DIFENDERE LA VERA FEDE
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A tutti voi che passate da qui: BENVENUTI
Se avete desiderio di capire che cosa insegna la Bibbia che il Magistero della Santa Chiesa, con il Sommo Pontefice ci insegna, questo Gruppo fa per voi. Non siamo "esperti" del settore, ma siamo Laici impegnati nella Chiesa che qui si sono incontrati da diverse parti d'Italia per essere testimoni anche nella rete della Verità che tentiamo di vivere nel quotidiano, come lo stesso amato Giovanni Paolo II suggeriva.
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Vuoi davvero sapere cosa pensa la FSSPX (i Lefebvriani) ? Non accontentarti delle voci, informati

Ultimo Aggiornamento: 21/03/2015 22.55
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16/04/2009 13.21
 
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lunedì 13 aprile 2009

Tradizione o riscoperta della Verità ?




Dal sito ufficiale della FSSPX ritengo utile quanto segue per evitare di lasciarci, noi stessi, catturare dalle notizie di stampa le quali sono spesso strumentalizzate, manipolate e CONTRO il desiderio stesso del Pontefice a favore della FSSPX...  Occhiolino

di Daniele Nigro

"Ogni Cattolico è, per il fatto stesso di essere cattolico, uomo della Tradizione. Infatti il termine tradizione viene dal latino “tradere”, che significa tramandare"
[1]. Con questo pensiero di San Pio X Mons. Bernard Fellay delinea il significato profondo del movimento interiore che è stato alla base della frattura tra la Chiesa di Roma e Mons. Marcel Lefebvre. Aggiungendo che la Chiesa ha come scopo quello di tramandare ciò che ha ricevuto.

Credo che da questo concetto si debba partire per comprendere lo spirito del libro-intervista che, grazie anche all’acutezza dei suoi autori, riesce, allargando il respiro della questione e non soffermandosi solo sugli aspetti della celebrazione liturgica, a rivelarci profondità e contraddizioni della Fraternità San Pio X.
Partendo infatti dal presupposto che Tradizione non significa replicare il passato, ma tramandare lo spirito che lo ha animato, Fellay cerca di far emergere proprio questo “spirito”.

Colpisce subito la fermezza del superiore della Fraternità nell’affermare che né lui, né Mons. Lefebvre si siano mai sentiti “lefebvriani”, ma solo ed esclusivamente cattolici; cioè appartenenti a quella Chiesa che << è Nostro Signore Gesù Cristo il quale si è unito alle anime per le quali ha versato il proprio sangue sulla Croce >>
[2]. Anche se, a differenza di quello che fece San Francesco subendo umiliazioni e affrontando grandi difficoltà, hanno preferito collaborare alla “santificazione” della Chiesa dal suo esterno almeno dal momento della consacrazione dei vescovi, atto sicuramente necessario per la continuità della Fraternità, ma che di fatto, a seguito della scomunica, li ha posti fuori dalla “comunità”.

Sicuramente vanno riconosciuti meriti alla chiara esposizione di Mons. Bernard Fellay, che orienta l’attenzione su argomenti e problemi per troppo tempo accantonati, dando soluzioni coraggiose.

Di estrema attualità é la teoria sulla responsabilità personale dei vescovi per le anime a loro affidate da Dio, oggi troppe volte mistificata da una millantata collegialità che ne ostacola il ministero pastorale e il restringimento della loro visione indirizzata esclusivamente alla terra sottovalutando il fatto che "volgendo lo sguardo verso il Cielo si troverebbe più facile la soluzione ai problemi terren"
[3].
Si potrebbe cioè asserire con Fellay che l’uomo di oggi, sia egli fedele o consacrato, non volge più lo sguardo verso il Cielo; e ciò che la Chiesa dovrebbe tornare a dire all’uomo è quello che ha sempre detto in tutti i tempi: "Bisogna tornare a ricordare agli uomini la Croce "
[4]. Bisogna tornare ad insegnare i comandamenti e spiegare che servono a santificarsi.

Lo sguardo verso il Cielo, però, non deve farci dimenticare che siamo nel mondo e se è vero che Gesù stesso ci ha detto che la via semplice e larga del mondo porta alla dannazione, non ha esitato a venire nel mondo, a farsi giudicare e mettere a morte da questo stesso mondo per redimerci e per insegnarci la via stretta del Cielo. Non dobbiamo rinunciare a camminare nel mondo e a mischiarci con esso, perché solo così potremo adempiere alla missione che Cristo stesso ci ha affidato, che è quella di “tramandare”, di far scoprire a tutti gli uomini che accogliere Colui che è tutto Amore non toglie niente alla nostra vita, ma la arricchisce e la trasforma in qualcosa di profondo e meraviglioso.

Risulta oltretutto interessante rilevare come questo scarso slancio verso la Croce si è manifestato visivamente nella liturgia con la progressiva emarginazione di questa dall’altare. Il celebrante, l’uomo del sacrificio, durante la celebrazione non guarda più alla Croce non è più rivolto verso il segno della nostra redenzione, ma si sostituisce ad essa catalizzando su di sè anche l’attenzione dei fedeli. Forse è vero che oggi il sacerdote non si senta più uomo del sacrificio, ma solo uomo della “Parola”, disattendendo lo stesso spirito del Concilio che nella Costituzione Lumen Gentium dice testualmente che i presbiteri "Esercitano il loro sacro ministero soprattutto nel culto eucaristico o sinassi, dove, agendo in persona di Cristo [103] e proclamando il suo mistero, uniscono le preghiere dei fedeli al sacrificio del loro capo e nel sacrificio della messa rendono presente e applicano fino alla venuta del Signore (cfr. 1 Cor 11,26), l’unico sacrificio del Nuovo Testamento, quello cioè di Cristo, il quale una volta per tutte offrì se stesso al Padre quale vittima immacolata (cfr. Eb 9,11-28) [104] ".

E proprio il tema della liturgia, al quale viene semplicisticamente ricondotto il pensiero della Fraternità San Pio X, acquista uno spessore interessante nel corso dell’intervista. Esso permea tutto il libro e riaffiora costantemente, facendo comprendere come la liturgia non sia una mera rappresentazione di un evento, non sia un compartimento a tenuta stagna, ma il momento in cui l’intera esperienza cristiana prende forma. L’ideale diventa così fattuale. Fellay partendo dalla testimonianza di un americano ricorda come "che accade nella messa è un mistero "
[5]. È vero che mai le parole saranno adeguate per esprimere una realtà così grande e meravigliosa, ed infatti ritengo che il problema non sia la lingua nella quale si scelga di celebrare il rito.

Il latino, certo, rende meglio il carattere di universalità della Chiesa; una Chiesa che non è chiesa di Francia, d’Italia, di Germania, ma che comprende tutti i redenti dal Sangue Prezioso dell’Agnello. La questione, invece, si gioca sul contenuto e sulla dignità della celebrazione. Una liturgia composta, dignitosa, bella, aiuta qualsiasi individuo ad avvicinarsi a Dio e ad iniziarsi al mistero più di ogni dotta disquisizione mistagogica.

Compito della Chiesa deve essere quello di indicare il vero significato della liturgia e della partecipazione ad essa, a catechizzare la liturgia stessa. Elemento di netta distinzione con gli altri culti è la ferma certezza che quella particola e quel vino sono il Corpo ed il Sangue di Cristo. Non si mette in scena una rappresentazione, ma si verifica ancora una volta il più grande dono che Cristo ha fatto all’uomo: il sacrificio di Se stesso per la sua salvezza. Solo recuperando il profondo significato della liturgia la sua forma potrà tornare ad essere "il Cielo sulla terra"
[6].

I temi del peccato, del demonio e dell’inferno, troppo spesso eliminati dalle catechesi e dalle omelie e ridotti a mere superstizioni per ignoranti e creduloni, vengono esaminati con equilibrio e coraggio facendo riscoprire il profondo senso della riconciliazione con Dio ed il significato di peccato che si sostanzia nel "contravvenire al dovere fondamentale di ricambiare l’amore di Dio"
[7], al quale segue il giusto castigo liberamente scelto dall’uomo.

In questa ottica anche l’uso della libertà ritorna ad avere il suo significato autentico: "la libertà non può essere esercitata nella scelta del fine, ma nella scelta dei mezzi per raggiungere il fine"
[8]. Dio non ha certo fatto il dono della libertà all’uomo perché potesse dannarsi. La libertà viene consegnata all’uomo affinché egli possa giungere alla Verità. Possa cioè intraprendere con coscienza e vera adesione il cammino che conduce al fine ultimo: la santità; così la Lumen Gentium > (1 Ts 4,3; cfr. Ef 1,4) >>. L’uomo ha la possibilità di aderire alla chiamata del Signore fino al “calar del giorno”.

Non importa per quanto tempo egli viva la Verità. Importa il suo totale abbandono alla Verità, poiché solo questo lo trasforma e rigenera, solo questo lo rende figlio e quindi partecipe dell’eredità di Cristo. Al “calar del giorno” la scelta non può più essere mutata. Ed a riguardo Fellay ricorda che "mentre in vita l’uomo può dirigersi verso Dio o allontanarsi da Lui, dopo la morte l’anima rimane fissa nella sua decisione per l’eternità… a quel punto non potrà mutare la sua scelta sulla quale verrà giudicata"
[9].

L’accenno all’ecumenismo e ai suoi cattivi frutti risulta alquanto riduttivo, poiché se è vero che in alcuni sia passata l’idea di ecumenismo come uguaglianza e pari dignità delle varie religioni, Benedetto XVI, come già faceva Giovanni Paolo II, ha più volte ribadito, con espressioni certo differenti dettate dai tempi, ciò che in sostanza disse Pio IX nel Concistoro del 1861 e che Fellay ricorda: "C’è una sola religione vera e santa, fondata ed istituita da Cristo Nostro Signore. Madre e nutrice delle virtù, distruttrice dei vizi, liberatrice delle anime, indicatrice della vera felicità. Essa si chiama: Cattolica, Apostolica, Romana"
[10]. Ne tale verità può portare a chiudersi e ad isolarsi ostacolando quel confronto che serve a fare aprire i cuori alla Verità.

A Benedetto XVI dobbiamo tutti riconoscenza perché con il suo gesto di amore incondizionato ci ha insegnato concretamente che cosa è la Chiesa e che cosa è la fede Cattolica, e cioè qualcosa che unisce e non che divide; dimostrando oltremodo che padre è colui che fa festa e uccide il vitello grasso perché il figlio che era perduto è stato ritrovato.

È proprio vero, a tutti gli uomini di oggi " serve la Verità, che si trova solo nella Chiesa "
[11].


[1] GNOCCHI-PALMARO, Tradizione Il vero volto, p.49.
[2] Ibidem, p. 39.
[3] Ibidem, p. 70.
[4] Ibidem, p. 60.
[5] Ibidem, p. 94.
[6] N.BUX, La Riforma di Benedetto XVI. La liturgia tra innovazione e tradizione, Casale M.,2008, p 17.
[7] GNOCCHI-PALMARO, Tradizione Il vero volto, p. 137.
[8] Ibidem, p. 127.
[9] Ibidem, p. 142.
[10] Ibidem p. 101.
[11] Idem p. 150.







L'ho letto già due volte... .lo consiglio a chiunque voglia davvero conoscere il vero volto della FSSPX, le speranze che ci uniscono e i nodi che lo stesso Pontefice sta portando al pettine


Lo consiglio anche per evitare, chi vuole parlare della FSSPX, di esprimersi in modo inesatto o solo per sentito dire...e si scoprirà che la FSSPX è davvero molto più unita al Pontefice di quanto lo siano certe comunità che si dicono cattoliche dentro la Chiesa...

I problemi ci sono è vero, ma proprio per questo l'utilità di questo libro sta nel fatto che esso aiuta a capire quali essi siano realmente...e di quanto sia indispensabile la mediazione portata avanti dal Papa...

E' un libro che può interessare solo a chi ama davvero la verità...


[SM=g1740739] [SM=g1740739] [SM=g1740739]

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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Intervista a mons. de Gallareta, vescovo lefebvriano



[..]
- Eccellenza, lei ha detto nel suo sermone che [la revoca delle scomuniche] aveva aumentato il numero di fedeli nel mondo, dopo il decreto del 21 gennaio.

Sì, in effetti, dopo il Motu Proprio, diverse migliaia di sacerdoti hanno chiesto il DVD che insegna a pregare la Messa tradizionale. Inoltre dopo questo decreto c’è un sacco di persone nuove che sono in contatto con i nostri conventi e seminari.

