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Dialoghi UFFICIALI fra la Chiesa e la FSSPX (informazione e aggiornamenti)

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    Caterina63
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    00 6/24/2009 12:37 PM

    Amici....a seguito degli sviluppi voluti dal Santo Padre:

    Benedetto XVI REVOCA LA SCOMUNICA AI LEFEBVRIANI! Evviva!

    Lettera del Papa ai Vescovi sull'Unità della Chiesa e la revoca alla FSSPX

    SUMMORUM PONTIFICUM Motu Proprio sulla Messa Antica


    inseriremo qui gli aggiornamenti UFFICIALI dei dialoghi dottrinali fra la Chiesa nella Congregazione per la Dottrina della Fede e la Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX), non solo a scopo informativo, ma anche di FRATERNA CONDIVISIONE soprattutto nella Preghiera...affinchè la comprensione ci riporti nella piena comunione...


    Quanto segue, ringraziando il blog Messainlatino, è una sorta di prefazione per comprendere di che cosa si parlerà in questi dialoghi...


    Il Concilio è solo pastorale e in parte non vincolante?


    Si apriranno a breve i colloqui con i lefebvriani e la grande questione è: il Concilio Vaticano II dev'essere accettato così come è (e ancora: che cosa significa, viste le molte interpretazioni avanzate?) oppure è compatibile con l'appartenenza alla Chiesa un rigetto di parti di esso considerate fallibili e non vincolanti? Che obblighi di fede derivano dal Concilio? Che cosa significa che fu un "Concilio pastorale"? Ma fu tale per davvero? Risponde a queste obiezioni l'abbé Claude Barthe, sul blog Disputationes theologicae. Invitiamo caldamente a leggere a quel link l'intero articolo, che dà una risposta a questi interrogativi quanto mai d'attualità e d'importanza (si pensi a come l'intera Chiesa sia divisa, nemmeno in modo sotterraneo, tra fautori di un'interpretazione del Concilio come rottura e assertori invece, il Papa in testa, della sua continuità). Qui riportiamo alcuni stralci di quel lavoro.


    [..]
    Bisogna ricordare con fermezza i diversi gradi che impegnano l'insegnamento supremo del Papa solo o del Papa e dei vescovi uniti a Lui. E' necessario soprattutto specificare che il magistero più elevato deve collocarsi intorno a due gradi di autorità:

    1) Quello delle dottrine irreformabili del Papa solo oppure del collegio dei Vescovi (Lumen gentium N. 25 § 2, 3). Questo magistero infallibile al quale bisogna " obbedire nella obbedienza della Fede", può essere a sua volta proposto sotto due forme:
    a) Le dichiarazioni solenni del Papa solo o del Papa e dei vescovi riuniti in Concilio.
    b) Il magistero ordinario e universale (Dz 3011).

    2) Secondariamente quello degli insegnamenti del Papa o del Collegio dei Vescovi col Papa, senza intenzione di proporlo in maniera definitiva, ai quali è dovuto "un assenso religioso della volontà e dello spirito" (Lumen gentium N.25 § 1). Si parla in questo caso, in genere, di "magistero autentico", sebbene l'espressione non sia stata fissata in maniera assoluta.
    [..]

    L'infallibilità del Concilio è paradossalmente un tema tradizionalista

    In effetti la questione tanto discussa non è stata mai sollevata altrove se non nel mondo tradizionalista, di cui una parte di teologi, in maniera senza dubbio molto bene intenzionata, ma di cui in fin dei conti non si riesce a percepire l'utilità, vorrebbe che queste dottrine si accordassero perfettamente con il magistero anteriore. Ma a dire il vero mai nessuna istanza romana ha preteso la cosa ed ancor meno ha preteso farne una dottrina infallibile! D'altro canto i teologi "non tradizionalisti" non sono obnubilati da "Dignitatis humanae", ma da "Humanae vitae". La loro letteratura a proposito dell'autorità del magistero è immensa, ma essa si occupa – o almeno si occupava fino a "Ordinatio sacerdotalis" sull'impossibilità di ordinare preti le donne – solo del valore dell'enciclica di Paolo VI sull'immoralità intrinseca della contraccezione. Certamente qualche rarissimo autore, tacciato di massimalismo, ha sostenuto che la dottrina del N. 14 di "Humanae vitae" fosse Magistero Ordinario Universale (espressa dal Papa ed approvata dai vescovi in comunione con Lui), magistero di conseguenza infallibile: si tratta dei moralisti C. Ford e Germain Grisez, ed del P. Ermenegildo Lio, i quali hanno inutilmente fatto pressione affinché questa infallibilità fosse riconosciuta ufficialmente.

    Per tutti gli altri teologi, "Humanae vitae" non voleva essere altro che "magistero autentico" (e ciò ci appare come un fatto certo, anche se noi consideriamo, come tesi nostra, che questa dottrina in sé sia conseguenza diretta della legge naturale). I teologi della contestazione sostengono che una dottrina non sia vincolante se semplicemente autentica. I teologi, invece, favorevoli a "Humanae vitae", al seguito di Giovanni Paolo II, affermano che benché non sia infallibile, sia vincolante in maniera assoluta. Ma costoro hanno dovuto ammettere che può essere prudentemente discussa. Così anche S.E.R. Mons. William Levada, allora Arcivescovo di Portland: " Visto che l'insegnamento certo, ma non infallibile, non comporta l'assoluta garanzia a proposito della sua veridicità, è ben possibile, per una persona che sia arrivata a delle ragioni veramente convincenti, giustificare la sospensione dell'adesione." Se quindi "Humanae vitae", che è nella linea della continuità con l'insegnamento anteriore a riguardo della condanna della contraccezione, non è stata mai proposta come infallibile, a maggior ragione "Dignitatis humanae", la quale propone in una maniera che può essere intesa in diversi modi, una dottrina che ha tutte le apparenze di una novità, non può avere questa pretesa. L'argomento, sicuramente insufficiente se preso in se stesso, ci rimanda ad un'inquietudine delle origini per quanto riguarda l'infallibilità, la quale é introdotta dal famoso fine semplicemente "pastorale" del Concilio.


    Il contesto: un Concilio "semplicemente pastorale", cioè "semplicemente autentico"

    All'origine di tutto c'è la dichiarazione preliminare di Giovanni XXIII nel suo discorso "Gaudet mater Ecclesia" del 11 Ottobre 1962: visto che una dottrina infallibilmente definita è già stata sufficientemente espressa dai concili precedenti, ora non resta che presentarla "nella maniera che corrisponde alle esigenze della nostra epoca" e dare attraverso quest'azione "un insegnamento di carattere soprattutto pastorale". Il punto cruciale è dunque sapere se il Concilio abbia potuto essere infallibile senza volerlo veramente e ciò per il solo fatto che pronunciava delle dottrine che adempivano oggettivamente le "condizioni" tipiche degli enunciati che devono esse fermamente accettati e creduti. Ma bisognerebbe anche valutare la reale pertinenza della questione.

    Il Vaticano II è incontestabilmente un concilio eccezionale, unico nel suo genere, in tutta la storia della Chiesa, il quale ha provocato un sommovimento senza eguali nella fede e nella disciplina. Non si può dubitare che richiami un certo numero di insegnamenti tradizionali (come quello dell'infallibilità per esempio), e che abbia prodotto dei bei testi (sulle missioni o sulla Rivelazione per esempio). Ma è impossibile ragionare teologicamente fuori dal contesto pregnante del suo svolgimento e delle sue conseguenze, nel quale il fatto di volere attenuare le chiusure della dottrina tradizionale sembrava naturale nonché necessario per realizzare una "apertura verso il mondo". In questo contesto "pastorale", i Padri conciliari, coltivando una certa ambiguità che permetteva di scioccare un po' meno i propri contemporanei, i quali giudicavano come "tirannico" per le coscienze moderne, il potere di "scogliere e legare", hanno dovuto semplicemente lasciarsi trasportare dalla corrente generale. Questo Concilio ha si insegnato, ma "pastoralmente". [..] la situazione a-magisteriale che ha preceduto il Vaticano II rende almeno dubbia una delle specificità del Concilio, e non la meno importante, quella della volontà del Papa e dei vescovi sull'obbligo all'adesione. Invece, anche dopo tutte le dispute per l'interpretazione che conosciamo bene, è perfettamente presente la chiara volontà di "fissare una certa linea". Il Concilio Vaticano II ha creato una "disposizione dell'animo", ma non ha creato nessun corpo dottrinale. I teologi non-tradizionalisti, quasi unanimemente, non hanno mai smesso di conservare la spiegazione di "pastorale" come praticamente sinonimo di "autentico", cioè di non infallibile.


    L'interpretazione degli autori: una chiara volontà di non definire


    In ogni caso, le testimonianze ufficiali sono concordi sulla volontà di non "definire". A due riprese (6 marzo 1964, 16 novembre 1964), la Commissione Dottrinale, alla quale era stato chiesto quale dovesse essere la qualifica teologica della dottrina proposta nello schema sulla Chiesa (e la domanda mirava soprattutto alla dottrina della collegialità), rispose: "Tenendo conto della pratica conciliare e del fine pastorale dell'attuale Concilio, quest'ultimo definisce solo le cose concernenti la Fede e la Morale che esso stesso avrà esplicitamente dichiarato tali".

    Paolo VI spiegò che la cosa non era avvenuta. Una volta terminato il Concilio ritornò in effetti due volte sulla questione. Una prima volta, nel discorso di chiusura del 7 dicembre 1965: "Il Magistero (..), pur non volendo pronunciarsi con sentenze dogmatiche straordinarie, ha profuso il suo autorevole insegnamento sopra una quantità di questioni, che oggi impegnano la coscienza e l'attività dell'uomo". Una seconda volta nel discorso del 12 gennaio 1966: "Vi è chi si domanda quale sia l'autorità, la qualifica teologica, che il Concilio ha voluto attribuire ai suoi insegnamenti, sapendo che esso ha evitato di dare definizioni dogmatiche solenni, impegnanti l'infallibilità del magistero ecclesiastico (…), dato il carattere pastorale del Concilio, esso ha evitato di pronunciare in modo straordinario dogmi dotati della nota di infallibilità; ma esso ha tuttavia munito i suoi insegnamenti dell'autorità del supremo magistero ordinario; il quale magistero ordinario e così palesemente autentico deve essere accolto docilmente e sinceramente da tutti i fedeli, secondo la mente del Concilio circa la natura e gli scopi dei singoli documenti". La redazione di questi testi è in certa misura imbarazzata. Li si può interpretare in due modi a seconda che si insista sull'uno o l'altro versante della dichiarazione essenziale:

    1) il concilio non ha mai fatto uso di "definizioni dogmatiche solenni impegnanti l'infallibilità del magistero ecclesiastico", ma ha potuto far uso del magistero ordinario universale (infallibile). La cosa sarebbe sufficiente a fare del Vaticano II un Concilio "a parte" nella storia della Chiesa, il quale insegna su "materie nuove" (l'ecumenismo) ma rifiutando di definire;

    2) il Concilio non ha mai fatto uso di "definizioni dogmatiche solenni impegnanti l'infallibilità del magistero ecclesiastico". Se non ha mai fatto uso di definizioni solenni è perché non ha voluto essere infallibile. Il che conferma il fatto che questi testi evitino accuratamente di parlare di "obbedienza della fede": "(Questo Concilio ha tuttavia) profuso il suo autorevole insegnamento sopra un quantità di questioni che oggi impegnano la coscienza e l'attività dell'uomo"….. "ha munito i suoi insegnamenti dell'autorità del supremo magistero ordinario; il quale magistero ordinario e così palesemente autentico deve essere accolto docilmente e sinceramente da tutti i fedeli". La qual cosa rinvia all' "assenso religioso della volontà e dello spirito" richiesto dal magistero "palesemente autentico", e non già all'"obbedienza della fede" richiesta dal magistero infallibile.

    [..]
    Eppure il commento più autentico che sia possibile, in quanto emana dagli autori stessi dei documenti, lo afferma senza ambiguità: non sono dei dogmi. Malgrado le apparenze, o malgrado la necessita intrinseca. Joseph Ratzinger commentava in un complemento all'opera classica di riferimento in Germania, il Lexicon fur Theologie und Kirche: "il Concilio non ha creato nessun nuovo dogma su nessuno dei punti abbordati. (…) Ma i testi includono, ognuno secondo il proprio genere letterario, una proposizione ferma per la loro coscienza di cattolici". Soltanto una "proposizione ferma": non l'obbligo a credere. Ciò che d'abitudine in un Concilio dovrebbe comportare l'impegno del magistero solenne non lo ha comportato nel caso del Vaticano II, quindi e a maggior ragione, se valutiamo il magistero non solenne, il quale, con la grande difficoltà che esso comporta nel discernimento del grado di impegno, si troverà al di sotto dell'infallibilità, altrimenti detto sarà semplicemente autentico.

    Inoltre, qualunque ipotesi si voglia considerare, "nessuna dottrina è considerata come infallibilmente definita se la cosa non è stata stabilita in maniera manifesta" (CJC, can. 749 c. 3). L'importanza di questo canone è enorme perché legata all'appartenenza alla Chiesa. In effetti tutti sono obbligati a evitare ogni dottrina contraria", tenentur devitare (CJC, can. 750). E chiunque nega una verità cade nell'eresia (can. 751). (Allorché nulla di simile succede a colui che rifiuta una verità del "magistero autentico": "i fedeli avranno cura di evitare ciò che non concorda con questa dottrina", curent devitare, can. 752). La cosa deriva, del resto, dal principio generale che vuole che non si imponga mai un fardello senza motivo, e dunque che ciò che è più esigente non si presume: "le leggi che impongono una pena (…) sono di interpretazione stretta" (can. 18).
    [..]

    *****************************************************************

    Il sacerdote Morselli risponde al testo sopra:


    Perché Humanae Vitae è infallibile? 


     
    Il pur interessante articolo dell'Abbé Barthe è molto discutibile; in particolare quando l'enciclica Humanae Vitae viene presentata come non infallibile: riporto a questo proposito alcune considerazioni, sintetiche ed eccezionali, del Card. Siri (tratte da qui).Ribadisco la mia personale convinzione che l'Ermeneutica della Continuità è altra cosa dallo sminuire la portata del Vaticano II: ma è la crocifiggente ricerca, all'interno del circolo ermeneutico dominante neomodernista di fatto egemone e asfissiante - ovvero nella attuale situazione di crisi nella Chiesa -, dell'autentica ermeneutica della Chiesa di sempre. A sentire certe definizioni di pastoralità del Vaticano II, sembra che centinaia di Vescovi siano andati a Roma a mangiare le ballotte chiacchierando davanti al camino di argomenti teologici...Ho già espresso qui più diffusamente il mio pensiero

    Sac. Alfredo M. Morselli


    IL VALORE DELLA HUMANAE VITAE da «Renovatio», III (1968,4), pp. 506-507Si tratta evidentemente del valore teologico, perché è di questo che si è discusso. In altri termini si è chiesto: le affermazioni della Humanae Vitae, specialmente quella in cui si condannano tutti i metodi e i mezzi anticoncezionali, sono riformabili o sono irreformabili? Ossia: la sostanza del documento è garantita a qualche titolo dal carisma della infallibilità o non è garantita? Ai fedeli importa sapere se sono o non sono nella certezza divinamente garantita. E’ ovvio che ove mancasse la perfetta certezza, l’efficacia del documento risulterebbe grandemente sminuita.

    Ora un punto appare certo: la Humanae Vitae non è una definizione ex cathedra. Ciò significa che da sé non esclude la reformabilità della sentenza. La questione allora viene a porsi in questo modo: posto che il documento non è ex cathedra, la sostanza del documento non ha la infallibilità e la conseguente irreformabilità da un’altra fonte, e, nel caso, quale sarebbe? Vediamolo partitamente.

    Anzitutto, comunque si pensi, va tenuto conto di quanto insegna il Concilio Vaticano secondo al numero 25 della Lumen gentium: «Ma questo religioso rispetto di volontà e di intelligenza lo si deve in modo particolare prestare al magistero autentico del romano pontefice anche quando non parla ex cathedra, così che il suo supremo magistero sia con riverenza accettato e con sincerità si aderisca alle sentenze da lui date, secondo la mente e la volontà da lui manifestate, la quale si palesa specialmente sia dalla natura dei documenti, sia dal frequente riproporre la stessa dottrina, sia dal tenore della espressione verbale». Questo testo condanna quelli che non hanno dimostrato né considerazione, né rispetto, né riverente e sincera adesione; afferma che il documento in oggetto è, per lo meno, atto di magistero autentico, ma non risolve la questione proposta, che è ben altra. In fatti il concetto della «autenticità» non implica la infallibilità e la conseguente irreformabilità. I fedeli vogliono essere certi in modo assoluto. Ed hanno ragione.

