DIFENDERE LA VERA FEDE

DALLE PREDICHE DI SAN GREGORIO MAGNO PAPA (A.D.535/540)

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    Caterina63
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    00 9/18/2011 5:26 PM
    [SM=g1740733] Amici.... non avendole trovate in rete in forma integrale.... a Dio piacendo trascriverò dai libri della mia biblioteca, e per vostra edificazione, le Omelie INTEGRALI di questo grande Pontefice della Santa Chiesa....
    Vi prego solo con carità... di citare la fonte se vorrete portarle in giro nella rete queste Omelie.... e che tutto si faccia per la gloria di Dio e per la salvezza delle anime....
    Grazie!


    PS
    Le Omelie non seguiranno la cronologia perchè cercherò di metterle seguendo anche il Calendario Liturgico.... oggi infatti è del Vangelo di san Matteo 20, 1-16 che ci terrà compagnia per tutta la settimana....

    http://www.manduriaoggi.it/public//San%20Gregorio%20Magno.jpg



    Omelia XIX  di san Gregorio Magno, Papa, tenuta al Popolo nella Basilica di san Lorenzo nella Domenica di Settuagesima

    Lezione al Santo Vangelo di san Matteo 20,1-16


    1 «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all'alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. 2 Accordatosi con loro per un denaro al giorno, li mandò nella sua vigna. 3 Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano sulla piazza disoccupati 4 e disse loro: Andate anche voi nella mia vigna; quello che è giusto ve lo darò. Ed essi andarono. 5 Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre e fece altrettanto. 6 Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano là e disse loro: Perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi? 7 Gli risposero: Perché nessuno ci ha presi a giornata. Ed egli disse loro: Andate anche voi nella mia vigna.
    8 Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: Chiama gli operai e dà loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi. 9 Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. 10 Quando arrivarono i primi, pensavano che avrebbero ricevuto di più. Ma anch'essi ricevettero un denaro per ciascuno. 11 Nel ritirarlo però, mormoravano contro il padrone dicendo: 12 Questi ultimi hanno lavorato un'ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo. 13 Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse convenuto con me per un denaro? 14 Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare anche a quest'ultimo quanto a te. 15 Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono? 16 Così gli ultimi saranno primi, e i primi ultimi».(Mt. 20, 1-16)
    “Poiché molti sono chiamati, ma pochi eletti” (Mt. 22, 14).

    1 Simile est enim regnum cae lorum homini patri familias, qui exiit primo mane conducere operarios in vineam suam;
    2 conventione autem facta cum operariis ex denario diurno, misit eos in vineam suam.
    3 Et egressus circa horam tertiam vidit alios stantes in foro otiosos
    4 et illis dixit: “Ite et vos in vineam; et, quod iustum fuerit, dabo vobis”.
    5 Illi autem abierunt. Iterum autem exiit circa sextam et nonam horam et fecit similiter.
    6 Circa undecimam vero exiit et invenit alios stantes et dicit illis: “Quid hic statis tota die otiosi?”.
    7 Dicunt ei: “Quia nemo nos conduxit”. Dicit illis: “Ite et vos in vineam”.
    8 Cum sero autem factum esset, dicit dominus vineae procuratori suo: “ Voca operarios et redde illis mercedem incipiens a novissimis usque ad primos ”.
    9 Et cum venissent, qui circa undecimam horam venerant, acceperunt singuli denarium.
    10 Venientes autem primi arbitrati sunt quod plus essent accepturi; acceperunt autem et ipsi singuli denarium.
    11 Accipientes autem murmurabant adversus patrem familias
    12 dicentes: “Hi novissimi una hora fecerunt, et pares illos nobis fecisti, qui portavimus pondus diei et aestum!”.
    13 At ille respondens uni eorum dixit: “Amice, non facio tibi iniuriam; nonne ex denario convenisti mecum?
    14 Tolle, quod tuum est, et vade; volo autem et huic novissimo dare sicut et tibi.
    15 Aut non licet mihi, quod volo, facere de meis? An oculus tuus nequam est, quia ego bonus sum?”.
    16 Sic erunt novissimi primi, et primi novissimi ”.

    (Mt.22) 14 Multi enim sunt vocati, pauci vero electi ”.

    ****

    1. - Per spiegare questa lezione evangelica si richiederebbero molte parole, ma voglio, se è possibile, abbreviarle, affinchè voi non rimaniate affaticati dalla lunga processione e dal prolisso discorso.
    Il regno dei cieli viene paragonato ad un padre di famiglia che prese degli operai per lavorare la sua vigna.
    Chi meglio del nostro Creatore, può essere paragonato ad un padre di famiglia? Egli regge ciò che ha creato, e possiedi i suoi eletti in questo mondo, come il padrone, nella casa, possiede i servi. Egli ha una vigna, ossia la Chiesa universale, la quale ha prodotto, come tanti tralci, quanti sono i santi che ha formati, dal giusto Abele, fino all'ultimo eletto che nascerà alla fine del mondo.
    Questo padre di famiglia assume degli operai per coltivare la sua vigna, allo spuntar del giorno, all'ora Terza, all'ora Sesta, all'ora Nona ed all'ora Undicesima, perchè dal principio di questo mondo, sino alla fine, il Signore non ha cessato, e non cesserà mai di mandare predicatori ad ammaestrare la plebe dei fedeli.

    Lo spuntar del giorno per il mondo, fu l'epoca da Adamo a Noè; l'ora Terza da Noè ad Abramo; la Sesta da Abramo fino a Mosè; la Nona da Mosè fino alla venuta del Nostro Signore; l'Unidicesima dalla venuta di Nostro Signore fino alla fine del mondo.
    In quest'ultima ora sono stati mandati a predicare i santi Apostoli, i quali hanno ricevuto la paga intera sebbene ultimi venuti.
    Il Signore non ha mai cessato di mandare operai ad istruire il suo popolo, che è quanto dire, a coltivare la sua vigna. Infatti da principio si servì dei Patriarchi, in seguito dei Dottori della Legge e dei Profeti, ed infine degli Apostoli, per coltivare i costumi morali del suo popolo; attese cioè, a coltivare la sua vigna, per mezzo di braccianti. Del resto, chiunque, in qualsiasi modo e misura, bene agendo, si è conservato nella fede retta, costui fu un operaio di tale vigna.
    Gli operai, adunque, chiamati allo spuntar del giorno, all'ora Terza, Sesta e Nona raffigurano l'antico popolo ebraico, il quale mentre fin dalle origini del mondo, si studiò nei suoi eletti di adorare Dio, l'unico Dio, con fede retta, non cessò, per così dire, di lavorare nella vigna. All'ora Undecima vengono chiamati i Gentili, ai quali vien detto: "Perchè ve ne state tutto il giorno qui, senza fare nulla? (v.6). Infatti si poteva ben dire che se ne stavano tutto il giorno oziosi, essi che avevano lasciato passare un così lungo periodo del mondo senza curarsi di lavorare per la loro vera vita.
    Ma considerate, o fratelli, che cosa gli interprellati rispondano: "Perchè nessuno ci ha presi a giornata" (v.7), a loro non era difatti venuto nessun Patriarca, nessun Profeta. E che cosa significa la frase: nessuno ci ha presi a lavorare, se non che: "nessuno ci ha predicato le vie della vita"?
    Che cosa diremo noi a nostra discolpa, se lasceremo di fare il bene? Noi che siamo venuti alla fede quasi prima di nascere? Noi che fin dalla culla abbiamo udite le parole della vita? Noi che, col latte materno, abbiamo succhiato dal seno della santa Chiesa la bevanda della celeste predicazione?

    2. - Possiamo anche distinguere, nella diversità delle ore, i vari periodi della vita di ciascun uomo, secondo le diverse età.
    a - il "mattino" del nostro intelletto è la puerizia (fanciullezza);
    b - nell'ora Terza possiamo individuare l'adolescenza, perchè il crescere del calore dell'età è simile al sole che si alza sull'orizzonte;
    c - l'ora Sesta è poi la gioventù, perchè in essa si consolida la pienezza della forza, come il sole si arresta allo zenit;
    d - l'ora Nona si riferisce alla vecchiaia, nella quale il calore della gioventù comincia a raffreddarsi, come il sole comincia la sua parabola discendente;
    e - l'ora Undecima è l'età della decrepitezza o dell'estrema vecchiaia.
    Si dice che gli operai sono chiamati alla vigna in ore diverse, perchè alcuni sono chiamati sulla retta via nella puerizia, altri nell'adolescenza, altri nella gioventù, altri nella vecchiaia, altri ancora persino nell'età estrema e decrepita.

    Considerate, o fratelli carissimi, i vostri costumi per vedere se siete già operai di Dio!
    Ognuno pensi a ciò che fa, e consideri se lavora già nella vigna del Signore, e come vi stia lavorando!
    Colui che in questa vita cerca le cose "sue", costui non è ancora entrato nella vigna del Signore. Lavorano invece per il Signore coloro che non si preoccupano dei loro guadagni, ma di quelli del Signore, coloro che mossi da zelo di carità si danno allo studio della vera pietà, e vigilano ed operano per guadagnare anime, e si affrettano a condurre altri, alla vita, cioè alla vigna del Signore. Chi invece vive solo per sè, chi si pasce delle voluttà della sua carne, inseguendo le sue soddisfazioni, viene giustamente ripreso come ozioso, perchè non cura il frutto del lavoro di Dio.

    3. - Chi fino all'ultima età ha trascurato di vivere per Dio, rimase ozioso per così dire, fino all'ora Undecima, giustamente a questi che poltriscono viene detto: "Perchè ve ne state tutto il giorno qui senza far nulla"? (v.6).
    E' come se apertamente venisse loro detto: Dato che non avete voluto vivere per Dio nella vostra puerizia e nella vostra gioventù, oppure perchè nessuno vi aveva chiamati, ravvedetevi almeno in fine di vostra vita e, sebbene tardi, venite almeno ora nelle vie della Vita, ormai non vi rimane più molto tempo per lavorare! Il padre di famiglia chiama anche costoro, e spesso li premia prima degli altri perchè, morendo prima, entrano nel regno prima di quelli che sembravano chiamati fin dalla puerizia.
    Ascoltate fratelli, infatti, non venne forse nell'Undecima ora il buon Ladrone che sulla croce confessò al Divino Crocefisso la sua fede in Lui? Per lui la sera della vita non era costituita dagli anni di età, ma dalla condanna a morte. Morì quasi contemporaneamente al suono delle parole che pronunziavano la sua salvezza, pur avendo trascorso una vita da ozioso.
    Il padre di famiglia cominciò a pagare il danaro dall'ultimo vemo venuto, perchè accolse nel Paradiso il Ladrone prima di Pietro. Quanti Patriarchi vi furono prima della Legge, quanti sotto la Legge! Tuttavia quelli che furono chiamati alla venuta del Signore pervennero al regno dei cieli senza alcun ritardo. Tutti ricevono un danaro: tanto quelli che iniziarono il lavoro all'ora Undecima, come quelli che lo iniziarono sul far del giorno, e desiderarono lungamente la mercede. Tutti riceveranno la medesima retribuzione della vita eterna: tanto quelli chiamati al principio del mondo, come coloro che saranno chiamati dal Signore alla fine del mondo.
    Per questo, coloro che sono andati prima sul lavoro, mormorarono dicendo: "Questi ultimi hanno lavorato un'ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo." (v.12), portarono difatti il peso della giornata e il caldo coloro che, chiamati dal principio del mondo, quando più lunga era la durata della vita, dovettero necessariamente sopportare a lungo i tormenti della carne. Per ciascheduno infatti, il portare il peso del giorno e del caldo, non è altro che, per un periodo di vita più lungo, essere affaticato dal calore della propria carne.

    4. - Ma, si può domandare: "Come mai si dice che mormorarono coloro che, da prima, pur son chiamati nel regno"?
    Sappiamo che nessun mormoratore può essere ammesso nel regno dei cieli, e che nessuno di quelli ammessi può mormorare. Ma siccome gli antichi padri, fino alla venuta del Signore, ancorchè abbiano vissuto giustamente, non furono introdotti subito nel regno (doveva, infatti, prima incarnarsi Colui che con la sua morte e risurrezione avrebbe aperto agli uomini le porte del Paradiso), il loro mormorio equivale all'aver vissuto rettamente per ricevere il regno, ma nell'esser poi tenuti lontani per lungo tempo: Quelli, infatti, che dopo aver operato secondo giustizia, furono posti nei luoghi inferiori, sebben tranquilli, in attesa del Messia, si possono raffigurare a quelli che, dopo aver lavorato nella vigna, ricevettero il danaro, perchè pervennero, dopo lunga dimora negli inferi (che non è l'Inferno in tal senso, nota mia), ai gaudi del regno.
    Noi poi, giunti all'Undicesima ora, dopo il lavoro, non mormoriamo, e riceviamo il danaro perchè, dopo la venuta del Mediatore in questo mondo, siamo condotti al regno appena usciti dal corpo, e riceviamo senza alcun indugio ciò che gli antichi padri meritarono solo dopo la lunga attesa. Per questo il padre di famiglia dice: "io voglio dare anche a quest'ultimo quanto a te." (v.14), e siccome il conseguimento del regno dipende dalla sua buona volontà, rettamente aggiunge: " Non posso fare delle mie cose quello che voglio? "(v.15).
    Stolta è la questione che l'uomo solleva contro la benignità di Dio!
    Non dovrebbe ricercarsi il motivo per cui Dio non dà ciò che non si è obbligati a dare, ma piuttosto (se ciò potesse avvenire) perchè non dà ciò che si è obbligato a dare! A ragione quindi soggiunge: "Oppure tu sei invidioso perché io sono buono? "(v.15).
    Nessuno poi si glorii del bene fatto, nè del tempo trascorso bene, perchè la Verità, subito dopo la sentenza riportata, soggiunge: "Così gli ultimi saranno primi, e i primi ultimi "(v.16). Ecco che seppur sapessimo quali e quante opere buone abbiamo fatto, ignoreremmo però sempre con quale sottigliezza il supremo Giudice le esaminerà; perciò ciascuno deve rallegrarsi grandemente di trovarsi, sia pure ultimo, nel regno di Dio.

    5. - Ma più terribile ancora è la sentenza che segue poco più avanti:“Poiché molti sono chiamati, ma pochi eletti” (Mt. 22, 14).
    Molti sono quelli che vengono a conoscenza della fede, ma pochi quelli che giungono al regno dei cieli!
    Guaradete come siamo intervenuti numerosi all'odierna festa: riempiamo tutta la Chiesa; però, fratelli miei, chi può sapere quanto pochi sono quelli che fanno parte della schiera degli eletti di Dio? Ecco che la voce di tutti invoca Cristo, ma non lo invoca ugualmente la condotta di tutti!
    I più seguono Dio con le parole, ma se ne allontanano coi cattivi costumi. Per questo Paolo dice: "Professano di conoscere Dio, ma lo rinnegano coi fatti" (Tito 1,16 Confitentur se nosse Deum, factis autem negant).
    Per questo Giacomo dice: "La fede senza le opere è morta" (Gc.2,26 Fides sine operibus mortus est).
    Per questo ancora, il Signore dice per bocca del Salmista: " Annunziai e parlai, e si moltiplicarono oltre ogni dire" (Salmo 39,6 Annuntiavi et locutus sum, moltiplicasti sunt super numerum).
    Alla voce di Dio che li chiamava si moltiplicarono oltre ogni dire i fedeli, perchè spesso vengono alla fede di quelli che non giungono a far parte del numero degli eletti. Qui infatti sono mescolati, nella professione di fede, coi fedeli; ma, a causa della loro cattiva condotta, dei loro pensieri malvagi e di ogni forma di perversione, non meritano di venire annoverati nell'aldilà , coi fedeli , nel premio.
    Quest'Ovile che è la Santa Chiesa, riceve i capretti assieme agli agnelli, ma per testimonianza del Vangelo, quando verrà il Giudice, separerà i buoni dai cattivi, così come il pastore separa le pecore dai capri (cfr Mt.25,32).
    Fratelli carissimi, meditiamo seriamente che coloro che di qua, in questa vita, servono alle voluttà della carne, inseguendo i propri piaceri, non potranno poi essere, di là, annoverati fra le pecore del gregge. Di là il Giudice buono e giusto separerà dalla sorte degli umili quelli che si levano sulle altezze della superbia. Non possono ricevere il regno dei cieli coloro che,pur essendo quaggiù chiamati alla fede celeste, cercano invece, con tutta la brama, la terra con le sue dottrine.

    6. - Voi, o fratelli carissimi, scorgete molti di questi tali proprio nella Chiesa; non dovete però imitarli, così come non dovete disperare della loro conversione.
    Noi pur vedendo bene quello che è uno oggi, ignoriamo quello che potrà essere domani. Spesso colui che sembra venire dopo di noi nella vita del bene, nel ragionamento del Signore può passarci avanti, ed a stento domani potremmo noi riuscirgli a tener dietro a colui che oggi ci sembra di precedere.
    Per questo Paolo ci ricorda: "Non vogliate perciò giudicare nulla prima del tempo, finché venga il Signore. Egli metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori; allora ciascuno avrà la sua lode da Dio" (1Cor.4,5 Itaque nolite ante tempus quidquam iudicare, quoadusque veniat Dominus, qui et illuminabit abscondita tenebrarum et manifestabit consilia cordium; et tunc laus erit unicuique a Deo.).
    Per questo il Signore ci ammonisce di non voler giudicare gli altri: "Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato;" (Lc.6,37 Et nolite iudicare et non iudicabimini; et nolite condemnare et non condemnabimini. Dimittite et dimittemini;), e soggiunge come monito: "perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio "(v.38 date, et dabitur vobis: mensuram bonam, confertam, coagitatam, supereffluentem dabunt in sinum vestrum; eadem quippe mensura, qua mensi fueritis, remetietur vobis).
    E' certo che quando Stefano morì per la fede, Saulo custodiva i mantelli dei lapidatori. Egli dunque lapidò tante volte quante erano le mani dei lapidatori, che aveva rese più libere per lapidare, e tuttavia, nella santa Chiesa, superò nelle fatiche colui che, perseguitando, aveva reso martire.
    A due cose dobbiamo sollecitamente pensare, fratelli carissimi.
    Prima: siccome molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti, nessuno presuma mai minimamente di sè, perchè, ancorchè uno sia già stato chiamato alla fede, non sa se sarà degno del regno eterno.
    Seconda: nessuno, al tempo istesso, ardisca disperare per sè stesso e ancor più per il prossimo che forse vedete giacere nei vizi, perchè forse ignorano le ricchezze della misericordia divina.

    7. - Infine, vi riferisco, o fratelli, un fatto accaduto di recente degno di essere ascoltato e degno di fede, affinchè se voi vi riconoscete interiormente peccatori, possiate più largamente amare la misericordia di Dio Onnipotente e maggiormente lucrare le sue grazie.
    Quest'anno, nel mio monastero, che sorge presso la Chiesa dei santi Martiri Giovanni e Paolo, si fece monaco un certo fratello. Era stato ricevuto devotamente, ma egli più devotamente ancora condusse vita monacale (cfr Lib. 4, cap.38 Dialogorum).
    Il fratello di costui l'aveva seguito al monastero, ma non col cuore, piuttosto col corpo. Infatti detestava quella santa vita e l'abito stesso del monaco, ed abitava nel monastero come un ospite. Pur rifuggendo, nei costumi, dal viveve come i monaci, non poteva abbandonare quella ospitalità perchè non sapeva dove andare, e non aveva i mezzi nè un impiego per campare.
    La sua condotta cattiva riusciva a tutti di peso, ma i buoni monaci cercavano di sollecitare la virtù della pazienza, tollerandolo, ed anche per riguardo del fratello che molto pativa per quella situazione.
    Era superbo e lussurioso al punto da ignorare se dopo questa vita ve ne fosse un'altra, e chiunque avesse voluto istruirlo su ciò, veniva da lui deriso. Nel monastero vestiva da secolare; era sciocco nel parlare, sgarbato nei movimenti, gonfio nella mente, scomposto nel vestire, dissipato nell'agire; un serio problema per tutti, perchè tutti, invece di giudicarlo, cercavano di riappacificarlo con se stesso e con Dio.
    Nel mese di luglio poc'anzi trascorso, fu colpito dalla pestilenza che anche voi, ahimè ben conoscete, e fu che giunto agli estremi, cominciò ad essere incalzato dall'agonia.
    La parte inferiore del corpo era già come morta, e la virtù vitale gli era rimasta soltanto nel petto e nella lingua. I fratelli tutti andavano a trovarlo, e cercavano di lenire i suoi dolori e di ben prepararlo all'infausto passaggio della morte, intercedendo, per quanto più potevano, presso Dio, affinchè lo potesse in qualche modo graziare.
    Ma colui, ebbe nell'immediato che i fratelli pregavano, un enorme dragone che veniva per divorarlo, e cominciò a gridare: "Ecco, io sono stato dato in pasto ad un dragone, ma non mi può divorare perchè ci siete voi qui con me. Perchè dunque restate qui? Andatevene, affinchè egli mi possa divorare!"
    Siccome i fratelli lo ammonivano di farsi il segno della Croce, egli rispondeva, per come poteva, dicendo: " Io mi voglio segnare, ma non posso, perchè sono premuto dal dragone che vuole impedirmelo. La schiuma della sua bocca mi bagna la faccia, la mia gola è stretta dalla sua bocca, le mia braccia sono da lui immobilizzate, e già il mio capo è tra le sue fauci..."
    Mentre pallido e moribondo diceva talicose, i fratelli cominciarono ancor più tenacemente ad insistere nella preghiera, e ad aiutare il poveretto affinchè potesse liberamente segnarsi con il segno della Croce.
    Quelle preghiere ininterrotte ed insistenti, raggiunsero la misericordia di Dio, improvvisamente, subito all'istante, in un attimo il moribondo fu liberato, e come si ebbe fatto il segno della Croce potè gridare con una voce sana: "Siano rese grazie a Dio; ecco che il dragone è andato via, e andato via colui che mi voleva divorare, è fuggito davanti alle vostre preghiere".
    E immediatamente riconciliatosi con Dio, fece solenne voto di dedicarsi a Dio e di farsi vero monaco.
    Da allora vive in uno stato di malattia redentrice, è oppresso dalle febbri e affranto dai dolori, il suo copro è dalla vita in giù immobilizzato, strappato alla morte, vive ora in profonda penitenza per restituire il maltorto; avviene ora infatti, per disposizione divina, che lunghi vizi siano bruciati da infermità anche lunghe, ma proprio qui in questo stato, quest'anima ha ritrovato la sua pace ed è degno ora di essere annoverato nel regno dei cieli.

    Vedete fratelli, chi mai avrebbe previsto che colui veniva ora conservato in vita perchè si convertisse?
    Chi mai potrebbe misurare quanto infinita sia la misericordia di Dio?
    Ecco come questo giovane perverso e cattivo, in punto di morte, all'ultima ora, ha potuto vedere il dragone che aveva servito durante la vita; grazie alla preghiera dei fratelli che hanno sollecitato la misericordia di Dio, anzichè la condanna del poveretto, ha visto il dragone non per perdere la vita, ma perchè potesse comprendere chi aveva servito ed ora, sapendolo, gli opponesse la giusta resistenza e, resistendogli, lo vincesse.
    Egli vide quello dal quale era stato, invisibilmente posseduto, affinchè non rimanesse più sotto il suo dominio.
    Quale lingua dunque può narrare le viscere della misericordia divina?
    Quale spirito non si meraviglierà dinnanzi alle ricchezze della divina pietà?
    Queste ricchezze della divina pietà erano state considerate dal Salmista, quando diceva: "O mia forza, a te voglio cantare,
    poiché tu sei, o Dio, la mia difesa, tu, o mio Dio, sei la mia misericordia." (Salmo 58,18 Fortitudo mea, tibi psallam,
    quia, Deus, praesidium meum es: Deus meus misericordia mea.).
    Considerando poi che Dio conosce, sà e vede i nostri mali, e tanto li sopporta e tollera le nostre colpe, ci riserva tuttavia il premio, attraverso la penitenza, la sofferenza, infatti il Salmista non volle chiamare Dio semplicemente "misericordioso", ma invocò la misericordia stessa: Deus meus misericordia mea!

    Fratelli miei, richiamiamo ai nostri occhi il male che abbiamo commesso; pensiamo con quanta benignità Iddio ci sopporta; considieriamo quali siano le viscere di pietà, chè non solo ci perdona le colpe, ma ci promette il regno celeste anche dopo le colpe, purchè facciamo penitenza, purchè cerchiamo davvero il Suo perdono.
    Diciamo con tutte le fibre del nostro cuore, diciamo ciascheduno per conto proprio, e diciamolo anche assieme: tu, o mio Dio, sei la mia misericordia, Tu che vivi e regni Trino nell'unità, e uno nella Trinità Santissima, per gli infiniti secoli dei secoli.
    Così sia!


    [Edited by Caterina63 9/18/2011 5:48 PM]
    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
    Maestro dell’Ordine)
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    Caterina63
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    00 9/19/2011 12:10 AM
    [SM=g1740733]  Omelia I di san Gregorio Magno, Papa, tenuta al popolo nella Basilica di san Pietro, nella seconda Domenica di Avvento

    (nell'Omelia che segue san Gregorio Magno spiega per come può il mistero della Parusia di nostro Signore, ma più che parlare della Parusia in quanto tale, si sofferma a consigliare i fedeli del perchè non dobbiamo amare il mondo che è destinato alla corruzione e ad avere la sua fine e di come, l'amicia vera dell'uomo, deve fondarsi su Cristo per essere veramente felice.
    Nel descrivere poi gli eventi drammatici del suo tempo, sia naturali quanto umani, spiega come con il sacro timor di Dio, noi possiamo affrontarli in modo sereno....
    Non si usi, pertanto, questo testo, per tentare di spiegare la Parusia, quanto piuttosto per confermare la dottrina della Chiesa già conosciuta: chi ama questo mondo, non riuscirà mai ad amare Dio, chi mette radici in questo mondo, non comprenderà mai che la sua Patria è il Cielo....tutto il male che commettiamo ha in Cristo il nostro Avvocato e Colui che PERDONA, ma perchè il perdono abbia effetto, occorre CONVERTIRSI, ACCOGLIERE CRISTO, diversamente il male necessita di soddisfazione e ciò che la Bibbia chiama CASTIGHI DI DIO sono le legittime e PUNIZIONI di Dio attraverso le quali ci viene offerta la conversione e non per paura, ma per giustizia!

    Per favore...citare la fonte se vorrete portare in giro nella rete queste Omelie di san Gregorio Magno.... e che tutto si faccia per la gloria di Dio e per la salvezza delle anime....
    Grazie!
    )


    Lezione del Santo Vangelo, secondo Luca 21, 25-33


    [25] Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei  flutti, [26] mentre gli uomini moriranno per la paura e per l'attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. [27] Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire su una nube con potenza e gloria grande.[28] Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina".[29] E disse loro una parabola: "Guardate il fico e tutte le piante; [30] quando già germogliano, guardandoli capite da voi  stessi che ormai l'estate è vicina.
    [31] Così pure, quando voi vedrete accadere queste cose, sappiate che il regno di Dio è vicino. [32] In verità vi dico: non  passerà questa generazione finché tutto ciò sia avvenuto. [33] Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.

    25 Et erunt signa in sole et luna et stellis, et super terram pressura gentium prae confusione sonitus maris et fluctuum,
    26 arescentibus hominibus prae timore et exspectatione eorum, quae supervenient orbi, nam virtutes caelorum movebuntur.
    27 Et tunc videbunt Filium hominis venientem in nube cum potestate et gloria magna.
    28 His autem fieri incipientibus, respicite et levate capita vestra, quoniam appropinquat redemptio vestra ”.
    29 Et dixit illis similitudinem: “ Videte ficulneam et omnes arbores:
    30 cum iam germinaverint, videntes vosmetipsi scitis quia iam prope est aestas.
    31 Ita et vos, cum videritis haec fieri, scitote quoniam prope est regnum Dei.
    32 Amen dico vobis: Non praeteribit generatio haec, donec omnia fiant.
    33 Caelum et terra transibunt, verba autem mea non transibunt.