- Molti si chiedono perché il papa ha emesso il decreto del 21 gennaio. Alcuni parlano di una volontà di assorbire la Fraternità Sacerdotale di San Pio X e di metterla tacere. Altri parlano di un semplice atto di benevolenza del Papa. Qual è il Suo parere su questo argomento?

E’ difficile capire le intenzioni, ma da quello che si può dedurre dai fatti, ci sono probabilmente diverse ragioni. Mi sembra indiscutibile che vi sia da parte del Papa una certa volontà di ristabilmento della giustizia e benevolenza. Ma è chiaro che essi si aspettano che tali azioni e i contatti con Roma permettano loro di incorporarci all'interno della "dinamica chiesa", che limerebbe le spine che secondo loro noi abbiamo, per esempio, essere tanto rigidi e intransigenti, come dicono, sulla dottrina. Ossia si aspettando di "moderarci" un po’, incorporando anche alcune nostre cose positive.
Un altro aspetto importante è il desiderio di Benedetto XVI di dimostrare la continuità del Concilio Vaticano II con la Tradizione: se vuole dimostrare che vi è continuità, ci deve essere permesso di esistere e di vivere entro i confini della Chiesa. Certo, questa visione delle cose e di noi stessi è il più grande pericolo dei contatti a venire.

- Possiamo parlare di un papa tradizionalista?

No. Purtroppo no. Benedetto XVI ha inteso esplicitamente negarlo. Si sente pienamente e teologicamente identificato con il Concilio Vaticano II. Il suo insegnamento e il suo governo della Chiesa rientrano perfettamente nello spirito del Concilio. La prova è che vuole incorporarci alla Chiesa ufficiale, ma all'interno di una concezione ecumenica. Sta praticando dell’ecumenismo nei nostri confronti.
Tuttavia, vi è un cambiamento di atteggiamento nei confronti della tradizione: non è più di persecuzione, ma, in una certa misura, di accettazione. Questo cambiamento di atteggiamento, più sincero, più aperto circa la tradizione, fornisce una base per affrontare i colloqui con la Roma. Il buono, il nuovo dell’attuale Papa, è questo cambiamento di atteggiamento e di accettazione che il Concilio e il magistero postconciliare devono essere in continuità con la tradizione. Si tratta di un punto di contatto e di partenza che ci permette di discutere.

- Nella sua lettera ai vescovi del mondo, 12 marzo, il Papa ha affermato che "i problemi da affrontare adesso sono essenzialmente di natura dottrinale, e si riferiscono principalmente all'accettazione del Concilio Vaticano II e al magistero postconciliare dei Papi ". Quali sono i problemi dottrinali di cui Benedetto XVI ha parlato?

Sono precisamente le novità ispirate ai principi liberali, neomodernisti, come per esempio la libertà religiosa, la libertà di coscienza, l'ecumenismo, il democratismo che entrò nella chiesa con la visione della "Chiesa comunione", "Chiesa popolo di Dio", e attraverso la collegialità, che limita l'autorità del Papa e dei vescovi. In sintesi, è la svolta antropocentrica, di umanesimo e di personalismo che sono entrati nella Chiesa, e hanno operato una rivoluzione copernicana. Siamo passati da una concezione cristocentrica, teocentrica, a una sorta di culto dell'uomo, come lo rivendicò Papa Paolo VI.

- Secondo il decreto del 21 gennaio, dovrebbero iniziare colloqui dottrinali tra la Fraternità Sacerdotale San Pio X e il Vaticano. Nella Fraternità di San Pio X, più volte si è dichiarato di voler "guardare al Concilio Vaticano II alla luce della Tradizione". Come comprendere questa espressione?

Tale espressione richiede certa precisione. Ciò significa che il criterio per una spiegazione di ogni dottrina della Chiesa è la sua conformità alla tradizione. Pertanto studiare il Concilio alla luce della Tradizione significa respingere tutto ciò che è in contraddizione con l'insegnamento e l'insegnamento tradizionale, e accettare ciò che è armonioso e coerente con ciò che si crede da sempre, ovunque e da tutti: che è la definizione della tradizione.

- Allora possiamo dire che scopo di questi colloqui è quello di "convertire Roma"? Non le sembra forse una manifestazione di arroganza? Un’illusione?

Il termine "convertire Roma" non è corretta. Si tratta piuttosto di un ritorno, di una riconversione. D'altro canto, è Dio che può illuminare le menti e i cuori a muoversi per essere in grado di tornare alla Tradizione della Chiesa. Arroganza sarebbe se, sulla base di idee nostre, nuove, ci erigessimo a giudici della dottrina della Chiesa. Ma è piuttosto il contrario: giudicare una serie di sviluppi alla luce di ciò che è stato sempre pensato e vissuto nella Chiesa. Quindi, c'è fedeltà e non orgoglio. Arroganza è proprio l'atteggiamento di coloro che hanno disprezzato l'insegnamento di duemila anni di Chiesa, sulla base di decisioni personali e totalmente contraria alla fede. Illusione? No. Perché non andiamo con false aspettative, vale a dire che non abbiamo un’aspettativa già stabilita. Riteniamo che sia nostro dovere di testimoniare la fede cattolica, difenderla e condannare gli errori ad essa contrari, però non sappiamo quanto frutto si trarrà da queste discussioni. Non sappiamo se poco, molto o nulla. Non sappiamo se appena iniziati i colloqui se ne pentiranno, o se saremo in grado di continuare. Abbiamo l'obbligo di farlo, è nostro dovere, ma è Dio che dà il frutto ... niente, trenta per cento, sessanta, cento per cento? Dio solo lo sa, e provvederà, ma per Dio nulla è impossibile.

– A suo tempo Monsignor [Lefebvre] consacrò quattro vescovi invocando uno stato di necessità. Ha parlato nella sua omelia di una "operazione sopravvivenza" della Chiesa. Dopo il Motu Proprio del 7 luglio 2007 che autorizza la messa tridentina e il decreto del 21 gennaio 2009 concernente la scomunica vi è ancora un tale stato di necessità?

Sì, lo stato di necessità non è causato solo da un’ingiusta condanna o anche solo per la scomparsa della liturgia tradizionale. La nostra battaglia non è finita con il Motu Proprio. Lo stato di necessità deriva dal cambiamento della fede, dall'introduzione di dottrine radicalmente opposte alla fede cattolica e alla tradizione. In questo senso, il problema rimane lo stesso e non è cambiato. Se vi è stato un certo miglioramento nella posizione della Chiesa per quanto riguarda la liturgia tradizionale, in nessun modo v’è stata una soluzione al problema dottrinale della Messa. Lo stato di necessità prosegue esattamente uguale, perché la questione della fede continua a sussistere.

- Quali prospettive vede per la Fraternità di San Pio X, in futuro? Un accordo con Roma? Un riconoscimento canonico?

Non sarà, in assoluto, in un futuro immediato o a medio periodo. Noi precisamente escludiamo questa possibilità. Sappiamo che fino a quando non vi è un ritorno alla tradizione da parte di Roma, qualsiasi accordo pratico o canonico è incompatibile con la confessione e difesa pubblica della fede, e vorrebbe dire la nostra morte. Nella migliore delle ipotesi, umanamente parlando, ci sono davanti diversi anni di discussioni.
[..]


Fonte: Secretum meum mihi



*******************************************

L'intervista offre molti spunti interessanti, alcuni condivisibili altri meno, altri da discutere...per esempio:

mi trovo d'accordo quando il vescovo in questione si lamenta che la situazione con la FSSPX sia trattata in modo ecumenico...ma non mi trovo d'accordo che questa sia, secondo il vescovo, l'intenzione del Papa[SM=g1740733]

mi trovo d'accordo sui problemi scaturiti dal dopo Concilio con le false interpretazioni ed ermeneutiche che hanno portato effettivamente nella Chiesa il modernismo già denunciato profeticamente da san Pio X, ma non sono d'accordo sul fatto che ciò sia stata l'intenzione della Chiesa e del Concilio in sè...[SM=g1740733]

e così via... il problema sta nel fatto che per 40 anni si è seminato veleno contro la FSSPX, li si è condannati senza mai ascoltare le loro ragioni, ed oggi si vuole recuperare qualcosa di veramente PREZIOSO da loro....la difesa alla Tradizione... ciò non toglie che da parte loro ci si è chiusi in una difensiva che ha portato ad una situazione di stallo e che Benedetto XVI ha rimosso...

davvero siamo nelle Mani della Santa Vergine come ben specifica mons. Fellay...

[SM=g1740717] [SM=g1740720]
Fraternamente CaterinaLD

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Mons. Lefebvre e la retta nozione di Tradizione


Nell’ultimo numero della rivista "Divinitas" (1-2-3/2010) Mons. Brunero Gherardini pubblica una monografia sulla Tradizione ecco un passo che ci sembra di fondamentale importanza. Il noto teologo in merito al concetto di Tradizione che oppone in modo irriducibile la Fraternità Sacerdotale San Pio X e il nuovo corso ecclesiale, presenta una formidabile sintesi da noi pienamente condivisa:

«Tentando ora una sintesi delle posizioni difese dall'Ecc.mo Mons. Lefebvre a favore della Tradizione, e senz'alcuna pretesa d'esaurirne il discorso, a me pare che l'urto si stabilisca tra:

- una formazione sacerdotale che affonda i suoi principi nella Tradizione ecclesiastica e nei valori soprannaturali della divina Rivelazione; ed una formazione sacerdotale aperta all'ondifluo orizzonte della cultura in perenne divenire;

- una liturgia che ha certamente un punto di forza nella c. d. Messa tradizionale (passando però dalla Messa alla dottrina e da questa alla riaffermazione della Regalità sociale di N. S. Gesù Cristo); ad una liturgia antropocentrica e sociologica, dove il collettivo prevale sul valore del singolo, la preghiera ignora il momento latreutico, l'assemblea diventa l'attore principale e Dio cede il posto all'uomo;

- una libertà che fa dipendere la sua "liberazione" dal decalogo, dai precetti della Chiesa, dagli obblighi del proprio stato, e che non può sottrarsi al dovere di conoscere amare servire Dio; ed una libertà che omologa i culti, mette il silenziatore alla legge di Dio, disimpegna i singoli e la società sul piano etico e religioso, e lascia alla sola coscienza la soluzione di tutt’i problemi;

- una teologia che attinge i suoi contenuti dalle sue fonti specifiche (la Rivelazione - la Tradizione - il Magistero - la patristica - la liturgia); ed una teologia che apre i suoi battenti, un giorno sì e l'altro pure, a tutte le emergenze culturali del momento, anche a quelle in stridente antitesi con le suddette fonti, in una spasmodica autoriforma che lasci spazio al pluralismo degl'influssi filosofici, conformandosi ora a questo ora a quello;

- una soteriologia strettamente collegata con la persona e l'opera redentrice del Verbo incarnato, l'azione dello Spirito Santo applicativa dei meriti del Redentore, l'intervento sacramentale della Chiesa e la cooperazione dei singoli battezzati; ed una soteriologia che guarda all'unità del genere umano come conseguenza dell'incarnazione del Verbo, nel quale (cf. GS 22) ogni uomo trova la sua stessa identificazione;

- un’ecclesiologia che identifica la Chiesa nel Corpo mistico di Cristo e riconosce nella presenza sacramentale di Lui il segreto vitale dell'essere e dell'agire ecclesiale, del suo ringiovanirsi nel trascorrere del tempo, del suo irrobustirsi anche a fronte delle più cruente persecuzioni, del suo unificarsi nonostante gli scismi e le defezioni, della sua santità santificante nonostante il peccato dei suoi figli; ed un’ecclesiologia che considera la Chiesa cattolica come una componente della Chiesa di Cristo, unitamente ad altre componenti, che in questa fantomatica Chiesa di Cristo addormenta lo spirito missionario, dialoga ma non evangelizza, e soprattutto rinunzia al proselitismo come se fosse un peccato mortale;

- una Messa-sacrificio espiatorio, che celebra il mistero della passione morte e risurrezione di Cristo ri-presentandone sacramentalmente la redenzione satisfattoria; ed una Messa dove il prete è solo presidente ed ognuno è parte “attiva” del sacramento, grazie al fatto che la fede non si fonda su Dio che si rivela, ma è una risposta esistenziale a Dio che ci interpella;

- un Magistero consapevole d'aver in custodia il sacro deposito della Rivelazione divina con il compito d'interpretarla e di trasmetterla alle generazioni venture mediante il Concilio Ecumenico, il successore di Pietro, vertice e sintesi d'ogni istanza ecclesiale, nonché i successori degli apostoli, purché legittimi ed in comunione col Romano Pontefice; ed un Magistero papale che, lungi dal sentirsi voce della Chiesa docente, sottopone la Chiesa stessa al collegio dei vescovi, dotato degli stessi diritti e doveri del Romano Pontefice;

- una religiosità che attua la vocazione comune al servizio di Dio e, per amore di Lui, dei fratelli in umanità; ed una religiosità che sovverte quest’ordinamento naturale, fa dell'uomo il suo "focus" e, almeno nella pratica se non nella teoria, lo sostituisce a Dio.