    Nel presentare come ipotesi, per il caso in oggetto, solo quella della definizione ex cathedra (che è scartata) ossia del magistero solenne e quella del magistero autentico (che non implica di per sé la infallibilità), c’è un grave sofisma di elencazione, anzi un grave errore, perché si tace un’altra ipotesi possibile: quella del magistero ordinario infallibile. E’ strano come da taluni si cerchi ad ogni costo di evitare il parlarne. Il magistero ordinario è per la Chiesa il nutrimento sicuro di ogni giorno, mentre il magistero solenne è raro e non sempre può stroncare le eresie nel loro primo cauto e orpellato presentarsi, appunto perché richiede una preparazione lunga ed accurata, sia che venga esercitato dal romano pontefice, sia, col romano pontefice, dal collegio episcopale (grassetto mio).

    La questione pertanto va posta obbiettivamente così: concesso che il documento non sia atto del magistero infallibile e pertanto da solo non dia la garanzia della irreformabilità e della certezza, la sua sostanza non è forse garantita da un magistero ordinario in quelle note condizioni per cui lo stesso magistero ordinario è infallibile? In tal caso il contenuto del documento non sarebbe irreformabile in ragione del solo documento, ma la sostanza del documento avrebbe già di per sé ed aliunde la garanzia della infallibilità.

    Ora a noi parrebbe di dover rispondere: la sostanza del documento è già garantita dal magistero ordinario, pertanto è irreformabile.

    In fatti fin dal primo secolo la Didachè parlando della via della morte vi mette «gli uccisori dei figli». Le stesse parole sono ripetute nella lettera di Barnaba (20, 2); Clemente Alessandrino è deciso e particolareggiato contro i contraccettivi (Pedagogus 2. 10. 91. 2). Si possono sentire Minucio Felice (Octavius 30, 2), Lattanzio (Divinae institutiones 6.20. 25), Giustino (ApologiaI, 9), Atenagora (Legatio pro Christianis 33). Questa tradizione continua nei padri seguenti, assumendo particolare rilievo nei testi di sant’Agostino i quali sono la base della legislazione canonica. Il filone della tradizione patristica e teologica è attestato sugli stessi concetti. Si arriva così alla enciclica Casti Connubii di Pio XI (30 dicembre 1930). L’insegnamento di tale enciclica ricapitolava l’insegnamento antico e comune. Pare di poter dire che le condizioni nelle quali si verifica il magistero ordinario irreformabile siano raggiunte (per non parlare poi dell'Esortazione Apostolica Familiaris Consortio e di tutte le successive ratifiche di Giovanni Paolo II; n.d.r.). Il periodo della irrequietezza diffusa è fatto assai recente, che non incrina per nulla quanto era nel sereno possesso di tanti secoli.

    E’ necessario aver presente che non c’è solo magistero solenne e magistero semplicemente autentico; tra le due espressioni sta il magistero ordinario, dotato del carisma della infallibilità.

    Si chiede come sia possibile ottenere la adesione — talvolta costosa — alla enciclica Humanae Vitae, non escludendo dalla mente dei fedeli l’idea che un tale insegnamento possa venire un giorno cambiato. La scienza potrà, se un giorno dimostrare che taluni farmaci non sono né contraccettivi, né altrimenti dannosi sia subito che in prosieguo di tempo; in tale caso potranno essere usati. Ma non sarà la dottrina a cambiare, saranno i responsi scientifici.






    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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    Caterina63
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    00 6/24/2009 12:46 PM
    PRO MEMORIA di un memorabile discorso dell'allora card. Ratzinger il 13 luglio 1988 ai Vescovi cileni sulla questione legata alla FSSPX:

    così disse:


    In realtà, l'unico punto che è affermato nell'accordo, secondo Lumen Gentium 25, è il fatto limpido che non tutti i documenti del Concilio hanno la stessa autorità. Per il resto, è stato indicato esplicitamente, nel testo che è stato firmato, che le polemiche pubbliche devono essere evitate e che è richiesto un atteggiamento di rispetto positivo per le decisioni ufficiali e le dichiarazioni.

    È stato concesso, in più, che la Fraternità San Pio X possa presentare alla Santa Sede - la quale si riserva l'esclusivo diritto di decisione - le sue difficoltà particolari rispetto alle interpretazioni delle riforme giuridiche e liturgiche. Tutto ciò mostra che in questo dialogo difficile Roma ha unito chiaramente la generosità, in tutto quello che è negoziabile, alla fermezza nel necessario. La spiegazione che Mons. Lefebvre ha dato, per la ritrattazione del suo accordo, è indicativa. Ha dichiarato che infine ha capito che l'accordo che ha firmato mira soltanto ad integrare la sua fondazione "nella Chiesa Conciliare". La Chiesa Cattolica in unione con il Papa è, secondo lui, "la Chiesa Conciliare", che ha rotto con il suo passato. Sembra effettivamente che non riesca più a vedere che qui si tratta della Chiesa Cattolica nella totalità della sua Tradizione e che il Vaticano II appartiene ad essa.

    Senza alcun dubbio, il problema che Lefebvre ha posto non è finito con la rottura del 30 giugno. Sarebbe troppo semplice rifugiarsi in una specie del trionfalismo e pensare che questa difficoltà abbia cessato di esistere dal momento in cui il movimento condotto da Lefebvre si è separato con una rottura formale con la chiesa. Un cristiano non può mai, o non dovrebbe, compiacersi di una rottura. Anche se è assolutamente certo che la colpa non può essere attribuita alla Santa Sede, è un dovere per noi esaminarci, tanto circa quali errori abbiamo fatto, quanto quali, persino ora, stiamo facendo. I criteri con cui giudichiamo il passato nel decreto del Vaticano II sull'ecumenismo devono essere usati - come è logico - per giudicare pure il presente.


    Il resto lo trovate cliccando qui






    Fraternamente CaterinaLD

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    Caterina63
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    00 6/27/2009 2:14 PM
    Altre pagine di Messainlatino.it
     

    sabato 27 giugno 2009

    Intervista al superiore tedesco dei lefebvriani: Roma considera per noi una sorta di prelatura personale.


    L’intervista è stata rilasciata a KNA - Katholische Nachrichten-Agentur, Agenzia di stampa cattolica, da Pater Franz Schmidberger, già Superiore generale della FSSPX e ora Superiore del Distretto tedesco della Fraternità. La traiamo da Rorate Caeli.


    KNA: Herr Schmidberger, lei è un prete della Chiesa cattolica?
    Naturalmente. Sono stato ordinato nel 1975 dall’arcivescovo Marcel Lefebvre a Econe.

    KNA: Lo dice senza specificare?
    Sì. Io vivo e lavoro nel cuore della Chiesa

    KNA: Che cosa significa per lei il Concilio Vaticano II?
    Non c’è dubbio che è stato un concilio ecumenico, ma tra i 21 concilii possiede un carattere unico come concilio pastorale. Entrambi i papi del concilio hanno dichiarato che non volevano definire nuovi dogmi. Perciò, il Concilio Vaticano II non ha lo stesso status degli altri concilii.

    KNA: Che cosa pensa del suo contenuto?
    Lo spirito del Concilio è stato descritto come un cattivo spirito, persino da Papa Benedetto XVI. Ci sono affermazioni ambigue nei documenti, e molte altre che non collimano con la dottrina tradizionale.

    KNA: Come dovrebbe essere il dialogo teologico tra la fraternità e Roma circa il concilio?
    Per quanto concerne la forma esteriore, potrebbe essere orale o scritto, ma principalmente dovrebbe essere scritto. Abbiamo scelto i nostri rappresentanti e Roma anche ha scelto i suoi. Le discussioni riguarderanno: che cosa è ambiguo nel Concilio? Che cosa contraddice la dottrina tradizionale della Chiesa?

    KNA: Francamente, crede che vecchio e nuovo rito possano continuare a coesistere a lungo termine.
    Beh, vedremo come le cose si sviluppano. Ci sono profonde differenze tra i due riti; per esempio, l'orientamento della celebrazione. Il vecchio rito è teocentrico. Quello nuovo è antropocentrico. Molti gesti, simboli, e rituali, sono stati cambiati nelle fondamenta. Oggi, il vecchio rito è come una solida roccia tra le onde scatenate, che deve restare invariato. Il nuovo rito richiede un radicale rifacimento in modo che la natura sacrificale sia di nuovo esplicitamente espressa.

    KNA: Che cosa pensa la Fraternità del Decreto conciliare sull’Ecumenismo [Unitatis Redintegratio]?
    Dice che le altre denominazioni [cristiane] sono mezzi di salvezza. Se quello è vero, allora non c’è più alcuno scopo ad impegnarsi in attività missionaria. Questo necessita d’esser chiarito.

    KNA: Che ne pensa di Nostra Aetate, che concerne il rapporto con gli Ebrei?
    Non solo gli Ebrei, riguarda anche Islam, Induismo e Buddismo. Queste religioni non cristiane sono coperte di lodi. Questo ha incoraggiato l’espansione dell’Islam, per esempio. Oggi ci sono 4,3 milioni di mussulmani in Germania. La Chiesa ha un mandato di adoperarsi per la loro conversione, ma io non conosco di un solo vescovo tedesco che abbia fatto progetti per farlo. Circa la relazione con gli Ebrei, le affermazioni del Concilio non possono essere criticate nella loro essenza. Ma, dopo il Concilio, si fa strada l’idea che gli Ebrei abbiano la loro propria strada per la salvezza. Questo è completamente opposto al comandamento missionario di Gesù Cristo.

    KNA: E avete anche problemi con la descrizione degli Ebrei da parte di Papa Giovanni Paolo II come fratelli maggiori dei cristiani.
    Certamente Abramo, Isacco, Giacobbe e i profeti lo sono. Ma gli Ebrei di oggi no, perché non riconoscono Gesù Cristo come l’unico e solo redentore. Come potrebbero essere i fratelli maggiori
    [per vero lo stesso mons. Fellay ha usato tale espressione in riferimento agli Ebrei di oggi: “Gli Ebrei sono i “nostri fratelli maggiori”, nel senso che abbiamo un qualcosa in comune, cioè l’antica Alleanza. Certo, ci separa l’aver riconosciuto il Cristo quando lui è venuto”: clicca qui]

    KNA: E’ corretta l’impressione che voi, con le vostre posizioni, volete imporre un prezzo per l’unione con la Chiesa cattolica?
    Noi vogliamo che la verità trionfi. Non ha niente a che vedere con le opinioni soggettive, riguarda interamente la verità.

    KNA: Come voi la definite!
    No, noi leggiamo tutte le precedenti affermazioni dei Concilii e dei Papi. Papa Pio IX ha parlato contro la libertà religiosa, ad esempio. La domanda è: queste false religioni hanno diritti di natura? Il Concilio Vaticano II risponde diversamente da Pio IX. Quella è una rottura.

    KNA: Il diritto canonico richiede ai preti di sottomettersi al vescovo locale. Perché questo è difficile per voi?
    Non è per niente difficile. Ma noi siamo la nostra Fraternità, che fu perfino lodata da Roma nel 1971. In seguito, abbiamo sviluppato la nostra propria vita. Poi le tensioni di sono sviluppate perché rifiutammo di partecipare alle distruttive riforme protestantizzanti. Abbiamo domande sulla fede della Chiesa e i vescovi rispondono solo domandando obbedienza. Ma la Fede è superiore all’obbedienza.

    KNA: In seguito allo scandalo Williamson, Papa Benedetto XVI ha accusato la FSSPX di arroganza e vi ha ingiunto di astenervi dalle provocazioni. Ma è successo il contrario. Come può aiutare a rimettere insieme i cocci?
    Naturalmente, ogni uomo ha le sue debolezze e cose infelici sono state dette. Ma noi vogliamo vivere insieme in pace. Ho scritto una lettera privata personale al presidente della Conferenza episcopale, l’Arcivescovo Zollitsch, ma i vescovi non intendono iniziare un dialogo. Rifiutano ogni colloquio con noi. Perché chiedono che noi obbediamo al diritto canonico alla lettera mentre allo stesso tempo affermano che noi siamo fuori della Chiesa?

    KNA: Nel 2005 c’è stata una conversazione a Castel Gandolfo in cui, oltre al Papa, al cardinale di Curia Dario Castrillon Hoyos, e al vescovo tradizionalista Bernard Fellay, c’era anche lei. Che cosa è stato deciso quella volta?
    Abbiamo discusso l’intera situazione con la Fraternità e convenuto sul cammino che ora stiamo seguendo Il Motu Proprio del 2007 e la revoca delle scomuniche erano i primi passi. Ora viene il dialogo teologico. Dopo, dobbiamo trovare una struttura canonica per la Fraternità con i suoi 500 preti. Siamo soddisfatti della soluzione che Roma sta considerando.

    KNA: Quale è?
    In direzione di una prelatura personale

    KNA: Simile all’Opus Dei?
    In qualche modo.

    KNA: Altre ordinazioni sono previste per il prossimo fine settimana, benché Roma abbia detto che sono illecite. Perché insistete con queste ordinazioni?
    La legge suprema della Chiesa è la salvezza delle anime. I fedeli hanno un diritto alla celebrazione della forma tradizionale della Messa. Il punto è ordinare preti che desiderano rendere disponibile il Vangelo. Le ordinazioni non intendono essere un affronto ad alcuno. Sono fatte in realtà per aiutare il Papa e i vescovi. Ma è come trattare con pazienti che non vedono quello che la medicina fa per la loro salute.

    KNA: E così pretende avere il ruolo di medico
    Sì, è vero. La Tradizione è la sola guida per portare la Chiesa fuori della presente crisi. Nel 1950, 13 milioni di cattolici andavano alla Messa domenicale. Oggi è appena meno di 2 milioni. Questa è un crollo dell’85%. In dieci anni, tutte le chiese saranno vuote. E’ questo che vogliono i vescovi? Che cosa succederà ai nostri figli? Si tratta della preservazione del cristianesimo in Occidente.





    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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    Caterina63
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    00 6/29/2009 7:28 AM

    FSSPX: il Papa ha ragione, vecchio e nuovo possono coesistere.

    Il primo superiore della FSSPX ammette: "il vecchio rito e' come una solida roccia tra le onde scatenate, che deve restare invariato. Il nuovo rito richiede un radicale rifacimento in modo che la natura sacrificale sia di nuovo esplicitamente espressa".


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    di Salvatore Izzo


    A due anni dall'emanazione del Motu Proprio Summorum Pontificum che ha liberalizzato l'uso dell'antico messale latino, i lefebvriani danno ragione a Papa Ratzinger: "vecchio e nuovo rito possano continuare a coesistere a lungo termine", afferma il primo successore del vescovo francese Marcel Lefebvre, mons. Franz Schmidberger, che dopo essere stato il superiore generale della Fraternita' San Pio X e' ora responsabile per la Germania.

    Si tratta di una ammissione di fondamentale importanza, fatta per di piu' in un'intervista diffusa dall'agenzia ufficiale dell'Episcopato tedesco, la Kna.

    Nei giorni scorsi un'altra apertura nella stessa direzione l'aveva fatta l'attuale superiore generale, mons. Bernard Fellay, che aveva annunciato la disponibilita' della Fraternita' ad utilizzare la preghiera del venerdi' santo per gli ebrei nella forma modificata da Bendetto XVI.
    E non c'e' dubbio che il Papa, dopo la remissione delle scomuniche decisa nel gennaio scorso, abbia davvero conquistato il cuore dei tradizionalisti che sposano ormai le sue tesi: "circa la relazione con gli Ebrei - ammette oggi mons. Schmidberger - le affermazioni del Concilio non possono essere criticate nella loro essenza".

    Per il sacerdote, che fu il piu' stretto collaboratore di mons. Lefebvre, come per Papa Ratzinger, il Concilio deve essere letto alla luce della Tradizione anche perche' esso "tra i 21 concilii possiede un carattere unico come concilio pastorale". "Entrambi i Papi del Concilio - ricorda - hanno dichiarato che non volevano definire nuovi dogmi".