    ****

    http://www.artcurel.it/ARTCUREL/RUBRICHEAUTORI/FrancescoCuccaro/parusia01art.jpg


    1. - Il Signore e Redentore nostro, o fratelli carissimi, desiderando trovarci preparati, ci svela i mali che avverranno alla  fine del mondo che invecchia, per distoglierci dall'amore di esso. Ci fa conoscere quanti flagelli precederanno la sua prossima fine, affinchè,se non vogliamo temere Iddio finchè siamo nella tranquillità, temiamo almeno, colpiti dal pensiero di tali  flagelli, annuncio di Lui,  e del di Lui vicino giudizio.
    Al brano santo del Vangelo che abbiamo appena udito, o fratelli, non vi pensate che siano parole di spauracchio, chi ben  conosce la Parola di Dio, e la mette in pratica, non vi ha nulla da temere dai fatti che verranno. Il Signore li ha premessi con  queste parole chiarissime che precedono il brano appena ascoltato: " Poi disse loro: «Si solleverà popolo contro popolo e  regno contro regno,  e vi saranno di luogo in luogo terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandi dal cielo" (vv.10-11 Tunc dicebat illis: “ Surget gens contra gentem, et regnum adversus regnum; 11 et terrae motus  magni et per loca fames et pestilentiae erunt, terroresque et de caelo signa magna erunt.), e dopo altre frasi, arriviamo al  versetto 25 appena udito.
    Ora noi constatiamo senza dubbio che parte di queste cose si sono già avverate, e parte dobbiamo temere che possano essere  prossime a verificarsi (1).
    Ciò che vediamo ai nostri giorni: delle genti cioè insorgere contro altre genti, e la loro sventura dilagare sulla terra, è già  superiore a quello che noi leggiamo nei Libri Sacri. Sapete con quanta frequenza si sente dire che il terremoto, in altre parti  del mondo, sconvolge innumerevoli città. Noi poi siamo travagliati continuamente da pestilenze. E' vero che non vediamo  ancora chiari segni straordinari nel sole, nella luna e nelle stelle, ma possiamo però arguire, dalla stessa alterazione  atmosferica, che tali segni non tarderanno a venire.
    Ancor prima che l'Italia fosse consegnata alla spada dei Gentili per essere dilaniata, abbiamo veduto in cielo schiere di  fuoco, e rosseggiarvi quel sangue del genere umano che poi è stato versato. Non è ancora riapparsa l'agitazione dei mari e dei flutti, ma, dato che molte delle calamità preannunziate si sono già verificate, senza dubbio dovranno seguire anche le altre: la realtà dei fatti già avvenuti è garanzia delle cose che, rivelate, dovranno seguire, anche se non sappiamo bene come, il dove e  quando.

    2. - Questo noi diciamo, o fratelli carissimi, perchè le vostre menti vigilino con oculata cautela, onde non s'intorbidiscano per la sicurezza, nè languiscano per l'ignoranza, ma il sacro timore le solleciti sempre, e la continua sollecitudine le confermi nel  bene di operare, meditando ciò che viene soggiunto dalla voce del nostro Redentore: " mentre gli uomini moriranno per la  paura e per l'attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte." (v.26   arescentibus hominibus prae timore et exspectatione eorum, quae supervenient orbi, nam virtutes caelorum movebuntur).
    Che cosa, infatti, ha voluto qui indicare il Signore sotto il nome di "potenze dei cieli", se non gli Angeli, gli Arcangeli, i Troni, le Denominazioni, i Principati e le Potestà? Questi, nella venuta del Giudice inesorabile, appariranno visibilmente agli occhi  nostri, per chiederci stretto conto della pazienza che ora il Creatore invisibile usa a nostro riguardo. E si soggiunge: "Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire su una nube con potenza e gloria grande " (v.27 Et tunc videbunt Filium hominis venientem in nube cum potestate et gloria magna), è come se si dicesse apertamente: Gli uomini vedranno nella sua potenza e maestà  Colui che non vollero ascoltare nella sua umiltà, affinchè sentano tanto più severamente allora la Sua potenza, quanto più ora  ricusano di piegare la durezza del cuore alla Sua sconfinata pazienza.

    3. - Ma dopo che furono dette queste cose contro i reprobi, subito il discorso si volge a conforto degli eletti, degli umili, di  quanti sono fedeli al Signore. Si soggiunge infatti: "Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo,  perché la vostra liberazione è vicina" (v.28 His autem fieri incipientibus, respicite et levate capita vestra, quoniam  appropinquat redemptio vestra). E' come se apertamente la Verità ammonisse i suoi eletti dicendo: Quando le piaghe del  mondo si moltiplicano, quando il terrore del giudizio si mostra mediante lo sconvolgimento delle potenze, sollevate allora con  fiducia le vostre teste, cioè gioite nei vostri cuori perchè, mentre finisce questo mondo di cui voi non siete amici, si avvicina  piuttosto quella redenzione che avete cercata.
    Nella Sacra Scrittura, spesso col nome di "capo" si intende la mente, perchè come il capo dirige tutte le membra, così la  mente ordina i pensieri. Perciò "sollevare il capo" significa sollevare i nostri pensieri ai gaudi della Patria Celeste. A coloro,  dunque, che amano Iddio viene comandato di godere e rallegrarsi per la fine del mondo, perchè mentre passa questo mondo da  essi non amato, trovano tosto Colui che è stato e sempre sarà l'oggetto del loro Amore. Non sia mai, pertanto, che un fedele,  che desidera di vedere Iddio, pianga o persino si disperi sui flagelli che colpiscono il mondo, perchè egli deve sapere che è  sotto tali flagelli che il mondo avrà termine e che potremmo vedere Gesù Signore ritornare glorioso e vittorioso, sta scritto  infatti: "Gente infedele! Non sapete che amare il mondo è odiare Dio? Chi dunque vuole essere amico del mondo si rende  nemico di Dio. " (Giacomo 4,4  Adulteri, nescitis quia amicitia huius mundi inimica est Dei? Quicumque ergo voluerit amicus  esse saeculi huius, inimicus Dei constituitur.). Non si tratta tanto di avere piacere delle sofferenze del mondo, quanto  piuttosto di ben sapere che chi non gode dell'avvicinarsi della sua fine dimostra con ciò, di esserne suo amico e di  conseguenza si proclama nemico di Dio perchè non ha alcun desiderio di volerLo vedere trionfare sul mondo. Ma vi supplico!  questo sia lontano dai vostri cuori, sia lontano da tutti coloro i quali, per fede, credono che vi sia un'altra Vita e vi aspirano a conquistarla con le buone opere.
    Piangere sulla fine del mondo, e sugli eventi drammatici che verranno per purificare gli uomini, è tipico di coloro che lo amano e vi hanno messo le proprie radici del cuore e non cercano altro, non aspirano alla Vita futura, non si aspettano, oppure  rifiutano che questa Vita esista per davvero. Ma noi che abbiamo conosciuto i gaudi eterni della Celeste Patria, dobbiamo  anelare di giungere ad essa, e dobbiamo incoraggiare il prossimo su questa via.
    Da quali mali non è oppresso il mondo? Quale tristezza, quale avversità non ci addolora? Che cosa è la vita presente se non un viaggio? Considerate dunque, o miei fratelli, quale contraddizione sarebbe essere affaticati dal viaggio, colpiti dalle  avversità e dai dolori e desiderare che questo mondo non abbia termine!
    Il nostro Redentore ci insegna come dobbiamo calpestare l'amore del mondo mediante un'opportuna similitudine, aggiungendo  subito: "E disse loro una parabola: "Guardate il fico e tutte le piante; [30] quando già germogliano, guardandoli capite da voi stessi che ormai l'estate è vicina. Così pure, quando voi vedrete accadere queste cose, sappiate che il regno di Dio è vicino."  
    (vv. 29-31  Et dixit illis similitudinem: “ Videte ficulneam et omnes arbores; cum iam germinaverint, videntes vosmetipsi scitis quia iam prope est aestas.), è come se apertamente dicesse: Come dai frutti degli alberi si conosce l'avvicinarsi dell'estate,  così dalla rovina del mondo, si conosce l'approssimarsi del regno di Dio. Da queste parole appare chiaramente che il frutto  del mondo è la rovina; esso cresce per cadere, e germoglia per consumare nella rovina tutto ciò che avrà prodotto contro Dio  e senza Dio. Il regno di Dio è così opportunamente paragonato all'estate, perchè allora si dilegueranno le nubi del nostro  dolore, l'inverno, ed i giorni della vita cominceranno a rifulgere nella luce del Sole Eterno.

    4. - Tutte queste asserzioni vengono con forza riconfermate e ribadite dalla sentenza seguente che dice: "In verità vi dico:  non passerà questa generazione finché tutto ciò sia avvenuto. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno." (vv. 32-33 Amen dico vobis: Non praeteribit generatio haec, donec omnia fiant. Caelum et terra transibunt, verba autem mea non transibunt.) Nell'ordine naturale non vi è nulla di più duraturo del cielo e della terra, e nulla, nello stesso ordine  naturale, passa più velocemente della parola!
    Le parole invero, finchè non si pronunziano possono ancora dirsi parole; ma quando poi sono state pronunziate non hanno già  più suono, perchè esse non possono completarsi se non passando.
    Ciò posto, quando il Signore dice: "cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno" è come se dicesse: Tutto ciò  che presso di voi è duraturo, non è però immutabile, in eterno e, viceversa, tutto ciò che presso di Me sembra essere  passeggero non muta e non passa, perchè la mia parola che passa, esprime sentenze che rimangono fisse, in ogni tempo, senza  mutazione.

    5. - Ecco, fratelli miei, che già vediamo avverato quello che abbiamo udito! Il mondo è oppresso quotidianamente da nuovi mali che aumentano di giorno in giorno. Eravate numerosi; osservate ora quanto  pochi siete sopravvissuti! E, come se ciò non bastasse, nuovi flagelli ci affliggono, repentini infortuni ci piombano addosso,  nuove ed improvvise calamità ci colpiscono.
    Nella giovinezza il corpo è vigoroso, il petto si mantiene forte e sano, eretto il busto, ed ampio il torace; nella vecchiaia  invece la statura si curva, il collo inaridito si ripiega, il petto diventa ansimante, la forza vien meno e l'affanno tronca le  parole di chi parla, e se anche non si è propriamente malati, da vecchi la salute stessa è spesso già una malattia. Similmente il  mondo nei primi suoi tempi ebbe un vigore come di giovinezza; fu robusto accogliendo il genere umano, verdeggiò di salute  corporale e fu opulento per l'abbondanza d'ogni cosa; ora invece  comincia a dare segnali di depressione, è segnato dalle  molestie che crescono. Non vogliate dunque, o fratelli, amare questo mondo che non è eterno. Richiamate alla mente il  
    precetto apostolico con cui veniamo ammoniti: "Non amate né il mondo, né le cose del mondo! Se uno ama il mondo, l'amore del  Padre non è in lui;" (1Gv.2,15 Nolite diligere mundum neque ea, quae in mundo sunt. Si quis diligit mundum, non est caritas  Patris in eo;).
    Solo l'altro giorno, o fratelli, avete appreso che, per un improvviso turbine, alberi secolari sono stati sradicati, case  distrutte, e chiese schiantate dalle fondamenta! Quanti erano che alla sera, sani ed incolumi, pensavano a quello che  avrebbero fatto il giorno seguente, ed invece in quella stessa notte sono deceduti improvvisamente, travolti nel vortice della  rovina?

    6. - Dobbiamo pure considerare, o dilettissimi che, per compiere queste cose, il Giudice invisibile agitò il soffio di un vento  leggerissimo, eccitò la tempesta di una sola nuvola, e tuttavia ciò bastò a sconvolgere la terra ed a scuotere dalle fondamenta tanti edifici. Che cosa sarà dunque, quando questo Giudice verrà personalmente e la Sua ira divamperà per giudicare i  peccatori recidivi, se non possiamo già più sostenere ora che ci castiga per mezzo di una tenuissima nube? Quale mortale  potrà resistere, alla presenza dell'ira di Colui che, col solo agitare il vento, ha sconvolto la terra, ha turbato l'atmosfera e  divelti tanti edifici?
    Paolo, considerando il rigore del Giudice venturo, ha scritto: "È terribile cadere nelle mani del Dio vivente!" (Ebrei 10,31  Horrendum est incidere in manus Dei viventis.).
    La stessa cosa esprime il Salmista dicendo: " Viene il nostro Dio e non sta in silenzio;davanti a lui un fuoco divorante, intorno  a lui si scatena la tempesta. Convoca il cielo dall'alto e la terra al giudizio del suo popolo " (Salmo 50, 3-4 3 Deus noster  veniet et non silebit: ignis consumens est in conspectu eius, et in circuitu eius tempestas valida. Advocabit caelum desursumet terram discernere populum suum:), il fuoco e la tempesta accompagnano il rigore di sì grande Giustizia, perchè la tempesta  colpisce ciò che il fuoco brucia.

    Tenete presente, dunque, o fratelli carissimi, quel giorno, e troverete leggero, al suo confronto, tutto quello che ora vi  sembra grave. Di tale giorno parla così il Profeta: "14. È vicino il gran giorno del Signore, è vicino e avanza a grandi passi. Una voce: Amaro è il giorno del Signore! anche un prode lo grida. 15. Giorno d'ira quel giorno, giorno di angoscia e di  afflizione, giorno di rovina e di sterminio, giorno di tenebre e di caligine, giorno di nubi e di oscurità, 16. giorno di squilli di  tromba e d'allarme sulle fortezze e sulle torri d'angolo. 17. Metterò gli uomini in angoscia e cammineranno come ciechi,  perchè han peccato contro il Signore; il loro sangue sarà sparso come polvere e le loro viscere come escrementi. [18] 18.  Neppure il loro argento, neppure il loro oro potranno salvarli". Nel giorno dell'ira del Signore e al fuoco della sua gelosia  tutta la terra sarà consumata, poiché farà improvvisa distruzione di tutti gli abitanti della terra.  " (Sofonia 1, 14-18 14  Iuxta est dies Domini magnus, iuxta et velox nimis; vox diei Domini amara, tribulabitur ibi fortis. 15 Dies irae dies illa, dies  tribulationis et angustiae, dies vastitatis et desolationis, dies tenebrarum et caliginis, dies nebulae et turbinis, 16 dies tubae  et clangoris super civitates munitas et super angulos excelsos. 17 Et tribulabo homines, et ambulabunt ut caeci, quia Domino  peccaverunt; et effundetur sanguis eorum sicut humus, et viscera eorum sicut stercora. 18 Sed et argentum eorum et aurum  eorum non poterit liberare eos in die irae Domini; in igne zeli eius devorabitur omnis terra, quia consummationem cum  festinatione faciet cunctis habitantibus terram.), e di questo ancora il Signore ci ammonisce per mezzo di un altro Profeta:" Dice infatti il Signore degli eserciti: Ancora un pò di tempo e io scuoterò il cielo e la terra, il mare e la terraferma. [7]  Scuoterò tutte le nazioni e affluiranno le ricchezze di tutte le genti e io riempirò questa casa della mia gloria, dice il  Signore degli eserciti. " (Aggeo 2, 6-7 6 Quia haec dicit Dominus exercituum: Adhuc unum modicum est, et ego commovebo  caelum et terram et mare et aridam. 7 Et movebo omnes gentes, et venient thesauri cunctarum gentium, et implebo domum  istam gloria, dicit Dominus exercituum.), ecco che come abbiamo appena spiegato fin'anzi, Egli smuove l'aria e la terra non  
    resiste ai Suoi comandi; chi reggerà dunque, quando muoverà anche il Cielo e ritornerà glorioso sulle sue nubi? Come chiameremo noi i terrori che vediamo e che tanto dolore ci provocano se non "segni annunziatori dell'ira ventura"? Ma  è anche necessario riflettere che le tribolazioni presenti sono dissimili e un  nulla dall'ultima, quanto la persona è inferiore a  quella del possente Giudice.

    Meditate attentamente allora, o fratelli carissimi, a quel giorno; correggete fin da ora la vostra condotta, cambiate i vostri  costumi, superate le passioni che vi tentano ed espiate fin da oggi colle lacrime i mali commessi; ritornate fin da oggi al Dio  ricco di misericordia che tutto ancora vi può perdonare, finchè siete in tempo. Un giorno vedrete la venuta dell'Eterno  Giudice con tanta maggior sicurezza e gioia nel cuore, quanto più ora ne scongiurate la severità operando per il bene e nel  salutare Suo timore.
    Così sia!

    Note
    (1) Qui è da considerare che l'epoca di san Gregorio Magno fu afflitta da molte calamità e da molti mali che spinsero il Santo Pontefice ad esprimersi spesso con toni apocalittici credendo, egli stesso, ormai prossima la fine del mondo.
    Ciò che va tenuto in considerazione nel proprio tempo, non deve tuttavia far venire meno il senso profondo di questo genere  di Omelie atte sempre, in ogni tempo, a sollecitare le anime alla conversione, come infatti spiegherà, il Santo Pontefice, nel  resto di questa splendida Omelia.

    [SM=g1740717] [SM=g1740720]

    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
    Maestro dell’Ordine)
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    Caterina63
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    00 11/17/2011 11:26 AM
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    [SM=g1740733] Omelia XV di san Gregorio Magno, tenuta al popolo nella Basilica di san Paolo Apostolo nella Domenica di Sessagesima, sul Vangelo di san Luca capitolo 8, 4-15

    [4] Poiché una gran folla si radunava e accorreva a lui gente da ogni città, disse con una parabola:
    [5] "Il seminatore uscì a seminare la sua semente. Mentre seminava, parte cadde lungo la strada e fu calpestata, e gli uccelli del cielo la divorarono.
    [6] Un'altra parte cadde sulla pietra e appena germogliata inaridì per mancanza di umidità.
    [7] Un'altra cadde in mezzo alle spine e le spine, cresciute insieme con essa, la soffocarono.
    [8] Un'altra cadde sulla terra buona, germogliò e fruttò cento volte tanto". Detto questo, esclamò: "Chi ha orecchi per intendere, intenda!".
    [9] I suoi discepoli lo interrogarono sul significato della parabola.
    [10] Ed egli disse: "A voi è dato conoscere i misteri del regno di Dio, ma agli altri solo in parabole, perchè
    vedendo non vedano
    e udendo non intendano.
    [11] Il significato della parabola è questo: Il seme è la parola di Dio.
    [12] I semi caduti lungo la strada sono coloro che l'hanno ascoltata, ma poi viene il diavolo e porta via la parola dai loro cuori, perché non credano e così siano salvati.
    [13] Quelli sulla pietra sono coloro che, quando ascoltano, accolgono con gioia la parola, ma non hanno radice; credono per un certo tempo, ma nell'ora della tentazione vengono meno.
    [14] Il seme caduto in mezzo alle spine sono coloro che, dopo aver ascoltato, strada facendo si lasciano sopraffare dalle preoccupazioni, dalla ricchezza e dai piaceri della vita e non giungono a maturazione.
    [15] Il seme caduto sulla terra buona sono coloro che, dopo aver ascoltato la parola con cuore buono e perfetto, la custodiscono e producono frutto con la loro perseveranza.

    **********************

    (In illo tempore.....)
    4 Cum autem turba plurima conveniret, et de singulis civitatibus properarent ad eum, dixit per similitudinem:
    5 “ Exiit, qui seminat, seminare semen suum. Et dum seminat ipse, aliud cecidit secus viam et conculcatum est, et volucres caeli comederunt illud.
    6 Et aliud cecidit super petram et natum aruit, quia non habebat umorem.
    7 Et aliud cecidit inter spinas, et simul exortae spinae suffocaverunt illud.
    8 Et aliud cecidit in terram bonam et ortum fecit fructum centuplum ”. Haec dicens clamabat: “ Qui habet aures audiendi, audiat ”.
    9 Interrogabant autem eum discipuli eius, quae esset haec parabola.
    10 Quibus ipse dixit: “ Vobis datum est nosse mysteria regni Dei, ceteris autem in parabolis, ut videntes non videant et audientes non intellegant.
    11 Est autem haec parabola: Semen est verbum Dei.
    12 Qui autem secus viam, sunt qui audiunt; deinde venit Diabolus et tollit verbum de corde eorum, ne credentes salvi fiant.
    13 Qui autem supra petram: qui cum audierint, cum gaudio suscipiunt verbum; et hi radices non habent, qui ad tempus credunt, et in tempore tentationis recedunt.
    14 Quod autem in spinis cecidit: hi sunt, qui audierunt et a sollicitudinibus et divitiis et voluptatibus vitae euntes suffocantur et non referunt fructum.
    15 Quod autem in bonam terram: hi sunt, qui in corde bono et optimo audientes verbum retinent et fructum afferunt in patientia.

    Omelia XV di san Gregorio Magno, tenuta al popolo nella Basilica di san Paolo Apostolo nella Domenica di Sessagesima, sul Vangelo di san Luca capitolo 8, 4-15

    1. La lezione del santo Vangelo, della quale or ora, o fratelli carissimi, avete udito la lettura, non ha bisogno di spiegazione bensì di raccomandazione.
    L'umana fragilità non deve presumere di ancora spiegare ciò che è già stato spiegato dalla Verità stessa.
    Ma non mancano le cose, nella stessa spiegazione fatta dal Signore, su cui voi dovete riflettere seriamente; perchè se noi vi avessimo detto che il seme significa la parola, il campo, il mondo, gli uccelli, i demoni, le spine, le ricchezze, forse voi avreste stentato a crederci. Per questo, lo stesso Signore si è degnato di spiegare personalmente quanto diceva, affinchè impariate a cercare il significato anche di quelle cose che non ha voluto Lui stesso spiegare.
    Dandoci la spiegazione di ciò che Egli aveva parlato, volle pure farci comprendere che Egli aveva parlato in figura, per rendervi certi anche di ciò che la fragilità nostra vi avrebbe detto spiegandovi il senso del Suo linguaggio figurato. Chi mai avrebbe creduto se io avessi voluto vedere nelle spine raffigurate le ricchezze? tanto più che le spine pungono, mentre le ricchezze dilettano!
    Eppure le ricchezze sono spine perchè lacerano la mente con le punture dei pensieri che portano seco, e quasi insanguinano, con la ferita inferta, quando trascinano fino al peccato.
    E assai bene, come attesta un altro Evangelista riferendo questa stessa parabola, il Signore non solo le chiama semplicemente ricchezze, ma ricchezze "fallaci" (Matteo 13,22). E tali sono infatti: fallaci, perchè non possono rimanere a lungo in nostro possesso; fallaci, perchè non tolgono la povertà della nostra mente. Sono invece vere ricchezze quelle sole che ci fanno ricchi di virtù.
    Se dunque, o fratelli carissimi, bramate di essere ricchi, amate le ricchezze vere. Se cercate l'eccellenza del vero onore, tendete al regno celeste. Se amate la gloria delle dignità, affrettatevi per essere ascritti in quella suprema curia degli Angeli.

    2. Ritenete nella mente le parole del Signore che udite colle vostre orecchie.
    Cibo della mente è infatti la divina parola. Come il cibo ricevuto viene rigettato da uno stomaco debole e malato, così avviene della parola udita, se non è ritenuta nel ventre della memoria, se non viene ritenuta da una mente esercitata alla meditazione.
    Ma se uno non può ritenere gli alimenti è certamente in grave pericolo di morire. Temete perciò il pericolo di una morte eterna, se dopo aver ricevuto il cibo della santa esortazione non tenete nella memoria le parole di vita, ossia il nutrimento della giustizia.
    Ecco che tutto quello che fate passa, e volenti o nolenti, ogni giorno vi avvicinate, senza mai un momento di sosta, all'eterno giudizio.
    Perchè dunque amare ciò che si deve abbandonare? Perchè trascurare quello a cui si deve arrivare? Tenete presente l'ammonimento: Chi ha orecchi da intendere intenda - Qui habet aures audiendi, audiat - e senza dubbio, tutti quelli che erano presenti avevano le orecchie corporali, e di certo udirono, ma se a quelli che pur avendo le orecchie corporali, il Signore ammonisce a ben intendere, è segno evidente che Egli intendeva parlare delle orecchie del cuore e della mente, le orecchie dell'anima, non quelle corporali.
    Badate dunque che la Parola ricevuta permanga nelle orecchie del cuore, della mente e dell'anima; badate che il seme non cada lungo la strada affinchè non giunga il maligno e vi tolga dal cuore e dalla mente questa Parola di vita; badate che il seme non cada in terreno pietroso, e faccia frutto di opere che seppur buone sono prive delle radici della perseveranza e della conversione.
    A molti piace il Bene che viene loro proposto, propongono buoni propositi, si adoperano ad iniziare opere buone, ma appena cominciano ad incontrare le contrarietà, appena gli si dice loro ciò che è giusto o quel che è sbagliato delle loro intenzioni, con superbia abbandonano l'opera iniziata, oppure pretendono di mandarla avanti senza correzione alcuna. Ma fu per mancanza di umore che la terra pietrosa non permise a ciò che era germogliato di giungere al frutto della maturazione.
    Molti, o fratelli carissimi, udendo predicare contro l'avarizia, destano tosto la medesima avarizia, e lodano il disprezzo di ogni ricchezza, ma appena vedono qualche cosa che il loro animo brama, subito dimenticano ciò che lodavano, e per soddisfare i propri interessi cedono anch'essi ad ogni genere di avarizia.
    Molti, quando sentono parlare contro il male della lussuria, non soltanto non desiderano le soddisfazioni impure della carne, ma arrossiscono anche di quelle che si sono vissute in passato, ma appena appare loro una bellezza corporale, la mente loro non esercitata a conservare la divina Parola di vita, resta imbrigliata dal desiderio, e, come se essa non avesse proposto di astenersi da tali desideri, compie quel male che avrebbe dovuto deplorare e che forse aveva deplorato in altri.
    Spesso sentiamo compunizione delle colpe commesse, e tuttavia dopo averle piante, ricadiamo di nuovo nelle stesse colpe. Così Balaam, contemplando gli attendamenti del popolo d'Israele, pianse, e chiese di essere simile a loro nella morte, dicendo: Che io muoia della morte dei giusti, e il mio fine sia simile al loro (Numeri 23,10) Moriatur anima mea morte iustorum, et fiant novissima mea horum similia; ma appena passata l'ora della compunizione, arse di nuovo nella nequizia dell'avarizia e della superbia. Infatti, per i doni che gli furono promessi, diede consiglio di morte contro quel popolo, alla cui morte aveva desiderato di essere fatto partecipe, e dimenticò ciò che aveva sentito e pianto, perchè non volle estinguere il fuoco alimentato dall'avarizia.

    3. Si deve pure rilevare che il Signore nostro Gesù Cristo + dice, nella sua spiegazione, che le sollecitudini, le voluttà e le ricchezze, in definitiva tutto ciò che è destinato a rimanere sulla terra, soffocano la Parola la quale è data per l'altra Vita. La soffocano infatti, perchè con i loro pensieri importuni strangolano la gola della mente, e, non lasciando penetrare fino al cuore il buon desiderio, chiudono questo passaggio al soffio vitale.
    Si noti pure come siano due le cose che il Signore aggiunge alle ricchezze, cioè la sollecitudine e le voluttà.
    Infatti le ricchezze, per la cura che richiedono, opprimono la mente, e, con la loro abbondanza senza mai bastevole, la effeminano. Può sembrare una contraddizione poichè le ricchezze sono anche un dono di Dio, ma l'avidità per le ricchezze rendono coloro che si affliggono per averle, afflitti e viziosi. Ma poichè il diletto non si può accordare con l'afflizione alla quale siamo chiamati per esercitare le virtù, esse ora affliggono con la preoccupazione del possederle, aumentarne la quantità e per custodirle contro i ladri, ed ora allettano il piacere con la loro abbondanza.