Da quanto precede si desume facilmente come la Fraternità San Pio X intenda la Tradizione. Tradizione, infatti, è tutto il contrario di ciò che la Fraternità nega e di ciò cui s'oppone».

E di fronte all’accusa rivolta ufficialmente alla Fraternità di avere una "nozione incompleta e contraddittoria di tradizione" Mons. Gherardini è lapidario:

«"Salvaguardare la fede e combattere l'errore" dovrebb’essere l'ideale e l'impegno sia della Chiesa, sia d’ogni suo figlio. Alla luce di ciò, mi resta difficile capire se il già citato rimprovero di "Tradizione incompleta e contraddittoria" abbia un reale fondamento. Una cosa mi par di capire: non si fonda sullo "spirito di Assisi"».

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[SM=g1740733] Riflettiamo

La Casa generale della Fraternità San Pio X in Svizzera

gloria.tv/?media=83926






[SM=g1740717]


[SM=g1740750] [IMG]http://www.sanpiox.it/public/images/stories/FSSPX/Statistiche2010.jpg[/IMG]


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dogmatizzare chiaramente


Commento del quindicinale DICI (n° 220 del 7 agosto 2010) della Fraternità San Pio X sulla conferenza di Mons. Pozzo del 2 luglio 2010 (dal sito http://www.unavox.it/)

Vaticano II, un dibattito tra Romano Amerio,
Mons. Gherardini e Mons. Pozzo

Il 2 luglio, Mons. Pozzo, Segretario della Pontificia Commissione Ecclesia Dei ha tenuto una conferenza presso il seminario della Fraternità San Pietro a Wigratzbad, dal titolo «Aspetti dell’ecclesiologia cattolica nella recezione del Concilio Vaticano II».

Egli ha affermato che «se il Santo Padre parla di due interpretazioni o chiavi di lettura divergenti, una della discontinuità o rottura con la Tradizione cattolica, e una del rinnovamento nella continuità (nel discorso alla Curia romana del 22 dicembre 2005, ndr.), ciò significa che la questione cruciale o il punto veramente determinante all’origine del travaglio, del disorientamento e della confusione che hanno caratterizzato e ancora caratterizzano in parte i nostri tempi non è il Concilio Vaticano II come tale, non è l’insegnamento oggettivo contenuto nei suoi Documenti, ma è l’interpretazione di tale insegnamento.

L’analisi di Mons. Pozzo sull’influenza del para-concilio.

Mons. Pozzo intende provare che, su due punti controversi (uno: l’unità e l’unicità della Chiesa cattolica, con la questione del subsistit in di Lumen Gentium 8; due: i rapporti della Chiesa cattolica con le altre religioni, col dialogo ecumenico e interreligioso), «l’autentico annuncio della Chiesa in relazione alla sua pretesa di assolutezza non è sostanzialmente cambiato dopo l’insegnamento del Vaticano II».
Allora, ci si deve chiedere perché dei documenti conciliari così chiaramente conformi alla Tradizione, secondo Mons. Pozzo, abbiano dato luogo ad una interpretazione talmente contraria.

Il prelato romano si pone l’interrogativo e risponde: «Che cosa sta all’origine dell’interpretazione della discontinuità o della rottura con la Tradizione? Sta ciò che possiamo chiamare l’ideologia conciliare, o più esattamente para-conciliare, che si è impadronita del Concilio fin dal principio, sovrapponendosi a esso. Con questa espressione, non si intende qualcosa che riguarda i testi del Concilio, né tanto meno l’intenzione dei soggetti, ma il quadro di interpretazione globale in cui il Concilio fu collocato e che agì come una specie di condizionamento interiore nella lettura successiva dei fatti e dei documenti. Il Concilio non è affatto l’ideologia paraconciliare, ma nella storia della vicenda ecclesiale e dei mezzi di comunicazione di massa ha operato in larga parte la mistificazione del Concilio, cioè appunto l’ideologia paraconciliare. Perché tutte le conseguenze dell’ideologia paraconciliare venissero manifestate come evento storico, si dovette verificare la rivoluzione del ’68, che assume come principio la rottura con il passato e il mutamento radicale della storia. Nell’ideologia paraconciliare il ’68 significa una nuova figura di Chiesa in rottura con il passato».

E Mons. Pozzo conclude che bisogna utilizzare «l’ermeneutica della riforma nella continuità», preconizzata da Benedetto XVI per «affrontare i punti controversi, liberando, per così dire, il Concilio dal para-concilio che si è mescolato ad esso, e conservando il principio dell’integrità della dottrina cattolica e della piena fedeltà al deposito della fede trasmesso dalla Tradizione e interpretato dal Magistero della Chiesa».

Al termine di questa esposizione, resta un interrogativo: il para-concilio denunciato dal Segretario della Commissione Ecclesia Dei, si identifica col post-concilio?

Si sarebbe tentati di rispondere affermativamente, se si considera che questo para-concilio si sarebbe sforzato di far coincidere dei documenti redatti tra il 1962 e il 1965 con lo spirito della rivoluzione del maggio ’68.
Ma è anche detto che «l’ideologia conciliare, o più esattamente para-conciliare, […] si è impadronita del Concilio fin dal principio, sovrapponendosi a esso».
Questa sovrapposizione «fin dal principio» non ha avuto alcuna influenza sulla redazione dei testi conciliari?
Mons. Pozzo ritiene che l’ideologia para-conciliare non abbia intaccato i testi del Concilio, né l’intenzione degli autori, ma ha fornito solo «il quadro di interpretazione globale in cui il Concilio fu collocato e che agì come una specie di condizionamento interiore nella lettura successiva dei fatti e dei documenti».
L’ideologia para-conciliare sarebbe dunque un quadro esterno condizionante dall’interno la lettura dei documenti! Appare più semplice considerare un’influenza estranea alla Tradizione che interviene direttamente sulla loro redazione.

La testimonianza di Mons. Lefebvre

È quello che dichiarava schiettamente Mons. Lefebvre in Lo hanno detronizzato: «È certo che con i 250 Padri conciliari del Coetus (Coetus Internationalis Patrum, gruppo di vescovi conservatori fondato da Mons. Lefebvre, Mons. Carli e Mons. Proença-Sigaud, ndr) abbiamo provato con tutti i mezzi a nostra disposizione ad impedire che gli errori liberali si esprimessero nei testi del Concilio; cosa che ha permesso, quantomeno, di limitare i guasti, cambiare tali affermazioni inesatte o tendenziose, aggiungere tal’altre frasi per rettificare una proposizione tendenziosa, una espressione ambigua.

«Ma, devo confessare che non siamo riusciti a purificare il Concilio dallo spirito liberale e modernista che impregnava la maggior parte degli schemi. I redattori, in effetti, erano proprio degli esperti e i Padri erano contaminati da questo spirito. Ora, che volete, quando un documento, nel suo insieme complessivo, è redatto con uno spirito falso, è praticamente impossibile purgarlo da tale spirito; bisognerebbe ricomporlo interamente per ridargli uno spirito cattolico.

«Con i modi che abbiamo presentato, tutto quello che abbiamo potuto fare è aggiungere degli incisi negli schemi, e questo si vede molto bene: basta confrontare il primo schema sulla libertà religiosa con il quinto che fu redatto – poiché questo documento fu rigettato cinque volte e ritornò cinque volte sul tappeto – per accorgersi che si è riusciti quanto meno ad attenuare il soggettivismo che infettava le prime redazioni. Lo stesso dicasi per Gaudium et spes, si vedono molto bene i paragrafi che sono stati aggiunti su nostra richiesta, e che sono, direi, come delle pezze apposte su un vecchio abito: non si legano insieme; non v’è più la logica della redazione originaria; le aggiunte fatte per attenuare o controbilanciare le affermazioni liberali sono là come dei corpi estranei. (…)

«Ma la cosa seccante è che anche i liberali praticavano lo stesso sistema con i testi degli schemi: l’affermazione di un errore o di un’ambiguità o di un orientamento pericoloso e poi, immediatamente dopo o prima, un’affermazione in senso contrario, destinato a rassicurare i Padri conciliari conservatori.» (Il l’ont découronné, Clovis, pp. 193-194, [Lo hanno detronizzato, Ed. Amicizia Cristiana, Chieti, 2009 – per avere il libro).

Romano Amerio e il suo discepolo Enrico Maria Radaelli denunciano «un abissale rottura della continuità».

Un’eco della testimonianza di Mons. Lefebvre la si può trovare nell’ultimo volume delle opere complete di Romano Amerio, Zibaldone, edito dalla Lindau, Torino. Il titolo, che riprende quello di un’opera del poeta Giacomo Leopardi, significa raccolta composta senza un ordine preciso di: « brevi pensieri, aforismi, racconti, citazioni di classici, dialoghi morali, commenti a fatti quotidiani» come ha scritto, il 12 luglio, il vaticanista Sandro Magister sul suo sito chiesa.espresso.repubblica.it.

Magister presenta così l’opera di Amerio:

« Da questa sua analisi fortemente critica, che egli applicava anche al Concilio Vaticano II, Amerio ricavava quello che Enrico Maria Radaelli, suo fedele discepolo e curatore della pubblicazione delle opere del maestro, chiama il “gran dilemma giacente al fondo della cristianità d’oggi”». Questo dilemma consiste nel sapere se tra il magistero della Chiesa, anteriore al Vaticano II e quello di dopo il concilio vi sia continuità o rottura.

«Proprio questa, infatti, a giudizio di Amerio e Radaelli, è la causa della crisi della Chiesa conciliare e postconciliare, una crisi che l’ha portata vicinissima alla sua “impossibile ma anche quasi avvenuta” perdizione: l’aver voluto rinunciare a un magistero imperativo, a definizioni dogmatiche “inequivoche nel linguaggio, certe nel contenuto, obbliganti nella forma”, come ci si aspetta siano almeno gli insegnamenti di un Concilio».
«La conseguenza, secondo Amerio e Radaelli, è che il Concilio Vaticano II è pieno di asserzioni vaghe, equivoche, interpretabili in modi difformi, alcune delle quali, anzi, in sicuro contrasto col precedente magistero della Chiesa. (la sottolineatura è nostra). E questo ambiguo linguaggio pastorale avrebbe aperto la strada a una Chiesa oggi “percorsa da mille dottrine e centomila nefandi costumi”. Anche nell’arte, nella musica, nella liturgia.

«Che fare per porre rimedio a questo dissesto? La proposta che fa Radaelli va oltre quella fatta di recente – a partire da giudizi critici altrettanto duri – da un altro stimato cultore della tradizione cattolica, il teologo tomista Brunero Gherardini, 85 anni, canonico della basilica di San Pietro, professore emerito della Pontificia Università Lateranense e direttore della rivista “Divinitas”.

«Monsignor Gherardini ha avanzato la sua proposta in un libro uscito a Roma lo scorso anno dal titolo: “Concilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare”. Il libro si conclude con una “Supplica al Santo Padre”. Al quale viene chiesto di sottoporre a riesame i documenti del Concilio, per chiarire una volta per tutte “se, in che senso e fino a che punto” il Vaticano II sia o no in continuità con il precedente magistero della Chiesa.

«Ebbene, nella sua postfazione a “Zibaldone” di Romano Amerio, il professor Radaelli accoglie la proposta di monsignor Gherardini, ma “solo come un utile primo gradino per ripulire l’aia da molti, da troppi fraintendimenti”. Chiarire il senso dei documenti conciliari, infatti, a giudizio di Radaelli non basta, se tale chiarimento viene poi anch’esso offerto alla Chiesa con il medesimo, inefficace stile d’insegnamento “pastorale” entrato in uso con il Concilio, propositivo invece che impositivo.

«Se l’abbandono del principio di autorità e il “discussionismo” sono la malattia della Chiesa conciliare e postconciliare, per uscire da lì – scrive Radaelli – è necessario agire all’opposto. La somma gerarchia della Chiesa deve chiudere la discussione con un pronunciamento dogmatico “ex cathedra”, infallibile e obbligante. Deve colpire con l’anatema chi non obbedisce e benedire chi obbedisce.