    Percio', "il Concilio Vaticano II non ha lo stesso status degli altri concilii".

    E per quanto riguarda in particolare il tema della liturgia - che provocò la frattura con i tradizionalisti - la linea del Motu proprio e' quella che puo' ricomporla: "il vecchio rito - spiega il sacerdote - e' come una solida roccia tra le onde scatenate, che deve restare invariato.
    Il nuovo rito richiede un radicale rifacimento in modo che la natura sacrificale sia di nuovo esplicitamente espressa".

    I lefebvriani condividono la linea del Papa anche per quanto riguarda il tema del dialogo interreligioso, e cioe' che esso non puo' mettere in discussione i fondamenti della fede e che solo nel nome di Gesu' c'e' la possibilita' della salvezza per gli uomini: dunque non si puo' rinunciare ad annunciare il Vangelo e a pregare per le conversioni.

    Per quanto riguarda le ordinazioni sacerdotali di questi giorni, che il Vaticano ha dichiarato ancora "illegittime", esse, per il prelato tedesco, rispondono alla "legge suprema della Chiesa" che e' "la salvezza delle anime": "i fedeli - spiega mons. Franz Schmidberger - hanno un diritto alla celebrazione della forma tradizionale della Messa.

    Il punto e' ordinare preti che desiderano rendere disponibile il Vangelo. Le ordinazioni non intendono essere un affronto ad alcuno. Sono fatte in realta' per aiutare il Papa e i vescovi. Ma e' come trattare con pazienti che non vedono quello che la medicina fa per la loro salute".

    Quanto alle tensioni e polemiche scaturite dal provvedimento di remissione delle scomuniche che perdono' anche il negazionista Richard Williamson, il primo successore di Lefebvre getta acqua sul fuoco: "ogni uomo - sottolinea - ha le sue debolezze e cose infelici sono state dette. Ma noi vogliamo vivere insieme in pace". Dalla lunga intervista emerge cosi' un messaggio chiarissimo da parte dei lefebvriani: "siamo soddisfatti della soluzione che Roma sta considerando", che - secondo il sacerdote tedesco - ricalca la struttura giuridica della Prelatura personale gia' concessa all'Opus Dei.

    "Il Motu Proprio del 2007 e la revoca delle scomuniche - rileva mons. Schmidberger - erano i primi passi. Ora viene il dialogo teologico che per quanto concerne la forma esteriore, potrebbe essere orale o scritto, ma principalmente dovrebbe essere scritto. Noi abbiamo scelto i nostri rappresentanti e Roma anche ha scelto i suoi. Le discussioni riguarderanno: che cosa e' ambiguo nel Concilio?

    Che cosa contraddice la dottrina tradizionale della Chiesa? Dopo, dobbiamo trovare una struttura canonica per la Fraternita' con i suoi 500 preti".

    Un cammino, rivela l'intervista, che segue un programma preciso concordato direttamente con il Pontefice: nell'incontro del 2005 a Castelgandolfo con Benedetto XVI, conclude infatti il capo dei lefebvriani tedeschi, "abbiamo discusso l'intera situazione della Fraternita' e convenuto sul cammino che ora stiamo seguendo".



    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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    00 6/29/2009 1:11 PM
    Sorriso una bella immagine di mons. Fellay alle Ordinazioni (illecite ma speriamo bene!) di ieri ad Econe





    Siamo nell'Anno Sacerdotale, anche il Papa ha espresso nella sua Lettera ai Vescovi preoccupazione e sollecitazione paterna verso questi Sacerdoti, definendoli,
    nella Lettera:
    "Penso tuttavia che non si sarebbero decisi per il sacerdozio se, accanto a diversi elementi distorti e malati, non ci fosse stato l’amore per Cristo e la volontà di annunciare Lui e con Lui il Dio vivente. Possiamo noi semplicemente escluderli, come rappresentanti di un gruppo marginale radicale, dalla ricerca della riconciliazione e dell’unità?"

    E allora, preghiamo anche per LORO in questo Anno Sacerdotale...


     Sorriso








    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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    00 6/30/2009 12:03 PM

    Padre Pio, Lefebvre e la dimensione sacrificale dell'Eucaristia.

    .
    di Francesco Colafemmina

    Una precisazione riguardo alla foto di Padre Pio con Lefebvre: la foto fu scattata durante il brevissimo incontro fra i due che avvenne dopo la Pasqua del 1967.

    Citiamo le parole dello stesso Mons. Lefebvre in una sua lettera dell'8 Agosto 1990:
    "l'incontro ebbe luogo dopo la Pasqua del 1967 e durò due minuti. Ero accompagnato da Padre Barbara da un Frate dello Spirito Santo, frate Felin. Ho incontrato Padre Pio in un corridoio, mentre si dirigeva verso il confessionale, accompagnato da due cappuccini. Gli ho detto in poche parole lo scopo della mia visita: che lui benedicesse la Congregazione dello Spirito Santo che doveva svolgere un capitolo generale straordinario, come tutte le società religiose, per un aggiornamento, incontro che temevo avrebbe condotto a dei problemi. Allora Padre Pio gridato. 'Me, benedire un Arcivescovo, no, no, è lei che dovrebbe benedire me!' E si chinò, per ricevere la benedizione. Io lo benedissi, lui baciò il mio anello e continuò il suo cammino verso il confessionale... Questo è stato tutto l'incontro, né più né meno. Per inventare un resoconto come quello che mi avete inviato ci vuole una fantasia satanica e menzognera. L'autore è un figlio del padre della menzogna!".

    Il riferimento di Lefebvre era al resoconto in base al quale Padre Pio avrebbe ammonito l'Arcivescovo a restare obbediente al Papa ed alla Chiesa ed a non prendere iniziative che rompessero l'obbedienza. Questa leggenda nata - evidentemente - in data successiva al 1967 è stata utilizzata per dipingere da un lato il solito Lefebvre ribelle e scismatico e dall'altro un Padre Pio "conciliare" e contrariato dall'atto di indisciplina di Lefebvre.

    Il giudizio su Lefebvre non viene intaccato o modificato dalla presenza di Padre Pio. Infatti il Santo Padre Giovanni Paolo II lo ha scomunicato per il mancato rispetto dell'obbedienza e specificamente per l'illecita ordinazione episcopale di quattro vescovi. Un atteggiamento che mal si concilia con quella silenziosa sopportazione che ha caratterizzato l'intera travagliata esistenza di San Pio.

    Però, non allo stesso modo, si può affermare che San Pio fosse in grado di testimoniare con la sua esistenza e la sua essenza cristiana una Chiesa rinnovata dal Concilio Vaticano II. Anzi, anche i recenti tentativi da noi smascherati, di recuperare un Padre Pio conciliare e devoto al Novus Ordo, fanno parte di una sorta di "angoscia anti-tradizionale" che persiste nella Chiesa e che ultimamente a seguito della lenta "rinascita liturgica" promossa da Papa Benedetto si manifesta ancora più rabbiosa e preoccupata.

    Tutto ci sembra legato ad un aspetto letteralmente vissuto da San Pio nella liturgia eucaristica: la dimensione sacrificale dell'Eucaristia. Questo grande tabù della liturgia postconciliare - sebbene non estraneo allo "spirtito del Concilio" - resta uno scoglio tremendo sul quale inciampano tutti coloro che cercano di conciliare l'idea "comunitaria" del Novus Ordo, con la prassi liturgica del grande Santo di Pietrelcina. Nell'ambito dell'ermeneutica della continuità e della positiva discussione sul tema mi piace citare quanto affermato da un grande uomo diventato Papa:
    Joseph Ratzinger nel suo intervento del 2001 al Convegno di Fontgombault. Questo estratto del suo saggio ci spiega chiaramente perchè è considerato ancora "scandaloso" e "strumentalizzabile" il fatto che Padre Pio celebrasse la Santa Messa secondo il Messale del 1962.


    Fonte Fides et Forma.

    ***

    Il sacrificio rimosso in questione

    [...] Tornando al Vaticano II, vi troviamo la seguente descrizione di questi rapporti: "La liturgia, mediante la quale, soprattutto nel divino sacrificio dell’Eucaristia, si attua l’opera della nostra redenzione, contribuisce in sommo grado a che i fedeli esprimano nella loro vita e manifestino agli altri il mistero di Cristo e l’autentica natura della vera Chiesa" (ibid. n. 2).

    Tutto ciò è diventato estraneo al pensiero moderno e nemmeno trent’anni dopo il concilio, persino tra i liturgisti cattolici, è oggetto di punti interrogativi. Oggi chi parla ancora del sacrificio divino dell’Eucaristia? Certo le discussioni intorno alla nozione di sacrificio sono tornate ad essere sorprendentemente vive, sia da parte cattolica che protestante. Si avverte che in un’idea che ha sempre occupato, sotto molte forme, non soltanto la storia della Chiesa, ma la storia intera dell’umanità, vi deve esserci l’espressione di qualche cosa di essenziale che riguarda anche noi.

    Ma nello stesso tempo restano ancora vive ovunque le vecchie posizioni dell’illuminismo: accusa a priori di magia e di paganesimo, sistematiche opposizioni tra rito ed ethos, concezione di un cristianesimo che si libera dal culto ed entra nel mondo profano; teologi cattolici che non hanno per nulla voglia, per l’appunto, di vedersi tacciare di anti-modernità.
    Anche se si ha in un modo o nell'altro il desiderio di ritrovare il concetto di sacrificio, ciò che alla fine resta è l’imbarazzo e la critica. Così recentemente Stephan Orth, in un vasto panorama della bibliografia recente consacrata al terna del sacrificio, ha creduto di riassumere tutta la sua inchiesta con le constatazioni seguenti: oggi, persino molti cattolici ratificano il verdetto e le conclusioni di Martin Lutero, per il quale parlare di sacrificio è il più grande e spaventoso errore, è una maledetta empietà.

    Per questo motivo vogliamo astenerci da tutto ciò che sa di sacrificio, compreso tutto il canone e considerare solo tutto ciò che è santo e puro. Poi Orth aggiunge: " dopo il Concilio Vaticano II questa massima fu seguita anche nella Chiesa cattolica, per lo meno come tendenza, e condusse a pensare anzitutto il culto divino a partire dalla festa della Pasqua, citata nel racconto della Cena. Facendo riferimento ad un’opera sul sacrificio edita da due liturgisti cattolici di avanguardia, dice in seguito, in termini un po’ più moderati, che appare chiaramente che la nozione di sacrificio della Messa, più ancora di quella del sacrificio della Croce, è nel migliore dei casi una nozione che si presta molto facilmente a malintesi.

    Non è necessario che dica che io non faccio parte dei "numerosi" cattolici che considerano con Lutero come il più spaventoso errore e una maledetta empietà il fatto di parlare di sacrificio della Messa". Si comprende parimenti che il redattore abbia rinunciato a menzionare il mio libro sullo Spirito della liturgia che analizza nel dettaglio la nozione di sacrificio.

    La sua diagnosi risulta costernante. È anche vera? Io non conosco questi numerosi cattolici che considerano come una maledetta empietà il fatto di comprendere l’Eucaristia come un sacrificio. La seconda diagnosi, più cauta, secondo la quale si considera la nozione di sacrificio della Messa come concetto altamente esposto a malintesi, si presta invece a facile verifica. Ma, se si lascia da parte la prima affermazione del redattore, non trovandoci che una esagerazione retorica, resta un problema sconvolgente che occorre risolvere. Una parte non trascurabile di liturgisti cattolici sembra essere praticamente arrivata alla conclusione che occorre dare sostanzialmente ragione a Lutero contro Trento nel dibattito del XVI secolo; si può del pari ampiamente constatare la medesima posizione nelle discussioni post-conciliari sul sacerdozio.

    Il grande storico del Concilio di Trento, Hubert Jedin, indicava questo fatto nel 1975, nella prefazione all’ultimo volume della sua Storia del Concilio di Trento: "il lettore attento... non sarà, leggendo ciò, meno costernato dell’autore, quando si renderà conto del numero di cose, a dire il vero quasi tutte, che, avendo una volta agitato gli uomini, sono di nuovo proposte oggi".

    Solo a partire da qui, dalla squalifica pratica di Trento, si può comprendere l’esasperazione che accompagna la lotta contro la possibilità di celebrare ancora, dopo la riforma liturgica, la Messa secondo il messale del 1962. [...]


    Intervento tenuto dall’allora Cardinale Joseph Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, durante una Conferenza svoltasi presso l’Abbazia benedettina di "Notre Dame de Fontgombault", in Francia (22-24 luglio 2001). Per il testo integrale: Il Convegno di Fontgombeault: tappa storica del nuovo movimento liturgico.





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    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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    00 7/2/2009 12:56 AM

    Risposta del Superiore del Seminario di Zaitzkofen
    alle contestazioni dei Vescovi tedeschi

    In seguito alle pressioni di alcuni episcopati europei, in particolare quello tedesco cui ha fatto eco la sala stampa vaticana il giorno 17 giugno u.s., il Direttore del Seminario di lingua tedesca della Fraternità, Padre Stefan Frey, ha rilasciato la dichiarazione qui di seguito riportata.
     

    L'accusa che viene rivolta alla Fraternità è quella di procedere ad ordinazioni sacerdotali prima di avere una situazione canonica definita. È evidente l'uso strumentale del Diritto Canonico semplicemente per impedire alla Fraternità di continuare la propria missione. È chiaro che se la Fraternità non ha uno status giuridico definito, si tratta d'una conseguenza della situazione gravissima in cui versa la Chiesa. Di tale crisi che coinvolge la Chiesa universale, l'atteggiamento degli Episcopati di lingua germanica ci sembra essere una delle più emblematiche espressioni.

    Il seminario Cuore di Gesù della fraternità FSSPX in merito alla prevista ordinazione sacerdotale del 27 giugno 2009 dichiara quanto segue:

    1. Queste ordinazioni verranno impartite nell`intenzione di servire la Chiesa Cattolica. Impartiremo tale ordinazione sacerdotale perchè vogliamo esprimere così la nostra unità con Roma. Tale unità consiste nel medesimo Magistero, nei medesimi Sacramenti e nel Sacrificio della Messa di tutti i tempi. I nuovi sacerdoti ordinati come tutti i membri della fraternità riconoscono l`ufficio del Papa e l`autorità della Chiesa. I candidati all`ordinazione pregheranno in tutte le loro Sante Messe nominalmente per il Santo Padre in carica così come per il vescovo locale, espressione di unità che tutti i sacerdoti della fraternità praticano da oltre trent`anni. Non vogliamo fondare alcuna chiesa parallela, bensì intendiamo conservare nell´unica vera Chiesa cattolica l`inestimabile tesoro della Tradizione Cattolica.

    2. Il Santo Padre aveva sicuramente in mente un provvedimento di vita, e non di morte, con la revoca della scomunica ai quattro vescovi del 21 gennaio 2009. Il magnanimo gesto è stato soprattutto un provvedimento per gli imminenti colloqui teologici con i rappresentanti della Santa Sede, pensati per chiarire le rimanenti difficoltà e che si suppone non saranno facili.
     
    3. Una situazione di emergenza richiede adeguati provvedimenti di necessità. Esiste nella Chiesa di oggi una tale situazione di emergenza? A tale nostra dichiarazione in appendice alleghiamo una serie di dichiarazioni di Pontefici, Cardinali, vescovi e teologi che documentano una tale crisi. Papa paolo VI parla di "autodemolizione della Chiesa", Papa Giovanni Paolo II di "silenziosa apostasia". Due esempi numerici: nel 1950 13 milioni di cattolici frequentavano regolarmente la Santa Messa domenicale, oggi sono meno di due milioni, una riduzione di più dell`85%! Il numero delle ordinazioni sacerdotali nelle diocesi tedesche quest`anno non ha raggiunto nemmeno il numero di 100, e mai si era verificata una cifra così bassa. Si tratta dell`esistere o del non esistere del Cristianesimo in Europa. Si dovrebbe rimandare l`ordinazione sacerdotale di nuovi preti formati sul solido fondamento della Tradizione Cattolica e che per la continuità della Chiesa sono così necessari? Non si dovrebbe ringraziare invece con insistenza il Signore per la Grazia di tali vocazioni, oggi che le vocazioni autentiche sono così rare? Di un affronto all´unità della Chiesa non se ne parla nemmeno, e tantomeno di un rifiuto alla mano tesa dal Santo Padre, per il quale ogni giorno preghiamo.

