00 5/3/2012 12:24 PM
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35. AL PASSO!.. AL TROTTO!… AL GALOPPO!

Diventato un ciuchino vero, Pinocchio è portato a vendere e lo compra il Direttore di una compagnia di pagliacci per insegnargli a ballare e a saltare i cerchi; ma una sera azzoppisce, e allora lo ricompra un altro per far con la sua pelle un tamburo.

 

Con un violentissimo calcio l’Omino entra in azione,

“Io vi ho subito riconosciuto alla voce”;

e vende i due somari, che ormai non sanno che ragliare sonoramente, al Direttore d’un circo che incomincia a farli trottare. Dopo tre mesi d’allenamento, è pronto il primo grande spettacolo di gala. Ma Pinocchio si azzoppa sbagliando un salto nel cerchio. Venduto per venti soldi, il nuovo compratore lo affoga in mare per fare della sua pelle un tamburo per la banda musicale.

 

Ecco: Pinocchio è ormai in mano “al principe di questo mondo, il principe delle tenebre” che lo tiene ben desto sulla corda, a suon di frusta, per ballare nel circo equestre di questo mondo. Com’è tristemente povero questo spettacolo: qualche bestia che balla, un po’ di ballerine, qualche contorsionista, un domatore con la frusta e... folle plaudenti; il tutto con scenari di cartapesta e segatura. Vien da pensare alle discoteche del sabato notte..! O ai miseri spettacoli.. in prima serata tv! E’ “la scena di questo mondo” (cfr. 1Cor 7,31).

Si ode solo un ordine: Al passo!... Al trotto!... Al galoppo!

Chi rifiuta la libertà dei figli di Dio finisce miseramente nella schiavitù di una frusta. Chi ha rifiutato la verità, diventa schiavo o di un’ideologia o dell’indifferenza, che producono solo insicurezza e noia. Chi si è ribellato “al giogo soave e leggero” diventa schiavo del potere più irrazionale. Ne sono riprova il dilagare di sette e fattucchierume di oggi! Chi ha rifiutato la lotta per restare fedele deve arruolarsi per vivere sotto la bandiera del primo che grida più forte (alias... tuttologi televisivi!). Chi non ha scelto di obbedire all’unico

Signore e Salvatore, prima o poi non si sottrarrà al destino frequente di “credere obbedire combattere” o “meglio rossi che morti”.

Pinocchio, ubbidiente.... nota due volte il testo. Com’è penoso vedere proprio chi s’è ribellato a Dio e alla Chiesa divenire poi schiavo docile docile del peggior conformismo in fatto di mode, modelli consumistici, ideologismi, e, più penoso ancora, di evasione, droga, raket di mafia e violenza.. in cui ci si è irretiti.

Ad un certo punto della sua “fatica di vivere”, Pinocchio dal circo alza gli occhi e vede una bella signora che assiste muta e triste allo spettacolo. Lo sguardo della Fata è capace di richiamarlo alla sua più vera umanità e Pinocchio cominciò a piangere dirottamente! Sembra

lo sguardo di Gesù a Pietro dopo che costui l’aveva rinnegato tre volte: “e uscito fuori, pianse amaramente!” (Mt 26,75). Capitano anche oggi dei ritorni: basta la presenza silenziosa della Chiesa a riaccendere la nostalgia di un’innocenza e libertà perdute!

Alla fine l’imbestiamento si “cosifica”: è l’ultimo stadio della dannazione. Divenuto zoppo, del somarello Pinocchio se ne fa un tamburo per la banda musicale.

 

La Bibbia parla appunto di fuoco, rievocando l’inferno. Un tale uomo finisce imprigionato e mortificato dalla materia più irrazionale, completando così la “trasnaturazione della perdizione”. Forse è una fine - questa della dannazione come cosificazione - cui l’uomo vorrebbe ribellarsi. Gli è più comodo negare! Ma.. che cosa sappiamo noi dell’aldilà da permetterci il lusso di contestare quel poco che ci è stato rivelato?

 

36. SALVATO DALLE ACQUE …!

Pinocchio, gettato in mare, è mangiato dai pesci e ritorna ad essere un burattino come prima; ma mentre nuota per salvarsi, è ingoiato dal terribile Pescecane.

 

Come Mosè e Giona, anche Pinocchio è “salvato dalle acque” e da un grosso pesce. E’ la storia vera di ognuno di noi salvato nel battesimo.

Gettatolo in acqua per farne pelle di tamburo, il padrone, tirata la fune con la quale lo aveva legato per una gamba, invece di un ciuchino morto, vide apparire a fior d’acqua un burattino vivo.