«E Radaelli cosa si aspetta che decreti la suprema cattedra della Chiesa? Alla pari di Amerio, egli è convinto che in almeno tre casi vi sia stata “un’abissale rottura di continuità” tra il Vaticano II e il precedente magistero: là dove il Concilio afferma che la Chiesa di Cristo “sussiste nella” Chiesa cattolica invece di dire che “è” la Chiesa cattolica; là dove asserisce che “i cristiani adorano lo stesso Dio adorato da ebrei ed islamici”; e nella dichiarazione “Dignitatis humanæ” sulla libertà religiosa.»

L’ermeneutica della riforma nella continuità è un rimedio sufficiente?

Al termine del suo articolo, Sandro Magister dimostra che la critica del concilio avanzata da Romano Amerio e da Mons. Gherardini non è affatto ricevibile agli occhi del Papa:
«In Benedetto XVI, sia Gherardini che Amerio-Radaelli riconoscono un papa amico. Ma che egli esaudisca i loro voti è da escludersi. Anzi, sia nell’insieme che su alcuni punti controversi papa Joseph Ratzinger ha già fatto capire di non condividere affatto le loro posizioni.

«Ad esempio, sulla continuità di significato tra le formule “è” e “sussiste nella” si è espressa la Congregazione per la Dottrina della Fede nell’estate del 2007, affermando che “il Concilio Ecumenico Vaticano II né ha voluto cambiare né di fatto ha cambiato la precedente dottrina sulla Chiesa, ma ha voluto solo svilupparla, approfondirla ed esporla più ampiamente”.

«Quanto alla dichiarazione “Dignitatis humanæ” sulla libertà religiosa, Benedetto XVI in persona ha spiegato che se essa si è distaccata da precedenti indicazioni “contingenti” del magistero, lo ha fatto proprio per “riprendere nuovamente il patrimonio più profondo della Chiesa”.

«Il discorso nel quale Benedetto XVI ha difeso l’ortodossia della “Dignitatis humanæ” è quello da lui rivolto alla curia vaticana alla vigilia del primo Natale del suo pontificato, il 22 dicembre 2005, proprio per sostenere che tra il Concilio Vaticano II e il precedente magistero della Chiesa non c’è rottura ma “riforma nella continuità”.»

E Sandro Magister conclude «Papa Ratzinger non ha finora convinto i lefebvriani, che proprio su questo punto cruciale si mantengono in stato di scisma. (l’affermazione di una discontinuità o di una rottura in rapporto alla Tradizione, costituisce uno scisma? O non è piuttosto la rottura stessa che può essere sinonimo di scisma? Ndr). Ma non ha convinto – a quanto scrivono Radaelli e Gherardini – nemmeno alcuni suoi figli “obbedientissimi in Cristo”.

Da un lato, Mons. Pozzo propone di liberare il Concilio dal para-concilio e dall’altro Amerio e Radaelli chiedono che il magistero romano la smetta di «pastoralizzare», per dogmatizzare chiaramente.
Questo è il cuore del dibattito sul Vaticano II, di cui Mons. Gherardini afferma che è un «discorso da fare». Imperativamente.

Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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Notizie interessanti dalla Fraternità San Pio X

Segnaliamo (dal blog Messainlatino) la registrazione audio di una conferenza di presentazione del libro “Monsignor Lefebvre. Nel nome della verità”, Sugarco Edizioni, tenuta dall’autrice Cristina Siccardi, a Sansicario (TO), il 15 agosto scorso. L’importanza di questo documento sta nel fatto che, da esso, emergono, in maniera chiarissima e sintetica, l’attuale posizione della Fraternità Sacerdotale San Pio X e le sue prospettive di sviluppo ed azione futura, oltre che la sua strategia di medio termine. Tutte cose non solo non smentite, ma autorevolmente avallate dagli alti esponenti della Fraternità stessa presenti; avallo reso ancor più evidente dal fatto che la presente registrazione è stata messa in rete sul sito italiano dei figli di Monsignor Lefebvre (http://www.sanpiox.it/). Molto toccante e praticamente inedito, poi, è il modo in cui viene affrontato il rapporto tra il Vescovo francese e Paolo VI.

Tra l'altro, ascoltando attentamente le parole di chiusura della conferenza, pronunciate da don Emanuele Du Chalard, veniamo a conoscere che è in programma, nei prossimi mesi, un incontro fra Padre Mannelli, fondatore e superiore dei Francescani dell'Immacolata, e mons. Bernard Fellay.

In realtà i contatti fra questi due ordini religiosi, rimontano già addietro nel tempo e delineano alcune significative convergenze che, a prima vista, potrebbero stupire.

All'interno della FSSPX, infatti, generalmente si ascoltano giudizi piuttosto positivi sul conto dei Francescani dell'Immacolata, a differenza di quanto avviene per le congregazioni cosiddette "Ecclesia Dei". Si lodano spesso la profonda spiritualità e la vita di penitenza di tali religiosi.

Non dimentichiamo inoltre che fu proprio la casa editrice dei Francescani dell'Immacolata a pubblicare il volume "Concilio Vaticano II, un discorso da fare" di mons. Brunero Gherardini, testo recensito con toni quasi entusiastici sull'ultimo numero de "La Tradizione Cattolica", rivista ufficiale della FSSPX in Italia. Aggiungiamo a questo proposito che voci critiche (da 'destra') interne alla Fraternità S. Pio X contro il testo del Gherardini, sono state rintuzzate dallo stesso mons. Fellay, in uno degli ultimi numeri di Cor Unum, la pubblicazione ad uso interno della Fraternità.

In effetti, mentre gli altri ordini "Ecclesia Dei" nascono, chi più e chi meno, da fratture interne della FSSPX, e le fratture lasciano sempre purtroppo delle ferite difficili da rimarginare, così non si può dire per i Francescani dell'Immacolata.

Se son rose dunque fioriranno. Certo, nell'interesse della Tradizione, si dovrà cercare una sorta di armonizzazione all'interno del mondo cattolico tradizionalista. Non è giusto che le divisioni e le gelosie interne a volte pesino di più rispetto agli stessi attacchi dei modernisti. Ma nel contempo, una certa concorrenza 'intrabrand' è un segno di vitalità e ricchezza e non si possono che ricordare, a tal proposito, le acerbe controversie che - testimonia anche Dante Alighieri - opponevano francescani e domenicani.

Se a ciò aggiungiamo che l'autrice del testo su Lefebvre, Cristina Siccardi, è vicina ad Alleanza Cattolica (altro ente i cui rapporti con la Fraternità San Pio X sono stati storicamente difficili), non possiamo che rallegrarci di questi segnali di 'tradiecumenismo'.

Potete ascoltare la registrazione ai siti Sanpiox.it o Maranatha

Questa, invece, la presentazione del volume della Siccardi, che raccomandiamo e di cui avevamo già riferito in questo post:

Monsignor Marcel Lefebvre (1905-1991), un nome che fa quasi sempre sobbalzare, impronunciabile, se non in alcuni ambienti ristretti, dove è molto amato e molto venerato. Buona parte dell’opinione pubblica cattolica e non l’ha dipinto come un «eretico», come uno «scismatico», uno che desiderava farsi una Chiesa tutta sua... Quanti errori, quante affabulazioni si costruiscono attorno alle persone che pensano, che ragionano, che avanzano verità scomode e perciò divengono loro stesse scomode. scomode come Lefebvre. Conosciuto per lo più come il Vescovo ribelle, monsignor Lefebvre è stato, finora, posto sotto un cono di luce diffamante, non per il suo comportamento di vita, peraltro ineccepibile e altamente virtuoso, da tutti verificabile, ma per la sua forte presa di posizione contro un Concilio pastorale, il Vaticano II, nei cui dettami vedeva e denunciava le conseguenze scristianizzanti e relativistiche che ne sarebbero sorte. Oggi, a distanza di quasi vent’anni dalla sua scomparsa e a quarantacinque dalla chiusura del Concilio stesso, possiamo storicamente avvicinarci a lui con maggiore serenità e senza acrimonia, considerando quest’uomo, meglio, questo sacerdote, non come il nemico di qualcuno, bensì come un impavido e lungimirante soldato di Cristo, paladino dell’integrità della Fede e di Santa Romana Chiesa, del Primato Petrino e dell’Eucaristia. Monsignor Lefebvre, grazie anche ai figli che ha lasciato, i sacerdoti della Fraternità san Pio X, è ancora lì a indicare che nella tradizione, nella dottrina cattolica, nella celebrazione del Santo Sacrificio della Messa di sempre, nella santità sacerdotale stanno le risposte ai problemi di un mondo che si è perso nel suo orgoglio e nella sua vanagloria, detronizzando Cristo Re.


Fraternamente CaterinaLD

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[SM=g1740733] all'articolo sopra segue un vide, in tedesco, ma abbastanza comprensibile dalle immagini, nel quale è presentato uno spaccato della vita quotidiana della FSSPX...

www.gloria.tv/?media=97103

[SM=g1740722] ringraziamo il Signore e cerchiamo ogni strada per ritrovarci con loro in piena comunione...





[SM=g1740717]


[SM=g1740757]

Fraternamente CaterinaLD

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La rivista lefebvriana esalta mons. Ranjith


C'informa l'attento blog Cordialiter che sull'ultimo numero della rivista “Fideliter”, periodico del distretto francese della Fraternità Sacerdotale San Pio X, è apparso un articolo molto positivo sull'arcivescovo di Colombo (Sri Lanka), il quasi-cardinale Albert Malcom Ranijt Patabendige Don, il quale sta conducendo una tenace e faticosa battaglia in difesa della Sacra Liturgia, che ovviamente non può prescindere dall'incoraggiamento ad una sempre maggior diffusione della Messa tradizionale.

Cordialiter ricorda l'intervista che mons. Ranjith rilasciò nel febbraio 2007 al mensile “Inside The Vatican”, allorché disse:
“la riforma liturgica post-conciliare non è stata in grado di realizzare le auspicate aspettative circa il rinnovamento spirituale e missionario della Chiesa, così che oggi ci si possa considerare giustamente contenti in proposito. Indubbiamente, ci sono stati anche risultati positivi, ma [..] le chiese si sono svuotate, la liturgia a ruota libera è all’ordine del giorno, mentre sono stati oscurati il vero scopo e il vero significato di ciò che si celebra. Ci si deve chiedere, quindi, se il processo di riforma, nei fatti, sia stato condotto correttamente. Occorre guardare attentamente a ciò che è accaduto, pregare e riflettere sulle cause e, con l’aiuto di Dio, apportare le necessarie correzioni.”
Aggiungiamo che il fatto che la rivista ufficiale della FSSPX francese tessa lodi ad un esponente di rilievo della Chiesa cosiddetta ufficiale è un segnale incoraggiante di quel processo di avvicinamento tra Roma e la Fraternità, che l'elezione di Benedetto XVI ha promosso ed incamminato.

Enrico


Fraternamente CaterinaLD

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luce sotto il moggio


Fraternità Sacerdotale San Pio X - Comunicato della Casa Generalizia

Note sulle dichiarazioni di Benedetto XVI
sull'utilizzo del profilattico





In un libro-intervista intitolato Luce del mondo pubblicato in tedesco ed in italiano il 23 novembre 2010 e che lo sarà in francese ed in inglese il 3 dicembre, Benedetto XVI ammette, per la prima volta, l’uso del preservativo “ in certi casi ”, “ per ridurre i rischi di contaminazione ” col virus dell’Aids. Queste affermazioni sbagliate richiederebbero di essere chiarite e corrette perché i loro effetti disastrosi – che una campagna mediatica non ha perso l’occasione di sfruttare – provocano tra i fedeli scandalo e smarrimento .


1. Quello che ha detto Benedetto XVI

Alla domanda “ la Chiesa cattolica non è fondamentalmente contro l’uso del preservativo?”, il papa risponde, secondo la versione originale tedesca: “ In certi casi, quando c’è l’intenzione di ridurre il rischio di contaminazione, ciò può comunque essere un primo passo per aprire la via ad una sessualità più umana, vissuta altrimenti.” Per illustrare la sua affermazione, il papa fa un solo esempio, quello di un “ uomo prostituito ”. Egli considera che, in questo caso particolare, ciò può essere “ un primo passo verso una moralizzazione, un principio di responsabilità che permetterebbe di diventare nuovamente coscienti che non è tutto permesso e che non si può fare tutto ciò che si vuole ”. Quindi si tratta del caso di qualcuno che, commettendo già un atto contro natura, con fini venali, avrebbe la preoccupazione – per di più – di non contaminare il suo cliente.