    4. Il buon terreno, perciò, rende frutto mediante la pazienza, la virtù delle rinuncie, perchè naturalmente le opere veramente buone che facciamo non producono nulla se noi per primi non tolleriamo con infinita pazienza i mali del prossimo, gli scherni, la povertà, i sacrifici. Quanto più uno sarà salito in alto nella perfezione, tanto più troverà, in questo mondo, più duramente da patire, perchè la nostra mente, che istruita mantiene il seme della Parola, rifugge ogni concetto di piacere che proviene dal secolo presente, cresce contro di essa l'avversità del medesimo secolo con tutte le sue voglie.
    Di qui ne consegue che noi vediamo molti che fanno il vero bene, e che tuttavia, apparendoci come una contraddizione, gemono sotto il peso di pesante fardello di tribolazioni. Essi fuggono bensì i terreni desideri, ma sono ugualmente colpiti da più duri flagelli. Tuttavia costoro, secondo la promessa del Signore, renderanno frutto mediante la pazienza e la perseveranza, perchè accogliendo con umiltà i flagelli, e dando testimonianza di fiducia e di fede nella Parola del Signore, verranno ricevuti, dopo le dure prove, nella gloria dei Santi. Non vi è dunque contraddizione nel fare bene e subire i flagelli, perchè come l'uva che si pesta coi piedi si trasforma in vino saporito che delizia; così come l'oliva che si deve spremere nel frantoio, liberandosi dalla sua morchia e si cambia nel profumato olio; così come per la trebbiatura sull'aia, il grano viene separato dalla paglia e giunge pulito al granaio; così, o fratelli carissimi, deve essere passata l'anima.
    Chiunque pertanto desidera vincere pienamente la sua battaglia contro le tenebre, contro i propri vizi, si studi di sopportare con piena e vera umiltà i flagelli che lo dovranno purificare: tanto più mondo si presenterà per il suo giudizio, quanto più ora purgherà la sua ruggine ed ogni imperfezione nel fuoco delle tribolazioni.

    5. Sotto quel porticato ove passano coloro che entrano nella Chiesa di san Clemente, vi stava un certo Servolo, che molti di voi, come me, conobbero: povero di sostanze, ma ricco di meriti, e che fu consumato da una lunga e dolorosa infermità. Dai suoi primi anni, difatti, fino alla fine della sua vita, giacque paralitico. C'è bisogno che vi dica che non poteva stare in piedi, dato che non gliela faceva neppure di alzarsi per sedersi sul lettuccio? Mai potè portare la sua mano alla bocca, perchè la sua infermità era in tutto il corpo, non poteva neppure girarsi di un lato, ma il Signore gli aveva concesso la mente lucida e la parola. Se ne prendevano cura la coraggiosa madre e il fratello; e quanto riceveva in elemosina per sovvenire alle sue necessità, egli predisponeva che ciò fosse dato a quei poveri più poveri di lui, che non avevano neppure una madre e un fratello che li potesse accudire come era amorevolmente accudito lui. Non aveva mai imparato a leggere, e certamente non avrebbe mai potuto scrivere, ma si era fatto regalare i libri della Sacra Scrittura e, quando riceveva in ospitalità dei religiosi, se li faceva leggere senza tregua, non amava parlare di altro, non voleva sentirsi compiangere per il suo stato, voleva ascoltare invece la Parola di Dio.
    Così avvenne che imparò ad intendere pienamente la Sacra Scrittura, il seme era stato seminato. Egli si sforzava, in mezzo a tanto dolore, di sempre ringraziare Dio, e di passare le notti che non riusciva a dormire, a lodare Dio.
    Quando infine giunse il tempo di ricevere il premio promesso per tanta pazienza, la malattia fu come impazzita, esplose improvvisa colpendo gli organi vitali fino a quel momento risparmiati. Preparato dalla conoscenza delle Scritture, Servolo comprese di essere prossimo alla morte, e poichè la sua casa era un via vai di pellegrini che da lui ricevevano conforto e testimonianza cristiana, egli avvisò quelli presenti di cominciare a cantare inni con lui e di invocare i Salmi all'Altissimo, e di sostenerlo con la Preghiera nell'attesa prossima della sua dipartita.
    Mentre, morente, recitava con i pellegrini e i religiosi i Salmi, ad un tratto li fece chetare tutti, dicendo a gran voce: "Tacete! tacete!, ascoltate! Ascoltate quali lodi risuonano in Cielo?"
    E mentre questa santa Anima aveva orecchie e cuore già protesi verso la nuova vita, la sua anima si sciolse finalmente dal quel corpo che per tutta la sua vita l'aveva tenuta prigioniera, chiudendo gli occhi a questo mondo lasciando sul suo viso l'espressione di un angelico sorriso. Non appena Servolo morì, tutti i presenti furono testimoni di un soave profumo che si sprigionò da quel corpo oramai liberato e tutti compresero che quei canti che egli aveva udito, avevano attirato quella santa Anima al Cielo.
    Al fatto fu presente un nostro monaco, tuttora vivente, il quale suole attestare con gran pianto, che quell'odore soavissimo non si allontanò dal loro olfatto, fino a che il corpo del Defunto non fu composto nel sepolcro e dato ad esso la degna e sacra sepoltura.
    Ecco, fratelli carissimi, come finì la sua vita uno che, durante la vita, pur non potendo compiere opere materialmente, operò nella fede quella missione evangelizzante che Cristo Nostro Signore + ha comandato di preferire ad ogni altra ricchezza, sopportando con sconfinata pazienza flegelli e tribolazioni per amore di Cristo + ed è certo che, questa buona terra come dice il Signore, che raccolse il seme divino della Parola, diede dunque il suo frutto per mezzo della fede, della pazienza e dell'opera mediante la sua testimonianza; tale terra arata col vomere della sofferenza, pervenne al raccolto del premio.
    Ma vi prego, o fratelli carissimi, di riflettere a quale argomento di scusa ci attaccheremo noi nel tremendo giorno del Giudizio; noi, che pur avendo ricevuto le mani, le sostanze, le ricchezze, siamo così pigri nel compiere il vero bene; mentre quest'uomo, povero e senza l'uso delle mani, nè dei piedi, senza andare in giro a predicare, potè osservare così bene i comandamenti del Signore il quale, nella Sua infinita bontà, predispose che fiumi di pellegrini vi si recassero perchè egli potesse soddisfare l'obbligo delle opere.
    Non ci additerà, allora, il Signore, come motivo di condanna, e gli Apostoli i quali con la predicazione attiravano con loro schiere di fedeli; non ci mostrerà i Martiri, che pervennero alla Patria Celeste versando il proprio sangue? Ma cosa diremo, allora, vedendo questo Servolo, a cui la lunga infermità potè imobilizzare gli arti, ma non gli potè impedire di compiere il vero bene?
    Pensate seriamente, fratello carissimi, nel vostro interno a tali cose, e spronatevi così al santo desiderio di ben fare, onde, come ora vi proponete i buoni modelli dei Santi e dei Martiri da imitare, possiate un giorno essere compartecipi della loro sorte eterna.


    [SM=g1740771]




    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
    Maestro dell’Ordine)
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    00 11/28/2011 4:17 PM
    [SM=g1740733] Omelia XVIII di san Gregorio Magno, Papa, tenuta al popolo, nella Basilica di san Pietro, nella Domenica di Passione.

    http://1.bp.blogspot.com/_lu_MEZr7a3U/SxOF8LP7lVI/AAAAAAAAAVE/r_mxUPN6KMY/s1600/SSTrinit%25E0.jpg


    Lezione dal santo Vangelo secondo Giovanni 8,46-59

    46 Quis ex vobis arguit me de peccato? Si veritatem dico, quare vos non creditis mihi?
    47 Qui est ex Deo, verba Dei audit; propterea vos non auditis, quia ex Deo non estis ”.
    48 Responderunt Iudaei et dixerunt ei: “ Nonne bene dicimus nos, quia Samaritanus es tu et daemonium habes? ”.
    49 Respondit Iesus: “ Ego daemonium non habeo, sed honorifico Patrem meum, et vos inhonoratis me.
    50 Ego autem non quaero gloriam meam; est qui quaerit et iudicat.
    51 Amen, amen dico vobis: Si quis sermonem meum servaverit, mortem non videbit in aeternum ”.
    52 Dixerunt ergo ei Iudaei: “ Nunc cognovimus quia daemonium habes. Abraham mortuus est et prophetae, et tu dicis: “Si quis sermonem meum servaverit, non gustabit mortem in aeternum”.
    53 Numquid tu maior es patre nostro Abraham, qui mortuus est? Et prophetae mortui sunt! Quem teipsum facis? ”.
    54 Respondit Iesus: “ Si ego glorifico meipsum, gloria mea nihil est; est Pater meus, qui glorificat me, quem vos dicitis: “Deus noster est!”,
    55 et non cognovistis eum. Ego autem novi eum. Et si dixero: Non scio eum, ero similis vobis, mendax; sed scio eum et sermonem eius servo.
    56 Abraham pater vester exsultavit, ut videret diem meum; et vidit et gavisus est ”.
    57 Dixerunt ergo Iudaei ad eum: “ Quinquaginta annos nondum habes et Abraham vidisti? ”.
    58 Dixit eis Iesus: “ Amen, amen dico vobis: Antequam Abraham fieret, ego sum ”.
    59 Tulerunt ergo lapides, ut iacerent in eum; Iesus autem abscondit se et exivit de templo.

    ***

    [46] Chi di voi può convincermi di peccato? Se dico la verità, perché non mi credete?
    [47] Chi è da Dio ascolta le parole di Dio: per questo voi non le ascoltate, perché non siete da Dio".
    [48] Gli risposero i Giudei: "Non diciamo con ragione noi che sei un Samaritano e hai un demonio?".
    [49] Rispose Gesù: "Io non ho un demonio, ma onoro il Padre mio e voi mi disonorate.
    [50] Io non cerco la mia gloria; vi è chi la cerca e giudica.
    [51] In verità, in verità vi dico: se uno osserva la mia parola, non vedrà mai la morte".
    [52] Gli dissero i Giudei: "Ora sappiamo che hai un demonio. Abramo è morto, come anche i profeti, e tu dici: "Chi osserva la mia parola non conoscerà mai la morte".
    [53] Sei tu più grande del nostro padre Abramo, che è morto? Anche i profeti sono morti; chi pretendi di essere?".
    [54] Rispose Gesù: "Se io glorificassi me stesso, la mia gloria non sarebbe nulla; chi mi glorifica è il Padre mio, del quale voi dite: "È nostro Dio!",
    [55] e non lo conoscete. Io invece lo conosco. E se dicessi che non lo conosco, sarei come voi, un mentitore; ma lo conosco e osservo la sua parola.
    [56] Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e se ne rallegrò".
    [57] Gli dissero allora i Giudei: "Non hai ancora cinquant'anni e hai visto Abramo?".
    [58] Rispose loro Gesù: "In verità, in verità vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono".
    [59] Allora raccolsero pietre per scagliarle contro di lui; ma Gesù si nascose e uscì dal tempio.


    1. Meditate, o fratelli carissimi, sulla mansuetudine di Dio. Era venuto per perdonare i peccati, eppure dice: Quis ex vobis arguit me de peccato? - Chi di voi può convincermi di peccato? Non disdegna di dimostrare con ragionamento che non è peccatore, lui che, in virtù della Sua divinità, poteva giustificare i peccatori. Ma è assai terribile ciò che soggiunge: Qui est ex Deo, verba Dei audit; propterea vos non auditis, quia ex Deo non estis - Chi è da Dio ascolta le parole di Dio: per questo voi non le ascoltate, perché non siete da Dio! Se dunque ascolta le parole di Dio chi è da Dio, e chi non è da Dio non può ascoltare la di Lui parola, ciascuno domandi a se stesso se riceve la parola di Dio nell'orecchio del suo cuore, e capirà da che parte sia.
    La Verità comanda di desiderare la Patria celeste, di mortificare gli appetiti della carne, di fuggire la gloria mondana, di non desiderare i beni altrui, e di dispensare i proprii. Rifletta perciò, ciascuno di voi, nel suo interno, se questa voce di Dio ha avuto risonanza nel proprio cuore, e capirà bene se egli è da Dio.
    Vi sono certuni che non si degnano neppure di ascoltare i Comandamenti di Dio con le orecchie del corpo. Vi sono poi altri che li ascoltano, si, con le orecchie del corpo, ma non li abbracciano col desiderio della mente. Vi sono altresì di quelli che accolgono volentieri le parole di Dio, fino a piangere  per  compunizione, e tuttavia, passata la pioggia delle lacrime, tornano all'iniquità pensando che, quelle lacrime, fossero bastevoli per soddisfare la giustizia divina. Tutti costoro, in verità, non ascoltano affatto le parole di Dio, poichè non si curano di tradurle in opere e testimonianza. Richiamate, o fratelli carissimi, agli occhi della mente la vostra vita, e meditando, temete con sacro timor di Dio, la Verità che dice: propterea vos non auditis, quia ex Deo non estis - per questo voi non le ascoltate, perché non siete da Dio.
    Ma quello che la Verità dice, parlando ai reprobi, essi stessi lo confermano con le loro pessime opere. Infatti la Verità segue e dice ancora: Responderunt Iudaei et dixerunt ei: “ Nonne bene dicimus nos, quia Samaritanus es tu et daemonium habes? ” -  Gli risposero i Giudei: "Non diciamo con ragione noi che sei un Samaritano e hai un demonio?".

    2. Ascoltiamo  che cosa il Signore risponde ad una così atroce contumelia: Respondit Iesus: “ Ego daemonium non habeo, sed honorifico Patrem meum, et vos inhonoratis me. - Rispose Gesù: "Io non ho un demonio, ma onoro il Padre mio e voi mi disonorate. Notate bene, carissimi fedeli, che il Signore non volle rispondere come le loro menti pensavano: "non sono un samaritano", ma dice: io non sono un indemoniato! Questo perchè "samaritano" vuol dire "custode" del quale il Salmista dice: "Se il Signore non  protegge la città, invano vegliano i suoi custodi - Nisi Dominus custodierit civitatem, frustra vigilat qui custodit eam" (Sal.126); ed al quale da Isaia viene detto: "Sentinella, a che punto è la notte? Sentinella, a che punto è la notte? - Custos quid de nocte? custos, quid de nocte? (Is.21,11).
    Delle due cose che gli erano state attribuite, la Verità una la negò, l'altra, tacendo, l'ammise.
    Egli infatti era venuto per essere il custode del genere umano, e se avesse negato di essere samaritano, avrebbe pure negato di essere tal custode. Perciò tacque a riguardo a ciò che sapeva di essere, e con pazienza respinse ciò che gli era stato falsamente attribuito, dicendo: io non sono indemoniato - Ego daemonium non habeo.
    In questa risposta, che altro, se non la nostra superbia, rimane confusa? La quale, appena è toccata anche leggermente, risponde con ingiurie più atroci di quelle ricevute: fa il male che può, e minaccia quello che non può fare.
    Ecco invece il Signore, il quale, sebbene ingiuriato, non si adira, nè risponde con parole contumeliose.
    Se Egli avesse voluto rispondere ai suoi calunniatori "siete voi indemoniati!", avrebbe detto la verità, perchè questi non avrebbero potuto dire di Dio cose tante perverse, senza essere essi stessi ispirati o posseduti dal demonio.
    Ma dopo aver ricevuto l'ingiuria, la Verità non volle dire neppure ciò che era vero, onde non sembrasse che parlava non per dire la verità, ma per controbattere all'ingiuria. Da questo fatto quale insegnamento viene a noi se non che, dobbiamo rinunciare di rinfacciare loro anche i vizi, affinchè noi non mutiamo in arma di furore il ministero della giusta correzione?
    Siccome però, che chi usa lo zelo di Dio viene villipeso dai malvagi, il Signore volle darci in se stesso un modello della santa pazienza, e soggiunse: sed honorifico Patrem meum, et vos inhonoratis me - ma onoro il Padre mio e voi mi disonorate. E ci ammonisce ancora coll'esempio, come dobbiamo diportarci noi in simili frangenti, quando aggiunge: Ego autem non quaero gloriam meam; est qui quaerit et iudicat - Io non cerco la mia gloria; vi è chi la cerca e giudica.
    Noi sappiamo dalla Scrittura che il Padre rimise ogni giudizio al Figlio, alla Verità medesima, ed ecco ora che lo stesso Figlio, ingiuriato non cerca la sua gloria. Riserva il giudizio delle calunnie, lanciategli contro, al Padre, per dimostrarci appunto quanto noi dobbiamo essere pazienti, dal momento che Lui, Giudice, non vuole ancora vendicare se stesso. Egli sembra ricordarci che la pazienza di Dio verso gli uomini oltraggiosi, sia nata, possiamo dire, con l'Incarnazione stessa del Verbo, e tale Dio paziente resterà fino al Suo ritorno quando, finito il tempo di tanta pazienza e misericordia, allora il Giudice di tutte le cose emetterà il Suo verdetto e difenderà il Figlio da tutti gli oltraggi ricevuti e rimasti impuniti.
    Ma sia ben chiaro che, di fronte alla crescente perversità dei cattivi, non dobbiamo diminuire la predicazione, ma anzi aumentarla! Di questo anche ce ne da l'esempio nostro Signore che, dopo essere stato accusato di avere il demonio, accresce il beneficio della sua predicazione, dicendo: In verità, in verità vi dico: se uno osserva la mia parola, non vedrà mai la morte - Amen, amen dico vobis: Si quis sermonem meum servaverit, mortem non videbit in aeternum. E come i buoni, necessariamente, in seguito alle calunnie diventano migliori, così avviene che per i reprobi, di fronte a tanto beneficio, si fanno invece ancor più perfidi perchè non vogliono rinunciar alla propria superbia, infatti, alla predicazione ricevuta, invece di cedere alla loro perfidia, rispondono: Nunc cognovimus quia daemonium habes - Ora sappiamo che hai un demonio.
    Siccome avevano aderito alla morte eterna e non vedevano questa morte alla quale aderivano rigettando la Vita che aveano davanti, ma consideravano solo la morte del corpo, non comprendendo le parole della Verità, ancor più testardamente dicevano: Abraham mortuus est et prophetae, et tu dicis: “Si quis sermonem meum servaverit, non gustabit mortem in aeternum - Abramo è morto, come anche i profeti, e tu dici: "Chi osserva la mia parola non conoscerà mai la morte. Ma così antepongono alla Verità lo stesso  Abramo e i Profeti, come più degni di venerazione. Ma è chiaro che coloro che non conoscono Dio tributano anche un falso onore ai servi di Dio!

    3. Si noti come il Signore, pur vedendo coloro resistere apertamente alle sue parole di verità, non cessa tuttavia di annunziare ad essi di nuovo la Parola divina, e soggiunge spiegando con pazienza: Abraham pater vester exsultavit, ut videret diem meum; et vidit et gavisus est - Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e se ne rallegrò. Abramo vide il giorno del Signore quando ricevette, come simbolo della Somma Trinità, ed ospitò i tre Angeli; e ricevutili, parlava ai Tre come se fossero Uno solo. Tre difatti sono le Persone Divine, ma unica è la natura Divina.
    Le menti carnarli degli uditori, però, non sollevano lo sguardo al di sopra della carne, vedeno nel Signore solo l'età della carne, e ancor più spudoratamente si prendono gioco di Dio rispondendo: Quinquaginta annos nondum habes et Abraham vidisti? - Non hai ancora cinquant'anni e hai visto Abramo? L'amato Redentore nostro, con infinita benignità e somma pazienza, sorvola sulla domanda che suona di presa in giro, e cerca di innalzarli dalla vista della sua umanità alla contemplazione della Sua divinità, ed esclama con autorità: Amen, amen dico vobis: Antequam Abraham fieret, ego sum - In verità, in verità vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono.
    State attenti a queste parole, fratelli carissimi, "prima" si riferisce al tempo passato; "sono" al tempo presente. E siccome, in relazione a Dio non vi è nè passato, nè futuro, ma sempre Egli ha l'essere al presente, Gesù non dice "prima che Abramo fosse, io fui", ma "prima che Abramo fosse, io sono", ed è a noi, che siamo da Dio, che ciò ci è del tutto chiaro: Dio aveva già detto a Mosè: Ego sum qui sum... Sie dices filiis Israel: Qui est misit me ad vos - Io Sono Colui che Sono. E: così dirai ai figli d'Israele: Colui che è mi ha mandato a voi! Abramo ebbe un "prima" ed un "poi" perchè potè venire in questo mondo e mostrarsi presente, e poi partirsene in conseguenza del corso stesso della vita. La Verità invece ha sempre l'Essere, perchè in essa nulla ebbe un principio e nulla avrà termine. Le menti degli infedeli, non potendo sopportare queste parole di eternità, ricorrono alle pietre, e cercano di opprimere Colui che non potevano comprendere, e che non volevano comprendere.

    4. Che cosa il Signore abbia fatto contro il furore dei lapidatori ci viene svelato subito dopo dalle parole che seguono: Iesus autem abscondit se et exivit de templo - ma Gesù si nascose e uscì dal tempio. Desta meraviglia, o fratelli carissimi, che il Signore pare fuggire i suoi persecutori nascondendosi, mentre, se avesse voluto esercitare la potenza della Sua Maestà divina, con un solo cenno della sua mente, li avrebbe potuti immobilizzare nell'atto stesso che stavano per compiere, e avrebbe potuto fulminarli colla pena della morte istantanea. Ma siccome Egli era venuto per patire, non volle agire da Giudice. Anche durante la Sua passione, pur dimostrando la Sua potenza, volle sopportare i patimenti che si era addossati. Infatti, ai suoi persecutori che lo cercavano, col solo dire loro "Io Sono", di fatti li colpì talmente nella loro superbia, che li  distese a terra. Egli pertanto si nascose perchè, fattosi Uomo, voleva alcune cose insegnarcele colle parole ed altre coll'esempio. E questo esempio in particolare che altro c'insegna se non a fuggire umilmente  la vendetta, l'ira dei superbi, anche quando possiamo resistervi? Perciò Paolo ci dice: Lasciate fare all'ira divina - date locum irae (Rm.12,19). Consideri l'uomo con quanta umiltà deve fuggire l'ira del prossimo, se Dio stesso nascondendosi, volle fuggire i furori di quegli uomini adirati!
    Nessuno, dunque, si ecciti dinanzi alle contumelie ricevute; nessuno renda insulto per insulto. Sull'esempio stesso di Dio, è più glorioso sfuggire all'ingiuria col silenzio, che vincerla dimostrando la propria superiorità. [SM=g1740721]

    5. Contro tal grande insegnamento, la superbia suggerisce dal cuore: è obbrobrioso tacere quando si è ingiuriati! Chi ti vede ricevere la contumacia e tacere, non pensa già che tu agisca per pazienza, ma perchè ti riconosci nella colpa! Reagisci, attacca!
    Perchè mai nel nostro cuore spunta questa voce contro la santa pazienza, se non perchè abbiamo fissato il nostro pensiero alle cose di quaggiù, curandoci di ciò che pensano gli uomini, piuttosto che rivolgere la nostra attenzione di piacere a Colui che ci vede dal Cielo? Quando dunque siamo ingiuriati, meditiamo e diportiamoci secondo la Verità: Ego autem non quaero gloriam meam; est qui quaerit et iudicat - Io non cerco la mia gloria; vi è chi la cerca e giudica.

    Infine, fratelli carissimi, ciò che si dice del Signore che: Si nascose, può essere interpretato anche in altro modo. Il Signore aveva già predicato molte cose ai Giudei, ma essi avevano dimostrato di disprezzare le parole della Sua predicazione. Anzi, essi furono resi peggiori dalla predicazione, e giunsero a scagliare pietre alla Verità che non più sopportavano di udire. Ed il Signore, con il gesto del nascondersi, che altro mai volle farci intendere se non che la Verità stessa si occulta di fronte a coloro che la respingono, che la attaccano, che non si curano di seguire negli insegnamenti pazienti? La Verità infatti, di proposito, sfugge da quelle menti che non trova umili ed accoglienti. [SM=g1740722]
    Oggi vi sono molti cristiani che detestano la testardaggine dei Giudei, i quali non vollero sentir ragione della predicazione di Nostro Signore, e tuttavia si diportano in relazione all'operare, in quello stesso modo che rimproverano ai Giudei di aver usato in relazione alla fede. Ascoltano i precetti del Signore, conoscono i Suoi prodigi, ma non vogliono convertirsi dalla loro pravità. Il Signore ci chiama, e noi non vogliamo ritornare a Lui; il Signore ci sopporta, e noi trascuriamo la Sua infinita pazienza.
    Mentre c'è ancora tempo, o fratelli, ognuno abbandoni la sua condotta perversa, abbia timore della pazienza di Dio, affinchè non abbia ad accadergli di non poter poi sfuggire all'ira di Colui che oggi disprezza nella Sua misericordia!
    Amen.

    [SM=g1740738]


    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
    Maestro dell’Ordine)
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    00 8/1/2014 2:42 PM

    TESTI E MASSIME DI GREGORIO MAGNO PAPA


     



    "Affinché la luce delle stelle, l'una dopo l'altra e ciascuna a suo tempo, fughi le tenebre della nostra notte, è comparso Abele a mostrarci l'innocenza; è venuto Enoc ad insegnarci la purezzadei costumi; è venuto Noè a suggerirci la longanimità della speranza e dell'azione; è venuto Abramo a manifestare l'obbedienza; è venuto Isacco a dare esempio di castità coniugale; è venuto Giacobbe a mostrarci come si sopporta lafatica; è venuto Giuseppe ad insegnarci a rendere bene per male; è venuto Mosè come esempio di mansuetudine; è venuto Giosuè ad ispirare fiducia nelle avversità; è venutoGiobbe a mostrare la pazienza in mezzo alle prove. Ecco le fulgide stelle che scorgiamo nel cielo. Sono lì per aiutarci a percorrere con passo sicuro il nostro sentiero nella notte (fulgentes stellas in caelo cernimus ut inoffenso pede operis iter nostrae noctis ambulemus)...finché spunti la vera stella del mattino (quosque verus lucifer surgeret) la quale, annunziandoci l'aurora eterna,  splenderà più luminosa di tutte le altre stelle con la sua divinità (qui aeternum nobis mane nuntians, stellis ceteris clarius ex divinitate radiaret)".  
     
    Commento morale a Giobbe, Prefazione, 13. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 107.
     
     
    Gregorio ci sta proponendo il suo <vocabolario spirituale> da tener presente sempre non soltanto in questa, ma anche in tutte le altre sue opere, prima fra tutte quella dei <Quattro libri dei Dialoghi>. Si tratta di un vocabolario che suppone un genere letterario, quello dell'esemplarità della vita, già presente e sfruttato nell'antichità sia classica che biblica, ma utilizzato tantissimo anche nel mondo cristiano (cfr il grande patrimonio agiografico, non soltanto monografico ma anche antologico, che da Eusebio di Cesarea e dal <De viris illustribus> di Girolamo arriva fino alle nostre vite dei santi).  Senza una conoscenza appropriata di un simile vocabolario potrebbe non essere tanto facile capire Gregorio Magno.


    "E' ormai da diversi anni che sono tormentato da frequenti dolori viscerali....E' forse un disegno della divina provvidenza che io, colpito dal male, commenti la storia di Giobbe colpito dal male (fortasse hoc divinae providentiae consilium fuit, ut percussum Iob percussus exponerem). La prova mi aiuta a comprendere meglio lo stato d'animo d'un uomo così duramente provato...Qual è infatti la funzione del corpo, se non quella di far parlare il cuore (quid namque est officium corporis nisi organum cordis)? Un musicista, sia pure un artista di talento, non può esprimere la sua arte se non dispone anche di strumenti in armonia con essa...Ti chiedo però, mentre scorgi le pagine di quest'opera, di non cercare le foglie delle parole, perché la Sacra Scrittura non consente in alcun modo ai suoi commentatori la vanità di una verbosità infruttuosa...Perciò mi sono rifiutato di seguire l'arte del dire così come viene insegnata da una disciplina che cura solo l'esteriorità (ipsam loquendi artem, quam magisteria disciplinae exterioris insinuant, servare despexi)...infatti ritengo sconveniente assoggettare le parole dell'oracolo celeste alle regole di Donato (quia indignum vehementer existimo, ut verba caelestis oraculi restringam sub regulis Donati)".
     
    Lettera a Leandro, 5 in Commento Morale a Giobbe/1. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 89.