Era stata opera della Fata che aveva convocato i pesci per mangiargli l’asinità: una Caprettina turchina belava amorosamente infatti dalla riva! Il compratore imbestialito pensò allora - come già maestro Ciliegia - di venderlo a peso di legno stagionato per accendere il fuoco nel caminetto. Pinocchio, sfuggendogli di mano, si rituffò in mare finché un gigantesco Pescecane, ricordato più volte in questa storia, lo inghiottì...!

Con acqua, pesce, balena... siamo nel pieno della simbologia cristiana della salvezza. Il tutto sotto la regia della “capretta turchina”, già identificata con la Chiesa.

 

L’acqua del diluvio e l’acqua del Mar Rosso sono state, come per Pinocchio, distruzione del male e salvezza per i giusti: l’inizio di rinnovamento e vita nuova. Immagini lontane e simboleggianti il battesimo, che richiamano il mistero di morte e risurrezione di Cristo per parteciparne i frutti. “Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova” (Rm 6,4). Nel battesimo “peccato” e “carne” vengono distrutti affinché rinasca la creatura nuova del figlio di Dio.

Ikthys, “pesce”, un acrostico, era la parola d’ordine segreta dei cristiani per entrare nelle catacombe: con essa professavano, leggendo separatamente le cinque lettere, che “Gesù Cristo è Figlio di Dio Salvatore”. E’ appunto di Cristo che sta scritto: “Per le sue piaghe noi siamo stati guariti” (Is 53,5).

Come Giona nel ventre della balena, come Cristo nel ventre della terra per tre giorni con la sua morte, anche Pinocchio trova in questo grosso pesce la culla indispensabile per rigenerarsi a nuova vita. Come si vedrà nella prossima puntata.

 

Una parola di attenzione merita questa Capretta turchina, ma d’un turchino sfolgorante, che rammentava moltissimo i capelli della bella Bambina. Anche Collodi ha dovuto dare tratti celestiali a questa personificazione della Chiesa: l’abbiamo incontrata a volte come Fata che muore per suscitare il senso del vuoto e della disperazione; a volte come buona madre robusta e austera nell’educare al dovere; a volte come lenta lumaca che ha i ritmi dell’eterno; ma alla fine comunque è per mezzo suo che si attua l’incontro col Padre e quindi la salvezza.

Par di leggere bene in lei i molti volti con cui si presenta la Chiesa, con tratti umani a volte sconcertanti. Richiamano l’incarnazione del Cristo che si prolunga in essa nel tempo e nello spazio. Egli che “spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini” (Fil 2,7).

E’ interessante notare quanti simboli abbia usato Collodi, per esprimere incarnazioni e mediazioni dell’Omino o quelli della Fata, i due coprotagonisti della vicenda di Pinocchio: il Gatto e la Volpe - i più vistosi - per il primo, il Grillo parlante, la capretta per la seconda.

Voleva suggerirci che la vita dell’uomo si muove tra sollecitazioni di segno opposto, ed è una lotta reale la vita tra il bene e il male; perciò è necessario saper discernere per scegliere bene sotto quali bandiere vivere la nostra avventura e costruire il nostro destino.

 

 

37. IL SEGNO DI GIONA

Pinocchio si ritrova in corpo al Pescecane...:  Chi ritrova? Leggete questo capitolo e lo saprete.

 

Allorquando Pinocchio sembra finito, mangiato dal Pescecane, tutto si capovolge e si rinnova, perché in fondo al ventre del pesce vi trova il padre Geppetto. E’ la conclusione della sua ricerca, il passaggio obbligato per perdere la sua natura di burattino e divenire un ragazzino per bene.

Proprio come era già capitato al profeta Giona. Finito nelle “viscere del pesce”, viene da lì liberato per riconciliarsi con Dio. Gesù un giorno ebbe a dire: “Una generazione perversa e adultera pretende un segno! Ma nessun segno le sarà dato, se non il segno di Giona profeta. Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra” (Mt 12,39-40). Si tratta del mistero centrale di Cristo, e dell’uomo nuovo: dalla morte alla risurrezione, dallo scacco d’ogni risorsa e presunzione umana all’obbedienza fiduciosa al Dio della vita, abbandonandosi tra le braccia del Padre che salva.

Pinocchio dentro quel pesce, descritto in effetti come una pacifica balena - più lungo di un chilometro senza contare la coda -, dalla sua angoscia grida al padre e lo ritrova. Con lui dopo tre giorni si avvia verso la libertà e la vita nuova. Anche la descrizione di Geppetto rievoca “il Padre dei giorni”: vecchietto bianco come se fosse di neve o di panna montata. “I capelli della testa erano candidi, simili a lana candida come neve” (Ap 1,14).

 

Il primo risultato di questo ritrovamento del padre è la gioia di sentirsi amato e di amare, suscitando in lui l’autentica gioia del vivere:

il povero Pinocchio ebbe un’allegrezza così grande e così inaspettata, che ci mancò un poco non cadesse in delirio.