2. Quello che ha voluto dire Benedetto XVI secondo il suo portavoce

Queste affermazioni del papa sono state recepite, dai media e dai movimenti che militano a favore della contraccezione, come una “ rivoluzione ”, una “ svolta ” o quanto meno una “ breccia ” nell’insegnamento morale costante della Chiesa sull’uso dei mezzi contraccettivi. Per questo il portavoce del Vaticano, P. Federico Lombardi, il 21 novembre ha pubblicato una nota esplicativa in cui si legge: “ Benedetto XVI considera una situazione eccezionale dove l’esercizio della sessualità rappresenta un vero rischio per la vita dell’altro. In questo caso, il papa non giustifica moralmente l’esercizio disordinato della sessualità, ma ritiene che l’utilizzo del preservativo per diminuire il rischio di contagio è ‘ un primo atto di responsabilità ’, ‘ un primo passo sul cammino verso una sessualità più umana ’, piuttosto che non farne uso, esponendo l’altro al pericolo di vita ”. E’ opportuno notare, per essere esatti, che il papa parla non soltanto di un “ primo atto di responsabilità ”, ma anche di un “ primo passo verso la moralizzazione ”. Nello stesso senso, il cardinale Georges Cottier che fu teologo della Casa Pontificia sotto Giovanni Paolo II e all’inizio del pontificato di Benedetto XVI, in occasione di un’intervista all’Agenzia Apcom il 31 gennaio 2005 aveva dichiarato: “ In situazioni particolari – e io penso in ambienti in cui circola la droga o in cui regna una grande promiscuità umana ed una grande miseria, come in certe zone dell’Africa e dell’Asia – in questi casi, l’uso del preservativo può essere considerato come legittimo.” Legittimità dell’uso del preservativo visto come un passo verso la moralizzazione, in certi casi, questo è il problema posto dall’affermazione del papa in Luce del mondo.

3. Quello che Benedetto XVI non ha detto e che i suoi predecessori hanno sempre detto

“ Nessuna ‘ indicazione ’o necessità può trasformare un’azione intrinsecamente immorale in un atto morale e lecito.” ( Pio XII, Allocuzione alle ostetriche del 29 ottobre 1951).

“Non vi può esser ragione alcuna, sia pur gravissima, che valga a rendere conforme a natura ed onesto ciò che è intrinsecamente contro natura.” ( Pio XI, Enciclica Casti Connubii)

Ora, l’uso del preservativo è contro natura in quanto svia un atto umano dal suo fine naturale. Il suo utilizzo resta dunque sempre immorale. Alla domanda chiara del giornalista “ la Chiesa cattolica è fondamentalmente contro l’uso del preservativo?”, il papa risponde con una situazione eccezionale e non ricorda che la Chiesa è sempre fondamentalmente contraria all’uso dei preservativi. Ora, che l’uso del preservativo sia un’azione intrinsecamente immorale e materia di peccato mortale, è un punto fermo nell’insegnamento tradizionale della Chiesa, per esempio in Pio XI e in Pio XII, e anche nel pensiero di Benedetto XVI che dice al giornalista che lo interroga: “ Evidentemente, la Chiesa non considera il preservativo come una soluzione reale e neanche morale ”, ma il papa comunque l’ammette, in certi casi. Questo tuttavia è inammissibile riguardo alla fede: “ Non vi può essere ragione alcuna, insegna Pio XI in Casti Connubii (II, 2), sia pur gravissima, che valga a rendere conforme a natura ed onesto ciò che è intrinsecamente contro natura”. Cosa che ricorda Pio XII nella sua Allocuzione alle ostetriche del 29 ottobre 1951: “ Nessuna ‘ indicazione ’ o necessità può trasformare un’azione intrinsecamente immorale in u atto morale e lecito ”. Cosa che affermò san Paolo: “ Non facciamo il male perché ne venga un bene ” (Rm 3, 8). Benedetto XVI sembra considerare il caso di questo prostituto secondo i principi della “ morale di gradualità ” che vuol permettere certi delitti meno gravi per condurre progressivamente i delinquenti dai delitti estremi all’innocuità. Questi delitti minori non sarebbero senza dubbio morali, ma il fatto che facciano parte di un cammino verso la virtù li renderebbe leciti. Ora, quest’idea è un grave errore perché un male minore resta un male qualunque miglioramento apporti. “ In verità, insegna Paolo VI in Humanæ vitæ (n° 14), se è lecito, talvolta, tollerare un minor male morale al fine di evitare un male maggiore o di promuovere un bene più grande, non è lecito, neppure per ragioni gravissime, fare il male, affinché ne venga il bene (cf. Rm 3, 8), cioè fare oggetto di un atto positivo di volontà ciò che è intrinsecamente disordine e quindi indegno della persona umana, anche se nell’intento di salvaguardare o promuovere beni individuali, familiari o sociali”. Tollerare un male minore non equivale a rendere questo male ‘ legittimo’, né a iscriverlo in un processo di ‘ moralizzazione ’. In Humanæ vitæ ( n° 14) si ricorda che: “ E’ un errore pensare che un atto coniugale reso volontariamente infecondo e perciò intrinsecamente disonesto, possa essere reso onesto dall’insieme di una vita coniugale feconda ”, allo stesso modo che bisogna dire che è un errore avanzare l’idea che il preservativo, in sé disonesto, possa essere onesto dalla speranza di un cammino verso la virtù di un prostituto che lo utilizza. All’opposto di una disassuefazione che passerebbe da un peccato “ più mortale ” a un peccato “ meno mortale ”, l’insegnamento evangelico afferma chiaramente: “ Va’ e non peccare più ” ( Gv 8, 11), e non “ Va’ e pecca di meno ”.

4. Quello che i cattolici hanno bisogno di sentire dalla bocca di un papa

Certamente un libro-intervista non può essere considerato come un atto del magistero, a fortiori quando si allontana da ciò che è stato insegnato in modo definitivo e invariabile. Non di meno i medici e i farmacisti che si rifiutano coraggiosamente di prescrivere e distribuire preservativi e contraccettivi per fedeltà alla fede ed alla morale cattoliche, e più generalmente tutte le famiglie numerose legate alla Tradizione, hanno assolutamente bisogno di sentire che l’insegnamento perenne della Chiesa non cambierà nel corso del tempo. Si aspettano tutti il fermo richiamo ce la legge naturale, come la natura umana in cui è incisa, è universale. Ora, in Luce del mondo si trova un’affermazione che relativizza l’insegnamento di Humanæ vitæ designando coloro che lo seguono fedelmente come “ minoranze profondamente convinte ” che offrono ad altri “ un affascinante modello da seguire ”. Come se l’Enciclica di Paolo VI fissasse un ideale irraggiungibile; cosa di cui si era già del tutto persuasa la maggioranza dei vescovi per meglio far scivolare questo insegnamento sotto il moggio – laddove proprio Cristo ci vieta di mettere la “ luce del mondo” ( Mt 5, 14). L’esigenza evangelica diventerebbe dunque sfortunatamente l’eccezione destinata a confermare la regola generale del mondo edonista nel quale viviamo? Quel mondo al quale il cristiano non si deve conformare (cf. Rm 12, 2), ma che egli deve trasformare come “ il lievito nella pasta ” (cf. Mt 13, 33) e al quale deve dare il gusto della Saggezza divina come “ il sale della terra ” (Mt 5, 13).

Menzingen, 26 novembre 2010

(Tradotto da http://www.dici.org/)

Fraternamente CaterinaLD

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CHIARIMENTI ANCHE IN CASA FSSPX IN RIFERIMENTO ALL'ARTICOLO SOPRA


Per la FSSPX il Papa sul profilattico avrebbe dovuto spiegar meglio, ma non ha contraddetto la dottrina tradizionale.

Le frasi del Papa sul preservativo continuano a suscitare reazioni. Si tratta - il dato è oggettivo - di affermazioni inedite da parte di un pontefice (sia pure raccolte in un testo non magisteriale); la questione controversa è se la novità traduca anche un mutamento della dottrina tradizionale, o se sia semplicemente il trarne le conseguenze, alla luce anche di altri principi come quello del male minore. In soldoni: per il Papa il preservativo è diventato in alcuni casi permesso, o continua ad essere sempre moralmente illecito, per quanto 'giustificato' in alcuni casi dall'esigenza di evitar mali maggiori?

E' interessante ed istruttiva una disamina delle reazioni nel mondo. Buona parte dei media e degli ambienti laicisti o progressisti hanno senz'altro sposato la tesi di una riconosciuta liceità dello strumento profilattico (magari lamentando l'insufficienza o la tardività dell'apertura papale). E poiché gli estremi si toccano (come nell'ermeneutica della rottura applicata al Concilio), anche i sedevacantisti - dichiarati o in pectore - hanno entusiasticamente appoggiato quell'interpretazione che comprova, ai loro occhi, l'eresia di 'don' Ratzinger. Ma anche molti fedeli ortodossi, in piena buona fede, hanno accolto con preoccupazione, se non rigetto, le parole del Papa: chi temendo (e certo a ragione) le interpretazioni distorte, e chi ritenendole con rammarico (e con ben minor ragione) fondate.

Come abbiamo già avuto modo di censire nel nostro precedente post dedicato all'argomento, il mondo tradizionale in gran maggioranza ha reagito con misurato ma sostanziale favore a quelle frasi, non rinvenendo in esse nulla di contrario alla dottrina di sempre. Gli istituti tradizionalisti in comunione con Roma non si sono, a nostra conoscenza, espressi; per contro la FSSPX, sull'onda dell'emozione, aveva emanato un comunicato di critica, nel quale citava le frasi delle encicliche papali sul tema della contraccezione. Citazioni ictu oculi inconferenti, visto che il Papa si è ben guardato dal contraddire quei principi.

Evidentemente alla Fraternità devono essersi accorti di questo passo falso, malfondato esegeticamente prima ancora che teologicamente, e si sono quindi affidati alla penna di un loro teologo, l'abbé Matthias Gaudron, già rettore del seminario di Zaitzkofen e ora consultore della Commissione teologica per i colloqui con Roma. In un articolo oggi apparso sul sito ufficiale della Fraternità, intitolato Luci ed ombre nel libro-intervista di Benedetto XVI, egli affronta il tema contraddicendo, di fatto, il precedente comunicato e sviluppando un ben differente argomento: E' sleale, osserva, affermare che il Papa abbia dichiarato la liceità del profilattico. Le frasi di Benedetto XVI tuttavia avrebbero potuto essere più chiare e nette, per evitare la confusione che ne è seguita nello spirito di molti.

E su quest'ultimo punto, giudicando post hoc, non possiamo che esser d'accordo: a noi il Papa appare essere stato molto chiaro, ma a giudicare da certe reazioni è giocoforza ammettere che avrebbe dovuto esserlo di più.

Riportiamo la parte dell'articolo dell'abbé Gaudron inerente la questione in discorso, tradotta a nostra cura.
Enrico


Ha il Papa consentito l'uso del preservativo?

In realtà, il Papa ha semplicemente detto che si può vedere nell'uso di preservativi da parte di un prostituto, con l'intento di prevenire la trasmissione dell'HIV, un primo passo verso la sua propria moralizzazione e responsabilizzazione. Si potrebbe dire, nella stessa direzione, che la decisione presa da un rapinatore omicida di limitare in futuro le proprie attività al ladrocinio, per non attentare alla vita del prossimo, potrebbe essere considerata soggettivamente come un primo passo verso la sua moralizzazione. Concludere da ciò che il latrocinio diverrebbe pertanto moralmente giustificabile, è altrettanto sleale che le affermazioni di alcuni vescovi e teologi, secondo i quali Benedetto XVI avrebbe finalmente aperto la porta ai contraccettivi.

Tuttavia, si deve osservare che il riferimento del Papa a dei "casi particolari" fornisce una certa base per queste interpretazioni. Egli avrebbe dovuto, in effetti, sfruttare la domanda di Peter Seewald che gli domandava se la Chiesa non è "per principio contro l'uso di preservativi", per rimuovere ogni dubbio. Invece risponde semplicemente, che la Chiesa non considera il preservativo come "una soluzione vera e morale" [e... non basta questo?], anche se in "un caso o nell'altro", esso potrebbe "costituire un primo passo sulla strada di una sessualità vissuta diversamente, una sessualità più umana". (p.161 [dell'edizione francese]). Per parlare educatamente, è una frase debole.
Che la sessualità non possa essere vissuta in modo conforme alla volontà di Dio e degno della natura umana se non unicamente nel matrimonio, e che qui il preservativo o altri mezzi di contraccezione artificiali siano da respingere moralmente, questo naturalmente non è certo negato dal Papa, ma non è nemmeno espresso più chiaramente, come pur sarebbe ben necessario di questi tempi. Pertanto, e a causa della sua volontà di andare il più possibile incontro al mondo secolarizzato senza ferire nessuno, condivide con i media qualche responsabilità nella confusione e delusione che le informazioni di questi ultimi giorni hanno provocato tra i cattolici fedeli.


Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
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[SM=g1740733] Fraternità Sacerdotale San Pio X, 1970-2010:

Quarant'anni di battaglia al servizio della Chiesa.


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Parte seconda

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Parte terza

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Conclusi i lavori del XIX Convegno di Studi Cattolici

30 ottobre 2011, Madonna di Loreto, Priorato di Rimini. Celebrazione della Santa Messa, officiata da Don Davide Pagliarani, nella Solennità di Cristo Re.

Il XIX Convegno di Studi Cattolici si è svolto, come di consueto, a Rimini dal 28 al 30 ottobre 2011. Sono stati tre giorni di intensi lavori, nei quali si è affrontato, da varie prospettive, il problema del Concilio Vaticano II, della sua interpretazione e delle conseguenze fattuali prodotte in questi quasi cinquant’anni trascorsi dalla sua apertura. Il livello dei relatori e l’ampiezza dei singoli interventi non rendono semplice l’opera di chi è chiamato a sintetizzare un materiale così ingente.
I lavori si sono aperti nella serata di venerdì 28 con la relazione storica della dottoressa Elena Bianchini Braglia, una solida trattazione retrospettiva che ha evidenziato come molte radici della crisi post-conciliare possano essere agevolmente ritrovate a partire dalla rivoluzione francese e, per quanto riguarda l’Italia, dall’epoca risorgimentale. La presa di Roma, avvenuta il 20 settembre 1870, contrariamente a quanto sostengono la maggioranza degli storici cattolici contemporanei, rese oggettivamente più debole ed insicuro il papato, agevolò le infiltrazioni massoniche e facilitò indubbiamente l’opera dei cosiddetti «cattolici liberali». L’esposizione ha, quindi, spaziato dalla contrapposizione ottocentesca fra «cattolici intransigenti» e «transigenti», la lotta, sempre più debole, a causa probabilmente dell’irrompere sulla scena europea del socialismo, contro il cattolicesimo liberale, lo scontro terribile, vinto solo per qualche decennio grazie a San Pio X, con i teologi modernisti e infine l’annichilimento della dottrina sociale della Chiesa nella Democrazia Cristiana, fondata da Romolo Murri, e nel Partito Popolare di don Sturzo. All’inizio degli anni ‘60 dunque l’orientamento culturale prevalente fra i cattolici era ormai pronto, dopo un processo di disgregazione durato oltre un secolo, a recepire l’aggiornamento che porterà il Concilio Vaticano II.
La mattinata di sabato si è quindi aperta con un intervento, davvero approfondito e coinvolgente, del professor Matteo D’Amico, una presenza costante nelle ultime edizioni del convegno riminese. Egli si è proposto di analizzare a fondo il famosissimo discorso di Benedetto XVI alla Curia Romana del 22 dicembre 2005, l’allocuzione universalmente conosciuta come l’origine magisteriale della cosiddetta «ermeneutica della continuità». Quattro domande aprono il documento:
1 - Qual’è stato il risultato del Concilio?
2 - Il Concilio è stato recepito in modo giusto?
3 - Cosa è stato giusto, cosa sbagliato?
4 - Cosa resta ancora da fare?




D’Amico nota come, a fronte di quattro domande, esistono solo tre risposte. La prima questione, che poi è quella fondamentale, «Quale è stato il risultato del Concilio?», rimane inevasa. Già questo elemento dimostra come il linguaggio adottato non sia analitico e preciso. Si usano, poi, indifferentemente i termini «interpretazione» ed «ermeneutica», come se fossero dei sinonimi. Così, però, non è, anche se i due sostantivi presentano alcuni significati comuni, ma non tutti: la parola ermeneutica, anzi è la base del linguaggio filosofico esistenzialista del XX secolo. Non è un termine della teologia classica e tomista. D’Amico si chiede, poi, quali siano i destinatari del discorso. Quelli "tecnici" sono certamente i cardinali della Curia Romana. Dal contesto si può, tuttavia, pensare che l’esortazione sia rivolta in generale ai teologi. Ma... a chi spetta il compito di interpretare i testi normativi del Magistero, se non al Magistero stesso? Per quale motivo, se l’interpretazione da seguire è quella della continuità non si è mai fatto nulla e si continua a non far nulla nei confronti di coloro che seguono indisturbati una via diametralmente opposta? L’oratore fa, a tal proposito, numerosi esempi fra cui uno di stretta attualità:
«Come mai - afferma - non si prende alcun provvedimento contro il card. Ravasi che, dalle colonne di Avvenire, solo qualche giorno fa, ha affermato che bisogna giungere ad un ‘mea culpa’ per le ingiuste persecuzioni adottate contro i modernisti, e lo scrittore Antonio Fogazzaro in particolare?»
Ma Benedetto XVI stesso dichiara apertamente che lo scopo del Concilio fu «la ridefinizione dei rapporti fra la Chiesa e il mondo moderno». Se questi rapporti devono essere ridefiniti significa che è necessaria implicitamente una rottura con il Magistero precedente, che, invece, aveva sempre condannato gli errori della società contemporanea. Ma D’Amico conclude, introducendo così la relazione successiva, considerando come, sebbene ogni testo abbisogni in qualche modo di interpretazione, il Magistero dovrebbe avere una sua forza intrinseca, un valore in sé, comprensibile, almeno in termini generali, da tutti e immediatamente. Se il vero significato di un atto magisteriale richiede un lungo processo ermeneutico e se, soprattutto, tale processo ha portato la quasi totalità degli esegeti, per quasi mezzo secolo, su una strada erronea, significa indubbiamente che nel testo stesso vi è qualcosa che non quadra, per lo meno qualcosa di ambiguo e poco chiaro.
È giunto, a questo punto, l’interessante intervento del prof. Mario Palmaro, che si è concentrato proprio sul problema della comunicazione nei documenti conciliari. Secondo l’oratore il linguaggio fatto proprio, nei secoli, dalla Chiesa Cattolica si è incentrato essenzialmente su tre punti cardine:
1 - Il latino
2 - La predicazione apologetica
3 - Il linguaggio definitorio e giuridico




Questi elementi rappresentano le tre colonne secolari della comunicazione ecclesiastica. Il latino, proprio perché lingua morta, risulta assai utile nelle definizioni, in quanto non è soggetto alla mutazione di significato delle parole tipica delle lingue parlate. L’uso del latino, dunque, ha sempre facilitato la trasmissione dei concetti teologici da una generazione all’altra. La difficoltà del latino era però mitigata, nella prassi quotidiana, dalla predicazione apologetica, che aiutava i fedeli a comprendere concretamente le verità di Fede e gli errori che potevano mettere in pericolo tali verità. Il professor Palmaro, però, ha concentrato la sua attenzione sul linguaggio definitorio e giuridico. Egli ha indicato quattro caratteristiche principali di tale linguaggio: assertività, categoricità, sicurezza, sinteticità. Per poter discutere delle tesi occorre che esse siano formulate con chiarezza utilizzando formule brevi e precise. Tutti i canoni di una corretta comunicazione insistono sulla brevità dei messaggi e sul numero limitato di concetti da lanciare con un singolo messaggio. Più il messaggio è lungo, più è facile non capirlo o fraintenderlo; più sono i contenuti di una frase, meno sarò sicuro di essere riuscito a trasmetterli efficacemente.
Sotto questi aspetti il linguaggio fatto proprio dal Concilio Vaticano II è quanto di più anti-comunicativo si possa immaginare: i documenti sono prolissi, complessi e altamente articolati, testi lunghi, pieni di incisi, periodi dilatati, concetti abbozzati e poi ripresi altrove, esposizione faticosa. Appare senz’altro assai più moderna l’esposizione del Concilio di Trento o del Vaticano I. Se lo scopo era quello di spiegare meglio la Fede all’uomo contemporaneo è indubbio che l’obiettivo è stato fallito.
Terminata la conferenza del professor Palmaro, don Davide Pagliarani, Superiore del Distretto italiano della Fraternità Sacerdotale San Pio X, ha rivolto all’oratore una serie di domande, intese ad illustrare il libro scritto a quattro mani dal conferenziere con Alessandro Gnocchi «La bella addormentata. Perché dopo il Vaticano II la Chiesa è entrata in crisi. Perché si risveglierà.», edizioni Vallecchi.
Il pomeriggio si è aperto con l’intervento di don Emmanuel du Chalard, che ha introdotto la presentazione di Cristina Siccardi dei suoi due libri «Maestro in Sacerdozio. La spiritualità di Monsignor Marcel Lefebvre» (Sugarco Edizioni) e «Giuseppe Cafasso. Un Santo del Risorgimento» (Paoline Editoriale Libri). L’autrice ha rilevato tra l’altro che, attraverso documenti inediti, è stato possibile ricostruire la formazione e la profonda spiritualità di Monsignor Lefebvre che ebbe due vocazioni: essere degno sacerdote e formare santi sacerdoti. Alcuni dei maggiori interpreti del Cattolicesimo, da san Tommaso d’Aquino a dom Marmion, da Chautard a sant’Agostino, da san Giovanni Crisostomo a Père Emmanuel André… sono stati gli insegnanti di Monsignor Lefebvre. «Stat crux dum volvitur orbis» («La Croce resta fissa mentre il mondo ruota») diceva san Bruno, fondatore dei Certosini, così fu per il fondatore della Fraternità Sacerdotale San Pio X, al contrario di ciò che accadde con il Concilio Vaticano II e a seguire, quando al centro fu posto il caos del mondo e da esso fu gettata fuori la Croce.




Il professor Massimo De Leonardis, docente di Storia delle relazioni internazionali all’Università Cattolica di Milano, si è concentrato sugli effetti pratici determinati dalla dichiarazione conciliare «Dignitatis Humanae». Ne ha ripercorso, dapprima, brevemente la storia e la dura contrapposizione emersa, all’epoca, fra il Cardinal Ottaviani e il Cardinal Bea. Entrambi presentarono schemi per questo documento, schemi radicalmente contrapposti l’uno all’altro. La battaglia si sviluppò fino all’ultimo giorno prima della chiusura del Concilio e, nonostante le modifiche apportate, i «non placet» furono comunque più di settanta. Dopo l’approvazione, comunque, al di là delle ermeneutiche, furono i fatti a chiarire ampiamente che il documento si poneva in netta rottura con la tradizione bimillenaria della Chiesa. Il professor De Leonardis, infatti, ha ripercorso, con dovizia di dati, le vicende dei vari concordati e convenzioni fra la Chiesa e gli Stati dopo il 1970. In Colombia, in Perù, nel Cantone svizzero del Vallese, in Portogallo ed in Spagna furono i medesimi Nunzi Apostolici a richiedere esplicitamente ed insistentemente che le Costituzioni cancellassero dai loro testi il riferimento alla religione Cattolica come unica religione dello Stato. Un atteggiamento questo che, solo qualche anno prima, sarebbe apparso inconcepibile alla diplomazia vaticana. Se si analizza inoltre il Concordato italiano del 1983 si nota subito, anche da noi, l’assoluta scomparsa di ogni riferimento alla confessionalità dello Stato e ciò, come è ampiamente dimostrato, su esplicita richiesta della S. Sede. «Contra factum non valet argumentum», dunque. Si può ben declamare allora, a parole, l’ermeneutica della continuità... La rottura, però, fu ed è nella realtà e la realtà non si può negare.
Al termine della relazione di Massimo De Leonardis ha preso brevemente la parola don Emmanuel du Chalard, grande collaboratore di Monsignor Lefebvre. Egli ha colto l’occasione per riferire di aver fatto delle indagini presso gli archivi del Concilio allo scopo di comprendere chiaramente quale fu il comportamento del fondatore della Fraternità Sacerdotale San Pio X in occasione delle votazioni sulla «Dignitatis Humanae». Il suo voto fu sempre contrario. È vero, però, che la sua firma appare nell’atto di promulgazione del documento, ma tale firma, secondo i regolamenti che erano stati cambiati da poco, aveva essenzialmente un significato di testimonianza in relazione all’avvenuta promulgazione papale. Egli, in altre parole, con quella firma si limitò a testimoniare di aver assistito all’avvenuta promulgazione e non intese approvare il documento.
Don Emmanuel du Chalard ha, poi, introdotto il dottor Roberto Galbiati, che ha presentato i «Quaderni di San Raffaele», rivista che tratta di tutti i temi inerenti la vita, di cui è appena uscito il settimo numero, dedicato alla morte ed al morire. I numeri precedenti, tutti monografici, hanno riguardato l’eutanasia (n.1), le cellule staminali (n.2), la sofferenza ed il soffrire (n.3), l’aborto (n.4 e n.5) e la fecondazione artificiale (n.6). Per informazioni ed abbonamenti si può scrivere all’e-mail info.acim@alice.it .
La densa manifestazione è stata, infine, conclusa da don Davide Pagliarani, superiore del distretto italiano della FSSPX. Nelle sue parole si possono leggere sicuramente, sia pur fra le righe, alcune considerazioni relative all’attuale delicato momento dei rapporti fra la Fraternità e le autorità romane. Don Davide ha incentrato il suo intervento sul significato della parola Tradizione nella teologia cattolica. Essa non è altro che la difesa e la trasmissione fedele, di generazione in generazione, del «depositum fidei» rivelatoci da Nostro Signore Gesù Cristo. La Tradizione è, dunque, una fonte della rivelazione superiore alla stessa Scrittura. La Scrittura, infatti, nasce dalla Tradizione ed è la Chiesa, basandosi su di essa, che attesta anche il canone della Scrittura. Negli ultimi anni, però, si sta assistendo ad un mutamento significativo nel concetto stesso di Tradizione. Si tende a contrapporre una supposta «Tradizione vivente» ad una «Tradizione pietrificata». Quest’ultima sarebbe erroneamente fatta propria dai tradizionalisti. Il termine «Tradizione vivente», di per sé, non è sbagliato. Fu usato, anche prima del Concilio Vaticano II, soprattutto per contrapporlo alla «Sola Scrittura morta» dei protestanti. Ciò che, però, non si può accettare è, invece, il concetto esistenzialistico di tradizione vivente.