    4. Gli adirati vescovi si appellano sempre al diritto canonico. Allora un paragone: un prezioso edificio brucia con fiamme alte, un gruppo di giovani uomini coraggiosi si affretta sul luogo dell`incendio per spengerlo o almeno circoscriverlo, per più tardi cominciare la ricostruzione. Ecco che però i tutori dell`ordine ostacolano tali uomini, dicendo loro che avrebbero infranto i limiti di velocità. Allora non è più valido l`ultimo canone del diritto canonico del 1983, in base al quale la suprema legge della Chiesa è la salvezza delle anime?

    5. Poichè i problemi esistenti non sono di natura disciplinare, la discussione si deve portare allora su di un altro piano, quello della Fede. Se Papa Benedetto XVI nella sua lettera ai vescovi del 10 marzo 2009
     
    http://difenderelafede.freeforumzone.leonardo.it/discussione.aspx?idd=8412739
    ha dichiarato drammaticamente che la Fede in molte parti del mondo minaccia di estinguersi, non dovremmo allora tutti insieme fare il possibile per ricercare le cause di questa crisi della Fede ed eliminarle? In tal senso rinnoviamo la nostra disponibilità al dialogo con i vescovi tedeschi in un`atmosfera di pace e di onestà intellettuale, lungi da polemiche e sterili accuse.


    Padre Stefan Frey, rettore del Seminario Herz Jesu

    (traduzione a cura del blog di Messainlatino.it)


    le parole del Papa rivolte alla FSSPX nella sua Lettera ai Vescovi:


    Io stesso ho visto, negli anni dopo il 1988, come mediante il ritorno di comunità prima separate da Roma sia cambiato il loro clima interno; come il ritorno nella grande ed ampia Chiesa comune abbia fatto superare posizioni unilaterali e sciolto irrigidimenti così che poi ne sono emerse forze positive per l’insieme. Può lasciarci totalmente indifferenti una comunità nella quale si trovano 491 sacerdoti, 215 seminaristi, 6 seminari, 88 scuole, 2 Istituti universitari, 117 frati, 164 suore e migliaia di fedeli? Dobbiamo davvero tranquillamente lasciarli andare alla deriva lontani dalla Chiesa? Penso ad esempio ai 491 sacerdoti. Non possiamo conoscere l’intreccio delle loro motivazioni. Penso tuttavia che non si sarebbero decisi per il sacerdozio se, accanto a diversi elementi distorti e malati, non ci fosse stato l’amore per Cristo e la volontà di annunciare Lui e con Lui il Dio vivente. Possiamo noi semplicemente escluderli, come rappresentanti di un gruppo marginale radicale, dalla ricerca della riconciliazione e dell’unità?






     

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    00 8/9/2009 6:57 PM

    Non si tratta di un dialogo ufficiale, ma è una Lettera aperta di padre Scalese che stimo molto.... e l'ho trovata molto bella, interessante e indovinata negli argomenti...


    lunedì 27 luglio 2009

    Lettera aperta a Mons. Fellay

    Eccellenza Reverendissima,

    Non so se questa "lettera aperta" giungerà mai nelle Sue mani. Io l'affido agli angeli, perché Gliela recapitino personalmente. Già altra volta avevo scritto un articolo avendo in mente la vostra Fraternità; lo pubblicai su questo blog (fu il mio primo post), ed esso giunse miracolosamente a destinazione: fu ripreso dai vostri siti e definito "molto interessante".

    Questa volta mi rivolgo a Lei, perché so che sono in corso i preparativi dei colloqui dottrinali con la Santa Sede, da voi a lungo richiesti e finalmente, con la remissione della scomunica, accordati da Papa Benedetto XVI. A quanto mi risulta, Lei è già stato a Roma per prendere i primi contatti con la Congregazione per la Dottrina della Fede.

    Personalmente, sono sempre stato del parere che non ci sia bisogno di "colloqui" per la riammissione nella comunione della Chiesa cattolica. L'unica cosa necessaria, a parer mio, dovrebbe essere la professione di fede prevista dai sacri canoni. Una volta che condividiamo la stessa fede, dovremmo essere in piena comunione. Sul resto, che non è compreso in quella professione di fede, ritengo che sia sempre possibile discutere liberamente, ma stando all'interno, non all'esterno della Chiesa. L'accettazione di un Concilio, che si è autodefinito "pastorale", non dovrebbe, secondo me, essere una condizione per la riammissione nella comunione ecclesiastica. Sono d'accordo che sia quanto mai urgente una riflessione sul valore e l'interpretazione del Vaticano II; ma non mi sembra che questo debba essere oggetto di una trattativa fra la Santa Sede e la Fraternità di San Pio X; mi sembra piuttosto un problema che riguarda l'intera Chiesa. È per questo motivo che ho proposto piú volte da questo blog che il prossimo Sinodo dei Vescovi sia dedicato all'interpretazione del Concilio.

    Ma tant'è: a quanto pare, sia da parte vostra, sia da parte della Sede Apostolica un chiarimento sul Vaticano II è considerato come una condizione previa a qualsiasi altro tipo di accordo. Di qui la necessità di "colloqui dottrinali". Orbene, visto che tali colloqui dottrinali ci saranno, mi permetta di darLe qualche consiglio. Non perché pretenda di saperne piú di Lei, ma solo per esprimerLe, in spirito di fraterna carità, quel che sento in questo delicato momento.

    Innanzi tutto, quando verrà a Roma per discutere con la CDF, non venga nella veste di colui che contesta o, peggio, rifiuta il Concilio. Questo significherebbe il fallimento immediato di qualsiasi dialogo. Venga piuttosto come uno che accetta il Vaticano II per quello che esso ha voluto essere, ed è effettivamente stato, cioè un concilio pastorale. Dica pure al Card. Levada che l'unica cosa che voi rifiutate — e su questo siamo tutti d'accordo — è l'assolutizzazione e l'ideologizzazione del Concilio, non il Concilio in quanto tale. Gli dica pure che voi trovate nei documenti del Vaticano II alcuni testi ambigui. Anche su questo, il Card. Levada dovrebbe convenire con Lei. Lo stesso Paolo VI trovò ambigua la trattazione della collegialità episcopale fatta dalla Lumen gentium, tanto è vero che sentí il bisogno di allegare a quella costituzione una "Nota praevia". Aggiunga che, essendoci delle ambiguità nei testi conciliari, si rende necessaria un'opera di interpretazione. Ma, per favore, non si presenti con la pretesa di essere Lei o la Sua Fraternità gli interpreti autorevoli del Concilio. Chieda piuttosto che sia la Sede Apostolica a dare un'interpretazione autentica dei passi piú oscuri. Qualcosa è stato già fatto (la detta "Nota praevia"; la spiegazione del significato dell'espressione "subsistit in"), ma molto rimane ancora da fare. Il criterio generale di tale interpretazione è stato già indicato da Benedetto XVI nel discorso alla Curia Romana del 22 dicembre 2005: l'ermeneutica della riforma in contrapposizione all'ermeneutica della discontinuità e della rottura. E gli dica che voi, su questo, non solo siete pienamente d'accordo col Santo Padre, ma volete mettervi a sua completa disposizione per aiutarlo in quest'opera di rilettura del Concilio nel solco della ininterrotta tradizione della Chiesa.

    Eccellenza Reverendissima, sono sicuro che su quanto ho scritto finora Lei si trovi in buona misura d'accordo. Mi pare di percepirlo dal tono dei Suoi ultimi interventi, molto piú concilianti e possibilisti di un tempo. Ma so pure che deve fare i conti, all'interno della Fraternità, con posizioni piú massimaliste, che La mettono in guardia dall'essere troppo arrendevole nei confronti della Santa Sede. A mio modesto parere, dovrebbe far capire a questi Suoi confratelli che non c'è nulla da guadagnare, in questo momento, a irrigidirsi su posizioni intransigenti. Il Santo Padre ha già fatto molti passi verso di voi; ora sta a voi fare qualche passo verso di lui.

    Questo non significa cedere sui vostri principi; perché, se veramente avete a cuore le sorti della Chiesa, non c'è luogo migliore, per far valere quei principi, che la Chiesa stessa. Rimanendone fuori, voi lascerete la Chiesa in balia di quelle forze distruttive che la stanno a poco a poco portando alla rovina. Finché voi continuerete a rifiutare il Concilio, queste forze avranno buon gioco a dire: "Vedete? Loro sono fuori della Chiesa, perché rifiutano il Concilio; noi siamo la vera Chiesa, perché accettiamo, difendiamo e attuiamo il Concilio". Se anche voi accettate il Concilio, rimarranno spiazzati; e a quel punto si rivelerà chi è veramente cattolico e chi non lo è; chi interpreta il Concilio alla luce della tradizione e chi lo interpreta ideologicamente, appellandosi a un suo preteso "spirito".

    Questo non significa neppure tradire l'eredità dell'Arcivescovo Lefebvre. Lei sa meglio di me che il vostro Fondatore partecipò al Concilio, dando un notevole contributo alle discussioni e all'elaborazione dei suoi documenti, che approvò e firmò nella loro totalità. Come mai? Non si rendeva conto delle ambiguità in essi contenute? Evidentemente sperava che se ne potesse dare un'interpretazione ortodossa. Fu solo quando vide che l'interpretazione e l'applicazione del Concilio era diventata monopolio dei modernisti che irrigidì le sue posizioni. Sono convinto che, se avesse visto che c'era spazio nella Chiesa per continuare le sue battaglie dall'interno, non sarebbe mai giunto a una rottura con la Sede Apostolica. Ora che questo spazio esiste, ed è lo stesso Sommo Pontefice a offrirvelo, mi sembrerebbe sciocco non sfruttare questa occasione irripetibile. Si tratta di scegliere se rimanere nel seno della Chiesa e di lí svolgere un ruolo, certamente difficile, ma prezioso per la salvaguardia della tradizione e la rivitalizzazione della Chiesa stessa; oppure preferire di rimanere ai margini o addirittura fuori della Chiesa, col rischio di trasformarsi nel tralcio separato dalla vite, destinato a seccare.

    Eccellenza, mi scusi se mi sono permesso di intervenire su tali delicate questioni. La posso assicurare che, da parte mia, non c'è alcuna pretesa e alcun interesse, c'è solo il desiderio di vedere il ristabilimento della piena comunione nella Chiesa. La Chiesa ha bisogno di voi e voi avete bisogno della Chiesa.

    Colgo l'occasione per confermarmi, con sensi di distinto ossequio, dell'Eccellenza Vostra Rev.ma

    dev.mo

    Giovanni Scalese, CRSP


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    00 8/26/2009 12:53 AM

    venerdì 31 luglio 2009

    Intervista a Mons. Fellay: i colloqui in autunno

     Apcom intervista Mons.Fellay: Pressioni contro di noi su S.Sede


    Menzingen (Zug, Svizzera), 31 luglio (Apcom) - L'inizio dei colloqui con il Vaticano in autunno, una forte critica agli ebrei ('ci lascino in pace'), e l'impressione che la comunità ebraica condizioni pesantemente la Santa Sede. E ancora: il Concilio che va 'superato' e la speranza di avere presto una 'prelatura'; le divisioni che esistono anche all'interno della Chiesa di Roma e l'annuncio che monsignor Richard Williamson non verrà espulso. Non manca un attacco all''Osservatore Romano' che non si deve occupare di temi come Michael Jackson, Calvino o Harry Potter, accanto a una impressione molto positiva di Papa Benedetto XVI, 'persona integra e attenta al bene della Chiesa'. Intervista a tutto campo quella che monsignor Bernard Fellay, superiore dei lefebvriani, concede ad Apcom, nella casa generalizia della Fraternità San Pio X a Menzingen, in provincia di Zug (a pochi km da Zurigo), uno dei 26 cantoni della Svizzera. Completamente immersa nel verde della campagna svizzera, tra le mucche e il suono delle campane della chiesa di paese, il quartier generale dei lefebvriani si presenta con la scritta: 'Priester Bruderschaft St. Pius X - Generalhaus'. Nella stanza che ospita monsignor Fellay una foto di Marcel Lefebvre e una del Papa. 'Certamente c'è anche la foto del Papa, siamo cattolici anche noi', esclama il superiore alla nostra sorpresa di vedere un'immagine del Pontefice.

    - Il Papa si trova in Valle d'Aosta per trascorrere un periodo di vacanze. Vi trovate a due passi da lui. Avete avuto qualche contatto, o c'è stato qualche tipo di collegamento tra il suo entourage e voi?
    No, assolutamente no. Non c'è stato alcun contatto. Durante le vacanze dobbiamo lasciare il Papa in pace. Le cose proseguono con il Vaticano, con le persone incaricate per i colloqui. Ma non abbiamo disturbato il Papa. Sono le sue vacanze.

    - Monsignor Fellay, è previsto un suo viaggio a Roma prossimamente? E' stato fissata la data d'inizio dei colloqui? E la vostra commissione, avete già pensato da chi sarà composta? Quante persone la formano?
    Non c'è ancora una data fissata per l'inizio del dialogo, ma possiamo presumere che sarà in autunno. Verrò a Roma per quel periodo, ma non c'è ancora niente di preciso. La Commissione è già formata da 3-4 persone, ma non possiamo ancora fornire i nomi, anche per evitare qualsiasi pressione.

    - Ritiene che in Vaticano ci sia una sensibilità eccessiva nei confronti delle aspettative del mondo ebraico, sul 'caso Williamson' così come sulla preghiera del venerdì santo?
    Sì, lo penso. Io stesso sono imbarazzato - tranne ciò che è successo sul caso di monsignor Williamson - quando vedo ebrei che si occupano degli affari della chiesa cattolica. Non è la loro religione. Ci lascino in pace. Sono questioni che riguardano la chiesa cattolica. Se noi vogliamo pregare per gli ebrei, pregheremo per gli ebrei, nel modo che vogliamo. Non so se loro pregano per noi, ma direi che è un problema loro.

    - Dunque, il Papa e il Vaticano subiscono pressioni del mondo ebraico?
    Certo. È un tema estremamente delicato e caldo e penso che dobbiamo uscire da questo clima che non è buono. C'è stata una sfortunata concomitanza di eventi che che non dovrebbe mai accadere. In questo contesto si può capire l'ira degli ebrei io la capisco e deploro quello che è successo.

    - Nel motu proprio 'Unitatem ecclesiam' il Papa ritiene che 'le questioni dottrinali, ovviamente, rimangono e finché non saranno chiarite, la Fraternità non ha uno statuto canonico nella Chiesa e i suoi ministri non possono esercitare in modo legittimo alcun ministero'. Cosa ne pensa?
    Penso che non ci sia granchè di cambiato. Quello che è cambiato è che questa nuova disposizione concentrerà le nostre relazioni sulle questioni dottrinali. Ma non è un cambiamento, è un processo che va avanti e che avevamo già chiesto nel 2000; il cammino va avanti. Ciò che scrive il Papa sta nella linea del discorso abituale di Roma, dal '76, quindi non è nuovo. Noi abbiamo una posizione chiara che portiamo avanti da tempo e che manteniamo anche se siamo in contrasto con questa legge, ci sono ragioni serie che giustificano il fatto di esercitare legittimamente questo ministero. Sono le circostanze nelle quali si trova la chiesa che noi chiamiamo 'stato di necessità'. Per esempio quando una grande catastrofe colpisce un paese, mette fuori uso la struttura ordinaria, va in crisi il sistema, e allora tutti coloro che possono aiutare, aiutano. E quindi non è la nostra personale volontà, ma il bisogno dei fedeli che necessita l'aiuto di tutti coloro che possono aiutare. E questo stato di necessità è abbastanza generalizzato nella chiesa - ci sono certamente alcune eccezioni - per potere assicurare, consapevolmente, l'esercizio legittimo dell'apostolato.

    - Quale status giuridico auspicate per la Fraternità San Pio X? Una prelatura, una società di vita apostolica, o cosa?
    Dipenderà da Roma, ovviamente, che è l'autorità che decide di questa struttura. La loro prospettiva è la volontà di rispettare al massimo la realtà concreta che noi rappresentiamo. La mia speranza è che siamo sufficientemente protetti nell'esercitare l'apostolato per potere fare del bene, senza essere sempre impediti nell'azione da ragioni giuridiche. L'auspicio è una prelatura, anche se non ho una preferenza. Sulla tempistica non posso esprimermi, dipende tutto da Roma.