    "Se si abbassa la guardia del discernimento si spalanca la porta agli spiriti maligni che uccidono l'anima (cum discretionis sollicitudo cessaverit, ad interficiendum animum malignis spiritibus iter pandit)....Chi non ha l'anima difesa da una brava sentinella è un uomo confuso (vir autem confusionis est qui forti mentis custodia munitus non est), perché mentre crede di agire guidato dalle virtù, viene ucciso da vizi insidiosi senza che neppure se ne accorga (quia dum virtutes se agere aestimat, subintrantia vitia nescientem necant)". 
     
    Commento morale a Giobbe, I, 1, 50. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 151.





    "Offrire un olocausto significa incendiare tutto il nostro cuore col fuoco della compunzione (totam mentem igne compunctionis incendere), perché il cuore arda sull'altare dell'amore e consumi le contaminazioni dei nostri pensieri come fossero colpe dei nostri figli (ut in ara amoris cor ardeat et quasi delicta propriae subolis, inquinamenta cogitationis exurat). Sanno agire però così soltanto coloro che, prima che i loro pensieri si trasformino in opere, con prudenza e prontezza frenano i loro interni movimenti; coloro cioè che sanno custodire l'anima con una difesa virile (haec agere nesciunt nisi qui virili custodia munire mentem noverunt)". 
     
    Commento morale a Giobbe, I, 1, 49.50. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 149.
     
    Si ricordi che nella cultura latina il termine <virile> è spesso sinonimo di <virtuoso> a partire da Cicerone che spiegava: Vir/tus da vir!



    "Per scoprire la radice profonda delle virtù giova più la preghiera che l'analisi.Ciò che ci sforziamo di scrutare più a fondo dentro di noi, spesso riusciamo a scoprirlo con più verità pregando che investigando (ea quae perscrutari in nobismetipsis plenius nitimur saepe verius orando quam investigando penetramus). Infatti quando la mente viene sollevata in alto dalla compunzione, ciò che di sé le si presenta, lo contempla al di sopra di se stessa con un giudizio più sicuro (cum enim mens per quandam compunctionis machinam ad alta sustollitur, omne quod ei de se ipsa, sub seipsa est, diudicando certius contemplatur)".  
     
    Commento morale a Giobbe, I, 1, 48. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 149.


    "CON SERVIZIO ALTERNATO 
     
    LE VIRTU' SI SOSTENGONO A VICENDA
     
    ALTERNATO MINISTERIO 
     
    VIRTUS A VIRTUTE REFICITUR"
     
     
    Commento morale a Giobbe, I, 1, 45. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 147.



    I suoi figli (di Giobbe) solevano andare a fare banchetti a casa di uno di loro, ciascuno nel suo giorno" (Gb 1,4).
    "I figli banchettano nell casa di ciascuno di loro, quando le singole virtù nutrono l'anima, ciascuna a modo suo (virtutes singulae iuxta modum proprium, mentem pascunt)...Richiamando brevemente questi stessi doni della grazia settiforme, diciamo che:
    La sapienza nutre l'anima con la speranza e la certezza dei beni eterni...
    L'intelletto penetra ciò che ascolta, ristorando il cuore di cui rischiara le tenebre. 
    Il consiglio impedisce all'animo di essere impulsivo, regolandolo con la ragione. 
    La fortezza non temendo le avversità appresta trepidante il cibo della fiducia. 
    La scienza vince il digiuno dell'ignoranza. 
    La pietà riempie le viscere del cuore con le opere della misericordia. 
    Il timore impedisce di insuperbirsi per le cose presenti e conforta per quelle future col cibo della speranza...
    Ogni singola virtù riceve però molto danno se non è sostenuta dalle altre (valde singula quaelibet destituitur, si non una alii virtus virtuti suffragetur)" 
     
    Commento morale a Giobbe, I, 1, 44.45. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 147.




    "Se per un momento la ragione si allontana dalla casa dell'anima, subito cresce il tumulto dei pensieri come se si trattasse di voci garrule di ragazzine inservienti in assenza della padrona (Si a domo mentis ad momentum ratio discedat quasi absente domina, cogitationum se clamor, velut garrula ancillarum turba multiplicat). Quando però la ragione ritorna al suo posto, subito la confusione tumultuosa si placa (Ut autem ratio ad mentem redierit, mox se confusa tumultuatio compescit) e le ragazzine che servono, subito riprendono in silenzio il lavoro loro assegnato e immediatamente i pensieri si sottomettono utilmente ai propri compiti (dum cogitationes protinus causis se propriis ad utilitatem subdunt)".  
     
    Commento morale a Giobbe, I,1,42. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 145.
    La custodia dei pensieri è uno degli elementi più importanti del cammino spirituale, ma in questo impegno è determinante che la mente sia diretta dalla ragione. Lo insegnavano già gli antichi sapienti della Grecia!


    "Quando uno compie il bene ancora per timore vuol dire che non si è allontanato del tutto dal male (cum adhuc timore bona agit, a malo penitus non recessit): sarebbe disposto a peccare, qualora potesse farlo impunemente: per ciò stesso pecca. Perciò il testo biblico, dopo aver detto che Giobbe temeva Dio, aggiunge che era anche alieno dal male: infatti quando al timore subentra l'amore, la colpa rimasta nell'anima viene eliminata dal fermo proposito della volontà (quia dum metum caritas sequitur, ea quae mente relinquitur, etiam per cogitationis propositum culpa calcatur)".
     
    Commento morale a Giobbe,I, 1, 37. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 141.




    "Fin dall'inizio di questo commento, abbiamo detto che la persona del beato Giobbe annunzia il Signore e quindi simboleggia il capo e il corpo, cioè il Cristo e la Chiesa. Dopo aver mostrato come, mediante la fede, è simboleggiato il nostro capo, indichiamo ora come è figurato il suo corpo che siamo noi (Postquam caput nostrum quomodo designatum credatur, ostendimus nunc corpus eius, quod nos sumus). Così dopo aver ascoltato dalla narrazione ciò che dobbiamo ammirare e dopo aver conosciuto dal capo ciò che dobbiamo credere, deduciamo ora dal corpo come dobbiamo comportarci nella vita (ut quia audivimus ex historia quod miremur, cognovimus ex capite quod credamus; consideremus nunc ex corpore quod vivendo teneamus) Dobbiamo infatti assimilare ciò che leggiamo, affinché, mentre lo spirito è stimolato da ciò che ascolta, la vita concorra a tradurre nelle opere la Parola ascoltata (In nobismetipsis namque debemus transformare quod legimus, ut cum per auditum se animus excitat, ad operandum quod audierit vita concurrat)".  
     
    Commento morale a Giobbe, I, 1, 33, Città Nuova Editrice, Roma 1992, pp.137-139.



    "La Sacra Scrittura è per noi ora cibo ora bevanda (Scriptura Sacra aliquando nobis cibus est, aliquando potus). E' cibo nei passi più oscuri, perché quando si spiega, si spezza e si deglutisce masticandola (Cibus est in locis abscurioribus, quia quasi exponendo frangitur et mandendo glutitur). E' bevanda nei passi più chiari, perché si beve così come si presenta (Potus vero est in locis apertioribus quia ita sorbetur sicut invenitur)... I deboli chiedono ai più capaci di spezzare loro, spiegandoli, i testi della Sacra Scrittura; ma non riescono a trovare chi sia in grado di farlo...Infatti è di pochi comprendere le cose profonde e nascoste, ma la massa può sempre gustare i semplici fatti della storia (Paucorum quippe est fortia et occulta cognoscere; multorum vero historiae aperta sentire)...Ma quando gli spiriti elevati si allontanano dal senso profondo, l'intelligenza dei piccoli non si disseta più neppure col senso esteriore (sublimioribus vero ab interno intellectu cadentibus, parvulorum intellegentia et in exterioribus exsiccatur)".
     
    Commento morale a Giobbe, I, 1, 29. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 135.





    "Ezechiele afferma di aver sentito che erano stati salvati tre personaggi: Noè, Daniele e Giobbe. 
    Noè, che guidò l'arca sulle onde, simboleggia l'ordine dei pastori (praepositorum ordo), i quali, essendo proposti ai fedeli come modelli di vita, reggono la santa Chiesa in mezzo ai flutti delle prove. Daniele, noto per il suo mirabile ascetismo, simboleggia la vita dei continenti (continentium vita), i quali, rinunciando alle cose del mondo, dominano con superiorità la città terrena relativizzandola. Giobbe simboleggia la vita dei coniugi santi (bonorum coniugatorum vita), i quali, facendo del bene con i mezzi di cui dispongono in questo mondo, tendono alla patria celeste percorrendo la strada della terra (per terrae viam ad caelestem patriam tendunt)".  

    Commento morale a Giobbe, 
    I, 1, 20. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 127.
    Gregorio Mgano propone ripetutamente ai suoi lettori, sulla scia di Giovanni Cassiano, di cercare sempre nel testo biblico il personaggio più connaturale a ciascuno. Egli è infatti convinto che tutti possono trovare nella Bibbia cibo spirituale adatto alle proprie necessità per ritornare verso il Paradiso perduto.


    "Il Signore incarnato mostrò in  sé stesso tutto ciò che insegnava per confermare con l'esempio quel che chiedeva  (Incarnatus etenim Dominus in semetipso omne quod nobis inspiravit ostendit, ut quod praecepto diceret, exemplo suaderet). Il nostro Redentore conobbe il timore di Dio, dal momento che, per redimere la superbia dell'uomo, assunse un'anima umile (Redemptor noster Deum timuit, quia ut superbum hominem redimeret mentem pro illo humilem sumpsit)....e si spogliò dell'uomo vecchio condiviso con la sua nascita imprimendo l'orientamento nuovo, inaugurato in sé stesso, nella prassi dei suoi discepoli (vetustatem quam natus invenit, humanae conversationis vitam deseruit et novam, quam secum detulit sequacium moribus impressit)" 
     
    Commento morale a Giobbe, I, 1, 17. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 125.



    "<Viveva nella terra di Hus un uomo chiamato Giobbe> (Gb1,1a). Fermo restando il fatto storico, vediamo quale sia il senso pieno di questo testo mediante l'interpertazione allegorica (Haec per historiam facta credimus, sed per allegoriam iam qualiter sint impleta videamus). Giobbe significa <il Sofferente>, Hus <il Consigliere>. Chi simboleggia dunque Giobbe col suo nome, se non Colui del quale parla il profeta Isaia dicendo: <Egli ha preso su di sé i nostri dolori>? (Is 53,4). Giobbe abita nella terra di Hus, perché regna nel cuore del <Consigliere>...Giobbe dunque abita nella terra di Hus, perché la Sapienza, che per noi ha sofferto i dolori della passione, fece di se stesso la casa delle decisioni (corda) ponderate della vita (Hus ergo terram inhabitat Iob, quia Sapientia, quae pro nobis passionis dolorem sustinuit, corda vitae consiliis dedita sibimet habitationem fecit). <Era un uomo semplice e retto> (Gb 1,1b). Infatti il Signore incarnato conservò la semplicità insieme con la rettitudine, perché nella sua mitezza egli non sacrificò mai il rigore della giustizia e nel rigore della giustizia conservò sempre la mitezza (Incarnatus vero Dominus simplicitudinem cum rectitudine tenuit, quia nec in mansuetudine districtionem iustitiae nec in districtione iustitiae virtutem mansuetudinis amisit)". 
     
    Commento morale a Giobbe, I, 1, 15-16. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 123.




    "Il racconto della passione del beato Giobbe ci fa capire che noi sappiamo qualcosa soltanto se ne facciamo esperienza ( per hoc quod beati Iob passio dicitur, docemur quod experimento novimus). Il silenzio invece sulla durata della sua passione ci fa capire che certe cose dobbiamo semplicemente ignorarle (per hoc quod quantitas temporis in passione reticetur, docemur quid nescire debeamus). 
     
    Commento morale a Giobbe, Prefazione, 21. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 113.



    "Poiché il nostro Redentore forma una sola persona con la santa Chiesa da lui assunta...chiunque reca in sé l'immagine di Cristo lo esprime come capo e come corpo e quindi può far propria non solo la voce del capo, ma anche quella del corpo (quisquis Redemptorem in semetipso significat, modo hunc ex capite modo ex corpore designat, ut non solum vocem capitis, sed etiam corporis teneat)... Siccome dunque colui che come capo è lo sposo e come corpo è la sposa (Quia igitur ipse in capite sponsus, ipse est in corpore sponsa), è necessario che ogni volta che si dice qualcosa del capo immediatamente si estenda al corpo e, viceversa, occorre risalire subito al capo quando si fa riferimento al corpo (necesse est ut cum nonnumquam aliquid de capite dicitur, sensim ac subito etiam ad vocem corporis derivetur; et rursum cum de corpore aliquid dicitur, repente ad vocem capitis ascendatur), ".
     
    Commento morale a Giobbe. Prefazione, 14. Città Nuova Editrice, Roma 1992, pp.107-109.
    Questi principi ermeneutici che Gregorio ha ricevuto da Agostino, il quale li aveva presi da Ticonio, vengono spesso sintetizzati nel cosiddetto riferimento al <Christus totus caput et membra> al quale i cristiani riferiscono il <secondo significato> del testo biblico, quel significato cioè che va oltre il semplice <sensoletterale> e che viene chiamato anche <senso allegorico> o <senso spirituale>.


    "Tutti gli eletti che vissero santamente prima del redentore, lo hanno profetizzato e con le opere e con le parole (Redemptorem electi omnes dum bene vivendo praeeunt et rebus et vocibus prophetando promiserunt). Infatti non c'è stato nessun giusto che non abbia prefigurato e preannunziato Cristo (Nullus etenim iustus fuit qui non eius figuram nuntius exstiterit)...Nel loro insieme i secoli dissero ciò che la fine dei secoli avrebbe manifestato per la redenzione universale (ut simul omnia saecula dicerent quod in redemptione communi saeculorum finis exhiberet). Fu dunque necessario che anche il beato Giobbe...mostrasse con le proprie sofferenze ciò che il Cristo avrebbe sofferto e predicesse i misteri della passione con tanta maggior verità in quanto li profetava con le sue sofferenze più che con le sue parole (unde et beatus Iob... per ea quae pertulit, quae passurus esset ostenderet; tantoque verius passionis illius sacramenta praediceret quanto haec non loquendo tantummodo, sed etiam patiendo prophetaret)".  (Commento morale a Giobbe, Prefazione, 14. Città Nuova Editrice, Roma 1992, pp.107-109.
     
     L'orizzonte teologico che presuppone Gregorio Magno con queste indicazioni sembra straordinariamente moderno, ma per lui si tratta della semplice conseguenza del suo concetto di Chiesa, che ha inizio a partire da Abele e si conclude alla fine dei tempi. Con confini così grandi, che si identificano simpliciter con l'umanità, assume altro colore il famoso adagio <Extra Ecclesiam nulla salus>! Si noti poi soprattutto quel <verius> legato alla sofferenza che diventa perciò stesso stigma ancora più esplicito della appartenenza profetica a Cristo.


    "Il beato Giobbe, prima lodato dal suo Giudice, è poi da lui abbandonato nelle mani del tentatore; dopo che è stato colpito, Dio lo ricompensa intrattenendosi con lui molto familiarmente. Il che dimostra quanto la prova abbia fatto crescere la sua statura (Beatus Iob...post flagellum Deus dum remunerans familiarius alloquitur, aperte quantum de verbere creverit indicatur). Invece i suoi amici, incapaci di discernere i vari tipi di tribolazione, credettero che Giobbe fosse stato colpito per le sue colpe (Amici vero beati Iob, dum percussionum genera distinguere nesciunt, percussum pro culpa crediderunt); perciò, mentre si sforzavano di dimostrare che Dio l'aveva colpito giustamente, finirono per condannare il beato Giobbe come colpevole. Essi non sapevano che Giobbe era stato colpito, non perché avesse peccati da espiare, ma proprio perché da tale prova ne venisse maggior gloria a Dio (nescientes videlicet quod idcirco flagellatus fuerat, ut pro flagello eius divinae gloriae laus cresceret, non autem ut per flagella peccata quae nequaquam commiserat emendaret)".  
     
    Commento morale a Giobbe, Prefazione, 12. Città Nuova Editrice, Roma 1992, pp.105-107.




    "Diversi sono i modi con cui siamo colpiti (Percussionum quippe diversa sunt genera). Un modo è quello in cui il peccatore è colpito con una punizione senza possibilità di ripensamento (percutitur ut sine retractatione puniatur); un altro modo è quello con cui il peccatore è colpito perché si corregga (percutitur ut corrigatur); un altro modo è quello in cui uno è colpito non per colpe passate, ma perché non ne commetta in avvenire (percutitur ne ventura committat). Spesso poi non si tratta di correggere colpe passate né di impedire colpe future, ma perché, giunta l'insperata salvezza dalla tribolazione, uno ami più ardentemente il Salvatore sperimentandone la potenza (percutitur ut, dum inopinata salus percussione sequitur, salvantis virtus cogitata ardentius ametur). Quando però un innocente viene duramente colpito, la sua pazienza gli ottiene un enorme cumulo di meriti (cumque innnoxius flagello atteritur ei per patientiam meritorum summa cumuletur).
     
    Commento morale a Giobbe, Prefazione, 12. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 105.



    "Giobbe, quest'uomo dotato di tante mirabili virtù, era noto a sé e a Dio; ma a noi sarebbe rimasto ignoto, se non fosse stato colpito e messo alla prova. Egli esercitava la sua virtù anche quando viveva tranquillo, ma la fama della sua virtù si diffuse solo allorché fu scosso dalla sofferenza (virtus quippe etiam per quietem se exercuit sed virtutis opinio commota per flagella flagravit). Mentre viveva in pace conservava dentro di sé ciò che egli era; quando fu scosso, fece arrivare a tutti il buon odore della sua fortezza. Come un profumo non si può sentire da lontano se non viene agitato e l'incenso non espande il suo aroma se non quando viene bruciato, così il profumo delle virtù dei santi non si espande se non in mezzo alle tribolazioni (sancti viri omne quod virtutibus redolent in tribulationibus innotescunt)...Se un granellino di senapa non viene pestato non si può conoscere la forza delle sue proprietà; finché rimane intatto è dolce; ma se viene schiacciato, brucia e manifesta tutta l'asprezza che in esso rimaneva nascosta. Così ogni santo, finché non viene colpito, appare spregevole e mediocre; ma se viene afferrato dalla macina della tribolazione, subito manifesta il suo ardore e il suo sapore (unusquisque vir sanctus cum non pulsatur, despiciabilis ac lenis aspicitur; si qua vero illum tritura persecutionis opprimat mox omne quod calidum sapit ostentat)".
     
    Commento morale a Giobbe, Prefazione, 6. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 97.




    A proposito del libro di Giobbe "E' del tutto inutile cercare chi ha scritto queste cose, quando si sa per fede che autore del libro è lo Spirito Santo (quis haec scripserit, valde supervacue quaeritur, cum tamen auctor libri Spiritus Sanctus fideliter credatur). L'autore è lui, che ha dettato ciò che bisognava scrivere. L'autore è lui che fu l'ispiratore, e che, tramite lo scrittore, ci ha trasmesso gli esempi da imitare. Sarebbe ridicolo se, avendo ricevuto una lettera da un uomo famoso, leggessimo le parole che ci ha scritto, ma cercassimo di sapere con quale penna ha scritto la lettera...Ora, qui, noi conosciamo l'opera e siamo convinti che l'autore di quest'opera è lo Spirito Santo; cercare di sapere chi l'ha scritta è come leggere una lettera, informandoci della penna (cum ergo rem cognoscimus, eiusque rei Spiritum Sanctum auctorem tenemus, quia scriptorem quaerimus, quid aliud agimus, nisi legentes litteras, de calamo percontamur?)"  
     
    Commento Morale a Giobbe /1, Prefazione, 2. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p.93.




    Nel leggere le Scritture "qualche volta, chi trascura di prendere alla lettera le espressioni del racconto, nasconde la luce della verità che gli si offre (qui verba accipere historiae iuxta litteram neglegit, oblatum sibi veritatis lumen abscondit); e quando a tutti i costi uno vuol trovare in questi testi un significato più profondo, finisce col perdere ciò che senza difficoltà poteva cogliere in superficie (cumque laboriose invenire in eis aliquid intrinsecus appetit, hoc quod foris sine difficultate assequi poterat, amittit)... La  parola di Dio infatti se da un lato impegna con i suoi misteri la gente colta, dall'altro riscalda con la sua immediatezza le anime semplici (Divinus enim sermo sicut mysteriis prudentes exercet, sic plerumque superficie simplices refovet). Con la sua chiarezza offre nutrimento agli umili, mentre con la sua profondità non finisce di stupire gli spiriti più elevati. E' come un fiume, direi, dalle acque basse e profonde, dove un agnello può muoversi liberamente e dove un elefante può nuotare (Quasi quidam quippe est fluvius, ut ita dixerim, planus et altus, in quo et agnus ambulet et elephas natet). Così come lo richiede la natura di ciascun passo si deve opportunamente cambiare il genere della spiegazione: tanto meglio si trova il senso della parola di Dio, quanto più si varia il tipo di interpretazione adeguandosi a ciascun passo".
     
    Lettera a Leandro, 4, in Commento morale a Giobbe /1, Città Nuova Editrice, Roma 1992, pp.87-89.
     
     
    La Bibbia è dunque un libro universale. Grandi e piccoli trovano ciascuno in essa  il cibo adatto alla propria età fisica, culturale e spirituale!


















    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
    Maestro dell’Ordine)
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    Caterina63
    Post: 39,847
    Gender: Female
    00 8/1/2014 9:29 PM

      "Come la casa d'Israele subì l'assedio materialmente, così ogni anima, che abbia già incominciato a servire Dio onnipotente, si accorge di essere assediata dalle insidie degli spiriti maligni (Sicut domus Israel obsidionem corporaliter pertulit, ita unaquaeque anima quae iam servire omnipotenti Deo incipit, obsidentes se insidias malignorum spirituum sentit). E chi veramente desidera essere sottratto a tali insidie, deve sapere che non può sottrarsi con le sue forze, ma è necessario che speri nell'aiuto di Gesù Cristo nostro Signore il quale mediante il mistero della redenzione è in grado di sostenere quelli che vivono nella carne anche contro gli spiriti privi carne (scire debet quia eripi sua virtute non possit, sed eius necesse est ut adiutorium speret qui nos, et in carne corruptibili viventes, per redemptionis suae mysterium potest etiam super spiritus qui sunt sine carne roborare)".
     
    Omelie su Ezechiele, I, XII, 33. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 391.




    "I deboli e coloro che sono inclini ai desideri mondani qualche volta si aiutano meglio con la severità di un volto risoluto, la cui severità inflessibile tolga ogni speranza di piccola permessività e spaventi l'anima incostante (obfirmata facies...incostantem animam terreat) e la sottragga con energia agli allettamenti dei vizi (districtionis vigore constringat). Ma quando si comporta così, il dottore deve sempre conservare in cuor suo la dolcezza e l'umiltà (quod cum a doctore agitur, semper necesse est ut dulcedo et humilitas in corde teneatur), in quanto deve amare molto, e non deve mai levarsi in superbia  (quatenus et multum amet et numquam contra eum per elationem superbiat) contro colui al quale tuttavia rifiuta, per suo bene, di lasciar vedere il proprio amore e la propria umiltà (cui tamen amorem suum et humilitatem pro utilitate eius prodere recusat)".
     
    Omelie su Ezechiele, I, XII,31. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 389.




    " La differenza tra olocausto e sacrificio è, che ogni olocausto è un sacrificio, ma non ogni sacrificio è un olocausto. Si compiono molti buoni sacrifici che non sono olocausti, perché l'amore spirituale non consuma interamente l'anima (sunt enim multa bona quae aguntur sacrificia, sed holocausta non sunt, quia totam mentem in amore spirituali minime incendunt). Coloro che compiono le opere di Dio in modo tale da non lasciare le cose del mondo, offrono sì un sacrificio ma non un olocausto. Coloro invece che lasciano tutte le cose del mondo e con il fuoco dell'amore divino accendono la loro anima, questi offrono al Signore onnipotente un sacrificio e un olocausto (Qui autem cuncta quae mundi sunt deserunt, et totam mentem igne divini amoris accendunt, nimirum omnipotenti Domino sacrificium et holocaustum fiunt)".
     
     Omelie su Ezechiele, I, XII, 30. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 389.



    "Nessun sacrificio è così accetto a Dio onnipotente quanto lo zelo per le anime (nullum quippe omnipotenti Deo tale est sacrificium, quale est zelus animarum)...bisogna però accostare allo zelo la misericordia della carità...è necessario infatti che il rigore di un santo zelo arda e splenda per la virtù della misericordia (sancti zeli districtio necesse est ut ex misericordia virtute et ardeat et clarescat)...se lo zelo è privo di amore, ciò che si offre diventa freddo (si amorem zelus non habet id quod offertur calorem amisit)".
     
    Omelie su Ezechiele, I, XII, 30. Città Nuova Editrice, Roma 1992, pp. 387-389.



    "Bisogna anche sapere che spesso alcuni vizi non vengono nell'anima insieme, ma si avvicendano (saepe nonnula vitia ad mentem non simul veniunt, sed supponuntur), così che nella tentazione uno succede all'altro. E uno viene di fronte, l'altro di fianco, così che mentre si resiste a uno, l'anima ingannata cade nell'altro (quatenus dum alteri resistitur, ab altero mens decepta capiatur). I vizi si avvicendano  furtivamente (vitia plerumque se alia pro aliis furtive supponunt) come quando ci sforziamo di vincere l'ira in noi stessi e la mitezza prende piede nell'animo più del necessario tanto da non mostrare a chi pecca il minimo di severità. Spesso però mentre ci dispiace che in noi ci sia una mitezza esagerata, lo zelo trascende in furore e trascina l'animo prigioniero oltre il limite della pazienza". 
     
    Omelie su Ezechiele, I, XII, 28. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 385.



    "Ci sono alcuni vizi affini tra loro per una certa parentela (Sunt quaedam vitia quasi per quamdam sibi cognationem propinqua), come la dissipazione dello spirito, la golosità e l'impurità della lussuria, come il molto parlare, la falsità e lo spergiuro. Dalla dissipazione dello spirito l'anima è portata a riempirsi il ventre, e quando il ventre è gonfio per il cibo, la carne prigioniera, levandosi in superbia, è trascinata dalla lussuria. E così dal molto parlare vien fuori il falso (Ex multiloquio fallacia generatur) essendo molto difficile che non mentisca chi parla molto; e spesso, per difendersi di fronte ai giudizi umani, si copre la bugia con lo psergiuro (et saepe mendacium etiam periurio tegitur). Anche la superbia non può stare senza l'invidia e la vanagloria. Ogni superbo infatti invidia agli altri l'onore che egli ambisce (Superbus quisque honorem quem ipse ambit aliis invidet); e quando riesce ad ottenerlo, monta in superbia per la gloria temporale, e per vanagloria gode di avere a preferenza degli altri ciò che gli altri non sono riusciti a conseguire (quod alios conspicit minime percipere potuisse, hoc se per inanem gloriam gaudet prae ceteris habere)". 
     
    Omelie su Ezechiele, I, XII, 27. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 385).



    "Il maestro compie bene il suo lavoro quando fa capire che spesso i vizi si nascondono sotto la parvenza di virtù (demonstrat ut sese vitia sub virtutum specie abscondant)...Così, per esempio, l'ira smodata pretende di sembrare giustizia (immoderata ira iustitia videri appetat), la permissività mitezza, l'avarizia parsimonia, la prodigalità benevolenza (disciplinae remissio mansuetudo videri velit et tenacia sese parcimoniam nominet et inordinata rerum effusio se benevolentiam appellet). Queste pseudo virtù sono come delle torri che fanno mostra di sé, così che i vizi veri e propri crescono sotto la parvenza di virtù offrendo una superba immagine di se stessi proprio loro che, con il modo di fare, sono proni a terra (in alto se ostendunt per imaginem, quae in imo iacent semper per actionem)".
     
    Omelie su Ezechiele, I, XII, 25. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 385.