Al confronto, il vagabondaggio adolescenziale - correre dietro alle farfalle e salire su per gli alberi e prendere gli uccellini di nido! -, che all’inizio era sembrato una grande libertà e festa, ora gli appare illusione e fatica sprecata. Adesso ritorna a rivivere, avendo ritrovato se stesso dopo le avventure del travaglio umano della ricerca. Viene alla mente il lungo itinerario dantesco attraverso il regno della perdizione per giungere “a riveder le stelle”:

potè vedere.., un bel pezzo di cielo stellato e un bellissimo lume di luna.

Tutto sembra rappacificato, dopo le tempeste del mare di questa vita:

il mare era tranquillo come un olio, la luna splendeva in tutto il suo chiarore!

Per chi arriva alla fede, il compimento è la felicità, l’anticipo è la serenità.

Riavuto il padre, Pinocchio vi si dedica con affetto di figlio e, lui burattino alto appena un metro, lo porta sulle sue fragili spalle verso la liberazione. Capita che Dio, fattosi fragile, si affidi tutto alla fragilità dell’uomo credente perché lo porti al mondo, “fino agli estremi confini della terra”. D’ora in poi Pinocchio vivrà da bravo bambino accanto a Geppetto, sviluppando la sua autentica natura di figlio. E’ nell’intimità col Padre che ogni uomo, ricuperata nel battesimo la vita divina, cresce come figlio di Dio per divenirne alla fine suo erede.

 

38. GRAN FINALE

Finalmente Pinocchio cessa di essere un burattino e diventa un ragazzo

 

Usciti dal Pesce, pian pianino come le formicole, Geppetto e Pinocchio, dopo aver incontrato la Volpe e il Gatto, infermi e nella più squallida miseria e commiserato Lucignolo definitivamente asino, arrivano a una bella capanna tutta di paglia e col tetto coperto d’embrici e di mattoni, per ricominciare assieme una nuova vita. Posto Geppetto su un buon lettino di paglia, Pinocchio cerca lavoro. Guadagna quaranta soldi, che offre volentieri a quella Lumaca che stava per cameriera con la Fata dei capelli turchini, per soccorrere quella buona mamma caduta in povertà. Durante la notte la Fata tutta bella e sorridente gli appare consolandolo e gli riporta i quaranta soldi cambiati in quaranta zecchini d’oro, tutti nuovi di zecca. Trasforma poi finalmente Pinocchio in un bel fanciullo coi capelli castagni, con gli occhi celesti e con un’aria allegra e festosa come una pasqua di rose. Anche Geppetto, tornato sano e arzillo e di buon umore come una volta, riprende a fare l’intagliatore in legno.

Così finisce la storia.., col “tutti vissero felici e contenti...!”.

 

La storia precipita verso la fine. I personaggi riappaiono con contorni più definiti. I loro simboli e le allusioni si condensano.

Il Gatto e la Volpe, simboli della cattiveria irreversibile, appaiono puniti. Per loro Pinocchio non ha pietà. Sente invece compassione per Lucignolo e ne costata con orrore il definitivo imbestiamento, spaventato dal rischio che lui stesso aveva corso. Assieme al lieto fine, questa storia può finire male anche per ognuno di noi: l’inferno non è spauracchio immaginario, ma sbocco reale possibile alle scelte legate alla nostra libertà. Ricompare il Grillo parlante, pieno di vitalità dopo le immagini evanescenti che l’avevano rievocato dopo il famoso colpo di martello ricevuto all’inizio: è la Fata che lo rende vitale. Il Grillo ci ricorda che la coscienza, lasciata a sé sola difficilmente rimane limpida e autorevole. E’ nel suo riferimento alla verità oggettiva, rivelataci da Cristo e propostaci dalla Chiesa, che le sue intuizioni prendono contorni precisi e sicurezza. La Fata è presente in questo finale con discrezione, ma in modo efficace. Discreta perché opera per la mediazione della Lumaca, la quale chiede a Pinocchio il sacrificio delle sue sudate ricchezze. Proprio quel sacrificio gli è ricompensato con monete d’oro. E’ poi la Fata in persona - nel suo aspetto di mistero - che rigenera il burattino facendone un uomo definitivo. E’ scritto che non è Paolo o Cefa o Apollo, ma è Cristo che battezza! Pure Geppetto, rinnovato e giovanile, come l’Eterno dei giorni, oltre che paziente nell’attendere il ritorno del figlio prodigo, è sempre disponibile a ravvivare la creazione..., come appare qui, intento a disegnare una bellissima cornice ricca di fogliami, di fiori e di testine di diversi animali. La nascita d’un nuovo bambino ci ricorda che Dio non si è ancora stancato dell’uomo!