    - Per Williamson il Concilio vaticano II è una 'torta avvelenata' che va buttata nella 'pattumiera', per Tissier de Mallerais il Concilio va 'cancellato' e per Alfonso de Gallareta non c'è 'molto da salvare' del Concilio: c'è una spaccatura all'interno della Fraternità San Pio X? Come pensa di risolverla? Il Vaticano sostiene che all'interno della Fraternità ci siano delle divisioni.
    Mi permetto di dire che non vedo unione nemmeno in Vaticano. Il problema nella chiesa di oggi non siamo noi. Noi diventiamo un problema solo perchè diciamo che c'è un problema. Inoltre, anche se possiamo avere l'impressione di dichiarazioni opposte o anche contraddittorie, non ci sono fratture al nostro interno. Per esempio sul Concilio, possiamo dire che c'è quasi tutto da respingere. Ma si puo dall'altre parte anché dire di provare a salvare quello che è possibile. Ma non potremo mai dire tutti la stessa cosa. Il Concilio è un misto: c'è del buono e del cattivo. Anche il Papa quando sostiene che ci vuole un'ermeneutica di continuità, che non ci vuole una rottura, rifiuta il Concilio interpretato come rottura.

    - Monsignor Williamson è un problema?
    È un problema totalmente marginale. Quello che lui ha detto non ha niente a che vedere con la crisi della chiesa, con il problema di fondo che noi trattiamo da 30 anni dopo il Concilio, è una questione storica. La questione di sapere quanti e come gli ebrei sono morti non è una questione di fede, neanche una questione religiosa, è una questione storica. Ovviamente sono convinto che lui non abbia trattato questo tema come avrebbe dovuto e prendiamo le distanze. Ma sulle posizioni religiose della Fraternità rispetto al Concilio non vedo nessun problema con Williamson.

    - Williamson dice che il Concilio è una 'torta avvelenata' da buttare nella 'pattumiera'. Non le sembra una frase un po' forte? Lei è d'accordo?
    È una frase polemica, ma non le condanno. Tante dichiarazioni oggi sono fatte in chiave polemica, è una provocazione per tentare di far riflettere la gente. Direi il concetto in un altro modo, ma non lo so se non sono d'accordo. Direi il concetto in un altro modo, direi che dobbiamo superare il Concilio per ritornare a quello che la chiesa ha sempre insegnato e di cui la chiesa non può separarsi e a un certo momento dovremo superare il Concilio che si è voluto pastorale ma non dottrinale. Che ha voluto occuparsi della situazione contingente della chiesa. Ma le cose cambiano e tante cose nel Concilio sono già superate.

    - Il vescovo Williamson aveva promesso di rimanere in silenzio e continua a parlare: verrà sanzionato? se continua a sostenere che non è possibile un compromesso con Roma sul Concilio, verrà espluso?
    Non è vero che Williamson parla spesso. È rarissimo...una volta ha detto qualcosa...e poi non gli abbiamo chiesto di tacere su tutte le cose. Il campo su cui gli abbiamo chiesto il silenzio era molto limitato. La sua è stata un'uscita momentanea. La minimizzo al massimo...è poca roba... al momento non vedo alcuna ragione di espulsione. Dipende da lui, dalle situazioni nelle quali si è messo. Per il momento c'è un processo in corso, ha seriamente danneggiato la reputazione, non immagino adesso niente di più della situazione in cui sta già. Dipenderà da quello che dirà. E' già sufficientemente punito, messo ai margini, senza nessun incarico.

    - E sul Concilio, accetterete il compromesso con Roma?
    Non dobbiamo fare alcun compromesso sul Concilio. Non ho nessuna intenzione di fare un compromesso. La verità non sopporta il compromesso. Non vogliamo un compromesso, chiediamo chiarezza sul Concilio.

    - Le recenti ordinazioni dei preti sono state viste come una provocazione: non era meglio evitare, in questo momento delicato?
    Non è stata una provocazione. Alcuni vescovi hanno approfittato dell'occasione per gridare alla provocazione. Ma nè per Roma nè per noi è stata una provocazione. È come togliere il respiro a una persona. Noi siamo una società sacerdotale il cui l'obiettivo è formare sacerdoti. E quindi impedire l'atto ultimo di formazione che è l'ordinazione è come impedire a qualcuno di respirare. D'altra parte è stato sempre previsto e abbiamo sempre saputo che revocando la scomunica si è formata una situazione nuova che è migliore della precedente ma non perfetta. Per noi è normale andare avanti con le nostre attività, e quindi anche con le ordinazioni.

    - L'Osservatore Romano ha parlato di Calvino, Michael Jackson, Harry Potter, Oscar Wilde. Cosa ne pensa?
    Mi chiedo: è veramente il ruolo dell''Osservatore Romano' occuparsi di queste cose? Questa è una prima domanda. E la seconda domanda è: Quello che dicono su queste persone è veramente la cosa giusta? Ho uno sguardo piuttosto critico su queste presentazioni.

    - Pensa che con questo Papa si possa finalmente giungere a una conclusione nell'annosa questione dei lefebvriani?
    Credo che ci sia certamente una buona speranza. Penso che dobbiamo pregare tanto, sono questioni molto delicate. Sono 40 anni che siamo in questa condizione e non per questioni personali, ma veramente per cose serie che toccano la fede e il futuro della chiesa. Vediamo certamente nel Papa una autentica volontà di volere andare fino in fondo al problema e questo lo accogliamo con tanta soddisfazione. Preghiamo e speriamo che con la grazia del buon Dio arriveremo a qualcosa di buono per la chiesa e per noi.

    - Cosa pensa di Benedetto XVI?
    E' una persona integra, che prende la situazione e la vita della chiesa molto seriamente.



    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
    Maestro dell’Ordine)
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    00 8/26/2009 12:54 AM
    Mons. De Galareta guiderà la commissione di preti, professori e teologi della Fraternità San Pio X nei colloqui dottrinali con la Santa Sede


    La Fraternità Sacerdotale San Pio X ha nominato mons. Alfonso De Galarreta (foto), uno dei quattro vescovi consacrati da mons. Lefebvre, a capo del team di esperti che condurrà le discussioni teologiche con la Santa Sede.

    Lo ha annunciato l'agenzia online argentina Panorama Catolico Internacional.
    Il ''dialogo dottrinale'' del Vaticano con i lefebvriani è stato voluto da Papa Benedetto XVI, in seguito alla sua decisione di togliere la scomunica ai quattro vescovi tradizionalisti all'inizio di quest'anno; i colloqui avranno lo scopo di aprire la strada al rientro della Fraternità e dei suoi preti nella ''piena comunione'' con la Chiesa Cattolica, passando dal ''pieno riconoscimento del Concilio Vaticano II'' richiesto dalla Segreteria di Stato nella sua nota del 4 febbraio scorso.


    Mons. De Gallareta guida attualmente il seminario lefebvriano argentino di La Reja, dove ha sostituito il vescovo inglese mons. Richard Williamson, rimosso dopo la tempesta provocata dalla sue dichiarazioni negazioniste. Mons. De Galarreta, anche se dai modi meno provocatori, non è comunque lontano da lui dal punto di vista dottrinale. In una intervista in maggio con la rivista Iesus Christus egli rifiuta le ''novità ispirate ai principi liberali, neomodernisti'' del Concilio Vaticano II, ''come la libertà religiosa, la libertà di coscienza, l'ecumenismo, la democrazia che è entrata nella Chiesa con la concezione della 'Chiesa comunione' e della 'Chiesa popolo di Dio' attraverso la collegialità', che limita l'autorità del Papa e dei vescovi''.


    Secondo quanto annunciato in luglio da un altro dei vescovi lefebvriani, mons. Bernard Tissier de Mallerais, la commissione della Fraternità incaricata del dialogo con il Vaticano sarà composta da 10 preti, professori nei seminari e esperti di teologia, che lavoreranno sotto la ''supervisione'' dei quattro vescovi lefebvriani - compreso, quindi, mons. Williamson.

    Agenzia Asca
    Fraternamente CaterinaLD

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    00 8/28/2009 11:22 PM

    Intervista 

    di S. Ecc. Mons. Bernard Tissier de Mallerais
    della Fraternità San Pio X

    rilasciata a John Vennari per il giornale Catholic Family News

      11 febbraio 2009

    FSSPX

    Intervista condotta da John Vennari a Syracusa, New York, in occasione della visita di Mons. Tissier De Mallerais nella chiesa della Beata Vergine Maria Madre di Dio della Fraternità San Pio X, per amministrarvi il sacramento della Cresima.

    In questa intervista mons. De Mallerais parla di Mons. Lefebvre, del Regno Sociale di Nostro Signore Gesù Cristo, del Concilio Vaticano II, della deriva modernista dei cattolici, dei prossimi colloqui tra la Fraternità San Pio X e la Santa Sede






    John Vennari: Il suo discorso a Syracuse, l’8 febbraio scorso, era intitolato: « Mons. Lefebvre, il sacerdozio e il Regno  Sociale di Cristo ». Qual è il significato di questo titolo?

    Mons. De Mallerais: Ho voluto spiegare, seguendo il P. Le Floch, che fu il professore di Marcel Lefebvre al Seminario Francese di Roma, e seguendo Mons. Lefebvre, che il sacerdozio implica non solo la santificazione delle ànime, ma anche il battesimo delle nazioni. L’integrità del sacerdozio porta alla conversione delle nazioni, di modo che la società civile si sottometta a Nostro Signore Gesù Cristo. È questo lo scopo supremo del sacerdozio.

    J. V.: In questo discorso, Lei ha detto che i seminaristi ordinati al Seminario Francese sotto l’abbé Le Floch avevano elaborato un piano in tre punti per esporre il modo in cui si sviluppa una rivoluzione. Può indicarli?

    Mons. De Mallarais:  Io ho seguito ciò che P. Fahey ha spiegato a dei professori del Seminario Francese.

    Essi descrivono le tre tappe della rivoluzione.

    Prima tappa della rivoluzione: L’eliminazione di Cristo Re dal governo, tramite la laicizzazione o la secolarizzazione dello Stato. Da questa laicizzazione consegue che il Diritto Civile non sarà più sottomesso al Vangelo, e la religione cattolica non sarà più riconosciuta pubblicamente dallo Stato. In base a questo principio rivoluzionario lo Stato non può determinare la verità in materia religiosa.

    Seconda tappa della rivoluzione: La soppressione della Santa Messa. La Massoneria ha realizzato questo alla fine del XIX secolo e all’inizio del XX secolo con la separazione tra la Chiesa e lo Stato. Si sperava così che i cristiani perdessero la fede e abbandonassero la Chiesa, e che la Santa Messa non fosse più celebrata.

    Terza tappa della rivoluzione:
    Far perdere la vita divina di Cristo nelle ànime, così che esse non vivano più in stato di grazia. Realizzare delle ànime pagane, delle ànime laicizzate.

    J. V.: Come vede il Vaticano II e le sue riforme alla luce di questo piano in tre punti?

    Mons. De Mallerais: Col Vaticano II questi tre punti sono stati effettivamente accettati dalla Chiesa.
    Innanzi tutto, la distruzione dello Stato cattolico con la dichiarazione sulla libertà religiosa; la separazione tra la Chiesa e lo Stato; lo Stato non può più pronunciarsi veritativamente in materia di religione.
    È quanto ha spiegato il Card. Ratzinger a Mons. Lefebvre nel colloquio del 14 luglio 1987: che lo Stato non può sapere che cos’è la vera religione.

    In secondo luogo, la soppressione della Santa Messa. Che è stata attuata dopo il Vaticano II con la nuova messa. Questa nuova messa non esprime più il sacrificio di propiziazione. In più essa esprime più un’offerta delle persone a Dio piuttosto che un sacrificio celebrato dal sacerdote al fine di espiare i nostri peccati. Questo secondo punto è stato realizzato con la riforma liturgica.

    Terzo, la laicizzazione delle ànime. Questa è praticamente la situazione odierna, perché quasi più nessuno va a confessarsi. Il sacramento della penitenza è stato praticamente soppresso con la cosiddetta assoluzione collettiva. Adesso Roma vuole tornare a delle confessioni individuali, ma io sono certo che numerosi vescovi non accetteranno, perché molti preti non vogliono ascoltare le confessioni.

    J. V.: Tuttavia vi è comunque un buon numero di preti che vogliono ascoltare le confessioni.

    Mons. De Mallerais: Si, ma in genere i preti moderni non amano confessare e non incoraggiano le confessioni. Il peccato, il peccato originale, il bisogno di confessione e la soddisfazione perché il peccato non sia più inteso. Statisticamente vi sono poche confessioni nelle parrocchie. Il risultato è che la maggioranza dei cattolici che possono ancora avere la fede non possono vivere in stato di grazia. Siamo realisti, il mondo è così corrotto che è impossibile vivere in stato di grazia senza il sacramento della penitenza.

    J. V.: Lei ha indicato che Mons. Lefebvre riteneva che la risposta alla crisi della fede oggi stesse nell’invertire questi tre punti. Può spiegarlo?

    Mons. De Mallerais: Sì. Prendiamo il piano della rivoluzione, ma invertendolo.
    Prima di tutto, celebrare di nuovo la Santa Messa per la fede, così che si ricevano le grazie derivanti dal sacrificio della croce, attraverso la Messa vera. È quello che noi facciamo con la nostra fede. Noi vediamo i frutti della santificazione. Noi vediamo molte famiglie con tanti figli e con tante vocazioni.

    In secondo luogo, per mezzo della Messa e dei sacramenti tradizionali fare sì che le ànime vivano in stato di grazia. È la situazione dei nostri fedeli. Io penso che la maggior parte di loro vive in stato di grazia. Vengono regolarmente a confessarsi, allo scopo di aumentare la grazia santificante o di recuperarla se hanno avuto il dispiacere di perderla. Vivono in stato di grazia. I bambini vivono in stato di grazia. Si insegna ai bambini a lottare contro le occasioni di peccato.

    In terzo luogo, con questi gruppi di cattolici che vivono in stato di grazia, agire perché Nostro Signore Gesù Cristo ritrovi il suo posto nella società, così che Gli si restituisca la sua corona. Essi fanno questo nelle loro famiglie, nelle nostre strutture cattoliche e, a poco a poco, nei loro luoghi di lavoro, nelle loro professioni, perché queste si ritrovino in armonia con la legge di Gesù Cristo, così da essere dei buoni esempi per i loro colleghi. Il tutto, infine, per la ricristianizzazione della società civile.

    J. V.: Nel suo intervento Lei ha parlato della nozione moderna del “personalismo” come errore filosofico del Vaticano II, che ha corrotto la dottrina della Chiesa.

    Mons. De Mallerais: Questo errore ha impregnato la cosiddetta dichiarazione sulla libertà religiosa. Dire che ciascuno ha il diritto a non essere impedito ad adottare la divinità di sua scelta deriva direttamente dal personalismo.
    La vera definizione della persona umana è stata data da Boezio: una sostanza individuale di natura ragionevole. Il tomista insiste su “la natura ragionevole”, perché l’uomo ha un intelletto che è fatto per scoprire, per cogliere la verità, e per mantenere la verità. Di modo che la finalità dell’intelligenza è di conoscere la verità, perché la verità è l’oggetto dell’intelligenza. Tale che la perfezione della persona umana consiste nel possedere la verità.
    Oggi, i nuovi “personalisti”, riprendono la stessa definizione di persona umana, ma subordinandola alla “sostanza individuale”. La persona consisterebbe nell’essere un “individuo”, tale da avere dei diritti secondo la propria individualità. Questo significa avere la libertà senza considerazione per la verità. Restringendo tutto alla “sostanza individuale”, la persona umana ha il diritto di un “individuo”, secondo i suoi di principi, le sue scelte, senza alcuna considerazione per la verità. Per la nuova definizione il possesso della verità non è essenziale.
    Questo fu l’insegnamento di Jacques Maritain in Francia, che fu un tomista, ma che si convertì al “personalismo”. Gli ebbe una grande influenza su Paolo VI e sul Vaticano II.
    Il personalismo insiste sul fatto che l’individuo dev’essere libero, dev’essere indipendente, deve scegliere da sé. In questo consiste la “dignità umana”. E questo è stato condannato dal papa San Pio X nella sua lettera ai vescovi francesi contro il Sillon.

    J. V.: Può commentare ciò che ha sostenuto nel suo intervento: la Chiesa non può conservare la verità senza combattere l’errore?