    "Quando colui che prima aveva il gusto delle cose terrene viene elevato dall'amore per la contemplazione alle cose del cielo, sperimenta già sulla terra  una pace paradisiaca (quasi in terra visio pacis describitur, quando mens, quae prius terrena sapuerat, per amorem iam ad contemplandam gloriam regni calestis elevatur)..Ma l'antico avversario, invidioso, moltiplica a questo punto le insidie...E perciò è necessario che il maestro faccia conoscere accuratamente, a colui che progredisce nell'esperienza della pace, quali tentazioni lo aspettano, perché si prepari adeguatamente a contrastare le insidie del maligno (debet ergo vigilanter doctor proficienti animae quae illam tentationes sequantur innotescere, ut cautam se valeat contra maligni spiritus insidias praeparare)".
     
    Omelie su Ezechiele I, XII,24.25. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 383.



    "Quando nella parola sacra apprendiamo una cosa  
    avvenuta storicamente
     e, attraverso di essa, veniamo a conoscerne un'altra che 
    storicamente è priva di fondamento, 
    è bene ritenere l'una e l'altra cosa 
     
    (Dum aliud completum iuxta historiam scimus, 
    et aliud iuxta historiam a ratione vacare cognoscimus, 
    in sacro verbo utraque teneamus)".
     
    Omelie su Ezechiele, I, XII, 21. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 381.
    Si tratta di un principio ermeneutico apparentemente inaccettabile e tuttavia prezioso per passare dalla <lettera> allo <spirito> del testo, come chiarisce Gregorio con l'esempio seguente: "L'assedio di Gerusalemme, che poi è avvenuto realmente, crediamo sia stato figurato nelle parole e nei gesti del profeta, e tuttavia adesso, osservando quell'assedio, possiamo riferirci anche ad un altro assedio, quello interiore, che noi subiamo quotidianamente (illam itaque obsidionem qua Ierosolymorum civitas destructa est, iam factam novimus, sed nunc aliam intrisecus, quae cotidie agitur, requiramus" (ivi)


    "Per lo più le parole della profezia raccontano fatti storici in modo tale da descrivere per mezzo di essi anche realtà mistiche.
     
    (Verba prophetiae sic plerunque narrant historica, ut per haec etiam mystica describantur). 
     

    Omelie si Ezechiele, I, XII, 20. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 379.

    Gregorio  interpreta  il detto agostiniano presente nel suo Tractatus in Johannis Evangelium Tractatus
    <Factum audivimus, mysterium requiramus>!



    "L'uomo possiede ciò che insegna
    se non si rallegra di essere conosciuto 
    ma di essere utile 
    (Tunc possidet homo quod docet, 
    quando se non gaudet innotescere 
    sed prodesse).
     

    Chi parla in nome di Dio, 
    dopo essere uscito fuori a parlare per l'utilità del prossimo, 
    venga sempre richiamato dall'umiltà 
    ad esaminare i segreti del proprio cuore 
     
    (Is qui ex Deo loquitur, 
    postquam pro utiliatate proximorum loquendo foras exierit, 
    ex humilitate semper 
    ad discutienda cordis sui secreta revocetur)".

    Omelie su Ezechiele, I, XII, 12. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 371.



    "Il profeta riceve l'ordine di uscire fuori e di andare in periferia. Cosa significa questo, se non che chiunque predica tanto più largamente riceve la grazia della dottrina, quanto più s'impegna nella fatica della predicazione unicamente per amore del prossimo (tanto largius doctrinae gratiam percipit, quanto se in labore praedicationis ex amore proximorum tendit)? Perciò uscendo fuori viene condotto verso una visione alta. Infatti quando egli illumina la cecità dell'ignoranza presente nel cuore degli altri col servizio della parola, la grazia di Dio innalza anche lui al livello di un'intelligenza più alta (quia unde in alienis cordibus ignorantiae caecitatem ministerio suae locutionis illuminat, inde eum superna gratia in altiori intellegentia exaltat). Siccome però il predicatore non può mai prescindere dalla propria interiorità e deve custodire l'umiltà e la purezza del cuore, è necessario che, dopo essere andato in periferia, rientri in casa, per verificare nella propria coscienza se è coerente con le cose che dice (post campum necesse est ut ad domum redeat, quatenus in his quae dicit qualis etiam ipse sit intra conscientiam agnoscat)... e anche perché il suo animo, entrato in se stesso, riposi in Dio, e non divaghi qua e là, avido di lode e di gloria, in balia di pensieri superficiali (ut apud seipsum in Deo animus quiescat, et non iam per exteriores concupiscentias in appetitu laudis et gloriae cogitationis mobilitate discurrat)".
     
    Omelie su Ezechiele, I, XII, 10. Città Nuova Editrice, Roma 1992, pp.367-369.
    Ritroviamo il Gregorio del duplice movimento esterno-interno in cui di fatto consiste la <caritas perfecta> perseguita con coerenza teologica e spirituale.


    "Quando il sacerdote esce fuori verso il popolo deve deporre le vesti con le quali ha prestato servizio all'interno del santuario e indossare altre vesti; perché se resterà nel rigore della sua compunzione, permanendo nell'afflizione che aveva durante la preghiera, non sarà in grado di recepire neppure i termini dei problemi temporali degli altri (si in eo quem orationis tempore habuit maerore perduret, exteriorum verba suscipere non admittit). Infatti se succede questo, cioè se il pastore si rifiuta di ascoltare e soppessare le cose spicciole del quotidiano, come  farà il gregge ad affrontare da solo le sue difficoltà (quid grex de necessariis faciat, si audire atque perpendere et hoc quod praesens tempus exigit, pastor recusat)?... Pensate allora, fratelli miei, quanto sia faticoso il compito di una sentinella, se deve orientare il cuore verso le cose sublimi e subito dopo richiamarlo alle cose più infime (pensate rogo fratres carissimi quantus speculatori labor sit et ad sublimia cor tendere et hoc repente ad ima revocare). Infatti dovrà: da una parte rendere l'animo sensibile alle cose più alte della conoscenza; e dall'altro appesantirlo occupandosi dei problemi concreti e terra terra del prossimo (et in sublimitate cognitionis intimae extenuare animum, et propter exteriores causas proximorum, subito in cogitatione crassescere) ".
     
    Omelie su Ezechiele, I, XI, 28. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 361.


    "Dio misericordioso ci dona il tempo per pentirci (Misericors Deus tempus nobis ad paenitentiam relaxat), ma quando ci serviamo della pazienza della sua grazia per aggravare la colpa, questo stesso tempo, che lui ha disposto per perdonarci, lo volge a colpirci severamente (sed cum eius gratiae patientiam nos ad augmentum vertimus culpae, hoc ipsum tempus quod ad parcendum pie disposuit districtius ad feriendum vertit); in tal modo quando uno, anche dopo aver ricevuto il tempo opportuno, non vuole ritornare a lui, aumenta i misfatti di cui poteva liberarsi se si fosse convertito...Il reprobo infatti, abusando della bontà di Dio onnipotente, accumula collera su di sé per il giorno dell'ira, perché mentre riceve il tempo per pentirsi, e lui lo usa per peccare, trasforma in aumento di colpa la medicina stessa della grazia (reprobus...ipsum remedium gratiae vertit in augmentum culpae) ...Ma sia che il giusto cada nella colpa sia che il peccatore piombi nella morte, la sentinella deve temere d'essere coinvolta, per il suo silenzio, nella colpa di coloro che peccano (Sed sive iustus in culpa, sive peccator in mortem corruat, speculatori timendum est ne hunc ex suo silentio reatus peccantium pariter involvat)".
     
    (Omelie su Ezechiele, I, XI, 25. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 357).
    Si tratta dunque di due responsabilità molto serie: una è quella del <reprobus> che non approfitta del tempo concesso da Dio per aprirsi alla grazia; l'altra è quella dello <speculator> che, col suo silenzio, si fa complice del peccatore che si precipita verso la perdizione senza che alcuno lo riprenda e faccia di tutto per salvarlo.


    "E' necessario che chi parla si adegui sempre all'indole di chi ascolta (Necesse est ut semper sermo praedicantis cum auditorum debeat qualitate formari)... 
    Anche l'agricoltore che getta il seme nella terra, prima studia la qualità del terreno per vedere se è adatto al seme, e soltanto dopo aver studiato la qualità del terreno, sparge il seme (et agricola qui semina in terram mittit prius terrae qualitatem praevidet quibus seminibus apta videantur, et postquam qualitatem praeviderit, tunc semina spargit)". 
     
    (Omelie su Ezechiele, I, XI, 20. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 353).



    "Per parlare di Dio occorre un animo pacificato e libero (Loqui de Deo quietae valde et liberae mentis est). Infatti la lingua si trasforma correttamente in discorso quando l'animo è in pace, privo di inquietudine e calmo. L'acqua agitata non può riflettere l'immagine di chi la guarda, riflettendosi in essa il volto di chi vi si specchia soltanto quando è perfettamente immobile (Tunc namque bene lingua dirigitur in sermone, cum secure sensus quieverit in tranquillitate, quia nec concussa aqua imaginem respicientis reddit, sed tunc in ea vultus intendentis aspicitur, cum non movetur)".
     
    (Omelie su Ezechiele, I, XI, 26. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 359).


    "I timidi vanno ripresi con delicatezza, perché se vengono rimproverati con asprezza rischiano di essere non illuminati ma distrutti (Verecundae mentes leniter arguendae sunt, quia si asperius increpentur, franguntur potius quam erudiantur). Si sentirebbero invece incoraggiate a commettere colpe ancora più gravi, le persone dure e sfacciate, se fossero trattate anch'esse con delicatezza. (At contra mentes asperae atque impudentes, si increpatae leniter fuerint, ad maiores culpas ipsa lenitate provocantur)".
     
    Omelie su Ezechiele, I, XI, 17. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 349.


    "Per chi è fragile ci si preoccupi soprattutto di questo: 
    che ascolti quelle poche parole, 
    che è in grado di capire, 
    ma che siano tali da trafiggere il cuore 
    per il dispiacere" 
     
    (Hoc infirmis praecipue congruit, 
    ut pauca quidem, 
    et quae praevalent capere audiant, 
    sed quae eorum mentem
     in paenitentiae dolorem compungant)". 

    Omelie su Ezechiele, I, XI, 16. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 349.




    " Sei responsabile della morte alla quale non ti opponi.
     
    (Morti cui non contradicis, adiungeris)".
     
     
    Omelie su Ezechiele, I, XI, 11. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 345.
     
    "Colui che insegna deve pensare a:
    ciò che dice
    a chi lo dice, 
    quando dirlo
    come dirlo 
    quanto tempo impiega per dirlo.
     
    (Pensare etenim doctor debet:
    quid loquatur
    cui loquatur
    quando loquatur
    qualiter loquatur
    quantum loquatur).
     
    Se manca una di queste cose il suo discorso non raggiunge lo scopo.
     
    (Si enim unum horum defuerit, locutio apta non erit).
     
    Omelie su Ezechiele, I, XI, 12. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 347.


     
    "Il responsabile non è senza colpa anche quando chi gli è stato affidato non muore per colpa sua (nec subiectus ex culpa praepositi moritur, nec praepositus sine culpa est)...E' vero infatti che l'empio merita la morte, ma è altrettanto vero che la sentinella è tenuta ad annunziargli la via della vita, rimproverandogli la sua empietà (Impio etenim mors debetur, sed ei a speculatore via vitae nuntianda est, et eius impietas increpanda est). Se invece la sentinella tace (si vero speculator taceat), l'empio morirà lo stesso a causa della sua iniquità, che non gli ha meritato neppure che gli fosse rivolta la parola della sentinella (ut dignus non esset ad quem speculatoris sermo fieret), ma il Signore ne chiederà comunque conto alla sentinella, che di fatto lo ha ucciso perché, tacendo, lo ha consegnato alla morte (Sed sanguinem eius Dominus de manu speculatoris requirit, quia ipse hunc occidit, quia eum tacendo morti prodidit)".
     
    Omelie su Ezechiele, I, XI, 9. Città Nuova Editrice, Roma 1992, pp. 343-345.
    Papa Gregorio Magno, che pure era ritenuto dolcissimo e pieno di comprensione, veniva temuto simultaneamente da tutti, grandi e piccoli, per la sua  <severità>, quando erano in gioco le esigenze della <veritas in caritate>.



    "La Parola di Dio mi costringe a parlare della vita di una sentinella (speculatoris). Tacere non posso, e tuttavia parlando ho una gran paura di ferirmi (Tacere non possum, et tamen loquendo me ferire pertimesco). Parlerò, sì parlerò, affinché la spada della Parola di Dio, passando attraverso di me arrivi a trafiggere il cuore del prossimo (Dicam, dicam ut verbi Dei gladius etiam per semetipsum ad confingendum cor proximi transeat). Parlerò, sì parlerò, affinché la Parola di Dio risuoni anche contro di me per mezzo mio (Dicam dicam, ut esse etiam contra me sermo Dei sonet per me). Io non nego di essere colpevole, vedo il mio torpore e la mia negligenza, ma forse la conoscenza della colpa sarà già in se stessa richiesta pressante di perdono presso il giudice buono (erit fortasse apud pium iudicem impetratio veniae ipsa cognitio culpae)".
     
    Omelie su Ezechiele, I, XI, 5. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 341.
    <Speculator> è una traduzione latina del termine greco <episkopos> che noi traduciamo abitualmente in italiano con <vescovo>!.


    "Sa parlare davvero bene chi prima ha imparato bene a tacere(Ille loqui veraciter novit, qui prius bene tacere didicerit). La custodia del silenzio nutre, in un certo senso, la parola.(Quasi enim quoddam nutrimentum verbi est censura silentii). E in realtà riceve in dono, anche sovrabbondante, la parola chi prima, stando al suo posto, tace con umiltà" (Recte per excrescentem quoque gratiam sermonem accipit, qui ordinate ante per humilitatem tacet)". 
     
    Omelie su Ezechiele, I, XI, 3. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 339).



    "Tra gli altri prodigi della profezia, i libri dei profeti hanno anche questo di meraviglioso (hoc quoque mirandum habent libri prophetarum), che come in essi le cose vengono esposte con le parole (verbis res), così qualche volta si espongono le parole con i fatti (verba rebus), tanto che non solo i loro detti, ma anche i fatti sono profezie" (ut eorum non solum dicta, sed etiam res gestae prophetiae sint)...perché radice della parola è la forza dell'azione (quia radix verbi virtus est operis)".
     
    (Omelie su Ezechiele, I, XI, 1. 2. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 337).



    "Quando la coscienza rimprovera se stessa (cum reprehendit semetipsam conscientia)...si compie nell'animo un travaglio capace di partorire la pace con Dio (fit rixa in animo parturiens pacem cum Deo)...Bisogna sapere però che può sperimentare questo amore del Signore con tutto il cuore, soltanto chi fa spazio allo Spirito santo nella sua vita (Sed sciendum quia nullus haec pro amore omnipotentis Domini ex toto corde agere praevalet, nisi is cuius animum Spiritus sanctus assumpserit)". 
     
    (Omelie su Ezechiele, I, X, 43.44. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 333).


    "Quando le parole di Dio cominciano a risuonare nell'orecchio del cuore (in aure cordis sonare coeperint), lo spirito di chi ascolta, compunto dall'amore, si commuove fino a lacrimare (audientium spiritus ex amore compunctus ad lamenta commovetur). Per questo le parole della Sacra Scrittura acquistano sapore se il cuore è abitato dal silenzio (hinc est quod Scripturae sacrae verba fiunt in corde silentium sapida); per questo gli amanti le leggono abitualmente in silenzio quasi di nascosto senza alcun rumore (hinc est quod ab amantibus plerumque in silentio quasi furtive et tacite leguntur)".
     
    (Omelie su Ezechiele, I, X, 39. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 329).



    "Nella vita dei santi padri 
    si fa conoscere il senso 
    da scoprire nelle Scritture sacre
    (In sanctorum patrum vita cognoscimus 
    quid in Sacrae Scripturae volumine 
    intellegere debeamus)
    La loro condotta infatti è pagina in atto
    di ciò che dicono i due Testamenti.
    (Illorum quippe nobis actio aperit 
    hoc quod in suis praedicationibus 
    pagina Testamentorum dicit)".
     
    (Omelie su Ezechiele, I, X, 38. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 327).


    "Non viene dato tutto ad uno solo, perché non monti in superbia(Non uni dantur omnia, ne in superbiam elatus cadat), ma ad un altro è dato ciò che non è dato a te e a te è dato ciò che è negato a lui (sed huic datur quod tibi non datur, et tibi datur quod illi denegatur), affinché mentre lui constata che tu hai quel bene di cui è privo lui, ti ritenga superiore a sé (ut dum iste considerat bonum quod habes et ipse non habet, te sibi in cogitatione praeferat); e a tua volta tu, constatando che lui ha ciò che non hai tu, consideri te stesso inferiore a lui (et rursus dum tu habere illum conspicis quod ipse non habes, te illi in tua cogitatione postponas), così che si realizzi ciò che sta scritto: Stimatevi a vicenda gli uni superiori agli altri (Superiores sibi invicem arbitrantes) (Fil 2,3).
     
    Omelie su Ezechiele, I, X, 32. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 323.






    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
    Maestro dell’Ordine)
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    Caterina63
    Post: 39,847
    Gender: Female
    00 8/1/2014 9:49 PM

     "Io guardai ed ecco, una mano tesa verso di me teneva un rotolo. Lo spiegò davanti a me; era scritto all'interno e all'esterno" (Ez 2, 9-10).

    "Il rotolo che riceve il profeta indica le pagine della Sacra Scrittura. Il rotolo è il linguaggio oscuro della Sacra Scrittura (liber involutus est Scripturae sacrae eloquium obscurum), che è avvolto da pensieri così profondi che non è facile a tutti penetrarne il senso. Ma davanti al profeta il rotolo viene svolto perché agli occhi dei predicatori della Parola di Dio l'oscurità viene svelata....Il rotolo viene svolto quando ciò che era stato detto in maniera oscura, viene spiegato nel suo significato (involutus liber expanditur, quando hoc quod obscure prolatum fuerat, per latitudinem intellectus aperitur). La verità (Gesù) svolse questo rotolo quando compì davanti ai discepoli ciò che è stato scritto: Allora aprì loro la mente perché comprendessero le Scritture (Lc 24,25)....Il libro della Sacra Scrittura è scritto dentro a motivo dell'allegoria, fuori a motivo della storia. Dentro a motivo dell'intelligenza spirituale, fuori a motivo del semplice senso letterale, adatto a chi è ancora debole (Liber sacri eloquii intus scriptus est per allegoriam, foris per historiam. Intus per spiritalem intellectum, foris autem per sensum litterae simplicem, adhuc infirmantibus congruentem)". 
     
    (Omelie su Ezechiele, I, IX, 29.30. Città Nupova Editrice, Roma 1992, p. 291).
    Gregorio approfitta dei versetti di Ezechiele per comunicare una convinzione comune, condivisa da tutti i Padri cristiani: il duplice significato del testo biblico. Questa convinzione si fondava sulla dichiarazione di Lc 24,25 che connetteva la scoperta del senso nascosto nell'Antico Testamento al dono del Signore risorto, che permetteva di capire che nelle Scritture sacre di Israele si parlava di Lui. Di conseguenza si poteva insegnare che altro era la lettera identificata con lastoria, letta nella esteriorità (foris) del libro biblico e altro era l'allegoriapercepita, grazie alla fede, nella sua interiorità (intus), che si identificava con la persona stessa di Gesù.



    "Eseguire gli ordini di Dio per un comando ricevuto
     è obbedienza di chi serve, 
    eseguirli per amore 
    è obbedienza di chi ama 
     
    (Mandata Dei pro iussione facere 
    serventis et obedientis est, 
    diligendo autem facere 
    obedientis et amantis est)". 
     
    (Omelie su Ezechiele, I, X, 31. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 323).



    "La lingua non sia frenata dalla soggezione 
    per l'onore che ci è reso, 
    né  taccia per debolezza
    a causa del disprezzo"
     
    Nec per illatum honorem
     refrenatur lingua ex verecundia,
     nec per despectum
     taceat ex infirmitate). 

    Omelie su Ezechiele, I, X, 18. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 311.



    "Ascoltiamo le parole del Signore se le mettiamo in pratica; 
    e le diciamo in modo autentico al prossimo 
    quando le mettiamo in pratica noi per primi.
     
     (Audimus enim verba Dei, si facimus; 
    et tunc ea proximis recte loquimur, 
    cum prius ipsi fecerimus)"

    (Omelie in Ezechiele, I, X, 20. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 313)


    "Come è lodevole la vergogna nel male, così è riprovevole nel bene. Arrossire del male è da saggio, arrossire del bene è da sciocco (Erubescere malum sapientiae est, bonum vero erubescere, fatuitatis)...Chi arrossisce pentendosi del male che ha commesso giunge alla libertà della vita (Qui erubescit paenitendo mala quae fecit, ad vitae libertatem pervenit); chi invece si vergogna di compiere il bene, cade dallo stato di rettitudine e tende alla dannazione... Chi è interiormente buono, ma non ha autorità nella parola, non è adatto alla difesa della verità (Hi nimirum quia boni sunt in mente, sed auctoritatem non habent in locutione, apti ad veritatis defensionem non sunt). E' in grado di difendere la verità chi non ha paura né vergogna di dire ciò che rettamente pensa (Ille enim esse veritatis defensor debet, qui quod recte sentit loqui nec metuit, nec erubescit)".
     
    (Omelie su Ezechiele, I, X, 17. Città Nuova Editrice, Roma 1992, pp.309-311).



    "Se un commentatore, nella spiegazione del testo sacro, inventa arbitrariamente qualcosa, forse per piacere agli uditori (in explanatione sacri eloquii ut fortasse auditoribus placeat, aliquid mentiendo componit), egli proferisce parole sue e non quelle del Signore se lo fa mentendo con l'intenzione di piacere o di sedurre (sua et non Domini verba loquitur, si tamen placendi vel seducendi studio mentiatur). Ma se, ricercando il senso delle parole del Signore, le interpreta in modo diverso da chi le ha riferite proponendosi, nonostante una comprensione diversa, l'edificazione della carità, le sue parole sono parole del Signore (si in verbis dominicis virtutem requirens, ipse aliter quam is per quem prolata sunt senserit, etiamsi sub intellectu alio, aedificationem caritatis requirat, Domini sunt verba quae narrat), perché Dio ci parla attraverso tutta la sacra Scrittura all'unico scopo di attrarci all'amore verso di lui e verso il prossimo (quia ad hoc solum Deus per totam nobis sacram Scripturam loquitur, ut nos ad suum et proximi amorem trahat)".  
     
    Omelie su Ezechiele, I, X, 14. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p.307).
    Questo principio ermeneutico che fonda la legittimità di una particolare comprensione del testo  unicamente sull'obiettivo della carità, Gregorio lo ha ricevuto da Agostino e, grazie  all'autorevolezza di questi due Padri della Chiesa, esso è stato ricevuto, usato e purtroppo anche abusato spesso dalla lettura cosiddetta <accomodata> della Bibbia con gravi conseguenze per la corretta comprensione della Bibbia stessa!


    "Chi annunzia la parola di Dio, prima si dedichi al suo modo di vivere, per poi, attingendo dalla sua vita, impari cosa e come dirlo (Qui verbum Dei loquitur, prius studeat qualiter vivat, ut post ex vita colligat quae et qualiter dicat)...Nessuno presuma dire fuori ciò che prima non ha ascoltato dentro (ne quae prius intus non audierit, foris dicere praesumat)".
     
    (Omelie su Ezechiele, I, X, 13-14. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 307).



    "Io mangiai e fu per la mia bocca più dolce del miele" (Ez 3,3).

    "Il libro che ha riempito le mie viscere è diventato in bocca dolce come il miele, perché sanno parlare con gusto del Signore onnipotente quelli che veramente hanno imparato ad amarlo nelle viscere del loro cuore (ipsi de omnipotente Domino sciunt suaviter loqui, qui hunc didicerint in cordis sui visceribus veraciter amare). La Sacra Scrittura è dolce nella bocca di Colui che riempie le viscere della vita con i suoi insegnamenti, perché riesce a parlarne con gusto chi li ha impressi dentro per viverli (quia ei suavis est ad loquendum, cui interius impressa ad vivendum fuerit). La parola non può procurare dolcezza a chi ha la coscienza piena di rimorsi per la sua vita indegna (sermo dulcedinem non habet, quem vita reproba intra conscientiam remordet)".
     
     (Omelie su Ezechiele, I, X, 13. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 307).



    "Vediamo spesso alcuni, compunti come se fossero convertiti, cambiare l'abito ma non l'animo (quosdam videmus quasi ex conversione compunctos habitum non animum mutasse), tanto da indossare l'abito religioso ma senza rinunziare ai vizi di prima:... cercano avidamente i vantaggi del mondo presente (praesentis mundi lucra inhianter quaerere) e la loro fiducia di essere santi è riposta unicamente nell'abito esteriore che hanno indossato (de solo exterius habitu quem sumpserunt, sanctitatis fiduciam habere)...Ignorano infatti che non conta molto ciò che si compie esteriormente con il corpo, mentre ha grande valore ciò che si compie interiormente con l'anima (non enim magni meriti est, si quid foris erga nos agatur in corpore, sed magnopere pensandum est quid agatur in mente)".
     
     (Omelie su Ezechiele, I, X, 8. Città Nuova Editrice, Roma 192, pp. 303-305).



    "Semina molto nel proprio cuore ma raccoglie poco, chi, pur leggendo o ascoltando, conosce molto ma, negligente nell'operare, produce poco ( qui de mandatis caelestibus vel legendo, vel etiam audiendo multa cognoscit, sed negligenter operando pauca fructificat)... Chi si dedica a conoscere la parola di Dio, ma insegue le cose di questo mondo, beve e non si inebria (qui ergo ad cognoscendum Dei verbum devotus est, sed ea quae sunt huius saeculi adipisci desiderat, bibit et debriatus non est)".
     
    (Omelie su Ezechiele, I, X, 7. Città Nuova Edtitrice, Roma 1992, p. 303).



    "Io aprii la bocca ed egli mi fece mangiare quel rotolo dicendomi: <Figlio dell'uomo nutri il tuo ventre e riempi le tue viscere con questo rotolo che ti porgo" (Ez 3,2-3).

    "Dio onnipotente tende, per così dire, la mano verso la bocca del nostro cuore ogni volta che ci apre l'intelligenza e pone il cibo della sacra parola nei nostri sensi. Ci nutre dunque con il rotolo quando distribuendoci il cibo della Sacra Scrittura, ce ne rivela il senso e riempie i nostri pensieri della sua dolcezza (Cibat ergo nos volumine, cum sensum nobis Scripturae sacrae dispensando aperit, et eius dulcedine nostras cogitationes replet)....La nostra bocca mangia quando leggiamo la parola di Dio, le nostre viscere si riempiono quando con fatica capiamo e conserviamo le cose che leggiamo (Os enim nostrum comedit dum verbum Dei legimus, viscera vero nostra complentur cum intellegimus atque servamus ea in quibus legendo laboramus)...Quando parla la Verità (Gesù) in persona, il profeta deve tacere, perché la lucerna scompare di fronte allo splendore del sole (Necesse est ut cum per semetipsam Veritas loquitur, propheta taceat, quia lucerna claritatem non habet in sole)". 
     
    (Omelie su Ezechiele, I, X, 5.6. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 301).



    "L'ordine da osservare nel nostro studio delle parole della Sacra Scrittura dev'essere questo (in verbis sacri eloquii iste debet studii nostri ordo servari): conoscerle, affinché riconoscendo il male che abbiamo commesso, sinceramente pentiti, non vi ricadiamo (haec ideo cognoscamus, quatenus de iniquitate nostra compuncti, cognoscentes mala quae fecimus, vitemus ne alia faciamus). E quando, dopo aver pianto, cominciamo ad essere ormai sicuri del perdono dei peccati, cerchiamo di attirare anche gli altri alla vita servendoci delle parole di Dio che comprendiamo (et cum iam ex magno usu lacrimarum de peccatorum remissione coeperit esse fiducia, per verba Dei quae intellegimus ad vitam quoque et alios trahamus). A questo scopo infatti si devono comprendere, perché servano a noi, con l'intenzione di farne parte agli altri (Ad hoc enim intellegenda sunt, ut et nobis prosint, et intentione spiritali aliis conferantur). Per cui è detto bene dal profeta: Mangia questo rotolo, poi va' e parla ai figli d'Israele. (Ez 3,1) Come a dirgli, riguardo al cibo sacro: Mangia e fa mangiare, saziati ed effondi, ricevi e riversa, prendi forza e lavora (comede et pasce, saturare et eructa, accipe et sparge, confortare et labora)"

    (Omelie su Ezechiele, I, X, 3-4. Città Nuova Editrice, Roma 1992, pp.299-301).