In tale accezione la tradizione non avrebbe più il significato di trasmettere i contenuti della Fede, recepiti come dogmi, le Verità morali, ecc. Essa avrebbe piuttosto la funzione di "riattualizzare" l’esperienza di fede dei primi cristiani. L’oggetto sarebbe l’esperienza, un clima culturale, uno stato d’animo, una emozione. Secondo la filosofia esistenzialista, infatti, la conoscenza non è, come in San Tommaso, l’adeguamento dell’intelletto umano alla cosa da conoscere. Per loro la conoscenza dipende dal soggetto, dalla sua situazione personale, contingente, dallo stato d’animo del momento. La verità va pertanto continuamente riattualizzata, rivissuta, rielaborata. Ad esempio: «se io vi parlo della tradizione adesso che siete stanchi, essa diventa noiosa e triste. Se ve ne parlo domani mattina, che siete riposati, diventa una cosa bella ed attraente». Non che ciò fenomenologicamente non abbia una sua verità, ma tale verità riguarda la ricezione del soggetto e non la cosa conosciuta in sé. Questa concezione esistenzialista della Tradizione sta probabilmente alla base della proliferazione del Magistero moderno: montagne di carta, migliaia di documenti sempre alla ricerca di fissare un qualcosa che però non è fissabile perché mutano le situazioni, gli ascoltatori e, quindi, deve cambiare anche la percezione della dottrina. Un magistero "disperato" costretto ad inseguire un qualcosa che non si ferma mai.
Se, quindi, è questo il concetto di tradizione con cui la Fraternità deve confrontarsi diventa davvero difficile capirsi con gli interlocutori che spesso danno un significato diverso alle stesse parole, un significato, fra l’altro, mutevole e difficile da fissare. Sappiamo, però, che, quando Dio vorrà, questa crisi, comunque, passerà. Per questo dobbiamo essere costanti e pregare Maria che riesce a realizzare anche imprese che umanamente sembrerebbero impossibili.

Marco BONGI
Fraternamente CaterinaLD

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23/10/2013 14.19
 
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misericordia e odio (intervista di don Pierpaolo Maria Petrucci, Superiore del Distretto Italiano della Fraternità Sacerdotale San Pio X).


"Se cercassi di piacere agli uomini, non sarei più servo di Cristo”  Rev. don Pierpaolo,a distanza di qualche giorno dalla "bufera" mediatica relativa ai funerali dell’ex comandante Erikh Priebke, tra gli autori della terribile strage delle Fosse Ardeatine le chiediamo, allo scopo di fugare definitivamente le polemiche e le strumentalizzazioni, qualche considerazione conclusiva. Non sono mancate infatti, in quei giorni caldi, informazioni superficiali ed approssimative. Cerchiamo dunque di fare chiarezza. 

D.  - Quando e da chi vi è stato chiesto di celebrare le esequie del defunto?

R. Lunedì mattina l’avvocato incaricato dalla famiglia di occuparsi del funerale ci ha telefonato per chiedere la nostra disponibilità alle esequie fissate a martedì 15 ottobre, con tutte le autorizzazioni necessarie delle autorità civili. La cerimonia doveva celebrarsi in privato ed essere un atto puramente religioso, senza alcuna enfasi o strumentalizzazione mediatica ed ideologica. Per questo occorreva la massima discrezione che noi abbiamo scrupolosamente osservato. 

D.  - Per quale motivo, di fronte al divieto imposto dal Vicariato di Roma, Lei ha consentito alla celebrazione?

R. Il rifiuto del vicariato di accordare il funerale ad un battezzato che ha ricevuto i sacramenti della Confessione e dell’Eucaristia, qualunque siano state le sue colpe ed i suoi peccati, non è conforme alla legge della Chiesa e alla dottrina cattolica. Dopo aver appreso che Priebke era stato battezzato e riceveva i sacramenti, questo atto ci è parso subito una grave ingiustizia nei confronti del defunto e della famiglia. Il nostro ha voluto essere anche un gesto di riparazione nei confronti di una simile leggerezza. 

D.  - Quasi tutti gli organi di informazione hanno riferito che Erik Priebke non si sarebbe mai pentito dei suoi comportamenti tenuti durante la II Guerra Mondiale. Nel comunicato stampa della Fraternità si parla invece di un cattolico morto dopo essersi riconciliato con Dio. Ci può spiegare come stanno realmente le cose?

R. Sembra che vi sia una volontà di coltivare l’odio da parte di certa stampa che si attribuisce il diritto di stabilire chi può essere perdonato e chi no, dettando leggi alla Chiesa per imporre i suoi criteri su chi ha il diritto al funerale religioso ed esponendo al linciaggio mediatico coloro che non vogliono piegarsi.Erich Priebke, battezzato protestante, nel dopoguerra si convertì al cattolicesimo con la moglie e fece battezzare i suoi figli.[1] Nella sua vita sarà seguito da diversi sacerdoti. Durante la prigionia agli arresti domiciliari chiede ed ottiene nel 2002 la possibilità di recarsi ad ascoltare la S. Messa. Fino alla fine della sua vita riceverà regolarmente i sacramenti della Confessione e dell’Eucaristia.Al suo ritorno in Italia, in occasione della pubblica udienza di fronte al Tribunale Militare di Romatenutasi in data 3 aprile del 1996 egli legge una lettera davanti alle famiglie delle vittime in cui manifesta il suo cordoglio deplorando l’orribile atto di obbedienza che aveva dovuto compiere in quelle circostanze:[2] “Sento dal profondo del cuore il bisogno di esprimere le mie condoglianze per il dolore dei parenti delle vittime delle Fosse Ardeatine …. Come credente non ho mai dimenticato questo tragico fatto, per me l’ordine di partecipare all’azione fu una grande tragedia intima… io penso ai morti con venerazione e mi sento unito ai vivi nel loro dolore”Nella sua ultima intervista, rilasciata nel luglio scorso, in mezzo a considerazioni storiche certamente discutibili, vi sono considerazioni morali di massima importanza. Sono quelle che interessano un sacerdote. Alla domanda del giornalista che gli chiede se giustifica l’antisemitismo, Priebke risponde: “ No (…) ripeto antisemitismo significa odio indiscriminato (…) da vecchio privato della libertà, ho sempre rifiutato l’odio. Non ho neppure voluto odiare chi mi ha odiato. Parlo solo di diritto di criticare e ne spiego i motivi”. Egli rigetta il culto della razza come “una causa di errori senza ritorno”. Parlando dello sterminio di massa afferma: “La mia posizione è di condanna tassativa per fatti del genere. Tutti gli atti di violenza indiscriminata contro le comunità, senza che si tenga conto delle effettive responsabilità individuali, sono inaccettabili, assolutamente da condannare”. Non vedo il motivo di mettere in dubbio la sincerità di tali propositi.

D. - Alla luce di quanto sopra esposto Lei ritiene il comandante Priebke un "pubblico peccatore" a cui dovrebbero essere negati i funerali pubblici?

R. - Secondo il Codice di Diritto Canonico attuale il funerale ecclesiastico si può negare soltanto a coloro che “prima della morte non diedero alcun segno di pentimento”.[3] Non vedo quindi come Erich Priebke potesse essere considerato indegno delle esequie.Mai nella Chiesa come oggi si parla della carità, dell’amore del prossimo, soprattutto sotto questo pontificato. Quando poi si tratta di mettere in pratica queste virtù per coerenza al Vangelo, anche quando non è politicamente corretto e occorre sfidare le opinioni comuni ed i media, allora le cose cambiano…La Chiesa però non può piegarsi al mondo se non vuole meritare il rimprovero di ipocrisia che Gesù ha indirizzato ai farisei nel Vangelo.La misericordia di Dio va al di là delle appartenenze politiche, anche quelle più condannabili come dei peccati anche più gravi, purché vi sia il pentimento, unica condizione fondamentale. La Chiesa si basa sugli atti esterni. Un cattolico che manifesta pentimento per i suoi peccati ha diritto alle cerimonie funebri. L’intima coscienza dell’uomo nessuno di noi può giudicarla ma solo Dio a cui spetta l’ultima sentenza. La religione cattolica è quella della misericordia e del perdono e non quella dell’odio e della vendetta.

D. - Abbiamo visto comunque qualche personalità ecclesiastica di rilievo riconoscere il diritto di Priebke al funerale ecclesiastico.

R. Si, abbiamo sentito qualche voce nel deserto e questo fa loro onore. Mi ha fatto molto piacere leggere le dichiarazioni del Card. Cottier così come l’intervista del card. Montezemolo, nipote del colonnello ucciso alle Fosse Ardeatine. Mi ha commosso poi la testimonianza di alcuni parenti delle vittime che mostrano solidarietà, dopo il perdono accordato da tempo e si uniscono alla preghiera per il defunto. Questa sola è l’attitudine cristiana.

D.  - Priebke era un fedele della FSSPX o almeno ne frequentava saltuariamente le cappelle?

R. No, non lo avevo mai incontrato né ha mai frequentato la Fraternità San Pio X, avevo letto che era stato battezzato, e che aveva ricevuto il permesso di lasciare gli arresti domiciliari per andare a Messa. Sapevo poi che era seguito regolarmente da un sacerdote. 

D.  - Molti giornali hanno altresì riferito che le esequie non sarebbero state realmente celebrate o comunque che sarebbero state sospese. Come sono andate realmente le cose in quelle ore convulse?

R. La salma è arrivata verso le 17,30 ma i famigliari e gli amici invitati alla cerimonia non sono riusciti ad entrare a causa dei manifestanti. Dopo vari tentativi effettuati l’avvocato ha deciso di sospendere il funerale poiché in quelle condizioni stimava non poter adempiere l’incarico che la famiglia gli aveva affidato.Verso le 19.20, alla presenza di una ventina di persone ho allora celebrato la messa per il defunto in assenza del corpo.Nel frattempo la bara era stata posta in una stanza al pian terreno dove era stata allestita una camera ardente. In tarda serata, per compiere il mio dovere sacerdotale, ho proposto all’avvocato di benedire la salma con la cerimonia delle esequie che la Chiesa accorda alla fine della Messa. Alla sua presenza e con poche altre persone si è svolta quindi questa cerimonia. Di questo ho avuto modo di parlare anche in una recente intervista concessa ad Andrea Tornielli della Stampa.

D.  - Fra le reazioni più negative alla Sua decisione, troviamo soprattutto quelle provenienti da alcuni settori del mondo cattolico. In special modo ci ha stupito il tono poco caritatevole espresso dal direttore di Radio Maria, emittente, che più di ogni altra dovrebbe insegnare cosa sia la misericordia. Anche il Vescovo di Albano Laziale ha rilasciato dichiarazioni molto dure contro la Fraternità San Pio X giungendo a sostenere che essa non fa parte della Chiesa Cattolica. Cosa ci può dire in proposito?