    Mons. De Mallerais: L’intera storia della Chiesa dimostra questo principio. Fin dai primi secoli i Padri della Chiesa impiegarono il loro tempo a combattere le eresie e a condannare gli eretici. Il Concilio di Nicea, il Concilio di Efeso, sono delle dimostrazioni di questa verità. Il Concilio di Trento fu uno splendido Concilio perché condannò il protestantesimo.
    Mai la Chiesa ha messo in gran luce i suoi principi se non lottando contro le eresie. Anche oggi la Chiesa deve condannare i falsi principi, al fine di mettere in luce i suoi principi, i principi rivelati. È una necessità.
    La Chiesa non può insegnare la verità senza combattere gli errori. È questo il cammino provvidenziale stabilito dal Buon Dio per il magistero della Chiesa.

    J. V.: Direbbe che il nuovo orientamento del “dialogo” è un falso principio per condannare l’errore?

    Mons. De Mallerais: Si, con la scusa della “carità”. Sant’Agostino dice, amiamo i peccatori, ma combattiamo gli errori. Oggi invece si dice « amiamo gli errori, rispettiamo tutti gli errori ! ». Poiché l’errore è sempre professato da persone, occorre rispettare le persone, dobbiamo rispettare i loro errori. Questo è soggettivismo.

    J. V.: Alla luce dell’insegnamento della verità e della resistenza agli errori, che può dirci a proposito delle prossime discussioni dottrinali tra la FSSPX e Roma?

    Mons. De Mallerais: Promulgando il decreto del 21 gennaio, il Papa Benedetto XVI si è dichiarato aperto a queste discussioni e io penso che avranno inizio rapidamente.
    La FSSPX è formata nel magistero cattolico eterno per i secoli; formata in conformità al Syllabus di Pio IX e al Syllabus contro il modernismo del papa San Pio X. Gli ecclesiastici moderni con i quali avremo queste discussioni dottrinali sono degli uomini che in gran parte sono stati formati nella continuità del Vaticano II e nel nuovo anti-anti-Modernismo del Concilio. Possiamo speculare sull’incontro degli spiriti in queste prossime discussioni?
    La nostra intenzione è di metterli di fronte alla contraddizione tra le loro dottrine e le dottrine tradizionali. Noi vogliamo mostrare loro che vi è una vera contraddizione.

    J. V.: Come procederanno queste discussioni?

    Mons. De Mallerais: È nostra intensione impegnarci in una discussione scritta. Noi scriveremo le nostre obiezioni e loro risponderanno. Forse verso la fine si potranno avere delle discussioni a voce.

    J. V.: Nel corso di queste discussioni, Lei ritiene che la lingua sia un potenziale problema? Per esempio, termini come “continuità” e “Tradizione” sono definiti in maniera diversa dalle autorità cattoliche tradizionali e da quelle attuali del Vaticano.

    Mons. De Mallerais: È difficile discutere con delle persone che usano la stessa lingua, ma non danno il medesimo significato agli stessi termini. Così noi cercheremo di comprendere la loro filosofia e di parlare a loro con i termini della loro falsa filosofia. Quando parleremo della “Tradizione” parleremo con loro in modo tale che ci comprendano, non per accettare la loro nuova definizione, ma per comprendere come vi si sono adattati.

    J. V.: Nel 1988, l’accordo contenuto nel protocollo tra Roma e la FSSPX comprendeva: 1) che la FSSPX ottenesse un proprio vescovo; 2) che avesse la maggioranza nella commissione vaticana; 3) che avesse l’autonomia in rapporto ai vescovi diocesani. Quando verrà il tempo di parlare di una giurisdizione per la FSSPX, essa insisterà su questi punti?

    Mons. De Mallerais: Sì, e questo che Roma è disposta a dare. Il card. Castrillon ha già parlato a qualcuno di queste disposizioni, tuttavia è poco probabile che la FSSPX abbia la maggioranza nella Commissione Ecclesia Dei. Per ciò che riguarda l’indipendenza nei confronti dei vescovi diocesani, è evidente che Roma è pronta a darci una struttura che ci consenta una certa indipendenza, cosa possibile in virtù della legge. Devo dire che noi non possiamo ricercare rapidamente una regolarizzazione. Le discussioni dottrinali dureranno per lungo tempo.

    J. V.: Una delle ragioni per le quali Le parlo dell’autonomia nei confronti dei vescovi è costituita da un recente rapporto di mons. Müller, vescovo di Ratisbona (Germania). Egli ha detto che se la FSSPX sarà regolarizzata dovrà anche « accettare che il seminario di Zaitzkofen rientri sotto la sorveglianza della diocesi di Ratisbona. Il seminario dovrà essere chiuso e gli studenti dovranno andare nei seminari dei loro paesi d’origine, se sono adatti a questo fine. »

    Mons. De Mallerais: Noi dobbiamo avere una struttura giuridica che ci protegga da una tale intenzione distruttiva da parte dei vescovi.

    J: V.: Se la FSSPX sarà regolarizzata, chi conferirà le ordinazioni e le cresime?

    Mons. De Mallerais: I nostri vescovi. Questo sarà previsto nei documenti finali. Ma devo sottolineare che questa soluzione giuridica non si realizzerà se Roma non attuerà una vera conversione, perché sarà impossibile ottenere una cosa del genere se Roma non si converte. Non sarebbe possibile vivere una tale regolarizzazione senza la conversione di Roma. Io l’ho già detto in un’intervista con La Stampa a Roma, e la cosa fu considerata come uno scandalo. Certuni hanno detto: “ Questo vescovo è ridicolo! Quale pretesa convertire Roma! ”. Ma è questa la nostra intenzione. Questo è chiaro. Quando discuteremo con queste persone sarà per convertirle.

    J. V.: Visto che ha toccato l’argomento, Le chiedo: Pensa che i rappresentanti di Roma daranno il via a queste discussioni con la stessa intenzione: convertire la FSSPX su quanti più punti è possibile? Per stimolarvi a “vedere la luce” o quantomeno a “sentire il suo calore”.

    Mons. De Mallerais: Sì, questo è vero.

    J. V.: Che dice del fatto che Mons. Lefebvre firmò tutti i documenti del Vaticano II, cosa che, secondo alcuni, starebbe a significare che non vi sarebbe alcun problema col Concilio nel suo insieme?

    Mons. De Mallerais: Nella mia biografia di Mons. Lefebvre ho dimostrato – nei capitoli sul Concilio – che Monsignore ritenne che allora non poteva rifiutare una decisione di un Concilio Generale senza separarsi dalla Chiesa. La gran maggioranza dei vescovi firmò i documenti. Mons. De Castro Mayer firmò tutti i documenti del Concilio. Si trattava di una decisione collegiale, e in una decisione collegiale anche se non si è d’accordo con la decisione stessa la si firma. Per esempio, nel decreto sulla nullità di un matrimonio si può avere la decisione di tre giudici su cinque. Se un giudice non è d’accordo firmerà ugualmente il decreto perché la decisione è presa a maggioranza. Lo stesso accade in un Concilio Generale. Questo non significa che Mons. Lefebvre abbia accettato tutte le decisioni del Concilio. Per esempio, alla fine ha votato contro il documento sulla libertà religiosa e in seguito ha continuato ad opporsi pubblicamente alla libertà religiosa, fino alla sua morte nel 1991.
    Piuttosto che leggere il Vaticano II alla luce della Tradizione, dobbiamo realmente leggere e interpretare il Vaticano II alla luce della nuova filosofia. Dobbiamo leggere e comprendere il Concilio nel suo vero significato, e cioè secondo la nuova filosofia. Poiché tutti questi teologi che hanno prodotto i testi del Vaticano II erano impregnati della nuova filosofia. E dobbiamo leggerlo in questo modo non per accettarlo, ma per comprenderlo come lo comprendono i teologi moderni che hanno redatto i documenti. Leggere il Vaticano II alla luce della Tradizione significa non leggerlo correttamente. Significa distorcere i testi. Io non voglio distorcere i testi.

    J. V.: Lei è stato con Mons. Lefebvre fin dall’inizio nel 1969. È stato con lui nelle tre grandi tappe della FSSPX nelle discussioni con Roma: la revoca del permesso per il seminario di Ecône nel 1975, la sospensione nel 1976 e il vicolo cieco che gli fece abbandonare il Vaticano per le consacrazioni episcopali nel 1988. In che cosa l’attuale situazione nel 2009 è comparabile con le discussioni precedenti?

    Mons. De Mallerais: Io penso che non vi sia nulla di cambiato sotto questo profilo. In definitiva vogliono condurci al Vaticano II. Per indurci ad accettarlo. La remissione della scomunica non ha cambiato questo problema profondo della fede. Ha solo cambiato qualcosa per i cattolici che non comprendono la nostra battaglia, i quali adesso vedono che non siamo più scomunicati, e questo è un bene per la Chiesa.


    Un grazie al sito
    http://www.unavox.it/Documenti/Doc0201_Int_Mallerais_11.2.09.html

    Fraternamente CaterinaLD

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    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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    00 9/10/2009 9:53 AM

    Le discussioni fra la Santa Sede e la Fraternità San Pio X: un punto di vista teologico


    de l'Abbè Claude Barthe


    Ci si potrebbe interrogare sulla reale efficacia della "disputa teologica" e sui limiti effettivi del dibattito intorno al Concilio Vaticano II, che sembra comportare ancora oggi un certo numero di tabù insormontabili. Tuttavia non si può negare che la personalità di un Papa "universitario" abbia impegnato la discussione teologica in una prospettiva di ricerca della Verità che si sta rivelando molto meno schiava dei pregiudizi rispetto a qualche anno fa. Allo stesso tempo si deve rilevare, con un certo disappunto, che un certo pessimismo cronico di alcune frange del mondo tradizionale sembra voler chiudere gli occhi davanti all'apertura intellettuale che si annuncia all'orizzonte.

    L'Abbé Barthe, già noto ai nostri lettori per il suo intervento sul magistero ordinario infallibile, dipinge in questa sede il quadro di una tale apertura tra i teologi designati dalla Sede Apostolica, che lascia intravedere delle reali prospettive di approfondimento riguardo le questioni più dibattute. In particolare mette in evidenza la disponibilità della Santa Sede ad ascoltare le obiezioni relative a certi passaggi del Vaticano II, qualunque sia l'origine di esse, vengano dai teologi della scuola romana o persino dalla Fraternità San Pio X. La ricerca della verità non si impone dei limiti "a priori".

    Nell'insieme il quadro che si delinea con questa nuova apertura è quello di un clima di ricerca incoraggiante, che sembra aver abbandonato lo sterile spirito della dialettica hegeliana, che finisce per lasciare a ciascuno la "propria" verità, per abbordare la discussione nello spirito di un'autentica "disputatio theologica" la quale deve condurre ad un'unica verità che le due parti devono abbracciare: lo scopo è di giungere, nei limiti del possibile, ad una reale soluzione dei problemi, senza velleitarismi. La Verità non appartiene agli uni o agli altri, la Verità deve essere di tutti ed è per tutti. La prospettiva descritta dall'Abbé Barthe si rivela di particolare interesse, specie nella misura in cui essa traccia i reali contorni del dibattito e mette in evidenza quello che oggi è probabilmente l'unico di affrontarlo.



    Il punto di partenza di questo mio articolo - le cui riflessioni impegnano solo il sottoscritto - è la mia lettura nell’ultimo numero di «La Nef » (settembre 2009, p. 21), di un’intervista di Padre Manelli, Superiore dei Francescani dell’Immacolata, con Christophe Geoffroy e Jacques de Guillebon. Padre Manelli dichiara: “Egli (il Papa) cerca di evitare rotture, specialmente nella ricezione del Concilio Vaticano II – è la famosa “ermeneutica della riforma nella continuità”. Possono tuttavia esserci nel Concilio delle discontinuità su punti precisi, la cosa non avrebbe nulla di scandaloso, poiché quest’ultimo ha voluto essere “pastorale”, possono esservi degli “errori” che il Papa può correggere, come Mons. Gherardini ha dimostrato in uno studio che noi abbiamo pubblicato e che sarà presto tradotto in francese”.

    Simili dichiarazioni, nuove non già per il loro tenore, quanto per la convinzione con la quale sono ormai formulate, sono in effetti come cristallizzate dalla “linea ermeneutica” che rappresenta Mons. Brunero Gherardini
    [1], al quale “Disputationes Theologicae” a dato largo eco[2].

    Essa rimette in auge, rinnovandola considerevolmente, quella della minoranza conciliare – minoranza di cui non si può dimenticare l’importante ruolo nell’elaborazione del testo di "transizione" o, detto in maniera più polemica, di "ambiguità" - e cioé in breve: un certo numero di passaggi del Vaticano II è suscettibile, non soltanto di precisazioni, ma anche eventualmente di future correzioni.

    In maniera diversa, Mons. Nicola Bux, voce molto ascoltata alla Congregazione per la Dottrina della Fede, dichiarava all’agenzia “Fides” il 29 gennaio 2009 : « E' stato constatato che non vi sono differenze dottrinali sostanziali, e che il Concilio Vaticano II, i cui decreti furono firmati da Mons. Lefebvre, non poteva essere separato dalla Tradizione della Chiesa nella sua interezza. In uno spirito di comprensione, bisogna in seguito tollerare e correggere gli errori marginali. Le divergenze passate o più recenti, grazie all’azione dello Spirito Santo saranno risanate grazie alla purificazione dei cuori, alla capacità di perdono, e alla volontà di riuscire a superarle definitivamente ».

    In questo contesto di libertà teologica e di effervescenza di sane “disputationes” alle quali questo sito vuol partecipare, le conversazioni dottrinali che verranno, implicitamente evocate da Mons. Nicola Bux, e che presto si apriranno tra i teologi che rappresentano la Congregazione della dottrina della fede e i teologi che rappresentano la Fraternità San Pio X, dovranno logicamente far progredire le cose. E’ in definitiva ciò che si può pensare, tenuto conto della qualità dei tre teologi, tutti e tre consultori alla Congregazione della Dottrina delle Fede, che dovrebbero partecipare alle discussioni per delegazione della Santa Sede (nella misura in cui le informazioni concernenti le nomine siano esatte e fermo restando che l’ “equipe” costituita possa essere modificata, ridotta o aumentata), sotto lo sguardo di Mons. Guido Pozzo, nuovo segretario della Commisione Ecclesia Dei.


    Qual è il grado d’autorità di quei passaggi che presentano difficoltà nel Vaticano II?


    Mons. Pozzo, che ha insegnato in maniera estremamente classica all’Università del Laterano, e che in “Le Figaro” dell’8 luglio diceva: “Il punto debole della Chiesa è la sua identità cattolica, spesso poco chiara”, e aggiungeva: “non è rinunciando alla propria identità che la Chiesa si metterà nelle migliori condizioni per dialogare con il mondo, è esattemente il contrario”, per poi concludere : “noi abbiamo bisogno di uscire da questa illusione ottimista, quasi irenica, che ha caratterizzato il post-concilio". Egli è tra l’altro uno specialista di quelle che vengono chiamate “note teologiche” (il valore normativo che si può attribuire ai testi dottrinali), in maniera tale che le discussioni non potranno evitare di occuparsi del « valore normativo » delle asserzioni discusse, del loro valore in relazione al contesto, dell’eventuale assenza dell’obbligo di fede che esse comportano.
    [3]

    Il Padre Charles Morerod, nuovo Segretario della Commissione teologica internazionale, che dovrebbe partecipare a queste discussioni, è un domenicano svizzero che ha fatto la propria tesi su Lutero e il Gaetano. E’ decano della facoltà di filosofia dell’Università San Tommaso d’Aquino, l’Angelico, redattore dell’edizione francese della rivista “Nova et Vetera”. Su richiesta della Congregazione della Dottrina della Fede, ha lavorato molto sulla questione dell’anglicanesimo. E’ vicino al Cardinal Cottier, gioisce della totale fiducia del Segretario di Stato, già Segretario del Sant’Uffizio e del Papa stesso. Nella sua importante bibliografia, si può citare: Tradition et unité des chrétiens. Le dogme comme condition de possibilité de l’œcuménisme[4] ; Œcuménisme et philosophie. Questions philosophiques pour renouveler le dialogue[5].