    "Alcuni, leggendo la sacra Scrittura, disprezzano con orgoglio le racomandazioni di minor conto destinate ai più deboli e vorrebbero cambiarne il senso (solent quidam... minora mandata quae infirmioribs data sunt tumenti sensu despicere et ea velle in alium intellectum permutare). In realtà se essi intendessero in senso giusto le cose elevate, non disprezzerebbero quelle più piccole. Infatti gli insegnamenti divini sono rivolti sì ai grandi, ma in modo tale che siano adatti, almeno in parte, anche ai piccoli (quia divina praecepta sic in quibusdam loquuntur magnis, ut tamen in quibusdam congruant parvulis), così che questi ultimi, progredendo nell'intelligenza, possano crescere fino a comprendere gradualmente anche le cose più grandi (qui per incrementa intellegentiae quasi quibusadm passibus mentis crescant atque ad maiora intellegenda perveniant)" .
     
    (Omelie su Ezechiele, I, X, 1. Città Nuova Edtrice, Roma 1992, p.299).



    "Non ci spinga alla disperazione la moltitudine delle nostre ferite perché è ben più grande la potenza del medico di quanto non lo sia la gravità del nostro male (Nec nos nostrorum vulnerum multitudo in desperationem deprimat, quia maior est potentia medici, quam magnitudo languoris nostri). Che cosa non potrà fare per ridonarci la salute colui che ha potuto creare tutto dal niente? (Quid est quod reparare ad salutem non possit, qui potuit omnia ex nihilo creare?)".
     
     (Omelie su Ezechiele I, IX, 35. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 297).





    "Come i cattivi provocano Dio quando dicono o fanno del male, così lo esasperano i buoni quando si astengono dal prendere posizione in favore del bene (Sicut mali ideo Deum exasperant quia loquuntur vel faciunt mala, ita nonnunquam boni exasperant, quia reticent bona). La colpa di quelli è di compiere il male, la colpa di questi è di essere reticenti su ciò che è giusto (illis itaque culpa est perversa agere, istis recta reticere)...perché quando non rimproverano le azioni perverse autorizzano i cattivi a proseguire nel male con la complicità del  loro silenzio (quia cum perversa non increpant, eis per suum silentium proficiendi licentiam praestant)". 
     
    Omelie su Ezechiele, I, IX, 27. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p.291).


    Ti troverai in mezzo agli scorpioni" (Ez 2, 6).
     
    "Ci lamentiamo perché non sono tutti buoni quelli che vivono con noi.... Ma è veramente buono soltanto chi, anche con i cattivi, è buono (perfecte bonus est, nisi qui fuerit et cum malis bonus)...Dappertutto c'è un prossimo da tollerare, perché non può diventare Abele chi non accetta la prova della malvagità di Caino (Tolerandi ergo ubique sunt proximi, quia Abel fieri non valet quem Cain malitia non exercet)".  
     
    Omelie su Ezechiele, I, IX, 22. Città Nuova Editrice, Roam 1992, p.287



    "E' necessario che ognuno esamini se stesso con attenta cura per vedere se per caso non cerca la gloria del proprio nome sotto il pretesto di cercare il bene delle anime (subtili inquisitione necesse est ut semetipsum animus investiget, ne fortasse suae laudis gloriam quaerat, et animarum lucra se quaerere nostra cogitatio simulet). Spesso infatti uno si pasce della gloria del proprio nome e si rallegra quando si dice bene di lui sotto il pretesto dei vantaggi spirituali (saepe enim sui nomis laude pascitur et quasi sub obtentu lucrorum spiritualium, cum de se bona dici cognoverit, laetatur). E spesso si adira nel difendere la sua gloria contro i calunniatori e si illude di essere mosso da zelo per coloro che nel loro cuore sono turbati dalla parola del calunniatore e sviati dal retto sentiero."
     
     (Omelie su Ezechiele, I, IX, 18. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 281).



    "In tutto ciò che si dice di noi dobbiamo sempre ricorrere silenziosi con la mente a cercare il testimone e giudice  interiore (In omne quod de nobis dicitur, semper taciti recurrere ad mentem debemus, interiorem testem et iudicem quaerere). A che serve infatti che tutti ci lodino se ci accusa la coscienza ? (Quid enim prodest si omnes laudent cum conscientia accusat?) O che male potrà capitarci se ci contestano tutti e, unica, ci difende la coscienza? (Aut quid poterit obesse si omnes nobis derogent, et conscientia sola nos defendat?)".

    (Omelie su Ezechiele, I, IX, 15. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 279).



    "E' un prezioso servizio quello che il giusto rende quando con voce libera prende posizione contro chi agisce male (Bonum valde est quod iustus tribuit, quando male agentibus libera voce contradicit); ma i malvagi pagano il bene col male quando insultano i giusti, che difendono la giustizia contro di loro. I giusti infatti non tengono conto dei giudizi umani, ma dell'esame del Giudice eterno (Non enim iusti humana iudicia, sed aeterni iudicis examen aspiciunt)" 
     
    (Omelie su Ezechiele, I, IXI, 14. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 279).



    "L'insulto dei malvagi è un'approvazione della nostra vita (Perversorum derogatio vitae nostrae approbatio est), perché siamo certamente nel giusto, quando cominciamo a non essere graditi a coloro che non piacciono a Dio (quia iam ostenditur nos aliquid iustitiae habere si illis displicere incipimus qui non placent Deo)...Gli uomini santi quando, infuocati dallo zelo, rimproverano alzando con libertà la voce, non hanno paura di attirarsi l'odio di coloro che non si curano affatto di amare Dio (Sancti viri in vocis liberae increpatione succensi, eos ad odia excitare non metuunt, quos Deum non diligere cognoscunt)".
     
    (Omelie su Ezechiele, I, IX, 14. Città Nuova Editrice, Roma 1992, pp. 277-279).



    "Si faccia dunque sempre accurato discernimento 
    tra libertà e superbia, umiltà e timidezza, 
    per non far passare
     per umiltà la codardia e per libertà la superbia 
     
    (Discernenda ergo sunt semper 
    libertas et superbia, humilitas et timor, 
    ne aut timor humilitatem, aut superbia se libertatem fingat)". 
     
    Omelie su Ezechiele, I, IX,13. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p.277).
    E' la sintesi definitiva di un discorso articolato e preciso che sta a monte di tutto l'insegnamento pastorale di Gregorio Magno!

      "Sotto l'autorità si nasconde spesso la superbia e sotto l'umiltà il rispetto umano, sicché il primo è incapace di considerare ciò che deve a Dio, il secondo ciò che deve al prossimo (sub auctoritate superbia, et humanus timor sub humilitate se palliat, ut saepe nec ille valeat considerare quid Deo, nec iste quid debeat proximo). Quello infatti se guarda quelli che gli sono soggetti senza tener conto di Colui dal quale tutti dipendono, monta in superbia e si vanta della sua superbia come se fosse autorità (in elatione attollitur et de elatione sua velut de auctoritate gloriatur); questo invece, se teme di perdere il favore del superiore e quindi di subire qualche danno temporale, nasconde quello che pensa e tacitamente tra sé chiama umiltà il timore da cui è soggiogato (recta quae intellegit occultat, atque apud se tacitus ipsum timorem quo constringitur humilitatem nominat); ma tacendo in cuor suo giudica colui al quale si rifiuta di parlare e, mentre si crede umile, si rivela ancora più gravemente superbo (sed eum cui nil vult dicere, tacendo in cogitatione diiudicat, fitque ut unde se humilem existimat, inde gravius sit superbus)".
     
    (Omelie su Ezechiele, I, IX, 13. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p.277).
    La saggezza di Gregorio Magno non smette di stupirci. Quest'uomo aveva una conoscenza dell'animo umano  talmente profonda che ancora oggi commuove tutti i suoi lettori.


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    (questi die brani vanno insieme)

    "Quanti viviamo in Dio siamo strumenti della verità, che spesso parla a me per mezzo d'un altro, spesso invece parla agli altri per mezzo mio (omnes qui in Deo vivimus organa veritatis sumus, ut saepe per alium mihi, saepe vero aliis loquatur per me). Deve risiedere però in noi l'autorità della parola autentica, così che se uno è responsabile dica liberamente la verità e il suddito non ricusi di attuare umilmente il bene (Sic vero nobis boni verbi inesse auctoritas debet, ut is qui praeest dicat recta libere, et is qui subest inferre bona humiliter non recuset). 
    Il bene che l'inferiore dice al superiore è veramente un bene se lo si dice umilmente (Bonum quod maiori a minore dicitur tunc vere bonum est, si humiliter dicatur). Se la rettitudine del pensiero non trova l'umiltà della parola, allora, dalla radice al ramo, dal pensiero alla parola, tutto è viziato. Il vizio non comincia nel ramo, ma dalla radice; se il cuore non si gonfiasse la parola non sarebbe arrogante (vitium iam non ex ramo, sed ex radice est, quia nisi cor intumesceret, lingua minime superbiret)".
     
    (Omelie su Ezechiele, I, IX, 12,. Città Nuova Editrice, Roma 1992, pp.275-277).


    "Il superiore, per parlare, deve essere dotato di umile autorità (humilis auctoritas), mentre l'inferiore deve possedere una libera umiltà (libera humilitas). Ma spesso negli uomini l'ordine del discorso si confonde. Qualche volta infatti uno parla gonfio di superbia e crede di parlare con l'autorità (aliquando quis per tumorem elationis loquitur et loqui se per auctoritatem libertatis existimat), un altro tace per sciocco timore e crede di tacere per umiltà (alquando alius per stultum timorem tacet et tacere se per humilitatem putat). Il primo, consapevole del suo posto di superiore, non si rende conto della sua arroganza (ille, locum sui regiminis attendens, non metitur sensum tumoris), il secondo, considerando il suo posto di suddito, non ha il coraggio di dire ciò che pensa e non sa quanto venga meno alla carità tacendo (iste, locum suae subiectionis considerans, timet dicere bona quae sentit et ignorat quantum caritati reus efficitur tacendo)".
     
    (Omelie su Ezechiele, I, IX, 12. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 277).
    Nel testo precedente Gregorio aveva rivendicato il diritto di parola per tutti (omnes organa veritatis sumus). Qui ci richiama invece al grave rischio, quale che sia il posto che ci compete, di non riuscire a trovare il modo giusto di esercitare il diritto di parola (ipse loquendi ordo confunditur) così che chi si sente responsabile non possiede una humilis auctoritas, e chi si ritrova a dover ubbidire non da spazio alla critica esercitata con libera humilitas. Quest'ultimo, poi, spesso non si rende affatto conto della gravità del peccato che commete stando zitto. Una saggezza davvero straordinaria e profondamente cristiana!

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    "Percepii in visione la gloria del Signore" (Ez 1, 28).

    "Tutto ciò che succede meravigliosamente in terra per intervento divino è gloria di Dio onnipotente (omne quod in terra mirum divinitus agitur gloria omnipotentis Dei est) e in tutti i fatti si vede la gloria di lui (et eius gloria in omnibus factis videtur)...Ma, altra è la gloria di Dio manifestata dalle azioni che egli compie, altra è la gloria presente in lui stesso (aliter est gloria eius in rebus factis atque aliter in semetipso). Si può vedere la gloria di lui presente nelle cose, non si può vedere invece, se non per similitudine, la gloria che egli ha in se stesso,  (haec ergo gloria quae in rebus est videri potest, illa vero quae in ipso est videri modo nisi per similitudinem non potest)".

    (Omelie su Ezechiele, I, VIII, 31. Città Nuova Editrice, Roma 1992, pp. 163-165).
    Un richiamo molto deciso alla natura trascendente di Dio! Queste cose le avevano insegnate soprattutto i Padri Cappadoci del IV secolo.


    "Dio è chiamato fuoco (Ignis enim Deus dicitur), perché con le fiamme del suo amore incendia i cuori (quia flammis amoris sui incendit mentes)...I cuori dei giusti ardono già su questa terra, perché incendiati da questo fuoco (Ex hoc igne succensa, ardent in terra corda iustorum). I cuori dei peccatori si convertono perché, accesi da questo stesso fuoco,trasformano il timore in amore (Hoc igne calefacta, redeunt ad paenitentiam corda peccantium quae timorem in amorem vertunt). E così chi prima provava l'angoscia del timore si sente incendiato, dopo, dall'amore. (Nam qui prius tabescere metu coeperunt, postmodum igne amoris flagrant)".
     
    (Omelie su Ezechiele, I, VIII, 28. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 261).


    "(Santi, dottori e profeti) si facciano umili in ciò che apprendono quando fissano lo sguardo sulle incompresnibli realtà superne (humilientur in eo quod apprehendunt cum superna conspiciunt quae ab eis comprehendi non possunt)...Meditare le profondità dell'occulto giudizio di Dio non è altro che abbassare le ali (occulti iudicii profunda cogitare, quid est aliud quam alas deponere?)...Giobbe, che tanto sapientemente aveva parlato agli uomini, ascoltando Dio che gli parlava, rimproverò a se stesso di aver parlato (qui quantum ad homines sapienter locutus fuerat, loquentem sibi Deum audiens se locutum fuisse reprehendit), perché nella contemplazione della vera sapienza, la sua gli apparve una ben piccola cosa (quia in contemplatione verae sapientiae sua ei sapientia viluit)...E restiamo con le ali abbassate anche noi, che credevamo di volare grazie a un pocherello di scienza, considerando che l'invisibile essenza di Dio e i suoi giudizi sono impenetrabili (et qui in quantulacumque scientia volare credebamur, invisibilem super nos naturam et impenetrabilia eius iudicia perpendentes, submissis alis humiliter stamus)".
     
    (Omelie su Ezechiele, I, VIII, 17.18.19. Città Nuova Editrice, Roma 1992, pp.249-251).



    "Quando la mente dei santi considera con intensa contemplazione la potenza del loro Creatore, al loro animo appaiono poca cosa le virtù che possiedono (Sanctorum mentes cum Creatoris sui potentiam intenta contemplatione considerant, vilescunt eorum animo virtutes quas habent), e tanto più diventano umili ai loro occhi quanto più è alto per essi ciò che risuona al di sopra degli angeli. Forse sono dottori, ma quando cominciano a meditare nel silenzio dello spirito l'ineffabile sapienza di Dio, che insegna alle menti umane senza strepito di parole (cum coeperint tacita mente cogitare quae sit ineffabilis Dei sapientia, quae mentes hominum sine strepitu verborum docet)...il loro insegnamento sembra girare a vuoto  e la loro dottrina si riduce a ben poca cosa (vox docentium vacue laborat, sua eius doctrina protinus vilescit)...Forse sono profeti, ma quando in silenzio considerano che con l'occhio della loro profezia non possono penetrare insieme tutti i misteri della divinità (prophetiae suae oculo simul omnia Divinitatis mysteria penetrare non possunt)...si accorgono che è davvero ben poco ciò che essi vedono in quella immensità di segreti (in illa immensitate secretorum vident quia parum est omne quod vident) e, in base alla stessa immensa altezza della luce, considerano quanto sia limitato ciò che guardando intensamente hanno visto come attraverso delle fessure (atque ex ipsa immensa altitudine luminis considerant quam minus sit illud quod intento oculo quasi per rimas viderunt)".

    (Omelie su Ezechiele, I, VIII, 17. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p.249).

    Bellissimo! Videnti Creatorem angusta est omnis creatura, spiegherà Gregorio a proposito della famosa visione del mondo riassunto in un globo di luce avuta da Benedetto da Norcia.





    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
    Maestro dell’Ordine)
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    Caterina63
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    Gender: Female
    00 8/1/2014 10:13 PM




       "Ci dedichiamo ogni giorno ad una serie di occupazioni terrene, dopo le quali ci mettiamo a pregare (Multa terrena cotidie agimus, post haec ad orationem redimus). Allora lo spirito desidera la compunzione del cuore (Accenditur ad compunctionem animus), ma il ricordo delle cose compiute in precedenza continua a occupare la mente (earum rerum quas egimus imagines versantur in mente) così da impedire l'intensità della compunzione (et intentionem compunctionis praepediunt). E ciò che abbiamo compiuto volentieri al di fuori diviene adesso sofferenza non voluta al di dentro di noi stessi (et quod volentes foris egimus, hoc interius patimur inviti). La fantasmagoria dei pensieri distrae la mente con immagini corporee e così viene impedito il giusto raccoglimento e la completa concentrazione nella preghiera (ne stricte totam in oratione se colligat). Ecco, anche in questo caso si tratta di voce della carne (Haec quoque vox carnis est)". 
     
    (Omelie su Ezechiele, I, VIII, 13. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 247).



    "Come l'udito fisico viene messo in movimento dal suono della voce, così il senso spirituale viene sollecitato dalla comprensione che si determina nell'interiorità (sicut auditus corporis excitatur voce, ita sensus mentis excitatur intellectu qui de interioribus agitur). C'è quindi nell'anima una voce che assomiglia ad una vibrazione dell'intelligenza (Vox ergo est in mente quasi quidam sonus intellegentiae). Bisogna sapere allora che ai nostri sensi parla qualche volta la voce della carne e qualche volta la voce dello spirito (sed sciendum est quia nostris sensibus aliquando vox carnis loquitur, alquando vox animae)...Chiunque, per esempio, pensa che sia ragionevole il metodo del colpo su colpo e risponde al male col male, dimostra di aderire con il suo spirito alla voce della carne (qui ex humana ratione cogitat ut vicem laesioni reddat, malum pro malo retribuat, huic vox carnis loquitur in mente)". 
     
    (Omelie su Ezechiele, I, VIII, 12-13. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 245).


    "Quanto valga la virtù della concordia lo dimostra il fatto che, senza di essa, tutte le altre virtù non valgono assolutamente nulla (Quanta autem sit concordiae virtus ostenditur cum, sine illa, virtutes reliquae virtutes non esse monstrantur)...Chiunque dunque cerca di possedere il sale della sapienza, faccia tutto il possibile di non allontanarsi mai dalla pace, frutto di concordia (quisquis habere sal sapientiae studet, curet necesse est quatenus a pace concordiae numquam recedat)".
     
    (Omelie su Ezechiele, I, VIII, 8. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p.243).



    "E' assoluamente necessario che ci troviamo sempre ben uniti e compatti mediante la carità e mai divisi dalla discordia (summopere necesse est ut per caritatem semper uniti atque conscripti et nunquam interrupti per discordiam inveniamur), perché qualunque siano le nostre opere buone, se manca la carità a causa del male della discordia, si apre il fianco da cui il nemico può entrare per colpirci. Il nostro nemico non teme la nostra castità...non teme l'astinenza...non teme la distribuzione dei beni terreni...teme invece molto in noi la vera carità, cioè l'amore umile che ci dimostriamo a vicenda, ed ha molta invidia della nostra concordia (antiquus inimicus... valde in nobis caritatem veram, id est amorem humilem quem nobis vicissim impendimus timet, et nimis concordiae nostrae invidet); quella concordia che noi possediamo in terra e che lui non ha saputo conservare in cielo". 
     
    (Omelie su Ezechiele, I, VIII, 6-7. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p.241).



    "Io udivo il rombo delle ali, simile al rumore di grandi acque" (Ez 1, 24).

    "Maria Maddalena, dopo essersi macchiata di molte colpe, si recò ai piedi del nostro Redentore  piangendo; ma chi la inondò di lacrime dentro, se non Colui che benigno l'accolse fuori? (quis illam infundit intus, nisi qui benigne suscepit foris?) Chi ha provocato in lei il pianto per spirito di compunzione (per compunctionis spiritum) se non Colui che esteriormente l'accolse con il perdono di fronte ai commensali? Il nostro Redentore ha toccato l'animo della peccatrice suscitando in lei la compunzione per la colpa,  (Redemptor igitur noster peccatricis mulieris mentem extrahebat cum de culpa compungeret) e l'ha accolta proprio per  liberarla  dalla colpa. Perciò è detto bene dal profeta che il fremito delle ali è simile alla voce di Dio altissimo, perché ogni azione virtuosa è grazia di Colui che elargisce i meriti (quia quidquid in virutibus agitur, eius est gratiae qui merita largitur)". 
     
    (Omelie su Ezechiele, I, VIII, 2. Città Nuova Edtrice, Roma 1992, p. 237).



    Il giusto diviene tale quando comincia ad accusare se stesso(Pr 18,17). 

    Ogni peccatore che prorompe in lacrime si trasforma in giusto perché comincia ad accusare se stesso (quilibet peccator conversus in fletibus iam iustus esse inchoat cum coeperit accusare quod fecerit). Come potrebbe infatti non essere giusto chi ormai infierisce piangendo contro la sua stessa ingiustizia? (Cur enim iustus non sit qui contra suam iniustitiam iam per lacrimas saevit?)".

    (Omelie su Ezechiele I, VII, 24. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p.233).


    "Sotto il firmamento erano distese le loro ali, l'una verso l'altra" (Ez 1, 23).

    "Accade spesso che chi è troppo assorbito dagli interessi materiali non attenda come dovrebbe all'impegno della preghiera (Fit autem saepe ut qui terrena substantia nimis occupatur, orationi non quantum debet invigilet). E spesso accade che chi attende alla preghiera, libero da tutti i pesi del mondo, non ha di che vivere (et fit plerunque ut is qui ad exorandum Dominum, cunctis mundi oneribus exutus, vacat, sustentationem vivendi non habeat) ...ora le ali degli esseri viventi, distese, si protendono l'una verso l'altra (pennae animalium rectae alterius ad alterum tenduntur). Infatti, mentre quello mi offre la parola della predicazione e con la luce della verità scaccia dal mio cuore le tenebre dell'ignoranza, e mentre io a lui, che forse è oppresso da qualche potente di questo mondo, procuro l'appoggio della mia difesa e lo sottraggo alle mani del violento, allora ci tendiamo vicendevolmente le nostre ali, per toccarci nel bene che abbiamo ricevuto con l'affetto e l'aiuto reciproco (vicissim nobis pennas nostras tendimus, ut nos affectu et ope vicaria ex bono quod accepimus tangamus)...le nostre ali sono distese quando indirizziamo ciò che abbiamo verso l'utilità del prossimo. Infatti i nostri beni non provengono da noi (bona nostra non a nobis sunt), ma da colui al quale dobbiamo la nostra stessa esistenza. Se ci rendiamo conto che ci sono stati dati dal nostro Creatore per l'utilità comune, come possiamo fruirne come se fossero proprietà privata? (tanto ea nobis non debemus retinere privata, quanto ea nobis conspicimus ab Auctore nostro ad communem utilitatem data)". 
     
    (Omelie su Ezechiele, I, VII, 21. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 231).
    E Gregorio non si limitava a dirle sotanto queste verità, ma le metteva coerentemente in pratica!


    "Può forse una lucerna  irrorare la luce se non è luce essa stessa? La luce creata non può illuminare nulla e nessuno se, a sua volta, non viene illuminata dalla luce increata (lumen creatum nobis non lucet, nisi illuminetur a lumine non creato). Il Signore Dio Onnipotente ha creato perciò le parole dei due santi Testamenti, rivelandone egli stesso il senso, per garantire la  nostra salvezza (ergo omnipotens Deus ad salutem nostram sanctorum Testamentorum dicta et ipse creavit). Infatti questa nostra Sacra Scrittura è divenuta la luce che rischiara il sentiero del nostro cammino nella vita presente (Haec nobis Scriptura in tenebris vitae praesentis facta est lumen itineris)".
     
    (Omelie su Ezechiele, I, VII, 17. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 225).
    Un modo "troppo" gregoriano di risolvere il problema costante del rapporto tra natura e grazia, tra storia e spirito, tra ragione e fede? Non ha forse egli ragione, e non è forse una regola valida in ogni tempo, intramontabile?



    "Quando essi (gli esseri viventi) si muovevano, anch'esse (le ruote) si muovevano; quando essi si fermavano anch'esse si fermavano, e quando essi sia alzavano da terra, anch'esse ugualmente si alzavano, perché nelle ruote vi era lo spirito degli esseri viventi" (Ez 1, 21).
     
    "Con gli esseri viventi che si alzano anche le ruote ugualmente si alzano, perché nella misura in cui uno progredisce verso l'alto anche gli oracoli divini gli parlano di cose più elevate (quia in quantum quisque ad alta profecerit, in tantum ei et sacra eloquia de altioribus loquuntur). Gli esseri viventi, dunque, avanzano per l'utilità del prossimo; si fermano nella custodia della fermezza personale; si innalzano verso la contemplazione di Dio (Vadunt ergo animalia ad utilitatem proximi; stant ad custodiam sui; elevantur ad contemplationem Dei)".
     
    (Omelie su Ezechiele, I, VII, 15. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p.223).
    Straordinaria questa <condescendentia > rispettosa del testo biblico che sembra quasi mettersi generosamente a servizio dell'<utilitas> che può ricavarne il lettore, standogli accanto in ciascuno dei gradini su cui si trova!


    "Poiché le parole della Sacra Scrittura crescono con lo spirito dei lettori (Quia igitur dicta sacri eloquii cum legentium spiritu excrescunt), giustamente si dice: <Dovunque lo spirito andava, ivi, dietro lo spirito, si levavano ugualemente anche le ruote, seguendolo, perché lo spirito della vita era nelle ruote>" (Ez1,20). Lo spirito della vita è nelle ruote, perché col dono dello Spirito, attraverso la parola di Dio, noi riceviamo la vita liberandoci  dalle opere che procurano la morte (per sacra eloquia dono spiritus vivificamur ut mortifera a nobis opera repellamus). Si può intendere che lo spirito si muove, quando in diversi modi e gradi Dio tocca l'animo (spiritus vadit, cum legentis animum diversis modis et ordinibus tangit Deus) del lettore spingendolo, per esempio, ad un rigoroso tenore di vita (ultionem), suscitandone lo zelo per mezzo delle parole della Sacra Scrittura (per verba sacri eloquii), rendendolo mite con la pazienza, istruendolo per la predicazione e portandolo alla compunzione (ad paenitentiae lamenta compungit)".
     
    (Omelie su Ezechiele, I, VII, 10.11. Città Nuova Editrice, Roma 1992, pp. 219-221).
    Sembra chiaro che, per Gregorio, i progressi della vita spirituale sono scanditi dallo Spirito di Dio che <tocca>  (tangit) l'animo del lettore biblico in diversi modi e a diversi livelli (diversis modis et ordinibus) fino a produrre quel dispiacere particolare dell'animo (paenitentia) che sfocia nella compunzione (compungit). E dunque ogni tappa della vita spirituale è compiuta grazie alle parole della Sacra Scrittura (per verba/dicta sacri eloquii).


    "Mosè, essendo stato chiamato dal roveto ardente, si fece più vicino per vedere la visione, ed ecco che il roveto ardeva e non si consumava. Un grande prodigio! Se in esso cerchi soltanto la storia, l'animo di chi legge ha di che nutrirsi (Si solam in eo historiam requiras, est unde legentis nutriatur animus), osservando che il fuoco brucia il legno, senza consumarlo. Se poi cerchi il senso tipico, che cos'è la fiamma se non la Legge(Si typicam intellegentiam quaeras, quid flamma nisi legem), della quale è scritto: Nella sua destra la Legge infuocata? (Dt 33,2)....Forse qualcun'altro desidera contemplare in questo fatto qualcosa di più per mezzo del tipo (Fortasse in hoc facto alius maiora per typum contemplari desiderat). Allora poiché la sensibilità del lettore aumenta, si innalzano anche le ruote (Huius quia sensus excrescit, elevantur pariter et rotae)...Forse qualcuno cerca, attraverso il senso storico, il senso morale e, mediante la comprensione dell'allegoria, la contemplazione (Alius fortasse per historiam, moralitatem, atque per allegoriae intellegentiam contemplationem requirit). Il senso storico non può lasciare alcun dubbio nel lettore, ma se si cerca il senso morale, la ruota si mette in movimento, mentre  l'affermazione del testo sacro viene condotta verso una interpretazione morale (Patet cunctis iuxta historiam hoc quod in lege scriptum est...sed si haec intelligere moraliter requiras, agitatur rota dum ad moralem intelligentiam ducitur sacri verbi sententia)".  