 

Ora ritorniamo a Pinocchio. Da burattino è diventato ragazzo. La strada è stata la sua tormentata libertà. Una libertà - questo è il nocciolo del discorso - che è apparsa efficace e positiva nella misura in cui il burattino obbediva al padre o, alla controfigura di costui, la Fata dai capelli turchini. La libertà dell’uomo è inefficace per sé: tutte le avventure di Pinocchio ce lo dimostrano. Lasciata a sé sola, finisce miseramente come per Lucignolo: troppi sono i condizionamenti interni ed esterni, per cui l’uomo finisce schiavo, nel tempo, di qualche burattinaio; nell’eternità, della materia. Quando uno ha compiuto la propria conversione di fidarsi del Padre, riceve da Lui quell’indispensabile integrazione di forza che rende la sua libertà sana, sufficiente, efficace. E’ quello stato di vita che noi chiamiamo “vita di grazia”, che ci rende capaci di vivere da “figli di Dio”, unica condizione di umanità oggi esigita.

 

E’ uno stadio ancora non definitivo; è, quello attuale, il momento in cui la libertà si gioca e si abbandona alla grazia. Per mezzo suo si trasforma gradualmente fino a quello stadio finale. Pinocchio lo prefigura diventando un bravo ragazzo.

 

Dall’alto della sua meta ormai raggiunta, guarda indietro con soddisfazione e gioia, frammista a compassione per la povera e dura condizione precedente.

Com’ero buffo, quand’ero burattino! E come ora sono contento di essere diventato un ragazzo per bene!

La vita che Dio ci offre è davvero un salto di qualità, eccedente non solo ogni nostro merito, ma ogni nostro sogno. E’ lì in definitiva che “diverremo simili a lui perché lo vedremo così come egli è” (1Gv 3,2). Contenti finalmente di poter attingere alla “fonte d’acqua viva”, a quell’acqua “che zampilla fino alla vita eterna” (Gv 4,14), dopo aver vagabondato a cercare sazietà in “cisterne screpolate” che hanno acque che sempre deludono. “Occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrò in cuore umano, quanto Dio ha preparato per coloro che lo amano” (1Cor 2,9). “Le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria che si svelerà in noi” (Rm 8,18).

Confrontandola con lo stadio precedente, non è più concepibile, e ci si vergogna di lei:

un grosso burattino appoggiato a una seggiola, col capo girato da una parte, con le braccia ciondoloni e con le gambe incrociate e ripiegate a mezzo, da parere un miracolo se stava ritto.

Questa commiserazione - nella misura in cui implica anche rincrescimento per le resistenze opposte alla grazia di Dio che voleva salvarci - può ben rievocare la condizione spirituale di quel che noi chiamiamo il purgatorio: una contemplazione amara della nostra insipienza e vanità, che procura rossore, ma capace di purificarci definitivamente per farci gustare in pienezza l’amore filiale di Dio. L’avessimo avuto prima questo sguardo di verità su noi stessi! Quanto travaglio risparmiato sarebbe la storia dei piccoli Pinocchio che siamo ognuno di noi!

 

- Commiato

LA STORIA DELL’ANGURIA

 

Vorrei aver fatto anch’io la stessa operazione che si fa per assaggiare l’anguria: un tassello in profondità fino al cuore rosso...

Il libro del card. Giacomo Biffi è certamente una lama che, a partire dalla superficie della bellissima favola di Collodi, è penetrata fino in fondo al cuore del mistero cristiano, svelandoci il grande gioco di Dio con la libertà dell’uomo. Dalla favola alla teologia.

La teologia, essendo la visione profonda e unitaria della vita dell’uomo, è la “verità sull’uomo”: “In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo” (Gaudium et spes 22).

 

Non ho saputo tenere per me questo essere andato al “cuore dell’uomo”. Per poter raggiungere e illuminare con la luce radiosa della fede, il cuore dei miei parrocchiani, ho cercato di ritradurre per loro - (loro non sono preoccupati di schermaglie tra scuole teologiche, problematiche ecclesiali, diatribe culturali) - i contenuti essenziali dell’opera di Biffi, attento agli elementi esistenziali emergenti dalla quotidianità.

 

L’idea era di fare un piccolo catechismo, spicciolo, di teologia morale-spirituale o, modestamente, una piccola raccolta di raccomandazioni pastorali, in qualità di pastore d’anime! Mi è parso che questo fosse il posto appropriato in cui collocarmi: tra la teologia e la vita, sfruttando ogni mezzuccio didattico per coniugare i grandi principi con le piccole scelte d’ognuno.

Sulla falsariga della favola del Pinocchio, ho scoperto anch’io il cuore rosso e grande dell’uomo che capisce e vive la ricchezza della grazia e della fede.

Ne ringrazio di tutto cuore il Signore: “Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi, per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà” (Ef 1,3-6).

 

 

 cardinale giacomo biffi Giacomo, card. Biffi

 



Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)