R. L’appartenenza alla Chiesa non è soltanto qualcosa di puramente giuridico. San Tommaso d’Aquino spiega che la prima condizione per far parte del Corpo Mistico di Cristo è la fede. Purtroppo, dopo il concilio Vaticano II, nuove dottrine sono state insegnate dalle autorità ecclesiastiche in contraddizione con l’insegnamento costante della Chiesa. La nostra Fraternità, regolarmente riconosciuta dalla Chiesa il 1 novembre 1970, è stata poi ingiustamente combattuta per la sua opposizione a questi cambiamenti. Cambiamenti che danno poi origine a comportamenti contrari alla dottrina cattolica, come il negare il funerale ad un battezzato che muore riconciliato con Dio, per conformarsi al politicamente correttoPur nel rispetto dell’autorità, la Fraternità San Pio X si è sempre opposta a questi errori, convinta che il più grande servizio che si possa rendere alla Chiesa non è il servilismo ma la proclamazione integrale dell’insegnamento cattolico e la denuncia di tutto ciò che gli si oppone, anche se proclamato da una parte della gerarchia.Affermare che non siamo cattolici, soprattutto da parte di sacerdoti che dovrebbero conoscere la dottrina della Chiesa, è una pura menzogna che forse richiederebbe una pubblica riparazione.D’altro canto mi accorgo che molti cattolici e anche molti vescovi ci giudicano senza conoscerci, partendo spesso da pregiudizi e luoghi comuni. Il Vescovo di Albano, che ogni sacerdote del nostro Priorato cita tutti i giorni nel canone della Messa in quanto vescovo del luogo, è sempre benvenuto tra noi e potrà verificare se davvero non facciamo parte della Chiesa come forse imprudentemente ha affermato.

D.    - Altri commentatori, evidentemente poco informati, hanno accostato la Sua decisione alle posizioni di mons. Richard Williamson o di don Floriano Abrahamowicz. Cosa può dirci in proposito?

R. Come superiore di Distretto della Fraternità San Pio X in Italia tengo a precisare che, sia Mons. Williamson che don Floriano Abrahamowicz sono stati espulsi dalla nostra Fraternità proprio per via di alcune loro posizioni incompatibili con la vocazione della Fraternità. Le loro affermazioni non rappresentano in alcun modo il pensiero ufficiale della Fraternità San Pio X. Ogni accostamento è quindi puramente gratuito. Ci tengo inoltre a precisare che alcuni propositi scambiati sui giornali per mie dichiarazioni sono altrettanto non rappresentative del nostro pensiero. La misericordia di Dio non esclude nessuno quando c’è vero pentimento.

D. - Come avete vissuto quel pomeriggio nella comunità?

R. Il giorno del funerale abbiamo assistito purtroppo a manifestazioni di odio gratuito, come la presa d'assalto di un carro funebre con sputi e calci sotto gli occhi di un sindaco in fascia tricolore! Sono rimasto stupefatto di fronte ad uno striscione che alcuni manifestanti esibivano con la scritta “Il Padre Eterno ti ha forse perdonato ma noi no”. Questo funerale è stata l’occasione di uno scontro aperto fra dottrine opposte: l’insegnamento di Gesù Cristo e della Chiesa centrato sulla misericordia ed il perdono da una parte e ideologie che non sanno e non vogliono perdonare dall’altra. La legge immutabile dell'Amore e della Carità e quella dell'odio, della vendetta, dell' "occhio per occhio, dente per dente". La legge di Cristo è quella che ci proponiamo indegnamente di seguire, ben lontani da ogni polemica ideologica.

D. - Non sono mancati infine giornali che hanno cercato di accreditare l'immagine di una comunità San Pio X di Albano poco integrata con la popolazione locale che non gradirebbe la presenza del Priorato sul territorio. E' davvero così?  

R. La nostra Fraternità è presente qui ad Albano dal 1974. Ha formato diverse generazioni di bambini alla prima comunione ed alla cresima e svolge opere di misericordia nei confronti dei malati e dei poveri a cui distribuisce regolarmente viveri e vestiti. Abbiamo quindi molti amici nella popolazione che ci hanno espresso anche la loro solidariètà in questa vicenda. Rifiuto di credere che la folla inferocita che martedì scorso si è abbandonata all’odio fazioso davanti alla bara di un morto possa essere rappresentativa degli abitanti di Albano.Per concludere vorrei citare una frase di San Paolo che scrive nella sua epistola ai Galati :“Se cercassi di piacere agli uomini, non sarei più servo di Cristo”. Penso che questo debba essere il programma e l’ideale di un uomo di Chiesa: agire sempre in conformità all’insegnamento di Cristo, senza mai cercare compromessi con lo spirito del mondo.

 

[1] Erich Priebke Autobiografia, Associazione uomo e libertà, Roma 2003, p. 150, 160, 161, 170[2] Intervista esclusiva rilasciata a Francesco Giorgino, dopo la condanna di Priebke all’ergastolo. Vae victis http://www.youtube.com/watch?v=oRu_eeHHe0A&hd=1 al minuto 1,50.[3] Can. 1185

Pubblicato da unafides



Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
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21/03/2015 22.27
 
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Comunicato della 
St. Marcel Initiative
per conto di Mons. Williamson e di Mons. Faure

  
20 marzo 2015


Circa la consacrazione episcopale di Jean-Michel Faure
 
I sostenitori di Sua Eccellenza Mons. Williamson, lettori di Commenti Eleison, o contributori della St. Marcel initiative, o comunque a lui vicini, hanno indubbiamente già sentito la notizia della consacrazione di Sua Eccellenza Mons. Jean-Michel Faure, nel Monastero della Santa Croce a Nuova Friburgo, in Brasile, avvenuta lo scorso giovedì 19 marzo, Festa di San Giuseppe. 

La notizia era stata comprensibilmente tenuta riservata fino all’ultimo momento, in modo da evitare, per quanto umanamente possibile, eventuali interferenze indesiderate nella cerimonia o qualsiasi altro problema che potesse nascere in concomitanza con essa.
 
In ogni caso, ora che la consacrazione è avvenuta, mettiamo a disposizione dei fedeli e del mondo intero il cosiddetto “mandato d’emergenza” che è stato letto durante la funzione liturgica.
 
Come molti già sanno, le prime parole del Rito della Consacrazione Episcopale sono quelle della dichiarazione che l’assistente anziano fa al vescovo consacrante:

“Reverendíssime Pater, póstulat sancta mater Ecclésia cathólica, ut hunc praeséntem Presbyterum ad onus Episcopátus sublevétis”
 
“Reverendissimo Padre, nostra santa Madre la Chiesa cattolica, Le chiede di elevare questo qui presente presbitero all’onere dell’Episcopato.”
 
In risposta, il vescovo consacrante chiede se l’assistente ha il “Mandato Apostolico”: 
Habétis mandátum apostólicum?
 
L’assistente risponde: Habémus - l’abbiamo.

Il vescovo consacrante: Legátur - sia letto.
 
Ciò che è stato letto in questa celebrazione di giovedì scorso, in risposta all’invito di Mons. Williamson – e che è servito sia come strumento nel rito liturgico celebrato, sia come pubblica spiegazione della motivazione della cerimonia, come previsto dai partecipanti - è quello che segue.
 
I lettori avranno interesse a sapere che i primi paragrafi di questo documento seguono da vicino il linguaggio usato da Mons. Lefebvre il 30 giugno 1988.



Mandato

Noi l’abbiamo dalla Chiesa Romana che, fedele alle sante tradizioni ricevute dagli Apostoli, ci comanda di trasmettere fedelmente queste sante tradizioni – e cioè il Deposito della Fede – a tutti gli uomini, in ragione del loro dovere di salvare le loro amine.

Ora, per un verso, le autorità della Chiesa Romana, a partire dal concilio Vaticano II e fino ad oggi, sono animate dallo spirito del modernismo, che sovverte profondamente la Santa Tradizione fino a pervertirne la stessa nozione: «non sopporteranno più la sana dottrina, rifiuteranno di dare ascolto alla verità, per volgersi alle favole», come dice San Paolo a Timoteo nella seconda lettera (IV, 3, 5).
A che serve chiedere a tali autorità un mandato per consacrare un vescovo che si opporrà interamente ai loro errori così gravi?

Per l’altro verso, i pochi cattolici che ne comprendono l’importanza, per avere un tale vescovo, dopo il Vaticano II, potevano sperare che venisse loro dalla Fraternità San Pio X fondata da Mons. Marcel Lefebvre, così come egli consacrò loro nel 1988 quattro vescovi per un primo mandato di supplenza. Purtroppo, però, quando si vede che le autorità di questa Fraternità hanno intrapreso lo stesso cammino modernista, dirigendosi costantemente verso le autorità romane, questa speranza si rivela vana.

E allora, questi cattolici credenti, da dove otterranno questi vescovi essenziali per la sopravvivenza della loro vera Fede? In un mondo che ogni giorno di più si accanisce contro Dio e contro la Sua Chiesa, il pericolo sembra tale che non si può più far dipendere questa sopravvivenza da un solo vescovo pienamente antimodernista. È la Santa Chiesa stessa che gli chiede di farsi affiancare da un secondo vescovo: in questo caso il Reverendo Don Jean Michel Faure.

Con questa trasmissione del potere episcopale dell’Ordine, non si ha alcuna presunzione di trasmettere o di concedere il potere episcopale di giurisdizione, e quando Dio interverrà per salvare la Sua Chiesa, alla quale non rimane alcuna speranza umana di salvataggio, gli effetti di questa trasmissione e di questo mandato di supplenza, saranno rimessi senza indugio nelle mani di un Papa di nuovo interamente cattolico.


******************************
  la risposta ufficiale della FSSPX






Fraternità Sacerdotale San Pio X

Comunicato della Casa Generalizia del
19 marzo 2015
riguardo la consacrazione episcopale di don Faure

pubblicato su DICI


 
19 marzo 2015   

Oggi, 19 marzo, Mons. Richard Williamson ha conferito la consacrazione episcopale a don Jean-Michel Faure, presso il monastero benedettino Santa Cruz di Nova Friburgo (Brasile).

Mons. Williamson e don Faure non sono più membri della Fraternità San Pio X rispettivamente dal 2012 e dal 2013 a causa delle aspre critiche che avevano formulato contro ogni relazione con le autorità romane, denunciando ciò che, a loro modo di vedere, costituiva un tradimento dell’opera di Mons. Lefebvre.

La Fraternità San Pio X deplora che tale spirito di opposizione giunga al punto di effettuare una consacrazione episcopale. Nel 1988 Mons. Lefebvre aveva chiaramente manifestato la sua intenzione di consacrare dei vescovi ausiliari, senza giurisdizione, in ragione dello stato di necessità in cui si trovava la Fraternità San Pio X e i fedeli cattolici, con il solo scopo di permettere ai fedeli di ricevere i sacramenti tramite il ministero dei sacerdoti che avrebbero ordinato. 
Dopo aver tentato l’impossibile nei confronti della Santa Sede, Mons. Lefebvre procedette alle consacrazioni episcopali davanti a migliaia di sacerdoti e fedeli e diversi giornalisti del mondo intero. Tutto mostrava che quest’atto, malgrado l’assenza di autorizzazione di Roma, era posto pubblicamente per il bene della Chiesa e delle anime.

La Fraternità San Pio X denuncia la consacrazione episcopale di don Faure che, malgrado le affermazioni del consacratore e del consacrato, non si apparenta minimamente alle consacrazioni del 1988. In effetti tutte le dichiarazioni di Mons. Williamson e di don Faure provano con evidenza che essi non riconoscono più le autorità romane se non in maniera puramente retorica.

La Fraternità San Pio X riafferma che l’attuale stato di necessità nella Chiesa legittima il suo apostolato nel mondo, senza per questo ritenersi dispensata dal riconoscere le autorità ecclesiastiche per le quali i sacerdoti pregano in ogni Messa. 

Essa intende proseguire la sua opera di formazione sacerdotale secondo i suoi statuti.
Essa vuole pure conservare il deposito della fede e della morale, opponendosi agli errori, da qualunque parte essi provengano, al fine di trasmettere tale deposito per mezzo della liturgia tradizionale e della predicazione, nello spirito missionario del suo fondatore: Credidimus caritati (1 Gv. 4,16).

Menzingen, 19 marzo 2015




[Modificato da Caterina63 21/03/2015 22.55]
Fraternamente CaterinaLD

"Siamo mendicanti e chiediamo agli altri anche le loro idee, come la staffetta della posta che riceve il documento dalle mani di uno e poi corre per darlo ad un altro. Faccio una timida parafrasi delle parole di chi ci ha preceduto nel cammino della fede, per annunciarle ad altri."
(fr. Carlos Alfonso Azpiroz Costa OP
Maestro dell’Ordine)
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