    (Omelie su Ezechiele, I, VII,10. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 217-219).
    Si notino questi vocaboli accostati alla lettura e alla comprensione del testo biblico:  historia / typica /moralitas, moralis, moraliter /contemplatio e le espressioni: in hoc facto / sacri verbi sententia / iuxta historiam / per allegoriae intelligentiam/ intelligere moraliter - ad moralem intelligentiam. Si tratta di un vocabolario onnipresente nell'ermeneutica biblica di Gregorio Magno che non si può affatto ignorare per una comprensione appropriata del suo pensiero.


    "Dovunque andava lo spirito, ivi, dietro lo spirito, si levavano anche le ruote, seguendolo" (Ez 1,20).

    "Dove tende lo spirito, là si innalzano anche gli oracoli divini (Quo spiritus legentis tendit, illuc et divina eloquia levantur), perché se in essi cerchi di vedere e di sentire qualcosa di elevato, questi medesimi sacri oracoli crescono con te, salgono in alto con te (quia si in eis altum quid videndo et sentiendo quaesieris, haec eadem sacra eloquia tecum crescunt, tecum in altiora ascendunt)...Le ruote seguono lo spirito, perché le parole della sacra Scrittura, diventano più comprensibili secondo la disposizione di spirito del lettore (Rotae nim spiritum sequuntur, quia verba sacri eloquii iuxta sensum legentium per intellectum crescunt). In una medesima frase della Scrittura, infatti, uno si si pasce unicamente della storia, un altro cerca il senso tipico, un altro, attraverso questo, cerca il senso contemplativo (In una enim eademque Scripturae sententia alius sola historia pascitur, alius typicam, alius vero intellegentiam per typum contemplativam quaerit)" .
     
    (Omelie su Ezechiele, I, VII,9.10. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p.217).


    "Se l'essere vivente si muove... e facendo un passo nel suo cuore scopre come muoversi per operare il bene (per gressum cordis inveniat quemadmodum gressum boni operis ponat), allora si muovono contemporaneamente anche le ruote, perché nell'oracolo divino troverai tanto maggior profitto quanto maggiore è il progresso che tu avrai realizzato confrontandoti con lui (quia tanto in sacro eloquio provectum invenis, quantum apud illud ipse profeceris)".
     
    (Omelie su Ezechiele, I, VII, 8. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 215).
    Insomma per Gregorio Magno resta estremamente importante la chiave ermeneutica forrnita dal <gressus cordis> che si esplicita nel <gressum boni operis> per capire nella maggiore profondità possibile un testo biblico. Non basta dunque solo la <techne>, per comprendere il testo, ma occorre anche un coinvolgimento concreto della sfera morale.


    "Gli oracoli divini crescono insieme con chi li legge (divina eloquia cum legente crescunt); infatti uno li comprende tanto più profondamente quanto più profondamente aderisce ad essi.(nam tanto illa quisque altius intellegit, quanto in eis altius intendit). Per cui se gli esseri viventi non si alzano da terra, nemmeno le ruote si alzano (Unde nec elevantur rotae, si non elevantur animalia), perché se l'animo dei lettori non progredisce verso l'alto, le parole divine, non comprese, rimangono come rasoterra (quia nisi legentium mentes in alta profecerint, divina dicta, velut in imis, non intellecta iacent)" 
     
    (Omelie su Ezechiele, I, VII, 8. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 215).
    E' un principio ermeneutico al quale Gregorio è molto affezionato. Ma già Agostino aveva sintetizzato una secolare tradizione ermeneutica ebraico-cristiana e greca (si pensi alla syngeneia di Platone) nel famosissimo assioma: <crede un intellegas>. Il testo di Gregorio sembra  però insinuare una autentica crescita vivificante della verità contenuta nel testo grazie ad una sorta di azione creativa riconosciuta a chi fa suo il più intensamente possibile il testo stesso.


    "Quando quegli esseri viventi si muovevavno, anche le ruote si muovevano accanto a loro e, quando gli esseri si alzavano da terra, anche le ruote si alzavano" (Ez1,19).

     
    "Gli esseri viventi si muovono quando gli uomini santi capiscono, grazie alla Sacra Scrittura, come comportarsi dal punto di vista morale (Ambulant animalia cum sancti viri in Scriptura Sacra intellegunt quemadmodum moraliter vivant). Infatti gli esseri viventi si alzano da terra quando gli uomini santi si tengono sospesi nella contemplazione (Elevantur vero a terra animalia cum sancti viri se in contemplatione suspendunt). Questo perché nella misura in cui ciascun santo progredisce personalmente, in quella stessa misura anche la Sacra Scrittura progredisce dentro di lui (quia unusquisque sanctorum quanto ipse in Scriptura Sacra profecerit, tanto haec eadem Scriptura Sacra proficit apud ipsum)".

    (Omelie su Ezechiele, I, VII, 8. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p.215).
    Nel commento di questo versetto di Ezechiele Gregorio è particolarmente profondo e perciò dovremo centellinarlo, quasi parola per parola... Per adesso ci basti riflettere su questo misterioso parallelismo che egli stabilisce tra il distacco degli uomini santi dai legami con le cose della terra e il distaccco degli animali che si levano in volo. Infatti mentre sembra che la Scrittura parli degli animali visti in visione dal profeta essa parla in realtà degli "uomini elevati dalla contemplazione".


    "Il loro corpo era pieno di occhi tutt'intorno, e perfino le loro spalle erano piene di occhi" (cfr Ez 1,18).
     
    "Noi vediamo ciò che accade davanti ai nostri occhi, ma il nostro dorso è visto solo da altri (Nos ea quae sunt ante faciem nostram videmus, dorsa autem nostra alius in nobis videt)...I santi si analizzano invece con cura anche su ciò per cui potrebbero essere giudicati dagli altri (sancti viri solerter se aspiciunt in quibus ab aliis iudicari possunt) e, siccome... non ignorano nemmeno ciò che poteva restare nascosto, sono dotati di occhi anche sul dorso (qui in se nec ea quae se latere poterant ignorant, lumen in dorso portant)".
     
    (Omelie su Ezechiele, I, VII, 7. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 215).



    "Non si deve mai scandalizzare il prossimo.
    Ma se è la verità che scandalizza
    è meglio accettare lo scandalo 
    che rinunziare alla verità".
     
    (Vitare proximorum scandalum debemus. 
    Si autem de veritate scandalum sumitur, 
    utilius permittitur nasci scandalum
     quam veritas relinquatur)".  
     
    Omelie su Ezechiele, I, VII,4. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 213)



    "Se la nostra intenzione è trasparente davanti a Lui
    Dio non giudicherà negativa la nostra azione" . 
     
    (Si nostra intentio apud Deum simpex fuerit,
     in eius iudicio nostra actio tenebrosa non erit)"
     
    (Omelie su Ezechiele, I, VII, 2. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 211).
    Naturalmente Gregorio non intende riferirsi alle azioni cattive, perverse di per se, viziose, dissociate dall'etica e dalla morale o dai Comandamenti, qui il grande Padre della Chiesa intende riferirsi a quelle azioni che sono i modi attraverso i quali si vuole aiutare il prossimo, ma alla fine si finisce per fare qualche danno o qualche pasticcio. Gregorio intende sottolineare che Dio conosce a fondo le intenzioni del cuore, Egli sa quanto certe azioni siano davvero trasperenti, ossia, senza vizio di peccato. In tal senso Egli non giudicherà in negativo l'azione, seppur dannosa.


    "Ampia è la carità, perché comprende anche l'amore per i nemici (Lata quippe est caritas, quia et inimicorum dilectionem capit), e con quella carità con cui Dio onnipotente largamente ci ama, anche con longanimità ci sopporta (et per eam caritatem qua nos Deus Omnipotens late diligit, etiam longanimiter portat). Perciò noi dobbiamo mostrare verso il prossimo quel medesimo amore che il Creatore mostra verso di noi che non ne siamo degni  (Hoc ergo nos exhibere proximis, quod indignis nobis a Creatore nostro conspicimus exhibere)".
     
    (Omelie su Ezechiele I, VI, 19. Città Nuova editrice, Roma 1992, p. 205).



    "Dove si dirigono le Parole di Dio 
    se non verso i cuori degli uomini? 
     
    (Quo alibi divina eloquia
     nisi ad corda hominum vadunt?)".

    (Omelie su Ezechiele, I, VI, 16. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 199).



    "...ruota in mezzo a un' altra ruota... "(Ez 1, 16).

    "La ruota era in mezzo a un'altra ruota, come il Nuovo Testamento dentro l'Antico (Testamentun Novum intra Testamentum Vetus), perché il Nuovo Testamento ha fatto vedere ciò che l'Antico Testamento annunziava (quia quod designavit Testamentum Vetus, hoc Testamentum Novum exhibuit). Un esempio: che cosa significa il fatto che Eva viene fuori da Adamo immerso nel sonno (quid est quod Adam dormiente Eva producitur), se non che la Chiesa viene formata dal Cristo che  muore ? (nisi quod moriente Christo Ecclesia formatur?). 
     
    (Omelie su Ezechiele, I, VI, 15. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p.197).

      queste tre vanno insieme:


    "Mentre osservavo gli esseri viventi, apparve una ruota sopra la terra" (Ez 1,15)
     
    "Che significa la ruota se non la Sacra Scrittura (Quid autem rota, nisi Sacram Scripturam signat)?... Essa gira tutto attorno perché procede diritta e umile in mezzo alle prosperità e alle avversità (ex omni autem parte volvitur, quia inter adversa et prospera et recte et humiliter incedit). Il movimento circolare dei suoi precetti va in su e in giù (circulus quippe praeceptorum illius modo rursum, modo deorsum est), perché le cose dette ai più maturi in senso spirituale, si adattano in senso letterale ai deboli (quae perfectoribus spiritaliter dicuntur, infirmis iuxta litteram congruunt) e quelle stesse cose che i piccoli comprendono fermandosi al significato letterale del testo, elevano i grandi uomini colti col loro contenuto spirituale (et ipsa quae parvuli iuxta litteram intellegunt, docti viri per spiritalem intelligentiam in altum ducunt)". 
     
    (Omelie su Ezechiele, I, VI,2. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p.185).
    Considerare la ruota una metafora della Sacra Scrittura può apparire una sortita eccessivamente peregrina. Invito però, nonostante tutto, a continuare a dare fiducia all'intelligenza di Gregorio. Vedremo che ci stupirà per la genialità con cui, utilizzando questa metafora, aprirà il lettore ad intuizioni davvero straordinarie sulla natura del progetto misterioso di Dio che si realizza manifestandosi progressivamente nella storia umana.



    "Et aspectus rotarum, et opus earum quasi visio maris//L'aspetto delle ruote e la loro struttura erano come lo spettacolo del mare" (Cfr Ez, 1,16).
     
    "A ragione si dice che le parole di Dio (sacra eloquia) sono come lo spettacolo del mare, perché contengono una grande abbondandanza di significati (quia in eis sunt magna volumina sententiarum, cumuli sensuum)...Chi attraversa il mare si affida al legno (navibus in mare navigamus)...E noi sappiamo che che la Sacra Scrittura ci preannunzia, per mezzo della legge, il legno della croce (Et scimus quia Scriptura Sacra lignum crucis per legem nobis praenuntiat)... quando proclama la passione del Signore predetta dai profeti (ubi ipsa Domini passio quae prophetata est declaratur). Essa poi annunzia la croce, perché mediante il legno ci porta nella terra dei viventi (crucem annuntiat, quia nos ad terram viventium ligno portat)"

    (Omelie su Ezechiele I, VI, 13. Città Nuova Editrice, Roma 1992, pp. 195-197).


    "La storia evangelica che riferisce il miracolo compiuto dal Signore, quando ordinò di riempire di acqua i recpienti vuoti e poi cambiò l'acqua in vino (cfr Gv 2,1-11), è di per sé capace di soddisfare qualsiasi anima semplice (quem non parvulorum ipsa evangelica historia in miraculi operatione reficiat?).... Ma quanti ascoltano queste cose con animo più attento, venerano la storia sacra da credenti, cercano di conoscere che cosa il testo insinui in profondità (sed cum haec vigilantiores ingenio audiunt, et sacram historiam credendo venerantur, quid interius innuat requirunt)...Il Signore ordina di riempire i recipienti di acqua, perché i nostri cuori debbono prima essere riempiti con la lettura della storia sacra (impleri  hydrias aqua iubet, quia prius per sacrae lectionis historiam corda nostra replenda sunt). E cambia l'acqua in vino quando la storia  si trasforma per noi in intelligenza spirituale grazie al mistero dell'allegoria (et aquam nobis in vinum vertit, quando ipsa historia per allegoriae mysterium in spiritralem nobis intelligentiam commutatur). La ruota quasi si trascina per terra, perché col suo discorso umile si adegua ai semplici e tuttavia, rivelando cose spirituali ai più esigenti, è come se girasse verso l'alto, e si alzasse su proprio là dove poco prima sembrava che toccasse terra (Rota ergo quasi per terram trahitur, quia parvulis humili sermone concordat, et tamen magnis spiritalia infundens, quasi circulum in altum levat, et inde sursum erigitur, unde terram tangere paulo ante videbatur)".
     
    (Omelie su Ezechiele, I, VI,7. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 189).
     

    ****************************

    "E' di grande utilità l'oscurità stessa delle parole di Dio, perché esercita la mente costringendola ad aprirsi, e così comprenda ciò che non capirebbe rimanendo oziosa (Magnae vero utilitatis est ipsa obscuritas eloquiorum Dei, quia exercet sensum ut fatigatione dilatetur, et exercitatus capiat quod capere non posset otiosus). E c'è un'altra cosa ancor più importante. Se la sacra Scrittura fosse compresa in ciascun passo sarebbe meno apprezzata; quando invece si scopre il significato di qualche passo più oscuro, la dolcezza che ristora l'animo, per tale scoperta, è tanto maggiore quanto maggiore è stata la fatica della ricerca (tanto maiore dulcedine inventa reficit, quanto maiore labore fatigat animum quaesita)".
     
    (Omelie su Ezechiele, I,VI, 1. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p.185).


    "I santi rimarrebbero ben presto come fiumi in secca se con l'intenzione del cuore non ritornassero sempre con sollecitudine al luogo da cui sono partiti uscendo (citius siccarentur, nisi per intentionem cordis semper sollicite ad locum de quo exeunt redirent). Se infatti non rientrano nel cuore (Si enim introrsus ad cor non redeant) e non si legano con i vincoli dei buoni desideri all'amore di Dio, anche la loro  mano  cessa di compiere cose meravigliose e inaridisce sulla bocca la Parola di Dio  (et manus ab eo quod agebat deficit, et lingua ab eo quod loquebatur arescit). Ma l'amore li fa ritornare sempre nell'interiorità (Sed intus semper per amorem redeunt), e ciò che trasmettono operando e parlando in pubblico, lo attingono nel loro intimo dalla sorgente dell'amore (in secreto sui de fonte amoris hauriunt). Amando imparano ciò che insegnando comunicano (Amando enim discunt quod docendo proferunt)".
     
    (Omelie su Ezechiele, I, V, 16. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p.183).



    "Gli esseri viventi andavano e venivano come un baleno" (Ez 1,14)

    "La mente non è capace di rimanere a lungo nella contemplazione (diu mens stare in contemplatione non valet). Infatti l'uomo vede... quasi furtivamente e di passaggio (quasi furtim hoc et per transitum videt) così che, respinto da tanta grandezza, ricade in se stesso (ab immensitate celsitudinis animus repulsus in semetipso relabitur). E' necessario allora che ritorni alla vita attiva (et necesse est ut ad activam redeat)... non tirandosi  indietro di fronte a nessuna buona azione che può compiere. Accade però che, aiutato dalle sue stesse azioni, si elevi di nuovo alla contemplazione e riceva il nutrimento dell'amore dal pascolo della verità contemplata (Sicque fit ut rursus in contemplationem surgat et amoris pastum de pabulo contemplatae veritatis accipiat), ma poi, siccome non può trattenervisi a lungo, ritorna alle opere buone, pascendosi del ricordo della soavità di Dio (suavitatis Dei memoria pascitur). Così succede che quando è fuori si pasce con le buone azioni e quando è dentro con i desideri santi (et foris piis actibus, intus vero sanctis desideriis nutritur)".  
     
    Omelie su Ezechiele, I, V, 12, Città Nuova Editrice, Roma 1992, pp.177-179.


    "Chi vive bene nel nascondimento, ma non aiuta gli altri a progredire nel bene è brace (qui in occulto bene vivit, sed alieno profectui minime proficit, carbo est). Chi invece è chiamato ad imitare i santi è torcia, perché fa irradiare da sé la luce della retta via a beneficio di molti (qui vero in imitatione sanctitatis positus, lumen ex se rectitudinis multis demonstrat, lampas est). Infatti arde per sé e illumina gli altri (quia et sibi ardet, et aliis lucet)...Ma se gli esseri viventi non ricevessero calore dal fuoco della verità, non potrebbero ardere né come braci né come torce (nisi ab igne veritatis illa animalia calorem susciperent, ipsa in carbonum atque lampadarum similitudinem non arderent). Il fuoco infatti indica abitualmente lo Spirito Santo (Ignis enim nomine Sanctus Spiritus significare solet)".
     
    (Omelie su Ezechiele, I, V, 7. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 173).
     
     
    Si delinea già la preferenza di Gregorio Magno per ciò che egli chiamerà, alla scuola di Agostino, <gemina caritas> o <perfecta caritas> quia et sibi ardet, et aliis lucet!






    [Edited by Caterina63 8/2/2014 10:39 AM]
    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
    Maestro dell’Ordine)
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    Caterina63
    Post: 39,847
    Gender: Female
    00 8/1/2014 10:43 PM


       "Chi tocca carboni ardenti si accende (Quisquis carbonem tangit, incenditur) e chi viene a contatto di un santo (qui sancto viro adhaeret), lo frequenta, lo sente parlare e vede e osserva il suo modo di vivere, riceve il dono di accendersi anche lui di amore per la verità (exemplo operis accipit ut accendatur in amorem veritatis) così che, messe in fuga le tenebre dei propri peccati, venga attratto dal desiderio della luce e cominci a bruciare anche lui di vero amore (in desiderio lucis exardescat, et iam per verum amorem ardeat)".
     
     
     (Omelie su Ezechiele, I, V, 6. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 173).


    "Sono più gravi le colpe che rivestono l'apparenza di virtù (graviores culpae sunt quae superducta specie virtutes imitantur). Infatti quelle apertamente riconoscibili gettano l'animo nella confusione e lo inducono al pentimento, mentre queste, non solo non lo umiliano nel pentimento, ma quando sono considerate virtù, rendono per giunta orgoglioso chi le compie (istae vero non solum in paenitentia non humiliant, sed etiam mentem operantis elevant dum virtutes putantur)".
     
    (Omelie su Ezechiele, I, V, 4. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p.171).



    "Nel discorso che vi ho rivolto l'altro ieri, fratelli carissimi, vi ho detto come gli esseri viventi a noi mostrati (nella profezia di Ezechiele) simboleggino sia il nostro Redentore, sia i quattro evangelisti, sia tutti i perfetti (nudiustertius facta est qualiter ostensa animalia vel Redemptorem nostrum, vel quatuor eius evangelistas atque perfectos omnes significent dictum est). La potenza di questi esseri viventi si manifesta in maniera ancor più evidente nel fatto che noi, deboli e insignificanti, possiamo tendere ad imitarli, nonostante i nostri limiti, con l'aiuto del Signore (ut ad eorum imitationem nos quoque, infirmi et despicabiles, in quantum Domino largiente possumus, extendamur)".
     
    (Omelie su Ezechiele I, V, 1. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 169).
     
    "Andavano dove l'impeto dello spirito li dirigeva" (Ez 1,12).
     
    "E' necessario che consideriamo con grande attenzione, in tutto ciò che facciamo, quale impulso ci guidi, cioè se il nostro pensiero è spinto dall'impulso della carne oppure dall'impulso dello spirito (necesse est ut magna semper cura considerare debeamus in omne quod agimus quis nos impetus ducat). Amare le cose della terra, preferire le cose temporali a quelle eterne, bramare il piacere, possedere beni esteriori più del necessario, cercare di vendicarsi del nemico, godere della caduta dell'avversario, è impulso della carne (impetus carnis). Invece amare le cose del cielo, relativizzare quelle della terra, ricercare le cose che passano non per il gusto del piacere ma per l'uso necessario, affliggersi per la morte del nemico, è impulso dello spirito (impetus spiritus)".
     
    (Omelie su Ezechiele I, V, 2. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 169).
    Leggere, spiegare, ruminare, imitare. Sono verbi che fanno parte dell'ermeneutica propria di Gregorio Magno. E dovremo tenerli presenti anche per ciascuno dei passaggi della sua interpretazione simbolica del testo, come spiega lui stesso a proposito dei quattro animali della visione di Ezechiele.


    "Mirabile profondità della parola di Dio (O quam mira est profunditas eloquiorum Dei).! Ci è consentito di rivolgere ad essa la nostra attenzione e, guidati dalla grazia, penetrare nella sua intimità (Libet huic intendere, libet eius intima, gratia duce, penetrare). Ogni volta che la meditiamo, cercando di comprenderla (quoties intellegendo discutimus), è come se ci addentrassimo nell'oscurità di una selva (silvarum opacitatem ingredimur), per trovare refrigerio contro gli ardori di questo mondo. Leggendola, cogliamo in essa l'erba fresca dei pensieri, spiegandola andiamo ruminandola (Ibique viridissimas sententiarum herbas legendo carpimus, tractando ruminamus)".
     
     
     (Omelie su Ezechiele, I, V, 1. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p.169).



    Ciascuno andava diritto davanti a sé e andavano là dove il loro spirito li sospingeva" (Ez 1, 12)
     
    "Camminare davanti a sé è andare avanti, mentre camminare presenti a se stessi è camminare non rimanendo assenti a se stessi (Ante faciem quippe ambulare est anteriora petere; in praesenti vero ambulare est sibimetipsi absentem non esse). Ogni giusto, infatti, che è sollecito della propria vita e diligentemente valuta il suo progresso quotidiano nel bene, o il suo eventuale regresso, cammina alla propria presenza (coram se ambulat)...Chi invece trascura di vigilare sulla propria vita... non cammina alla propria presenza (coram se iste non ambulat), perché ignora se stesso, nei suoi costumi e nelle sue azioni (quia qualis sit in suis moribus vel in actibus, ignorat). Né è presente a se stesso colui che non è sollecito di scoprire e conoscere se stesso ogni giorno. (Nec sibimetipsi praesens est qui semetipsum cotidie exquirere atque cognoscere sollicitus non est)" 
     
    (Omelie su Ezechiele, I, IV, 8. Città Nuova Editrice, Roma 1992, pp.163-165).



    "Ciascuno aveva due ali che si congiungevano e due che coprivano il corpo" (Ez 1,11).
     
    "Quattro sono le virtù che elevano dalle azioni terrene ogni essere vivente alato,  (quatuor esse virtutes invenimus quae a terrenis actibus omne pennatum animal levant) e cioè l'amore e la speranza delle cose future, il timore e la penitenza delle cose passate (in futuris videlicet amor et spes de praeteritis autem timor et paenitentia)...Giustamente si dice che che sono congiunte, perché gli eletti senza dubbio amano le cose che sperano, e sperano ciò che amano. Due ali coprono il corpo, perché il timore e la penitenza nascondono agli occhi di Dio onnipotente le loro colpe passate (duae vero corpora contegunt, quia timor et poeni/tentia ab omnipotentis Dei oculis eorum mala praeterita abscondunt). Due ali invece si congiungono verso l'alto, quando l'amore e la speranza elevano in alto il cuore il cuore degli eletti e lo tengono sospeso verso il cielo (duae pennae iunguntur sursum, quando amor et spes electorum corda ad superiora elevant, ad caelestia suspendunt)".
     
    (Omelie su Ezechiele, I, IV, 5. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 161).

    I due atteggiamenti descritti da Gregorio, caratterizzati: il primo da amor et spese il secondo da timor et paenitentia corrispondono al tradizionale insegnamento gregoriano. Può essere opportuno però osservare che la prima volta il testo utilizza il vocabolo latino paenitentia - che provine dal me paenitet - traducibile in italiano con <mi dispiace> e perciò <mi pento>, mentre la seconda volta il testo latino (almeno quello riportato dall'edizione del Migne, utilizza il vocabolo latino poenitentia - con riferimento alla radice di poena - che sottolinea la sofferenza intesa come espiazione. Siamo già agli albori del medioevo? Oppure bisognerebbe studiare com maggiore acume critico la trasmissione dei manoscritti gregoriani?


    "Le loro ali erano protese verso l'alto" (Ez 1, 11).
     
    "Chi nella Scrittura contempla le cose di Dio allo scopo di utilizzare quel che capisce per delle discussioni (qui idcirco in sacro eloquio ea quae divinitatis sunt contemplatur ut per hoc quod intellegit occupari ad quaestiones possit), poiché non aspira a saziarsi della dolcezza insita nella felicità che offre il testo, ma pensa solo ad apparire dotto (quia non dulcedine quaesitate beatitudinis satiari appetit, sed doctus videri), costui non spiega al di sopra di sé le ali della sua intelligenza (iste nimirum intellectus sui pennas desuper non extendit)...Infatti chi per mezzo del bene che compie, aspira alla gloria terrena, spinge in basso le ali e il suo stesso volto (Qui enim per bona quae facit terrenam gloriam concupiscit, pennas suas et faciem deorsum deprimit)".
     
    (Omelie su Ezechiele, I,IV, 4. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 159).


    "I detti dei profeti, che erano come terreni aridi per i Giudei perché non vollero coltivarli cercandone il senso mistico (quia per intellectum mysticum excolere noluerunt), per noi si sono trasformati invece in pascoli ubertosi, perché ciò che il profeta diceva a livello storico ha acquisito un sapore spirituale al palato della nostra anima, grazie al dono di Dio (quia uxta historiam visionis dicta largiente Deo menti nostrae spiritualiter sapiunt). E così noi che eravamo stranieri ci nutriamo di quelle cose che non vollero mangiare coloro che possedevano il diritto di cittadinanza".
     
    (Omelie su Ezechiele, I, III, 19. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 153).



    "CHI BADA AL VENTO NON SEMINA MAI 
     
    E CHI OSSERVA LE NUBI NON MIETE 
     
     
    (QUI ATTENDIT VENTUM NON SEMINAT 
     
    ET QUI CONSIDERAT NUBES NUMQUAM METIT)".
     
    Omelie su Ezechiele I, III, 18. Città Nuova editrice 1992, p. 151.




    "e le loro ali erano unite l'una all'altra" (Ez 1,9).

    "Le loro ali sono unite l'una all'altra, perché ogni loro virtù, ogni sapienza, per cui i predicatori della parola superano tutti gli altri uomini col volo della loro contemplazione (quia omnis eorum virtus, omnis sapientia, qua ceteros homines contemplationis suae volatu trascendunt), li congiunge fra loro nella pace e nell'unanimità (vicissim sibi  in pace atque unanimitate coniungitur)...Le ali dell'uno sarebbero divise dalle ali dell'altro, se nel momento in cui ciascuno vola verso la sapienza, rifiutasse di essere in pace con l'altro (Penna autem alterius ab altero divisa esset, si in hoc quod unusquisque in sapientiam evolat, habere pacem cum altero recusaret)".

    (Omelie su Ezechiele, I, III, 15. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p.149).


