più vivo, sempre più potente e glorioso: adveniat regnum tuum! Ed è ciò che più conta"» (Memorie biografiche).






[Edited by Caterina63 12/6/2017 12:05 PM]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)