    E’ ormai notorio che il Padre Morerod abbia partecipato coi membri della Fraternità San Pio X a delle conversazioni dottrinali che si potrebbero definire “preliminari”. In una riunione pubblica tenutasi nell’ambito del Grec (Gruppo d’incontro tra cattolici), nei locali prossimi a Saint-Philippe-du-Roule, a Parigi il 26 febbraio 2008, nel quale dibatteva con il Padre Grégoire Célier, della Fraternità San Pio X, sul tema: « Rivedere e/o interpretare certi passaggi del Vaticano II », i due relatori erano arrivati ad un’interessante convergenza. Padre Morerod spiegava che gli sembrava: 1) che la possibilità di una ricezione del Vaticano II, « che si fondasse solidamente sullo stato del magistero anteriore », potrebbe perfettamente avere il suo posto nella Chiesa, avendo come condizione, a suo parere, che questa interpretazione non sia un rigetto del Vaticano II; 2) che poteva essere ammessa la non-confessione di certi punti del Vaticano II, con “una certa esigenza di rispetto” dell’insegnamento “ufficiale” del Vaticano II.



    Alcune precisazioni interpretative dal sapore d’ “incompiuto”


    Il Padre Karl Josef Becker, gesuita che dovrebbe anche lui partecipare a queste discussioni nel 1928, teologo molto amato da Benedetto XVI, è stato professore esterno alla facoltà di teologia dell’Università gregoriana (ha in particolare insegnato la teologia sacramentaria e scritto sulla giustificazione e l’eclesiologia). Ha pubblicato un articolo comparso ne «L’Osservatore Romano» del 5 dicembre 2006 [6], nel quale tutti hanno visto un’applicazione del discorso del Papa del dicembre 2005 e che menzionerò più avanti. Egli difendeva la tesi che il “subsistit in” di Lumen Gentium 8 (la Chiesa di Cristo sussiste nella Chiesa cattolica) non vuol dire altro che il tradizionale: est (la Chiesa di Cristo è puramente e semplicemente la Chiesa Cattolica). E addirittura, secondo la rilettura molto volontarista del padre Becker, il “subsistit in” sarebbe destinato a rinforzare l’est, da cui ne risulterebbe, secondo la sua valutazione, e prendendo di mira la parte dell’ecumenismo conciliare che è più difficile da mettere in accordo con la dottrina tradizionale, che l’ecclesialità parziale delle chiese separate non è sostenibile [7].

    Fernando Ocáriz, il terzo teologo che dovrebbe ugualmente far parte dell’equipe di Pozzo per partecipare ai dibattiti teologici, è nato nel 1944, vicario generale dell’Opus Dei, ha insegnato alla Pontificia Università della Santa Croce, è l’autore di numerosissime pubblicazioni.



    La sua designazione è da attribuire certamente al suo interesse per la questione dell’interpretazione omogenea della dichiarazione sulla libertà religiosa Dignitatis Humanae, a proposito del punto più sensibile –l’apparente sostituzione della teologia della tolleranza con quella della libertà in materia di "diritto pubblico della Chiesa[8]" – sul quale ha lui stesso scritto[9]. Si può tra l’altro senza grandi rischi affermare che egli è per la formula che si può definire “di transizione” sulla libertà religiosa nel Catechismo della Chiesa Cattolica, ou sur lequel il a dirigé des thèses d’étudiants[10]. (Catéchisme de l’Église catholique[11]).
    Quanto al Padre Charles Morerod, approfittando della parte importante che ha assunto nei lavori dell’Anglican-Roman Catholic International Commission (ARCIC), ha dimostrato nel suo Œcuménisme et philosophie. Questions philosophiques pour renouveler le dialogue
    [12], che un dialogo ecumenico serio avrebbe dovuto essere integrato da chiarimenti sui presupposti filosofici delle posizioni teologiche dei cristiani separati, presupposti che possono largamente spiegare la loro incomprensione dei dogmi della Chiesa.
    Ma è soprattutto il suo Tradition et unité des chrétiens. Le dogme comme condition de possibilité de l’œcuménisme
    [13], che merita una particolare attenzione per l’argomento che ci interessa. Quest’opera rappresenta uno sforzo considerevole d’interpretazione tradizionale dell’ecumenismo portata a un grado elevatissimo d’acume e di agilità, perché non mira nientemeno che a dimostrare come il dogma cattolico in generale e quello dell’infallibilità pontificia in particolare sono….i motori più efficaci dell’ecumenismo. Dimostrazione paradossale (paradossale nella misura in cui si sostiene comunemente, per gioirne o per lamentarsene, che l’ecumenismo cerca d’attenuare i lati spigolosi del dogma cattolico).
    Ora il paradosso si raddoppia quando la pia interpretatio del saggio domenicano fa una lettura tomista di un punto di vista spesso criticato nel testo conciliare, la « gerarchia delle verità ».
    Secondo lui, se si accorda ai separati che, dalle due parti, c’è stata cattiva comprensione delle posizioni rispettive, bisognerà pronunciare alla fine una formula obbligatoria per tutti - altrimenti detto, un dogma - che manifesti che ormai ci si capisce perfettamente e che ci si accorda univocamente nell’esprimere la fede degli Apostoli.
    Riguardo il decreto conciliare sull’ecumenismo al n. 11 § 3
    [14], ricorda che la Tradizione cattolica, specie ricorrendo a San Tommaso, ha sempre affermato che il rifiuto di credere in un qualsivoglia articolo di fede porta a rifiutare l’autorità di Dio da cui dipende la fede, e annichila di fatto il motivo di credere e quindi polverizza la fede.
    Tuttavia, come espone anche San Tommaso, l’insieme delle verità da credere si organizza secondo un certo ordine, che non sopprime in nessun modo l’importanza di ogni articolo. Il Padre Morerod spiega, che così intesa, la “gerarchia di verità” non è in fondo niente altro che un metodo di catechesi elementare per spiegare, per esempio, la Maternità divina a partire dall’Incarnazione, un modo pedagogico di portare alla fede cattolica coloro che se ne sono allontanati
    .


    Un nuovo contesto teologico e le sue virtualità

    Le dimostrazioni in forma di precisazioni dei Padri Becker, Ocáriz, Morerod e molti altri ancora sono molto seducenti. L’inconveniente è che esse sono rese necessarie perché i testi in questione (riguardo ciò che ho evocato: il n.8 di Lumen Gentium, il n. 2 di Dignitatis humanae e il n.11 di Unitatis Redintegratio, ma esistono altri luoghi di difficoltà
    [15]) non contengono le precisazioni che avrebbero evitato tutte le interpretazioni devianti[16].
    Non è forse, più in generale, la grande difficoltà che solleva tale o tal’altra asserzione del Vaticano II, e nello specifico quella di aver avuto ciò che potremmo qualificare come un «velare nuovamente» (ndt “réenveloppement du dogme” nell’originale), facendo allusione alla teoria dello “svelamento” (ndt “désenveloppement” nell’originale), che rappresenta, secondo il Card. Journet, la funzione dogmatica (ndt si fa notare che l’espressione désenveloppement\svelamento, in francese è prossima per il suono, ma distante per significato da quella di développent\sviluppo del dogma, tanto evocata dall’evoluzionismo modernista, ed è quindi carica di significato).


    Ma prima di tutto bisogna far notare, che il fenomeno innescato dal discorso indirizzato il 22 dicembre 2005 da un Papa teologo, Benedetto XVI, alla Curia romana, sulla buona interpretazione del Vaticano II, si situa in una fase storica del « ritorno al dogma » particolarmente interessante. Si potrebbe del resto difendere che l’esercizio del suo incarico di Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, specialmente dal 1985 (con la pubblicazione di Inchiesta sulla Fede) fino al 2005, ha costituito una specie di pre-pontificato di reinterpretazione e d’inquadramento dei punti sensibili del Vaticano II.

    Al limite, ciò che si dice e scrive oggi liberamente un pò dappertutto era perfettamente conosciuto: cioè a dire che l’autorità dei passaggi del Vaticano II che sono apparsi o paiono, prout sonant, non accordarsi con le asserzioni dogmatiche anteriori, non avevano niente di dogmatico. Allo stesso modo si potrebbe dire che le reinterpretazioni in forma di precisazioni ortodosse di quei passaggi, le quali oggi si moltiplicano da parte di penne autorizzate a parlare, sono sempre esistite. Ma è permesso far notare che queste due vie coniugate, le quali prendono oggi un carattere quasi ufficiale, restano in una certa misura insoddisfacenti: la prima via (la non infallibilità dei punti contestati) perchè essa è puramente negativa e non regola il fondo del dibattito; la seconda (la reinterpretazione tomista di questi punti) perché appare relativamente artificiale o perché essa è in ogni caso e con tutta evidenza a posteriori.

    Ma tuttavia come nella via spirituale l’accesso alle vie della mistica non può fare economia delle purificazioni ascetiche, tutta l’attuale effervescenza scatenata o attivata dal discorso teologico liberatore del 2005, ha un valore preparatorio sul lungo termine – e senza dubbio sul lunghissimo termine – indispensabile. Mi sarà concesso di dire che la presente situazione magisteriale presenta (parlo sempre in questo caso, unicamente, dei punti sensibili del Vaticano II, e in nessuna maniera dei progressi indiscutibili di questo Concilio, come il decreto Ad gentes, e, a mio avviso la costituzione Dei Verbum) è abbastanza inedito nella storia dei dogmi . Non si tratta , come classicamente, di eresie esterne e di condanne interne, ma di flussi dottrinali interni e del rigetto (fino all’ora presente) all’esterno della loro contestazione. Si è in presenza di una crisi che assomiglia se si vuole ad una crisi – molto tardiva, è vero – d’adolescenza, nella quale il meglio e il peggio si mescolano per accedere alla maturità.

    Il peggio sarebbe di restare in mezzo guado - per esempio: Unitatis redintegratio non assegna una finalità chiaramente precisata in termini dogmatici all’ecumenismo. Il meglio è nella materia nuova che è emersa – parlo sempre a titolo personale - e che fa si che, non dispiaccia a coloro che vorrebbero ritornare allo “status quo ante”, è impossibile pretendere per esempio di cancellare l’ecumenismo dall’insegnamento della Chiesa. Più esattamente, bisognerà, dopo un lavoro teologico che non si è mai interrotto da quarant’anni, ma al quale un Papa teologo permette uno sviluppo libero e insperato, fare dell’ecumenismo un insegnamento della Chiesa in quanto tale. Le difficoltà di questi testi che chiamo “d’adolescenza” (poiché mi è stato ovunque rimproverato l’appellativo di “magistero incompiuto”) possono essere allora capiti come degli interrogativi.

    Mi spiego approfondendo questo esempio dell’ecumenismo. Leggendo il n. 3 di Unitatis Redintegratio, si può capire questo testo come il riconoscimento tradizionale dell’esistenza di elementi della Chiesa cattolica, come il Battesimo, la Sacra Scrittura, a volte l’Ordine, in seno alle comunità separate: "Tra gli elementi o i beni nell’insieme dei quali la Chiesa si edifica ed è vivificata, alcuni e anche molti, e di grande valore, possono esistere al di fuori dei limiti della Chiesa Cattolica". Ma Unitatis Redintegratio aggiunge, ciò che apporta una difficoltà considerevole, una certa legittimazione delle comunità separate in quanto tali: «Di conseguenza , queste Chiese e comunità separate , sebbene noi crediamo che soffrano di deficienze, non sono affatto sprovviste di significato e di valore nel mistero della salvezza. Lo spirito di Cristo, in effetti, non rifiuta di servirsi di esse, la forza dei quali deriva dalla pienezza di grazia e di verità che è stata affidata alla Chiesa Cattolica”. I termini del testo sembrano dire dunque che in quanto separate queste Chiese sarebbero delle “continuazioni” (ndt “relais” nell’originale) della Chiesa Cattolica. La qual cosa sarebbe, se tale era la vera interpretazione, in rottura con l’insegnamento anteriore.

    E tuttavia è necessario convenire che se – conformemente alla dottrina tradizionale – alcuni separati in buona fede accedono alla salvezza attraverso questi elementi cattolici che si rinvengono de facto nelle loro comunità, non è la loro appartenenza concreta a queste comunità separate che può (nell’insondabile mistero di Dio) apportar loro questi elementi cattolici salutari. Allo stesso tempo, è vero, che questa appartenenza è anche il principale ostacolo oggettivo al loro ritorno nell’unità della Chiesa. E’ chiaro che il dogma del passato non ha fatto proprio esplicitamente questo fatto, e cioè che gli elementi cattolici che esistono nelle comunità separate possano essere strumento della grazia per i cristiani separati in buona fede e dunque che essi appartengono in voto alla Chiesa di Pietro, né che essi siano in attesa di essere rivivificati dal ritorno alla Chiesa cattolica dei cristiani separati, i quali di tali elementi beneficiano (cosa che non ho in nessun modo la pretesa di spiegare in poche righe). In fondo è come se l’ “interrogativo” del n. 3 di Unitatis Redintegratio testimoniasse di due deficienze, una riguardo il passato che diceva troppo poco, e l’altra riguardo il presente che, di contro, dice troppo
    .


    Nota della redazione: Per eventuali citazioni invitiamo sempre a rifarsi al testo nella lingua originale dell'autore, nella fattispecie il francese, in questo spirito le note non sono state tradotte.



    [1] Concilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare, Case Mariana Editrice, 25 mars 2009.
    [2] Mons. Brunero Gherardini, « Quale valore magisteriale per il Concilio Vaticano II », da Disputationes Theogicae, 5 maggio 2009 ; Claude Barthe, « Il Magistero ordinario infallibile. L’abbé Barthe difende la posizione di Mons. Gherardini », 18 giugno 2009.
    [3]. Sur la manière dont la FSSPX décline le thème de la non-infaillibité des points contestés de Vatican II : Jean-Michel Gleize, « Le concile Vatican II a-t-il exercé l’acte d’un véritable magistère ? » et Alvaro Calderón « L’autorité doctrinale du concile Vatican II », dans Magistère de soufre (Iris, 2009, pp. 155-204 et 205-218)
    [4]. Parole et Silence, 2005.
    [5]. Parole et silence, 2004.
    [6]. « Nel clima dell’Immacolata i quarant’anni del Concilio. Subsistit in (Lumen gentium, 8) », pp. 1, 6-7.
    [7]. Un autre ancien professeur de l’Université Grégorienne, le P. Francis A Sullivan, avait d’ailleurs contesté cette interprétation dans « A Response to Karl Becker, S.J., on the Meaning of Subsistit In » Theological Studies, vol. 67 (2006), pp. 395-409. Le P. Sullivan, d’une tendance opposée à celle du P. Becker, ne croit cependant pas davantage que lui à l’autorité infaillible de Vatican II. Dans la ligne Sullivan, mais dans une perspective tout autre que le débat sur les points contestés de Vatican II, la bibliographie sur la relativisation de l’autorité magistérielle dans la théologie actuelle est considérable. En français : un classique, Jean-François Chiron, L’infaillibilité et son objet. L’autorité du magistère infaillible de l’Église s’étend-elle aux vérités non révélées ? (Cerf, 1999) ; et la plus récente contribution : Grégory Woimbée, Quelle infaillibilité pour l’Église ? De jure veritatis (Téqui, 2009).
    [8]. Dernier ouvrage paru donnant un bref, mais très substantiel résumé du débat : Guillaume de Thieulloy, « Vers une relecture de Vatican II), dans La théologie politique de Charles Journet (Téqui, 2009, pp. 149-163). Pour l’état le plus complet et le plus parfaitement référencé de la doctrine d’avant Dignitatis humanae, voir le chapitre 9 du schéma De Ecclesia (Documenta oecumenico Vaticano II apparando, Constitutio De Ecclesia, c. 9, traduction dans Claude Barthe, Quel avenir pour Vatican II. Sur quelques questions restées sans réponse (François-Xavier de Guibert, 1999, pp. 163-179).
    [9]. « Délimitación del concepto de tolerancia y su relación con el principio de libertad », Scripta Theologica 27 (1995), pp. 865-884.
    [10]. P. Basile Valuet, osb, La liberté religieuse et la Tradition catholique, éditions Sainte-Madeleine, 1998, dont il faut souligner qu’il ne semble pas vouloir assimiler l’enseignement conciliaire au magistère ordinaire universel. Tiennent, en revanche, pour la qualification de magistère ordinaire et universel à la doctrine conciliaire de la liberté religieuse (dont ils donnent des interprétations catholiques aux nuances diverses, qu’il n’est pas possible de rapporter ici) : Brian W. Harrison, Le développement de la doctrine catholique sur la liberté religieuse (Dominique Martin Morin, 1988) ; de nombreux articles de Dominique-M. de Saint-Laumer, par exemple « Liberté religieuse. Le débat est relancé », Sedes Sapientiae, 25, pp. 23-48 ; Bernard Lucien, : Les degrés d’autorité du Magistère (La Nef, 2007).
    [11]. « Le devoir social de religion et le droit à la liberté religieuse », nn. 2104-2109.
    [12]. Op. cit., Parole et silence, 2004.
    [13]. Op. cit., Parole et Silence, 2005.
    [14]. « En exposant la doctrine, ils [les théologiens catholiques] se souviendront qu’il y a un ordre ou une “hiérarchie” des vérités de la doctrine catholique en raison de leur rapport différent avec les fondements de la foi chrétienne ».
    [15]. Le n. 2 de la Déclaration Nostra aetate : « « Elle [l’Église catholique]considère avec un respect sincère — observantia : respect religieux — ces manières d’agir et de vivre, ces règles et doctrines qui, quoiqu’elles diffèrent en beaucoup de points de ce qu’elle-même tient et propose, cependant apportent souvent un rayon de la Vérité qui illumine tous les hommes ».
    [16]. En ce qui concerne l’ensemble des difficultés levées par la FSSPX et la manière dont elle les présente, on peut notamment lire le livre collectif : Magistère de soufre, op. cit. (Iris, 2009).