        "Ognuno di noi perseveri nella forma di vita intrapresa (necesse est ut unusquisque nostrum in hoc quod incipit perseveret) e vi permanga fino al compimento dell'opera...Ma passa correttamente alla vita contemplativa (ille quippe bene ad contemplativam transit) colui che, durante la vita attiva, non ha mutato in senso deteriore il suo proposito (qui in activa vita intentionis suae vestem ad deteriora non mutaverit)". 
     
    (Omelie su Ezechiele, I, III, 11. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 145).
    E' impressionante scoprire in questa massima di Gregorio Magno una sorta di direttiva generale di cui sembra aver tenuto seriamente conto il nostro Papa emerito Benedetto XVI!.

    "Sotto le ali, ai quattri lati, avevano mani d'uomo" (Ez 1,8).

    "Che significa la mano se non la vita attiva? E che significano le ali se non la vita contemplativa? La mano dell'uomo è sotto le loro ali, come a dire che il valore dell'attività è legato al volo della contemplazione (virtus operis sub volatu contemplationis). Simboleggiano bene questo le due donne del Vangelo che sono Marta e Maria. Marta era tutta presa dai molto servizi; Maria invece, sedutasi ai piedi del Signore, ascoltava le sue parole(Lc 10, 40.39). Una attendeva all'azione, l'altra alla contemplazione (erat ergo una intenta operi, altera contemplationi). Una era impegnata nella vita attiva con un servizio esteriore (una activae serviebat per exterius ministerium), l'altra nella vita contemplativa con il cuore sospeso alla Parola (altera contemplativae per suspensionem cordis in verbum). Ora, quantiunque la vita attiva sia buona, tuttavia la vita contemplativa è migliore, perché la prima termina con questa vita mortale, la seconda, invece, raggiunge la sua pienezza nella vita immortale (Et quamvis activa bona sit, melior tamen est contemplativa, quia ista cum mortali vita deficit, illa vero in immortali vita plenius excrescit). Per cui è detto: Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta (Lc 10,42). Siccome la via attiva è inferiore, per dignità, a quella contemplativa (quia igitur activa minor est merito quam contemplativa), giustamente qui si dice: Sotto le ali avevano mani d'uomo (Ez 1,8). Infatti, quantunque per mezzo della vita attiva noi compiamo qualcosa di buono, tuttavia per mezzo della vita contemplativa voliamo con il desiderio verso il cielo (Nam etsi per activam boni aliquid agimus, ad caeleste tamen desiderium per contemplativam volamus)".
     
    (Omelie su Ezechiele, I, III, 9. Città Nuova Editrice, Roma 1992, pp.141-143).

    Ho anticipato a questo brano quello del  <post> precedente questo, perché intendevo lanciare anzitutto il messaggio di Gregorio e poi lasciar dare a lui stesso la spiegazione con l'accostamento, che a qualcuno può sembrare eccessivamente allegorico, tra Ez 1,8 e Lc 10, 39.40.42! 
    NB: Siamo negli anni dei <Due> Papi: uno attivo e l'altro contemplativo! Gregorio Magno avrebbe detto: FACTUM AUDIVIMUS MYSTERIUM INQUIRAMUS: cioè: siamo posti di fronte ad un evento della nostra storia contemporanea; ma qual è il mistero che  questo evento nasconde rivelandolo? La risposta non dovrebbe prescindere oggi, per noi, dal mistero del Natale del Signore, che  è poi sempre un aspetto dell'unico e ineffabile <mistero> della Pasqua!


    "In Mosé la vita attiva viene chiamata servizio, mentre quella contemplativa libertà (apud Moysen activa vita servitus, contemplativa libertas vocatur). E benché l'una e l'altra vita siano un dono della grazia, tuttavia, finché viviamo in mezzo al prossimo, una è necessaria e l'altra facoltativa (et cum utraeque vitae ex dono sint gratiae, quamdiu tamen inter proximos vivimus, una nobis in necessitate est, altera in voluntate). Chi infatti conoscendo Dio può entrare nel suo regno se prima non ha operato il bene? Perciò, senza la vita contemplativa possono accedere alla patria celeste coloro che non trascurano le opere buone che possono compiere (sine contemplativa ergo vita intrare possunt ad caelestem patriam, qui bona quae possunt operari, non negligunt); i contemplativi invece non possono accedervi senza la vita attiva, cioè se trascurano le opere buone che possono compiere (sine activa autem intrare non possunt, si negligunt operari quae possunt). La vita attiva, dunque, è necessaria, quella contemplativa è facoltativa (Illa ergo in necessitate haec in voluntate est). Quella si vive in stato di servizio, questa in stato di libertà(Illa in servitute, ista in libertate)".
     
    (Omelie su Ezechiele I, III, 10. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 143).
    Dunque la vita contemplativa è <maior>, ma non dà accesso alla patria celeste se prima non viene preceduta dalla vita attiva che, pur essendo <minor>, ha le chiavi atte ad aprire il regno dei cieli! Per poter accedere alla <libertas> bisogna passare dalla <servitus>! Grande il nostro Gregorio! N.B. Ho tradotto <servitus> con <servizio>, ma il vocabolo potrebbe essere tradotto anche in modo più duro con <servitù>!


    "La vita attiva, in ordine di tempo, è prima della vita contemplativa, perché operando bene, si tende alla contemplazione (Vita activa prior est tempore quam contemplativa, quia ex bono opere tenditur ad contemplationem). La vita contemplativa è però maggiore, nel merito, alla vita attiva, perché gusta già, nel suo intimo sapore, il riposo futuro (contemplativa autem maior est merito quam activa, quia haec in usu praesentis operis laborat, illa vero sapore intimo venturam iam requiem degustat)".
     
     (Omelie su Ezechiele, I, III, 9. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 141).


    "Sotto le loro ali, ai quattro lati, avevano mani d'uomo" (Ez 1,8).
     
    "Possiamo ricoscere nei quattro lati le quattro virtù cardinali, dalle quali hanno origine le altre virtù. Cioè: la prudenza, la fortezza, la giustizia e la temperanza. Prendiamo nel senso giusto queste virtù, quando ne rispettiamo l'ordine (quas nimirum virtutes tunc veraciter accipimus, cum earum ordinem custodimus). Prima la prudenza, seconda la fortezza, terza la giustizia, quarta la temperanza. A che cosa serve infatti la prudenza, se manca la fortezza? Sapere senza poter fare è piuttosto una pena che una virtù (scire etenim cuiquam quod non potest facere poena magis quam virtus est). Ma chi prudentemente comprende ciò che deve fare e attua ciò che ha compreso, è già certamente giusto. Alla sua giustizia deve però far seguito la temperanza, perché di solito la giustizia, senza la moderazione, cade nella crudeltà. E' vera giustizia quella che è moderata dal freno della temperanza (ipsa ergo iustitia vere iustitia est, quae se temperantiae freno moderatur), così che anche nell'ardore dello zelo non venga meno la temperanza; né accada che, per eccesso di zelo, venga meno la giustizia, di cui non si sa custodire la misura " 
     
    (Omelie su Ezechiele, I, III, 8. Città Nuova Editrice. Roma 1992, p. 141).


    "La Parola della predicazione è seme nel cuore di chi l'ascolta. 
    (Verbum quippe praedicationis semen in corde audientis est)".

    (Omelie in Ezechiele, I, III, 6. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p.139).


    "Se, quando leggiamo la Bibbia, interpretiamo tutto alla lettera, perdiamo la virtù del discernimento (si omnia ad litteram sentiamus, virtutem discretionis amisimus); se riportiamo tutto sul piano dell'allegoria spirituale, cadiamo ugualmente nella mancanza di discernimento (si omnia ad spiritalem allegoriam ducimus, similiter indiscretionis stultitia ligamur). I santi predicatori invece quando leggono gli oracoli divini (sacra eloquia), ora colgono la lettera nella storia, e ora, attraverso il significato della lettera, ne ricercano lo spirito (aliquando in historia litteram suscipiunt, alquando vero per significationem litterae spiritum requirunt). Inoltre: ora imitano i buoni esempi dei padri che li hanno preceduti, seguendo la lettera, e ora traggono profitto dai fatti storici che non possono essere imitati, interpretandoli in senso spirituale (et modo bona facta patrum praecedentium, sicut iuxta litteram inveniunt, imitantur, modo quaedam, quae iuxta historiam imitanda non sunt, spiritaliter intellegunt et ad provectum tendunt)". 
     
    (Omelie su Ezechiele, I, III, 4, Città Nuova Editrice, Roma 1992, p.137).
    Siamo di fronte a delle dichiarazioni di intenti molto precisi dell'ermeneutica gregoriana. Consiglierei il lettore moderno di tener conto di due vocaboli che esprimono in sintesi il pensiero gregoriano. Essi sono: <discretio> e <provectum>. All'interno di questi due vocaboli è possibile capire l'importanza dei binomi <littera/historia> - <spiritus/allegoria>, anch'essi così determinanti per papa Gregorio nella comprensione sia dei <sacra/divina eloquia> sia dei <facta patrum>.


    "Non  dà prova di maturità chi non è forte nell'agire contro le avversità (Nulla erit maturitatis ostensio, si contra adversa omnia non adfuerit operis fortitudo). 
    La fortezza nell'agire però non è più virtù se non giudica con discernimento (Virtutis autem meritum ipsa fortitudo operis amittit, si discreta in intellectu non fuerit)".
     
    (Omelie su Ezechiele, I, III, 4. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 137).


    "I quattro esseri viventi avevano ciascuno quattro facce e quattro ali" (Ez,1, 5-6).

    "I quattro esseri viventi che, mendiante lo spirito di profezia, appaiono nella prospettiva del futuro, vengono descritti con precisione. E allora dobbiamo chiederci: Che cosa si vuol esprimere con la faccia se non la conoscenza, e che cosa con le ali se non il volo?(Quid per faciem nisi notitia, et quid per pennam nisi volatus exprimitur?)...La faccia si riferisce in realtà alla fede e le ali alla contemplazione (facies itaque ad fidem pertinet, penna ad contemplationem)... ma quale efficacia avrebbero i predicatori se, avendo la fede e contemplando il Signore, non avessero anche le opere sante? (sed quae virtus esset, fidem atque contemplationem Domini habentes si praedicatores illius, opera non haberent?)".
     
    (Omelie su Ezechiele I, III, 2. Città Nuova Editrice, Roma 1992, pp. 135-137).
     
    L'accostamento <simbolico> al testo di Ezechiele è lento e graduale, ma già si intravedono alcuni vocaboli che ci faranno entrare meglio nel pensiero di Gregorio. Mi permetto di segnalarne alcuni come: fides-contemplatio-opera,collegati con il soggetto <praedicatores>, dando per scontato l'accostamento tra i quattro esseri viventi, i quattro evangelisti e i predicatori.


    "Il vigore della parola, ritemprato dal silenzio, si levi più robusto a scrutare i misteri"

    (Loquendi virtus silentio refota, ad indaganda mysteria robustior exsurgat).
     
    (Omelie su Ezechiele, I,II, 21. Città Nuova editrice, Roma 1992, p. 133).



    "Chi medita in silenzio le vie del Signore e si esercita con impegno nei suoi comandamenti, che altro fa se non ricreare in sé l'immagine dell'Uomo nuovo? (Qui viam Domini tacitus in mente considerat, et se exercere in mandatis illius festinat, quid aliud in sempetispo nisi imaginem novi hominis reformat?). E siccome proprio questo avviene nel cuore dei santi (in sanctorum cordibus incessanter hoc agitur), giustamente vien detto degli esseri viventi che <avevano la somiglianza dell'Uomo> (Ez 1,10)". 
     
    (Omelie su Ezechiele, I, II, 19. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 133).



    Al centro apparve una figura composta di quattro esseri viventi" (Ez 1, 5).

    "Che cosa simboleggiano i quattro esseri viventi, se non i quattro evangelisti? (Quid enim per quatuor animalia, nisi quatuor evangelistae signantur?) E non a caso per mezzo dei quattro evangelisti si esprime il numero di tutti i perfetti, perché quanti adesso nella Chiesa sono perfetti hanno appreso dal Vangelo la regola della loro perfezione (quia omnes qui in Ecclesia modo perfecti sunt, perfectionis suae rectitudinem per eorum Evangelium didicerunt). Al centro apparirà la figura di quattro esseri viventi, perché quanti adesso sono uniti al suo corpo saranno associati allora alla sua maestà e quanti seguono adesso da vicino i suoi esempi, secondo i precetti del Vangelo, giudicheranno allora il mondo, insieme con lui (qui modo perfecta opera iuxta evangelica praecepta secuti sunt). E' quanto è stato già detto ai santi apostoli". 

    (Omelie su Ezechiele I, II, 18. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 129).
    Non si dovrebbe dimenticare mai che l'intento perseguito da Gregorio nel  leggere e spiegare il testo biblico resta sempre quello di aiutare il credente nel suo cammino verso la piena maturità della fede. Il seguito del commento gregoriano lo dimostrerà ulteriormente.

    "Questo era il loro aspetto: avevano la somiglianza dell'Uomo" (Ez 1,10).
     
    "Gli esseri viventi tendono alla somiglianza con quest'Uomo per poter giungere alla vetta della santità, (animalia ut surgere ad sanctitatis virtutem valeant, ad huius hominis similitudinem tendunt)...Uno è santo nella misura in cui tende alla somiglianza con quest'Uomo, ed imita la vita del proprio Redentore (sanctus enim quisque in tantum...in quantum vitam Redemptoris imitatur). Non essere in consonanza con i suoi precetti e con i suoi esempi, che altro significa se non allontanarsi dalla somiglianza con Lui? (Nam ab eius mandatis atque operibus discordare, quid est aliud quam a similitudine longe recedere?)".
     
    (Omelie su Ezechiele I, II, 19. Città Nuova Editrice, Roma 1992, pp. 129-131).


    Dai commenti di Gregorio a Ez 1, 1-28:
     
    "Quella natura immutabile che, rimanendo stabile in se stessa, rinnova tutto, se avesse voluto manifestarsi a noi così com'è, anziché rinnovarci, ci avrebbe incendiati col suo splendore (si ita ut est nobis apparere voluisset, fulgore suo nos incenderet potius quam renovaret). Ma Dio ha temperato ai nostri occhi lo splendore della sua grandezza (sed claritatem suae magnitudinis temperavit nostris oculis Deus), affinché, mentre per riguardo verso di noi egli tempera il suo splendore, la nostra debolezza, grazie alla somiglianza con lui, splendesse della sua luce (ut dum nobis eius claritas temperatur, etiam nostra infirmitas per eius similitudinem in eius luce claresceret) e, per dono della sua grazia, mutasse, se così si può dire, il suo colore abituale. E infatti Dio fatto uomo è diventato, nella sua persecuzione, quasi come l'elettro in mezzo al fuoco (quasi electrum ergo in igne est Deus homo factus in persecutione)"  .
     
    (Omelie su Ezechiele I, II, 14. Città Nuova Editrice, Roma 1992, pp. 125-127).

    "Bisogna sapere che quanti vengono riempiti di spirito di profezia (qui prophetiae spiritu replentur), per il fatto che qualche volta parlano apertamente di se stessi e qualche volta parlano di sé come se si trattasse di altri, dimostrano che non è il profeta che parla, ma è lo Spirito santo che parla per bocca del profeta ( non propheta, sed Spiritus sanctus loquitur per prophetam). In quanto la parola passa per la loro bocca, essi parlano di sé, ma in quanto parlano per ispirazione dello Spirito santo, è lo Spirito santo stesso che parla per mezzo di loro (Pro enim quod per ipsos sermo fit, ipsi loquuntur de se, et pro eo quod aspirante sancto Spiritu loquuntur, idem Spiritus sanctus per ipsos loquitur de ipsis)".  
     
    (Omelie su Ezechiele I, II, 8. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 119).



    "Nell'età dei primi anni della nostra adolescenza o giovinezza, non si deve arare, cioè non si deve ancora predicare: il vomere della nostra lingua non osi fendere la terra del cuore altrui (cum prima sunt adolescentiae vel iuventutis nostrae tempora, nobis adhuc a praedicatione cessandum est, ut vomer linguae nostrae proscindere non audeat terram cordis alieni). Finché si è deboli, ci si deve limitare a noi stessi, perché non ci accada di perdere i beni ancora teneri che anzi tempo vogliamo ostentare (Quoadusque infirmi sumus, continere nos intra nosmetipsos debemus, ne dum tenera bona citius ostendimus, amittamus)". 
     
    (Omelie su Ezechiele. I, II, 3. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 115).


    "Non si deve proporre come esempio agli altri chi non è ancora sufficientemente stabile (Ad exemplum non sunt ostendenda nisi quae firma sunt). Occorre che la persona prima si consolidi in se stessa (Prius etenim convalescere debet mens) e solo dopo, quando cioè innalzata dalla lode non cadrà e colpita dal biasimo non si avvilirà, (dum iam nec per laudem elevata corruat, nec per vituperationem percussa contabescat),venga posta in grado di essere utile al prossimo (ad utilitatem proximorum postmodum demonstrari)". 
     
    (Omelie su Ezechiele, I, II, 3. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 115)



    "Occorre tener presente che i sensi del profeta vedono le cose spirituali così come noi vediamo quelle corporali (sicut nos corporalia, sic prophetae sensus spiritalia aspiciunt). Per loro sono presenti quelle cose che a noi, cui sfuggono, sembrano assenti. Nella mente dei profeti le cose esteriori sono così strettamente congiunte a quelle interiori che essi vedono le une e le altre simultaneamente (unde fit ut in mente prophetarrum ita coniuncta sintexterioribus interiora, quatenus simul utraque videant). Nei profeti la parola che essi ascoltano dentro di sé è contemporanea alla parola che annunziano fuori (simulque eis fiat et intus verbum quod audiunt, et foras quod dicunt)". 


    (Omelie su Ezechiele, I,II,2. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p.113).

    Profeta, esegeta e <orator>  in Gregorio sono spesso sinonimi!




     




    [Edited by Caterina63 8/2/2014 10:38 AM]
    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
    Maestro dell’Ordine)
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    Caterina63
    Post: 39,847
    Gender: Female
    00 8/1/2014 10:56 PM

        

    TESTI E MASSIME DI GREGORIO MAGNO PAPA

     
    "E' una regola del discorso profetico descrivere dapprima la persona, il tempo e il luogo, e poi iniziare ad esporre i misteri della profezia (usus propheticae locutionis est prius personam, tempus locumque describat, et postmodum prophetiae incipiat); e cioè, al fine di manifestare più solidamentre la verità, il profeta prima si preoccupa di fissare la radice della storia, e soltanto in un secondo momento mette in luce, mediante i segni e le allegorie, i frutti dello spirito (ad veritatem solidius ostendendam, ante historiae radicem figat, et post fructus spiritus per signa et allegorias proferat)".
     
    (Omelie su Ezechiene, I, II, 1. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 113).
     
    L'interpretazione del testo biblico non può mai prescindere dal suo significato storico-letterale. E tuttavia, trattandosi di un <discorso profetico>, esso  contiene sempre, inevitabilmente, anche dei <misteri> ai quali si può accedere soltanto riferendosi a <simboli> e <allegorie>. E proprio di queste seconde particolari strade della conoscenza sarà maestro impareggiabile Gregorio Magno.


    "Osserviamo quanto sia grande la delicatezza del comportamento divino. Infatti il Signore si adira contro  il suo popolo e tuttavia non dà mai sfogo a tutta la sua ira (sic iratus est populo suo Dominus, ut tamen non omnimodo irasceretur)...Il modo di agire della misericordia divina è poi tale che con un solo e medesimo avvenimento punisce gli uomini carnali e concede agli spirituali di crescere nella virtù (ex una eademque re, ex qua carnalibus dat flagellum, ex ea spiritalibus virtuti praestet incrementum). Purificando quelli con la tribolazione, stimola questi, associati ai tribolati, a meritare di più. Essa manifesta la sua ira verso i trasgressori, ma non senza consolare i loro cuori con la compagnia dei giusti; se essa li abbandonasse completamente nessuno, dopo la colpa, ritornerebbe al perdono. Perciò essa respinge trattenendo, e trattiene respingendo, quando abbandona alla tribolazione quelli che ama insieme con quelli che giudica meritevoli di castigo (tenendo igitur repellit, et repellendo tenet, quando cum his quos diiudicat simul in tribulationem mittit quos amat). Chi mai sarebbe in grado di apprezzare sentimenti di sì squisita bontà? Il Signore non lascia infatti impunite le colpe del suo popolo, e tuttavia non respinge mai del tutto da sé chi si è reso colpevole (et culpas populi Dominus sine vindicta non deserit, et tamen delinquentem populum a se funditus non repellit)".
     
     (Omelie su Ezechiele, I, I, 18. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 109).
    Testi come questo fanno capire molto bene il perché Gregorio Magno mantenesse un atteggiamento molto diverso da tanti altri suoi contemporanei nei confronti del popolo di Israele. La sua attenzione nei confronti di Israele non era dunque tattica diplomatica o politica, ma era semplicemente frutto di una profondissima penetrazione teologica e spirituale della misericordiua di Dio.
     
     
    " Bisogna anche sapere che qualche volta i santi profeti (aliquando prophetae sancti), quando vengono consultati, per la loro grande abitudine a profetare, esprimono alcune opinioni personali (quaedam ex suo spiritu proferunt), che possono essere attribuite allo spirito di profezia; ma siccome sono santi, appena corretti dallo Spirito santo, ascoltano da lui la verità e rimproverano se stessi per aver detto cose non vere (quia sancti sunt, per santum Spiritum citius correcti, ab eo quae vera sunt audiunt, et semetipsos quia falsa dixerint reprehendunt)...Tra i veri e i falsi profeti c'è questa differenza, che i veri profeti se qualche volta parlano di propria testa, ammaestrati dallo Spirito santo, correggono nella mente dei fedeli quanto di men vero hanno detto (prophetae veri si quid aliquando per suum spiritum dicunt, hoc ab auditorum mentibus per sanctum Spiritum eruditi citius corrigunt). Mentre i falsi profeti, esprimono cose false e, estranei come sono allo Spirito santo, persistono nello loro falsità" (Prophetae autem falsi et falsa denuntiant, et alieni a sancto Spiritu in sua falsitate perdurant)".
     
    (Omelie su Ezechiele I, I, 16.17. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 107).



    "Qualche volta lo spirito di profezia viene meno ai profeti, perché riconoscano appunto che è un dono averlo (cum hoc non habent, se hunc agnoscant ex dono habere quod habent)... 
    La voce della salmodia (vox psalmodiae), quando è ben disposto il cuore (cum per intentionem cordis agitur), prepara però al Signore onnipotente la via al cuore (ad cor iter paratur). E' lui che infonde infatti nello spirito ben disposto o i misteri della profezia, oppure la grazia della compunzione (ut intentae menti vel prophetiae mysteria vel compunctionis gratiam infundat)...
    Il sacrificio di lode (in sacrificio laudis) diventa così via per scoprire Gesù, appunto perché, mentre con la salmodia nasce la compunzione, si apre nel cuore la via che permette di arrivare a Gesù (dum per psalmodiam compunctio effunditur, via nobis in corde fit per quam ad Iesum in fine pervenitur)...
    Infatti quando cantiamo apriamo la strada a lui perché venga nel nostro cuore e vi accenda il fuoco dell' amore per lui (cui dum cantamus, iter facimus ut ad nostrum cor veniat et sui nos amoris accendat)".

    (Omelie su Ezechiele I,I, 15. Città Nuova Editrice, Roma 1992, p. 105-106).
    Testi come questi lasciano intravedere in Gregorio i primi segni di un'esperienza mistica che caratterizza di fatto moltissimo la personalità di questo Papa che non ha voluto mai rinunziare alla sua vocazione di monaco.


    "La finalità specifica della profezia non è quella di predire il futuro, ma di rivelare cose nascoste (Prophetia dicitur, non quia praedicit ventura, sed quia prodit occulta)...Può succedere che un evento futuro venga occultato appunto nel tempo futuro, e che un pensiero del presente venga tenuto invece nascosto nel segreto del cuore (Ventura etenim res occultatur in futuro tempore, praesens autem cogitatio absconditur in latenti corde). Si parla poi di profezia del presente anche quando una qualsiasi cosa è nascosta non nel cuore, ma in qualche luogo ignoto, così da poter essere svelata soltanto per mezzo dello spirito. (Est etiam prophetia praesens cum res quaelibet non per animum, sed per absentem locum tegitur, quae tamen per spiritum denudatur)".
     
    (Omelie su Ezechiele, I, I, 1. Città Nuova Editrice, Roma 1992, pp. 93-95).
     
    La precisazione su cosa  intenda Gregorio per <profezia> va tenuta presente, perché permette di capire tante altre cose sul suo pensiero teologico e spirituale.



    AL CARISSIMO FRATELLO MARINIANO VESCOVO

    "Quando nel tuo affetto mi chiedesti di inviarti le mie Omelie sul Profeta Ezechiele, perché volevi leggerle, ritenni molto sconveniente che bevesse acqua appena potabile uno come te che, a quanto mi risulta, è solito dissetarsi alle acque limpide e profonde dei torrenti dei santi padri Ambrogio e Agostino (valde in congruum credidi ut aquam despicabilem hauriret quem constat de beatorum patrum Ambosii atque Augustini torrentibus profunda ac perspicua fluenta assidue bibere). Considerando però che spesso in mezzo alle delizie di ogni giorno possono riuscire gustosi anche i cibi meno prelibati, ho deciso di inviare queste umili pagine a chi è abituato a leggere cose sublimi, così che, quasi nauseato  da un cibo grossolano, ritorni con maggiore avidità al banchetto dei cibi più squisiti (dum cogito quod saepe inter cotidianas delicias etiam viliores cibi suaviter sapiunt, transmisi minima legenti potiora, ut, dum cibus grossior velut pro fastidio sumitur, ad subtiliores epulas avidius redeatur)".
     
     ( Prefazione a Omelie su Ezechiele/1, Libro primo. Città Nuova Edtrice, Roma 1992, p.91).




    "Non bisogna negare la benevolenza ai fratelli che si pentono e si convertono a salutari consigli, perché non sembri che nel cuore dei vescovi abbia più potere la colpa che la carità (Resipiscentibus fratribus et ad salubre se consilium convertentibus non est neganda benignitas, ne plus in episcoporum mentibus culpa videatur posse quam caritas)". 


    (Lettere XIV, 13. Città Nuova Editrice, Roma 1999, p. 341).









    Omelia di san Gregorio Papa

    Omelia 33 sul Vangelo

    Quando rifletto alla penitenza di Maria Maddalena, mi sento più voglia di piangere che di parlare. E chi, pur avendo un cuore di pietra non si commuoverà alle lacrime di questa peccatrice fino a imitarne il pentimento? Ella considerò ciò che aveva fatto, e non volle ritardare ciò che le rimaneva a fare. Entrò tra i commensali, andò senz'essere invitata, e durante il pasto offrì lo spettacolo delle sue lacrime. Osservate qual dolore la consuma, mentre non arrossisce di piangere e ciò in mezzo a un festino.
    Questa donna, che Luca chiama peccatrice e Giovanni chiama Maria, noi crediamo essere quella Maria da cui, per testimonianza di Marco, furono scacciati sette demoni. E che indicano questi sette demoni, se non tutti i vizi? Come i sette giorni della settimana designano tutto il corso del tempo, così il numero sette figura assai bene l'universalità. Maria ebbe dunque in sé sette demoni, perciò fu ripiena di tutti i vizi.
    Ma perché vide d'un colpo le macchie della sua turpitudine, ella corse subito a purificarsi al fonte della misericordia, senza arrossire davanti agli invitati. E siccome si vergognava grandissimamente dentro di sé, così non curò per nulla la confusione esterna. Che ammiriamo noi dunque, o fratelli? Maria che va, o il Signore che la riceve? Dirò, ch'egli la riceve o che l'attira? Ma dirò meglio che l'attira e riceve insieme: perché è certo lui che l'attira internamente colla sua misericordia, e che l'accoglie esternamente colla sua dolcezza.





    [Edited by Caterina63 3/17/2016 7:11 PM]
    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
    Maestro dell’Ordine)