    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
    Maestro dell’Ordine)
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    00 9/16/2009 8:06 AM
    La S. Sede conferma tempi e nomi dei colloqui con la FSSPX

    CITTA' DEL VATICANO, martedì, 15 settembre 2009 (ZENIT.org).

    - Nella seconda metà di ottobre, avranno luogo i colloqui tra la Santa Sede e la Fraternità di San Pio X, fondata dall’Arcivescovo Marcel Lefebvre, secondo quanto ha confermato il direttore della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi S.I., rispondendo alle domande di alcuni giornalisti.

    Il portavoce vaticano ha confermato i nomi dei tre esperti, per parte vaticana, che parteciperanno agli incontri.
    Si tratta del domenicano svizzero Charles Morerod, del gesuita tedesco Karl Josef Becker e del Vicario generale dell’Opus Dei, il prelato spagnolo Fernando Ocariz Brana.

    Benedetto XVI vede come “suo dovere, e con ragione, l'impegno per l'unità della Chiesa”.



    Il mese di Ottobre è affidato alla Madonna del Rosario...preghiamo dunque che la Vergine Maria porti l'Unità nella Chiesa affinchè presto possa trionfare maggiormente il suo Cuore Immacolato...

    [SM=g1740734] [SM=g1740750] [SM=g1740738]


    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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    00 10/15/2009 6:05 PM
    Il 26 ottobre primo incontro in Vaticano con la Fraternità San Pio X

    Il prossimo lunedì 26 ottobre, nella mattinata, avrà luogo il primo incontro dei previsti colloqui con la Fraternità San Pio X. Lo ha reso noto il direttore della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi.

    Vi parteciperanno, per parte della Commissione Ecclesia Dei, oltre al segretario della stessa Commissione, mons. Guido Pozzo, il segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, mons. Luis F. Ladaria Ferrer, e gli esperti già nominati: padre Charles Morerod, segretario della Commissione teologica internazionale, consultore della Congregazione per la Dottrina della Fede, mons. Fernando Ocáriz, vicario generale dell’Opus Dei, consultore della Congregazione per la Dottrina della Fede, padre Karl Josef Becker, consultore della Congregazione per la Dottrina della Fede.

    L’incontro avrà luogo presso il Palazzo del Sant’Ufficio. I contenuti delle conversazioni, che riguarderanno le questioni dottrinali aperte, rimarranno strettamente riservati. Al termine dell’incontro verrà rilasciato un comunicato.
    Radio Vaticana


    Ragazzi ancora una volta siamo chiamati alla preghiera. Armiamoci di rosario.


    IL COMUNICATO UFFICIALE:


    Dichiarazione del direttore della Sala Stampa della Santa Sede



    Il prossimo lunedì 26 ottobre, nella mattinata, avrà luogo il primo incontro dei previsti colloqui con la Fraternità San Pio x. Lo ha reso noto nella mattina di giovedì 15 il direttore della Sala Stampa della Santa Sede, padre Federico Lombardi.
    Vi parteciperanno, per parte della Commissione Ecclesia Dei, oltre al segretario della stessa, monsignor Guido Pozzo, il segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, arcivescovo Luis F. Ladaria Ferrer, e gli esperti già nominati: il domenicano Charles Morerod, segretario della Commissione teologica internazionale e consultore della Congregazione per la Dottrina della Fede; monsignor Fernando Ocáriz, vicario generale dell'Opus Dei, anch'egli consultore della Congregazione; il gesuita Karl Josef Becker, anch'egli consultore del dicastero.
    L'incontro avrà luogo presso il palazzo del Sant'Ufficio. I contenuti delle conversazioni, che riguarderanno le questioni dottrinali aperte, rimarranno strettamente riservati. Al termine dell'incontro verrà rilasciato un comunicato.



    (©L'Osservatore Romano - 16 ottobre 2009)




    [SM=g1740717] [SM=g1740720]
    [Edited by Caterina63 10/15/2009 7:14 PM]
    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
    Maestro dell’Ordine)
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    Caterina63
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    00 10/26/2009 6:18 PM

    TESTO IN LINGUA ITALIANA

    Lunedì 26 ottobre 2009 si è tenuto nel Palazzo del Sant’Uffizio, sede della Congregazione per la Dottrina della Fede e della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, il primo incontro della Commissione di studio, formata da esperti della medesima Commissione e della Fraternità Sacerdotale S. Pio X, allo scopo di esaminare le difficoltà dottrinali che ancora sussistono tra la Fraternità e la Sede Apostolica.

    In un clima cordiale, rispettoso e costruttivo si sono evidenziate le maggiori questioni di carattere dottrinale che saranno trattate e discusse nel corso dei colloqui che proseguiranno nei prossimi mesi probabilmente a scadenza bimensile. In particolare si esamineranno le questioni relative al concetto di Tradizione, al Messale di Paolo VI, all’interpretazione del Concilio Vaticano II in continuità con la Tradizione dottrinale cattolica, ai temi dell’unità della Chiesa e dei principi cattolici dell’ecumenismo, del rapporto tra il Cristianesimo e le religioni non cristiane e della libertà religiosa. Nel corso dell’incontro si è anche precisato il metodo e l’organizzazione del lavoro.

    [01551-01.01]


    TRADUZIONE IN LINGUA INGLESE

    On Monday 26 October 2009 in the Palazzo del Sant'Uffizio, headquarters of the Congregation for the Doctrine of the Faith and of the Pontifical Commission "Ecclesia Dei", the study commission made up of experts from "Ecclesia Dei" and from the Society of St. Pius X held its first meeting, with the aim of examining the doctrinal differences still outstanding between the Society and the Apostolic See.

    In a cordial, respectful and constructive climate, the main doctrinal questions were identified. These will be studied in the course of discussions to be held over coming months, probably twice a month. In particular, the questions due to be examined concern the concept of Tradition, the Missal of Paul VI, the interpretation of Vatican Council II in continuity with Catholic doctrinal Tradition, the themes of the unity of the Church and the Catholic principles of ecumenism, the relationship between Christianity and non-Christian religions, and religious freedom. The meeting also served to specify the method and organisation of the work.

    [01551-02.01] [Original text: Italian, traduzione a cura della Sala Stampa]



    PREGHIAMO [SM=g1740717] [SM=g1740720] PREGHIAMO, PREGHIAMO....INCESSANTEMENTE PREGHIAMO......[/DIM]

    Fraternamente CaterinaLD

    "Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
    (fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
    Maestro dell’Ordine)
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    Caterina63
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    00 10/27/2009 6:58 PM
    Iniziati i colloqui Santa Sede-FSSPX

    da messainlatino:

    Gianni Cardinale ha scritto su Avvenire di domenica questo articolo che si distingue per profondità di analisi. Cardinale (nomen omen) è un giornalista in gamba che non è insensibile al fascino della liturgia tradizionale; almeno così appariva allorché scriveva su 30Giorni. Oggi, ad Avvenire, supponiamo che su certi temi la prudenza sia di rigore; ma al tempo stesso constatiamo, nell'articolo che segue, una libertà non solo di giudizio del giornalista (la conoscevamo già) ma soprattuto di pubblicazione; la cosa, trattandosi del quotidiano ufficiale della C.E.I., non può non farci piacere.




    Vent’anni dopo ricominciano i colloqui dottrinali tra Santa Sede e comunità le­febvriana. Nel 1988 non ebbero un e­sito felice, questa volta c’è la forte speranza da ambo le parti che i risultati possano essere po­sitivi.

    Domattina, nell’austero palazzo del Sant’Uffi­zio, dove ha sede la Pontificia Commissione Ec­clesia Dei, si incontreranno le due delegazioni. Da parte vaticana ci saranno l’arcivescovo Luis Francisco Ladaria, gesuita, segretario della Con­gregazione per la dottrina della fede (Cdf), il pa­dre Karl I. Becker, anche lui gesuita, professore emerito della Gregoriana, padre Charles More­rod, domenicano, rettore dell’Angelicum e se­gretario della Pontificia Commissione teologi­ca internazionale, monsignor Fernando Oca­riz, vicario generale dell’Opus Dei.

    Tutti e tre questi ecclesiastici sono consultori della Cdf, e sono noti per non avere preclusioni 'ideologi­che' nei confronti della controparte, anche se coscienti della complessità dei problemi che verranno trattati.

    Da parte della Fraternità sa­cerdotale di san Pio X ci saranno invece il ve­scovo Alfonso de Galarreta, direttore del semi­nario argentino della Fraternità e i sacerdoti Pa­trick de La Rocque, Jean-Michel Gleize e Benoit de Jorna. Quest’ultimo è autore di alcuni scrit­ti dai toni piuttosto accesi, ma questo non do­vrebbe essere un problema se un certo estre­mismo sarà circoscritto al linguaggio e non ai contenuti. Comunque la presenza di Galarreta dovrebbe, almeno nelle intenzioni, essere ga­ranzia di equilibrio e misura.

    I sei partecipanti al dialogo saranno moderati da monsignor Gui­do Pozzo, segretario di Ecclesia Dei.
    I temi dei colloqui, come annunciato dallo stes­so Benedetto XVI nella lettera del 10 marzo scor­so in cui ne aveva preannunciato l’inizio, sono «di natura essenzialmente dottrinale e riguar­dano soprattutto l’accettazione del Concilio Va­ticano II e del magistero post-conciliare dei Pa­pi».
    In discussione quindi non c’è l’ultimo Con­cilio.

    E in questo senso hanno suscitato una buo­na impressione le recenti dichiarazioni del su­periore dei lefebvriani, il vescovo Bernard Fel­lay, per il quale le «serie obiezioni» della Frater­nità sono «circa» e quindi non «sul» Concilio in sé.

    Il dialogo quindi potrà esserci solo sull’in­terpretazione autentica del Concilio e di alcuni suoi documenti in particolare, come quelli riguardanti la collegialità episcopale, la libertà re­ligiosa, l’ecumenismo e i rapporti con le altre re­ligioni.
    A questo riguardo hanno suscitato una impressione meno positiva le dichiarazioni di Fellay, che sembravano auspicare un allarga­mento dei temi di dialogo a questioni inerenti, ad esempio, «l’influenza della filosofia moder­na » nella Chiesa del post-Concilio. Temi inte­ressanti che però non dovrebbero costituire di per sé oggetto di discussione dirimente per l’ac­coglimento dei lefebvriani e che rischiano di al­lungare indefinitamente i tempi dei colloqui.

    In sostanza si tratterà di vedere se la Frater­nità fondata da monsignor Marcel Lefebvre è disposta ad accettare il Concilio Vaticano II al­la luce di tre principi.
    Innanzitutto nel segno dell’ «ermeneutica della continuità» e non di «rottura» con la tradizione come affermato da Benedetto XVI nel celebre discorso alla Curia Romana per gli auguri natalizi del 2005. Det­to questo per la Santa Sede è imprescindibile il fatto che il deposito della fede sia conside­rato «un tutto», nella sua integrità e organicità, e che non è possibile estrapolarvi arbitraria­mente dottrine gradite a scapito di altre che non piacciono.
    In questo caso il testo di riferi­mento sarà il Catechismo della Chiesa catto­lica.

    Questo secondo principio sarà forse quel­lo su cui potrebbero registrarsi le maggiori dif­ficoltà, poiché in campo lefebvriano si tende a volte a non dare il giusto peso ai diversi gra­di di importanza dei pronunciamenti magi­steriali (ad esempio la dottrina dello 'stato cat­tolico', ancorché teoricamente legittima, non può essere invocata come l’unica vincolante per la Chiesa...).

    Terzo principio che guiderà i colloqui sarà quello di discutere della lettera au­tentica del Concilio e non delle di­scutibili interpretazioni, anche nel caso godessero di un certo seguito all’interno della Chiesa cattolica. Come si noterà di materia da discu­tere ce n’è in abbondanza. E per non allungare troppo i tempi si prevede che le discussioni proseguiranno a scadenze ravvicinate.

    Quanti mesi occorreranno è ancora presto per dirlo. E comunque alla fine le con­clusioni dovranno essere sottopo­ste alle istanze superiori (Congre­gazione per la dottrina della fede e Papa per la Santa Sede, Fellay e Ca­pitolo della Fraternità per i lefeb­vriani). Solo dopo potrà essere cer­tificata la piena comunione. Le mo­dalità canoniche con cui questo po­trà avvenire (prelatura personale o altro) è un’altra storia.


    Fonte: Avvenire 25 ottobre 2009


    Fraternamente CaterinaLD

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    00 11/11/2009 3:16 PM

    Qualche informazione in più sui colloqui Roma-FSSPX


    Nel corso di una trasmissione radiofonica di lunedì su Radio courtoisie, in cui erano presenti tra gli altri l’abbé Grégoire Celier della Fraternità San Pio X, l'abbé Guillaume du Tanoüarn dell’Istituto del Buon Pastore e l’abbé Claude Barthe, noto ai nostri lettori, insieme ai giornalisti di simpatie tradizionali Philippe Mexence e Daniel Hamiche, sono state fornite informazioni interessanti ed anche curiose inerenti le discussioni dottrinali Roma-FSSPX da poco iniziate.

    In particolare, in merito ai membri della commissione di parte lefebvriana, l'abbé Celier ha spiegato che essi potrebbero cambiare in futuro, a seconda delle specialità di ciascuno. Ha spiegato che esiste anche una sottocommissione della FSSPX di appoggio alla commissione ufficiale, e che ci sono "esperti" per poter rispondere alle richieste e domande dei membri che intervengono a Roma. Vi è, insomma, una organizzazione ben pianificata.

    L'abbé Célier, in risposta ad un’ascoltatrice, ha rivelato che gli scambi non sono in latino e che anche se tutte le parti interessate, di ambo le commissioni, comprendono il francese e l’italiano, gli interventi beneficiavano di traduzioni simultanee, poiché alcuni degli esperti presenti non padroneggiano abbastanza queste due lingue.

    Sempre l'abbé Célier ha detto che la delegazione della FSSPX era ospitata alla Domus Sanctae Marthae, luogo dove hanno soggiornato i cardinali per il conclave. E poiché gli altari della Casa erano già tutti occupati per le messe, quelle dei membri della Fratenità sono state celebrate nella Basilica di S. Pietro.

    L’abbé Barthe ha invece riferito che le discussioni sono state filmate, certamente affinché il Papa possa vederle. Egli ha concluso che queste discussioni dimostrano che il Vaticano II non è più un dogma di fede e che in pochi anni la funzione magisteriale potrà riprendere tutta la sua forza. Allo stesso modo, ritiene che si troverà un accordo tra Roma e la FSSPX.
    (P.S. infatti va specificato che LE INTERPRETAZIONI SBAGLIATE scaturite da DOPO il Concilio sulla base dei Documenti del Concilio stesso NON sono mai state definite dogma di fede, anzi, è sono proprio queste materia di discussione....)



    Fonte: Summorum Pontificum Observatus

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    00 12/22/2009 10:10 AM